Armi e brio!

Una delle marce più famose della ricca tradizione musicale militare italiana s’intitola Armi e brio! ed è stata composta dal Maestro Antonio D’Elia (1897 – 1958), per più di 25 anni direttore della banda del Corpo della Guardia di Finanza, di cui scrisse la marcia d’ordinanza e l‘inno del finanziere.

Il Maestro D’Elia è stato uno dei più famosi direttore di complessi bandistici italiani, non solo militari, nonché compositore di musica per banda del XX secolo.

Oggi il Maestro D’Elia ha l’onore di essere ricordato tra benemeriti della Patria con un busto in marmo al Pincio di Roma.

Una piccola ed eccezionale nota personale: chi scrive prestò giuramento militare e sfilò in parata davanti il Tricolore a Napoli il 26 novembre 1983 sulle note di Armi e brio!

I numeri di una tragedia

L’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia e l’Internamento (A.N.R.P.) di Roma ha un museo dedicato alla vita degli Internati Militari Italiani (I.M.I.).

Il 30 maggio 1949 il Presidente della Repubblica Pro Tempore Luigi Einaudi con apposito suo Decreto ha eretto l’A.N.R.P. a Ente morale approvandone lo Statuto.

Il museo prevede un percorso didattico dedicato alla “Resistenza senza armi” dei più di 600.000 militari italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 furono catturati e inviati nei Lager nazisti.

Si tratta di 20 “stazioni” che vanno dai fatti armistiziali all’oblio di questa drammatica vicenda passando, tra l’altro, per la cattura, l’ingresso nei Lager, la liberazione e il rimpatrio.

Da questo percorso traggo l’immagine pubblicata che riporta gli impressionanti numeri di questa tragedia italiana che è doveroso conoscere perché non sia dimenticata.

Per la sicurezza di Roma

L’operazione dell’esercito  “Strade sicure” a Roma nei primi 4 mesi del 2024 ha portato al controllo di più di 1.200.000 persone, circa 580.000 veicoli e contribuito, in concorso con le Forze di Polizia, a 30 tra denunce, arresti e fermi. (Fonte: Stato Maggiore Esercito).

Dall’inizio di maggio 2024, con un ulteriore aumento di personale impiegato, le donne e gli uomini di “Strade sicure” a Roma sono circa 1.500 dislocati a presidio e sicurezza di 120 siti sensibili tra cui stazioni ferroviarie, aeroporti, sedi diplomatiche, luoghi di culto e monumenti d’interesse storico-artistico della “Città eterna”.

L’operazione “Strade sicure” di sostegno alla sicurezza pubblica ha avuto inizio, a Roma e in altre città italiane, nel 2008 ed è stata prorogata nel tempo fino ad oggi. I militari che vi partecipano hanno la qualifica di “agenti di pubblica sicurezza” e possono identificare e perquisire persone e mezzi di trasporto ed effettuare posti di controllo o di blocco.

Un’opera meritoria quella dell’esercito, una forza armata al servizio del Paese!

Le fortificazioni eterne

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sulle fortificazioni di Roma

Per lungo tempo la storia di Roma è stata affiancata dalla storia delle sue fortificazioni.

La prima cinta muraria fu creata, nell’VIII sec. a.C., sul Palatino (costruita in tufo rosso, scavi recenti me datano la realizzazione fra 750 e il 700 a.C.), e fu estesa in seguito dai re di Roma a tutti i colli della città; questo primitivo sistema di difesa fu collegato da Servio Tullio nel VI sec. a.C. in un insieme organico, le mura serviane, ancora oggi visibili in alcuni tratti ben conservati.

Il secondo sistema murario fu voluto dall’imperatore Aureliano (che regnò dal 270  al 275 d.C.), per contrastare la concreta minaccia di un’invasione minaccia dei Germani che nel 270 si erano fermati alle porte di Milano e Verona e si erano spinti fino in Umbria. Il sistema delle mura aureliane, che sono giunte sostanzialmente intatte fino ai giorni nostri circondando il centro storico, si sviluppava per 19 chilometri, con un’altezza media di circa 6 metri e uno spessore di 3,5. Erano presenti 15 porte, quasi tutte ancora oggi esistenti, e ogni 30 metri circa si ergevano torri quadrate. Nei primi anni del 400 le mura aureliane furono restaurate dall’imperatore Onorio, portate a un’altezza di circa 16 metri e dotate di una cortina merlata e, soprattutto, fu costruita una seconda porta dietro quella principale, facendone così una fortezza autonoma e in grado di resistere meglio agli invasori.

E infatti le mura resistettero agli assedi dei Goti del 408, del 409 e del 410: secondo la versione corrente Alarico riuscì a entrare a Roma da Porta Salaria, mettendola a sacco dopo un lungo assedio, solo grazie a un tradimento. In precedenza, Roma era stata violata solo dai Galli di Brenno, nel 390 a.C..

Le mura restarono abbandonate fino al 725 (papa Gregorio II); nel 731 papa Gregorio III e nel 772 Adriano I avviarono altre opere di manutenzione e rafforzamento. Nel secolo successivo si deve a papa Leone IV la costruzione della “città leonina”. A Paolo III (che regnò dal 1534 – sette anni dopo il tragico sacco di Roma del 1527 – al 1549) si deve la costruzione, su progetto di Antonio da Sangallo il giovane, la realizzazione delle mura vaticane, completate fra il 1633 e il 1644 dalla cinta gianicolense.

Il problema della difesa della città ritornò di prepotente attualità dopo la proclamazione di Roma a Capitale del Regno d’Italia, soprattutto in funzione di un ipotizzato e temuto attacco della Francia, finalizzato alla restaurazione del potere temporale dei papi. Nel 1875 fu approvata, con la legge n. 2577 del 29 giugno, la realizzazione del campo trincerato di Roma[1]: esso prevedeva la realizzazione di quindici forti (Monte Mario, Trionfale, Braschi, Boccea, Aurelio, Bravetta, Portuense, Ostiense, Ardeatino, Appia Antica, Casilino, Prenestino, Tiburtino, Pietralata e Monte Antenne) e quattro batterie con funzione di raccordo tra i forti (Tevere, Acquasanta, Porta Furba e Nomentana).

Alla fine del 1885, nonostante le difficoltà e l’aumento dei costi inizialmente previsti (erano stati stanziati 12.000.000 di £, la spesa finale raggiunse i 32.000.000), il campo trincerato era stato in massima parte realizzato: si sviluppava lungo un perimetro di 37 chilometri, la distanza fra i forti variava dai due ai tre chilometri. A presidio dei forti furono destinati contingenti ridotti, che solo in caso di attivazione a seguito di una minaccia concreta sarebbero stati rinforzati, rendendo pienamente operativa l’infrastruttura.

I forti, che non furono mai utilizzati per lo scopo per il quale erano stati concepiti, esistono ancora oggi: alcuni sono sedi di Unità militari, altri sono stati consegnati a Roma Capitale.

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] La costruzione del campo trincerato non da tutti ritenuta utile e trovò in Giuseppe Garibaldi un fiero sostenitore della loro sostanziale inutilità

Scenario di guerra

La basilica dei Santi Pietro e Paolo all’EUR fu uno dei luoghi in cui si combatté, all’indomani dell’armistizio, per la difesa di Roma il 10 settembre 1943 nell’ambito della cosiddetta “Battaglia della Montagnola” in cui si ebbero 53 militari e 11 civili morti (di cui 18 militari e 1 civile rimasti ignoti) da parte italiana. Tra questi caduti troviamo ben due Medaglie d’oro al valor militare: il Capitano Nunzio Incannamorte e il Sottotenente Luigi Perna.

Gli scontri tra tedeschi e italiani attorno alla basilica (allora ancora in costruzione) furono durissimi: alla fine si contarono ben quindici caduti tra i militari italiani i cui corpi furono rinvenuti tra la scalinata d’accesso e la scarpata intorno all’edificio sacro.

Guardando oggi al candore di questo luogo di culto, non si può dimenticare chi sacrificó qui la vita per il compimento del proprio dovere fino alla fine, soprattutto quando altri si comportarono colpevolmente in tutt’altro modo.

Dalla notte dei tempi

Una visita allo splendido Museo Nazionale Romano del Palazzo Massimo di Roma ha portato alla scoperta, tra le tante meraviglie ivi conservate, di un busto antico oggetto di questo Post.

Si tratta della rappresentazione di uno Strategós (“Guida dell’esercito” in greco antico) ateniese (riconoscibile dall’elmo, leggermente sollevato sul capo) distintosi durante la lunga Guerra del Peloponneso (431 – 404 a.c.), riprodotto in copia di epoca traianea (98 -117 d.c.) da un originale bronzeo del IV secolo a.c.

Lo Strategós era un guerriero posto a capo dell’esercito ateniese ed era scelto in base a un’elezione democratica (in pieno spirito dei tempi) tra tutti i migliori guerrieri ateniesi. Il titolo di Strategós sopravvisse fino a tutta l’epoca bizantina. Nella Grecia contemporaneo, il Capo di Stato Maggiore della Difesa (ovvero la più alta carica militare ellenica) ha il grado di Stratigos se ufficiale proveniente dall’esercito.

Realizzato in marmo greco pantelico, il busto in questione fu rinvenuto nell’area di un grande cortile di una villa rustica nella tenuta detta “Tomba di Nerone” sulla via Cassia a Roma.

Un manufatto che risale alla notte dei tempi ma che non ha perso affatto il suo antico fascino e significato.

Simón Bolívar

La recente lettura di un bellissimo libro sulla storia contemporanea dell’America latina, mi ha portato a focalizzare l’importanza di una delle più straordinarie figure storiche sudamericane: il Generale Simón Bolívar (1783 -1830). Non si può comprendere l’America latina, nel tempo fino ad oggi, senza conoscere e riflettere su questo grande protagonista della sua storia.

Dal libro in questione traggo un breve ma significativo profilo biografico del famoso condottiero e politico sudamericano:

“Nato a Caracas nel 1783, era d’origini aristocratiche e di formazione intellettuale illuminista. Oltre che in quella militare, Bolívar lasciò una profonda impronta nella storia politica e intellettuale dell’epoca e un’eredità che elaborata in mito non cessa di esercitare forte influenza in gran parte della regione. Le funzioni politiche ch’egli svolse furono innumerevoli e di crescente importanza: fu inviato
in Europa in cerca d’aiuti dalla Junta di Caracas del 1810 prima di
diventare, nel 1819, presidente della Gran Colombia, carica cui nel
1824 aggiunse quella di dittatore del Perù. In tali vesti abolì la schiavitù e propose, senza successo, una grande confederazione americana per contrastare la frammentazione politica avvenuta alla caduta dell’impero.
In quanto al suo pensiero, espresso sia in scritti e discorsi, sia, soprattutto, nelle Costituzioni di cui fu autore, Bolívar vi affrontò i nodi della legittimità del potere nel continente appena liberato e della forma costituzionale più adeguata alla sua realtà sociale. Deluso dal fallimento della prima repubblica venezuelana, nel Discurso de Angostura del 1819 accantonò il liberalismo dei primi tempi in nome di una pessimistica e disincantata analisi della società venezuelana.
Società ch’egli trovò pervasa d’ignoranza ed arretratezza tali da impedire l’esercizio delle virtù repubblicane. Ne derivò la sua difesa
d’un governo forte e centralizzato. Un governo guidato da un presidente-monarca in grado di garantire ordine e unità ai nuovi Stati, ma anche di «plasmare» il popolo con la sua azione pedagogica. Per tali ragioni la sua figura è controversa e si presta a diverse letture.
Conservatore per taluni, poiché fautore d’uno Stato autoritario garante dell’ordine politico, fu leader rivoluzionario secondo altri, per
lo spirito giacobino con cui ambì a unire il popolo. Di certo morì sconfitto, nel 1830, senza veder realizzati i suoi progetti.”

(Loris Zanatta, Storia dell’America latina contemporanea, Laterza, Roma – Bari, 2010, pag.39)

L’Italia e Roma onorano Simón Bolívar con un monumento equestre che si trova nel centrale parco cittadino di Villa Borghese.

Il dimenticato indimenticabile

Sulla collina del Pincio a Roma, tra i busti che ricordano coloro che diedero lustro alla Patria (tra i numerosi busti anche quello di Raimondo Montecuccoli) c’è quello del Generale Pietro Roselli (1808 – 1885).

Romano di nascita, Pietro Roselli fu un ufficiale pontificio che combattè la Prima Guerra d’Indipendenza e successivamente aderì alla Repubblica Romana nel 1849, di cui divenne (col grado di Generale di Divisione) comandante dell’esercito repubblicano.

Impegnato insieme a Giuseppe Garibaldi (con cui si trovò in disaccordo sulla condotta delle operazioni) contro le truppe borboniche nella vittoriosa battaglia di Velletri il 19 maggio 1849 nonchè nella difesa di Roma, dopo la caduta della Repubblica Romana, per opera dell’esercito francese, riparò esule a Genova.

Arruolatosi nel 1859 nell’esercito della Lega dell’Italia centrale, poi assorbito dall’Armata Sarda e divenuto Esercito italiano nel 1861, partecipò alla conquista della Piazzaforte di Ancona nel 1860 di cui in seguito divenne comandante e ove poi si ritirò a vita privata fino alla morte avvenuta il 20 dicembre 1885.

Nel 1886 la città di Roma, per le sue benemerenze, ne reclamò le spoglie che vennero sepolte nell’area monumentale del cimitero del Verano dove tuttora si trovano.

Nel 1893 venne realizzato il busto che si trova al Pincio e che ricorda, insieme agli altri, i pochi (perlopiù dimenticati) che, con coraggio e dedizione, fecero tanto per tutti, anche per quelli che erano a loro contrari.

Roma valorosa

Nel 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito al Gonfalone della città di Roma la seconda medaglia d’oro al valor militare (la prima era stata concessa nel 1949 nella ricorrenza del centenario della gloriosa Repubblica Romana).

La ragione di tale prestigiosa e suprema onorificenza risiede, come recita la motivazione di seguito riportata, nella lotta resistenziale che i militari e i cittadini di Roma prestarono contro l’occupazione nazifascista dal 9 settembre 1943 al 4 giugno 1944.

Molti furono i caduti (tornano alla mente i nomi di Raffaele Persichetti, Aladino Govoni, Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo solo per citare quelli presenti in questo Blog) di tale lotta nei luoghi richiamati dalla motivazione: uomini e donne (55 quest’ultime) che una Colonna spezzata ed una lapide ricordano a Porta San Paolo, antica e muta testimone del valore militare della città eterna i cui abitanti affrontarono il nemico in tempi in cui era “vanità sperare e follia combattere”.

La Città eterna, già centro e anima delle speranze italiane nel breve e straordinario tempo della Seconda repubblica romana, per 271 giorni contrastò l’occupazione di un nemico sanguinario e oppressore con sofferenze durissime. Più volte Roma nella sua millenaria esistenza aveva subito l’oltraggio dell’invasore, ma mai come in quei giorni il suo popolo diede prova di unità, coraggio, determinazione. Nella strenua resistenza di civili e militari a Porta San Paolo, nei tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, nel martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta, nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana, nella stoica sopportazione delle più atroci torture nelle carceri di via Tasso e delle più indiscriminate esecuzioni, nelle gravissime distruzioni subite, i partigiani, i patrioti e la popolazione tutta riscattarono l’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista. Fiero esempio di eroismo per tutte le città e i borghi occupati, Roma diede inizio alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale nella sua missione storica e politica di Capitale d’Italia. 9 settembre 1943 – 4 giugno 1944.”

Nobile e fiero

Il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901 – 1944) è una delle vittime dell’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944.

Ufficiale dell’esercito in servizio di Stato Maggiore, all’indomani dell’occupazione tedesca di Roma nel settembre 1943 Montezemolo fondò il Fronte Militare Clandestino, un’organizzazione militare di resistenza con compiti informativi nei confronti del legittimo Governo italiano e degli alleati.

Per la sua importante attività, il Fronte Militare Clandestino rappresentò sempre una spina nel fianco per l’occupante tedesco: per questo ai suoi membri veniva data una caccia senza tregua.

Il Colonnello Montezemolo venne arrestato (sembra per la soffiata di un delatore) dalla polizia tedesca il 25 gennaio 1944, imprigionato nel famigerato carcere nazista di via Tasso 145 (trasformato poi nell’attuale Museo storico della Liberazione), torturato e infine fucilato alle Fosse Ardeatine insieme ad altri 334 innocenti.

Al Colonnello Montezemolo è stata concessa, alla memoria, la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:

«Ufficiale superiore dotato di eccezionali qualità morali, intellettuali e di carattere, dopo l’armistizio, fedele al Governo del Re ed al proprio dovere di soldato, organizzava, in zona controllata dai tedeschi, un’efficace resistenza armata contro il tradizionale nemico. Per oltre quattro mesi dirigeva, con fede ed entusiasmo inesauribili, la attività informativa e le organizzazioni patriote della zona romana. Con opera assidua e con sagace tempestività, eludendo l’accanita vigilanza avversaria, forniva al Comando Supremo alleato ed italiano numerose e preziose informazioni operative, manteneva viva e fattiva l’agitazione dei patrioti italiani, preparava animi, volontà e mezzi per il giorno della riscossa, con una attività personale senza soste, tra rischi continui. Arrestato dalla sbirraglia nazifascista e sottoposto alle più inumane torture, manteneva l’assoluto segreto circa il movimento da lui creato, perfezionato e diretto, salvando così l’organizzazione e la vita ai propri collaboratori. In occasione di una esecuzione sommaria di rappresaglia nemica, veniva allineato con le vittime designate nelle adiacenze delle catacombe romane e barbaramente trucidato. Chiudeva così, nella luce purissima del martirio, una vita eroica, interamente e nobilmente spesa al servizio della Patria.»
— Roma, Catacombe di S. Calisto, 24 marzo 1944

Sulla figura del Colonnello Montezemolo ed il Fronte Militare Clandestino, l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito ha pubblicato nel 2008 un approfondito studio condotto dalla storica Sabrina Sgueglia della Marra.