Il battesimo del fuoco

Dal Colonnello Vincenzo Stella, già comandante delle gloriose Voloire, riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo che ricorda il battesimo del fuoco delle Batteria a Cavallo.

L’8 aprile 1848 le Batterie a Cavallo ricevettero il battesimo del fuoco. Lo stesso giorno in cui ricorre l’anniversario della loro costituzione (8 aprile 1831).

Anche il neocostituito Corpo dei Bersaglieri ebbe il battesimo del fuoco nello stesso giorno e nella stessa battaglia.

Era l’inizio della prima guerra d’Indipendenza. Le Batterie a Cavallo erano 3. Ognuna costituita da 4 Ufficiali, 20 “Bassufficiali e caporali”, 194 “Soldati e altri considerati come tali”, 210 cavalli, 6 cannoni da 8 e 2 obici da 15.

La 1^ Batteria ebbe il primo combattimento a Monzambano, la 2^ a Curtatone, la 3^ a Sommacampagna. Le Batterie furono schierate, e spesso presero posizione al galoppo, assieme a “Savoia Cavalleria”, “Aosta Cavalleria”, “Novara Cavalleria”, “Genova Cavalleria”, “Nizza Cavalleria” e “Piemonte Reale Cavalleria”.

La prima Medaglia d’oro al valor militare guadagnata combattendo le guerre per l’indipendenza italiana fu conferita ad un artigliere. Era il Luogotenente Giacchino Bellezza, della 1^ Batteria a Cavallo, che il 6 maggio 1848 si distinse in azione, salvando il Re, nel corso della Battaglia di Santa Lucia, alle porte di Verona.

Le tre batterie parteciparono alla battaglia di Goito il 30 maggio 1848 contribuendo a far scrivere “L’artiglieria tutta e la cavalleria meritano particolare lode; allo stesso nemico imposero ammirazione; esse in valore e disciplina , furono come sempre l’esempio dell’armata” (Ordine del giorno emanato del Re Vittorio Emanuele II nel luglio 1849) e soprattutto alla concessione della Medaglia d’oro al valore militare all’Arma di Artiglieria “Per l’ottima condotta tenuta sempre e dovunque dall’Artiglieria” (Bollettino N. 4 del 1849).

Ecco anche spiegato perché con l’Atto Ministeriale n. 21 del 24 gennaio 1895, il Ministro della Guerra stabilì che l’Artiglieria festeggiasse ogni 30 maggio l’anniversario della battaglia di Goito e della resa di Peschiera.

Una fervida mente

Dal Col. Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo bell’articolo sul Generale Alfonso Ferrero della Marmora, uno dei grandi protagonisti della nostra storia nazionale, caratterizzato da una spiccata intelligenza politica e da una profonda esperienza militare, poste entrambe al servizio dello Stato.

L’8 aprile 1831 a Venaria Reale nascono le Batterie a Cavallo.
La proposta fu avanzata dal giovane luogotenente d’Artiglieria Alfonso Ferrero della Marmora del quale oggi cerco di sintetizzare l’impegno e la dedizione profusa nei ruoli, militare, diplomatico e politico, per la realizzazione dell’Unità d’Italia.

Nato a Torino il 18 novembre 1804, studia nell’Accademia Militare di Torino dal 1816 al 1823. Nominato Luogotenente nella Brigata Reale di Artiglieria si forma nello stabilimento militare dell’Artiglieria di Venaria Reale.

In occasione di un viaggio in Prussia, nel 1830, ha modo di apprezzare l’organizzazione dell’esercito e di proporre miglioramenti per l’artiglieria dell’Esercito Sardo. Nel rapporto con il quale presenta le proposte scrive: ”Basta aver veduto le evoluzioni dell’Artiglieria a Cavallo, dopo aver osservato le Artiglierie leggere per essere prontamente convinti che quella è la vera e l’unica Artiglieria leggera, della quale le batterie ultime organizzate non sono che copie imperfette, che faranno vani sforzi per starle a fronte nella celerità e durata dei movimenti, nel vero impiego, cioè, dell’Artiglieria leggera”.

Il primo comandante delle Batterie a Cavallo è Vincenzo Morelli di Popolo e La Marmora ricopre l’incarico di Aiutante Maggiore.

Nel 1844 è al seguito dell’Esercito francese impegnato in Algeria. Lascia le Batterie a Cavallo nel 1845. Nel 1848 partecipa alla I guerra d’Indipendenza al comando di una Brigata di Artiglieria e, per il comportamento tenuto, viene decorato con una Medaglia d’Argento al Valor Militare

Nello stesso anno viene nominato Ministro della Guerra e della Marina e promosso Generale.

L’anno successivo viene eletto Deputato. Sarà confermato in tale ruolo fino al 1876.

Nel 1849, nuovamente nominato Ministro della Guerra e della Marina, lavora, fino al 1860, alla riorganizzazione dell’Esercito Sardo che comincia ad assorbire le unità dei Ducati e Granducati annessi.

Nel 1855 viene nominato Comandante in Capo del Corpo di Spedizione Sardo in Oriente (Crimea). Rientrato trionfante nel 1856, la Camera approva una legge per donargli 50 are di terreno.

Partecipa, al seguito del Re, alla II Guerra d’Indipendenza e nel 1859 e a seguito delle dimissioni di Cavour, amareggiato per l’umiliazione di ricevere la Lombardia dalla Francia e non direttamente dall’Austria, viene nominato Presidente del Consiglio dei Ministri. Incarico dal quale si dimette l’anno successivo. Diventa Comandante del Dipartimento Militare di Milano prima e, nel 1861, di Napoli, da poco annessa al Regno d’Italia, contemporaneamente alla carica di Prefetto della stessa città fino al 1863. Nell’affrontare il brigantaggio e la camorra propone anche misure per migliorare il funzionamento della pubblica amministrazione.

Nel 1863, dopo aver trattato con Napoleone III la “questione romana” e a seguito delle dimissioni del Governo in carica viene nuovamente nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, assumendo anche le cariche di Ministro degli Affari Esteri e Ministro della Marina.

Trasferisce la capitale a Firenze, tiene rapporti con lo Stato Pontificio e stringe alleanza con la Prussia in funzione antiaustriaca.

Nel 1866, allo scoppio della III Guerra d’Indipendenza lascia l’incarico di Presidente del Consiglio  per diventare Ministro presso il Re e successivamente Capo di Stato Maggiore generale dell’Esercito.

A seguito dei fatti di Custoza si dimette da tutti gli incarichi e inizia una serie di “ingiustizie e ingratitudini” che lo portano a rinunciare, nel 1867 dopo la spedizione garibaldina nello Stato Pontificio, all’incarico di formare un nuovo Governo. Tuttavia negozia con Napoleone III la sospensione dell’invio di una flotta francese a Civitavecchia ed evita il peggioramento della situazione.

Nel 1870 Vittorio Emanuele II lo nomina Luogotenente generale per la città di Roma e province con il compito di pacificare la città e organizzarne l’amministrazione. Resterà nell’incarico fino all’anno successivo.

Scrive alcuni volumi relativi alle materie di cui si era occupato. Cito soltanto “Un po’ più di luce sugli eventi politici e militari dell’anno 1866” edito nel 1873. Il volume difende il suo operato diplomatico e militare che era stato oggetto di numerose critiche. Per difendersi utilizza documenti riservati.

Muore a Firenze il 5 gennaio 1878.

 

40 anni di fraternità a cavallo

Dal nostro collaboratore Colonnello Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo relativo al conferimento della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica allo Stendardo del Reggimento Artiglieria a cavallo 40 anni fà.

Il 3 aprile 1981 lo stendardo del Reggimento artiglieria a Cavallo viene decorato con la Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica con la seguente motivazione “Per l’attività svolta dagli artiglieri a cavallo nel recupero di bambini diversamente abili attraverso l’ippoterapia”.
Primo Reparto delle Forze Armate e delle Forze di Polizia ad essere stato insignito di tale riconoscimento, oggi il Reggimento fornisce supporto a quasi 200 bambini e adulti.
“…Trovo degnissimo che un Reggimento carico di episodi, di audacie, di tormenti e di gironi del sangue non si sia chiuso nei ricordi dei suoi memorabili cavalli da guerra. Ma offra il suo aiuto silenzioso a chi si batte tutt’i giorni per pacificare la pena, la malattia, lo sconforto.
Ci sono bambini da struggersi sulle selle, e le volontarie camminano. Si sentono stridere le rondini e subito fuori si tengono tersi i cannoni. Così va il mondo.
A tavola dico adagio al Colonnello: “Quel che ho veduto stamattina al maneggio onora il vostro Kepì con la nappina e lo distingue ancora”.
Il giovane comandante annuisce volentieri e la crocerossina ride di dedizione. Vengono lontani nitriti.”
(Giorgio Torelli, Il Giornale nuovo, 25 maggio 1980)

Vent’anni dopo il Generale Bertoncin scrisse “Come nacque l’Ippoterapia alle Batterie a Cavallo: la storia vera, scritta vent’anni dopo da chi le diede vita”.

“Il mio Reggimento, che da Milano si estendeva sino a Cremona con il suo III Gruppo, viveva alcune situazioni del tutto particolari: il vanto della cura di oltre cento cavalli e dell’addestramento di una batteria montata, replica perfetta di quelle Batterie che nel 1831 i piemontesi chiamarono Volòire, volanti, la cura diuturna per i suoi kepì ed il controllo di un altro Reparto convivente alla Caserma Santa Barbara, la preparazione dell’imminente ricorrenza del Centocinquantesimo anniversario della fondazione delle Batterie, che si doveva degnamente celebrare. Senza trascurare, naturalmente, tutte le normali cure, non certo neglette: in particolare nulla di “artiglieresco“ venne tralasciato, tanto che per la prima volta nella sua storia recente il Reggimento, pluricalibro, nel poligono di Monteromano intervenne con tutti i suoi quattro Gruppi , facendo ciò che pochi Colonnelli di Artiglieria possono dire di aver fatto: concentramenti di Reggimento.

In questo quadro avvenne il mio incontro con due splendide persone, che non dimenticherò per quanto viva: Sorella Antonia Setti Carraro e il Dottor Luciano Cucchi. E’ inutile parlare della prima: la sua vita, i suoi libri, l’esser madre di quella dolce Emanuela che s’immolò con un altro vero grande d’Italia, il Gen. Dr. Carlo Alberto dalla Chiesa, parlano per lei. Il secondo, provetto cavaliere, chirurgo e pediatra generoso, gentiluomo di tratto e di spirito, era persona che infondeva fiducia e rispetto.

Sorella Setti Carraro mi parlò di bimbi minorati nel fisico, incapaci di camminare o di reggersi o, semplicemente, di sorridere. Mi disse che l’amore ed il cavallo potevano aiutarli. Mi perdoni oggi, Sorella Antonia, alla fine della sua perorazione pensai che lei dovesse essere pazza, pazza d’amore, come s’è detto di Gesù, ma sempre pazza. Mettere in groppa d’un cavallo chi non sa neppur reggersi e che a fatica sa stringere le briglie? In quel momento solo l’educazione mi tratteneva dal dire: “Ho tante cose da fare, per cortesia, non fatemi perdere tempo… “. Poi parlò il Dottor Cucchi. L’ippoterapia non era solo un neologismo: in Germania si praticava già, in Italia c’era l’ANIRE che faceva corsi, necessariamente costosi e scomodi, ben fuori Milano. Dei risultati lui, pediatra e cavaliere, si rendeva garante. Sorella Antonia, grazie al Dottor Cucchi, aveva trovato i cavalli ed anche l’amore. Io sapevo che potevo contare su un altro uomo meraviglioso, il Capitano Gianmarco Di Giovanni, Comandante della Batteria a Cavallo. Per attuare la proposta non mancava che il nullaosta delle SS.AA. Qui si complicarono orrendamente le cose.
Non ero mai andato “a Roma”, per bussare a porte potenti. Lo feci per l’ippoterapia. Come Capo Ufficio Operazioni dello SME ebbi la fortuna di trovare il parigrado Angioni, delle cui capacità si resero conto gli Italiani ed il mondo qualche anno più tardi. Ascoltò, mi credette, agì. L’autorizzazione arrivò. Il Reggimento non poteva far tutto da solo: occorreva un’esperienza specifica, che venne fornita dalla Dottoressa Danièle Citterio; occorrevano nozioni infermieristiche da parte di chi conoscesse anche il cavallo: tre splendide crocerossine guidate dalla dolce Emanuela Setti Carraro. La cura e la condotta dei cavalli, le groppe a lucido per il lavoro di brusca e striglia, la preparazione del maneggio, la rastrellatura della pula, fu opera del Reggimento. La notizia si diffuse. La Caserma fu assediata prima da genitori e figli che avevano negli occhi un’incredula speranza e tanta riconoscenza, e poi da giornalisti ed operatori televisivi.

Nel corso della solenne cerimonia rievocativa dei centocinquanta anni, l’8 aprile 1981, lo Stendardo fu decorato dal Ministro della Sanità Aldo Aniasi della Medaglia d’Oro al merito della Sanità Pubblica. I cavalli ed i kepì delle Batterie avevano dato la speranza a tanti piccoli ed amati ospiti.

(Gen. Diego Bertoncin 54° Comandante, giorno di Santa Barbara 2000)

Voloire!

In nome della collaborazione aperta a tutti e finalizzata all’arricchimento di questo Blog, dal Colonnello Vincenzo Stella (già Comandante del Reggimento Artiglieria a cavallo) riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’8 aprile 1831 a Venaria Reale nascono le Batterie a Cavallo.
La proposta fu avanzata dal giovane luogotenente d’Artiglieria Alfonso Ferrero della Marmora con l’intento di costituire batterie di artiglieria a cavallo da inviare al seguito della cavalleria lanciata alla carica. Le esperienze delle guerre napoleoniche avevano modificato le tradizionali concezioni della condotta della guerra e esaltato l’importanza della rapidità d’impiego dell’artiglieria.
Sono impiegate bocche da fuoco leggere (da 8 o da 15). I conducenti trainano solo pezzo e avantreno. Il cassone con le munizioni è trainato da altre 3 pariglie. Anche i 9 serventi sono a cavallo e come i cavalieri pronti a farsi strada anche tra il nemico e poi, alla presa di posizione, tornare artiglieri.
Ogni pezzo era servito da 16 uomini e 22 cavalli. Ogni batteria era costituita da 8 pezzi.
Conosciute anche con l’appellativo “Voloire”, cioè “volanti”, partecipano valorosamente alle campagne 1848, 1849, 1859, 1866.
Il 6 maggio 1848 il Tenente Gioacchino Bellezza della 1^ Batteria a Cavallo si meritò la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare dell’Artiglieria italiana per l’azione svolta nel corso della battaglia di Santa Lucia (attuale quartiere di Verona).
Il 1° novembre 1887 viene costituito a Milano il “Reggimento Artiglieria a Cavallo” su 3 Brigate.
L’attuale motto è “In hostem celerrime volant”.
Oggi 189 anni fa nascevano le Batterie a Cavallo: buon compleanno!