Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sulle fortificazioni di Roma
Per lungo tempo la storia di Roma è stata affiancata dalla storia delle sue fortificazioni.
La prima cinta muraria fu creata, nell’VIII sec. a.C., sul Palatino (costruita in tufo rosso, scavi recenti me datano la realizzazione fra 750 e il 700 a.C.), e fu estesa in seguito dai re di Roma a tutti i colli della città; questo primitivo sistema di difesa fu collegato da Servio Tullio nel VI sec. a.C. in un insieme organico, le mura serviane, ancora oggi visibili in alcuni tratti ben conservati.
Il secondo sistema murario fu voluto dall’imperatore Aureliano (che regnò dal 270 al 275 d.C.), per contrastare la concreta minaccia di un’invasione minaccia dei Germani che nel 270 si erano fermati alle porte di Milano e Verona e si erano spinti fino in Umbria. Il sistema delle mura aureliane, che sono giunte sostanzialmente intatte fino ai giorni nostri circondando il centro storico, si sviluppava per 19 chilometri, con un’altezza media di circa 6 metri e uno spessore di 3,5. Erano presenti 15 porte, quasi tutte ancora oggi esistenti, e ogni 30 metri circa si ergevano torri quadrate. Nei primi anni del 400 le mura aureliane furono restaurate dall’imperatore Onorio, portate a un’altezza di circa 16 metri e dotate di una cortina merlata e, soprattutto, fu costruita una seconda porta dietro quella principale, facendone così una fortezza autonoma e in grado di resistere meglio agli invasori.
E infatti le mura resistettero agli assedi dei Goti del 408, del 409 e del 410: secondo la versione corrente Alarico riuscì a entrare a Roma da Porta Salaria, mettendola a sacco dopo un lungo assedio, solo grazie a un tradimento. In precedenza, Roma era stata violata solo dai Galli di Brenno, nel 390 a.C..
Le mura restarono abbandonate fino al 725 (papa Gregorio II); nel 731 papa Gregorio III e nel 772 Adriano I avviarono altre opere di manutenzione e rafforzamento. Nel secolo successivo si deve a papa Leone IV la costruzione della “città leonina”. A Paolo III (che regnò dal 1534 – sette anni dopo il tragico sacco di Roma del 1527 – al 1549) si deve la costruzione, su progetto di Antonio da Sangallo il giovane, la realizzazione delle mura vaticane, completate fra il 1633 e il 1644 dalla cinta gianicolense.
Il problema della difesa della città ritornò di prepotente attualità dopo la proclamazione di Roma a Capitale del Regno d’Italia, soprattutto in funzione di un ipotizzato e temuto attacco della Francia, finalizzato alla restaurazione del potere temporale dei papi. Nel 1875 fu approvata, con la legge n. 2577 del 29 giugno, la realizzazione del campo trincerato di Roma[1]: esso prevedeva la realizzazione di quindici forti (Monte Mario, Trionfale, Braschi, Boccea, Aurelio, Bravetta, Portuense, Ostiense, Ardeatino, Appia Antica, Casilino, Prenestino, Tiburtino, Pietralata e Monte Antenne) e quattro batterie con funzione di raccordo tra i forti (Tevere, Acquasanta, Porta Furba e Nomentana).
Alla fine del 1885, nonostante le difficoltà e l’aumento dei costi inizialmente previsti (erano stati stanziati 12.000.000 di £, la spesa finale raggiunse i 32.000.000), il campo trincerato era stato in massima parte realizzato: si sviluppava lungo un perimetro di 37 chilometri, la distanza fra i forti variava dai due ai tre chilometri. A presidio dei forti furono destinati contingenti ridotti, che solo in caso di attivazione a seguito di una minaccia concreta sarebbero stati rinforzati, rendendo pienamente operativa l’infrastruttura.
I forti, che non furono mai utilizzati per lo scopo per il quale erano stati concepiti, esistono ancora oggi: alcuni sono sedi di Unità militari, altri sono stati consegnati a Roma Capitale.
[1] La costruzione del campo trincerato non da tutti ritenuta utile e trovò in Giuseppe Garibaldi un fiero sostenitore della loro sostanziale inutilità