I garibaldini inglesi

La figura del nostro eroe nazionale Giuseppe Garibaldi ebbe (ed ha ancora oggi) una sorprendente notorietà in Gran Bretagna, basti ricordare il viaggio trionfale che l’Eroe dei due mondi fece in Inghilterra dal 3 al 27 aprile 1864.

Da questa grande simpatia e convinta adesione ideale nacque un fenomeno di volontarismo britannico (non ostacolato dal governo d’oltremanica) tra le file dei garibaldini: circa 600 sudditi della Regina Vittoria raggiunsero l’Esercito meridionale di Garibaldi, battendosi valorosamente nella campagna del 1860, specie sul Volturno.

Uno dei più famosi tra questi fu John Whitehead Peard (1811 -1880), più noto col soprannome di Garibaldino inglese, il cui busto celebrativo al Pincio di Roma fa giustamente bella mostra di sè tra i nomi illustri della nostra Patria.

L’illustre sconosciuto

Il pittore ed illustratore Quinto Cenni (1845 – 1917) fu, assieme ad Edmondo De Amicis che operò nella letteratura, cultore della “Religione civile” dell’Italia unita dal movimento del Risorgimento.

Nelle sue tavole, Quinto Cenni (che non fece mai il servizio militare) ritrae il soldato italiano dell’Ottocento come parte attiva e rappresentativa della nuova Italia. In attesa dello sviluppo della fotografia, la sua opera è l’unica che tramandò (attraverso una meticolosa cura) le diverse uniformi dei corpi e delle specialità dell’Esercito italiano dell’epoca.

L’immagine d’apertura mostra fanti e artiglieri ritratti nel 1898 a Milano, probabilmente all’epoca dei sanguinosi moti repressi duramente, per ordine del governo, dal Generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831 – 1924).

Sconosciuto al grando pubblico, questo Blog gli offre quel palcoscenico “virtuale” tramite cui tributargli il doveroso, ancorché tardivo, riconoscimento e plauso.

Tutto ha un costo

Dal nostro collaboratore Col. Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Il debito pubblico dello Stato italiano nasce contestualmente alla proclamazione dell’Unità d’Italia (17 marzo 1861) ed è legato soprattutto alle guerre (e al conseguente mantenimento dell’esercito) che furono necessarie per finanziare e unire il Paese.
Pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia (il 10 luglio 1861) fu approvata la “Legge con la quale è istituito il Gran Libro del Debito pubblico del Regno d’Italia”(n. 94). Successivamente, il 4 agosto 1861, questa fu seguita dalla “Legge d’unificazione dei Debiti pubblici d’Italia” (n. 174).
Venivano cosi iscritti nel “Gran Libro” i bilanci di tutti gli stati preunitari. La somma dei debiti pubblici creò un rapporto debito/PIL di circa il 45%.
I disavanzi dei singoli Stati erano stati creati principalmente per sostenere i conflitti che portarono alla nascita del Regno d’Italia e alla politica del Regno di Sardegna di promuovere lo sviluppo economico dello stato sabaudo attraverso la realizzazione di una adeguata rete ferroviaria.
Infatti i contributi al debito pubblico del Regno d’Italia furono:

1321 milioni dal Regno di Sardegna;

657,8 milioni dal Regno delle Due Sicilie;

219,3 milioni dal Granducato di Toscana;

151,5 milioni dalla Lombardia (parte del Regno Lombardo-Veneto);

22,5 milioni dai territori provenienti dallo Stato Pontificio;

16,1 milioni dal Ducato di Modena e Reggio;

14,1 dal Ducato di Parma e Piacenza.

Pertanto il Regno di Sardegna contribuì alla nascita del debito pubblico del Regno d’Italia per il 50%. Nel totale due terzi del debito iniziale del Regno d’Italia era da imputarsi alle spese per le guerre del Risorgimento. Successivamente contribuiranno alla significativa crescita del debito pubblico le spese militari per la Terza guerra d’indipendenza del 1866, la presa di Roma del 1870 e la lotta al brigantaggio.

Nel 1870 il rapporto debito/PIL arriverà al significativo valore del 100%.

Storico giudizio

Adolfo Omodeo (1889 – 1946) fu un importante storico, del cristianesimo prima e del risorgimento poi (i suoi studi su Camillo Benso conte di Cavour sono considerati ancora oggi fondamentali). Entrato poi nel Partito d’Azione, Adolfo Omodeo fu per pochi mesi (aprile – giugno 1944) Ministro della Pubblica Istruzione nel II° Governo Badoglio e, al termine del secondo conflitto mondiale, membro della Consulta nazionale.

Volontario nella Grande Guerra (da lui interpretata quale ulteriore guerra risorgimentale) come ufficiale del 4° Reggimento di artiglieria di fortezza, nel primo dopoguerra curò un libro dedicato agli scritti dei caduti intitolato Momenti della vita di guerra.

Tale libro è una narrazione drammatica ma sempre pervasa da una forte intensità morale, in cui la morte in combattimento dei soldati italiani (《chiare ed oneste facce, fiorite ad altri soli, in una vita di pace: volti d’uomini non fatti per la guerra, ma capaci di reggerla per l’alto senso di umana dignità》 come scriveva lo stesso Omodeo) si accompagna con la chiara e consapevole accettazione del sacrificio necessario alla testimonianza di ciascun combattente ai valori più alti.

In seguito, espresse questo interessante commento sull’esercito in epoca fascista che merita di essere riportato:

“Ad un osservatore spassionato, sopra tutto se è vissuto nell’esercito dell’altra guerra, vecchiotto d’istituzioni, non privo di magagne, ma dotato di certe qualità morali, di un vivace senso d’onore e che fu in grado di inquadrare tutta la nazione in armi, appare di colpo l’immensa rovina prodotta dal fascismo nelle nostre forze armate: il fascismo si presenta come qualcosa che va oltre un regime politico: è una tabe che ha corroso a fondo tutte le strutture sociali…”

Il dimenticato indimenticabile

Sulla collina del Pincio a Roma, tra i busti che ricordano coloro che diedero lustro alla Patria (tra i numerosi busti anche quello di Raimondo Montecuccoli) c’è quello del Generale Pietro Roselli (1808 – 1885).

Romano di nascita, Pietro Roselli fu un ufficiale pontificio che combattè la Prima Guerra d’Indipendenza e successivamente aderì alla Repubblica Romana nel 1849, di cui divenne (col grado di Generale di Divisione) comandante dell’esercito repubblicano.

Impegnato insieme a Giuseppe Garibaldi (con cui si trovò in disaccordo sulla condotta delle operazioni) contro le truppe borboniche nella vittoriosa battaglia di Velletri il 19 maggio 1849 nonchè nella difesa di Roma, dopo la caduta della Repubblica Romana, per opera dell’esercito francese, riparò esule a Genova.

Arruolatosi nel 1859 nell’esercito della Lega dell’Italia centrale, poi assorbito dall’Armata Sarda e divenuto Esercito italiano nel 1861, partecipò alla conquista della Piazzaforte di Ancona nel 1860 di cui in seguito divenne comandante e ove poi si ritirò a vita privata fino alla morte avvenuta il 20 dicembre 1885.

Nel 1886 la città di Roma, per le sue benemerenze, ne reclamò le spoglie che vennero sepolte nell’area monumentale del cimitero del Verano dove tuttora si trovano.

Nel 1893 venne realizzato il busto che si trova al Pincio e che ricorda, insieme agli altri, i pochi (perlopiù dimenticati) che, con coraggio e dedizione, fecero tanto per tutti, anche per quelli che erano a loro contrari.

Originalità di pensiero

Carlo Pisacane è stato un grande sostenitore (se non il fondatore) del concetto strategico della “Nazione armata” secondo cui l’Esercito, costituito solo per scopi difensivi, doveva essere formato volontariamente dai cittadini.

A riguardo, il grande storico Piero Pieri scrisse:

“L’originalità di Pisacane … no, non è nell’interpretazione dell’arte
napoleonica, e tantomeno nel suo, chiamiamolo così, “primato guerresco degli italiani” … L’originalità e la singolarità del patriota e soldato napoletano è nella sua concezione della nazione armata… Per questo egli, ad onta del molto d’utopistico e a volte addirittura d’ingenuo che in esso si trova, si eleva tra gli altri scrittori militari italiani e stranieri, e rappresenta un che di caratteristico e del tutto particolare nel pensiero militare italiano, anche se appunto per questo il martire di Sanza non figuri per nulla nell’elenco ufficiale dei rappresentanti di tale pensiero”.

(Piero Pieri, Guerra e politica negli scrittori italiani, Ricciardi Editore, Milano- Napoli 1955, pp. 240-241.)

Il testamento

Prima di partire per la famosa impresa di Sapri dove troverà la morte il 2 luglio 1857 insieme a gran parte dei circa 300 suoi compagni, il grande rivoluzionario del Risorgimento Carlo Pisacane scrisse (24 giugno 1857) il proprio testamento politico in cui, tra l’altro, spiegava le ragioni della spedizione.

Da questo importante documento, storico e personale, trascrivo la parte finale che trovo particolarmente significativa per la forte idealità che esprime:

“… Ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici, che mi hanno recato il loro concorso ed hanno diviso i battiti del mio cuore e le mie speranze: che se il nostro sacrifizio non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa l’aver prodotto dei figli che vollero immolarsi al suo avvenire.”

Che aggiungere?

Piero Pieri (1893 – 1979) è stato indubbiamente il più grande storico militare italiano del XX secolo (oltre che combattente della Grande Guerra, decorato di medaglia d’argento e di bronzo al valor militare).

Nella sua lunga carriera, Pieri ha rivoluzionato la disciplina, dando impulso alla ricerca e allo studio della storia militare non solo come “Storia delle battaglie” bensì come materia interdisciplinare, osservando le relazioni tra la storia militare e le problematiche generali e trasversali dei tempi che l’esprimevano. Dunque uno studio serio della storia militare non poteva (e non può) prescindere dallo studio della storia politica o economica o della relazioni internazionali del periodo di riferimento.

Recentemente il quotidiano Il Giornale ha pubblicato questo straordinario articolo di Pieri sulla storia militare del Risorgimento da condividere senz’altro con i lettori di questo Blog.

La resurrezione spirituale italiana che prende il nome di Risorgimento, iniziatasi nel secolo XVIII entro il grande movimento d’idee d’Europa e passata dietro il decisivo impulso della Rivoluzione francese attraverso le grandi esperienze politiche del periodo repubblicano e napoleonico, portò al compimento dell’unità italiana attraverso una serie di cospirazioni, d’insurrezioni e di guerre. In esse gl’Italiani mostrarono le loro virtù e anche le loro manchevolezze: l’Italia non ha avuto infatti una lunga insurrezione perseguita con ferrea tenacia per anni e anni come quella delle colonie inglesi d’America, o della Spagna contro Napoleone, o della Grecia contro l’Impero ottomano; e neppure grandi guerre vittoriose come la Prussia contro l’Austria e contro la Francia. Ad onta di ciò, le guerre italiane vantano episodi gloriosi, e le diverse e ripetute insurrezioni rappresentano la manifestazione più luminosa dell’eroismo e della capacità di sacrificio del popolo italiano. La stessa serie dei piccoli tentativi falliti e pur sempre rinnovati rivela il non venire mai meno di giovani di disperata volontà d’azione e d’indomita tenacia. Tutta questa attività è inoltre accompagnata e seguita da un movimento di pensiero e da una letteratura di carattere politico veramente notevole; non solo, ma anche da una trattazione teorica (fin qui troppo obliata o non saputa abbastanza valutare) di carattere militare nel più ampio senso, volta cioè a studiare le caratteristiche e le esigenze della guerra regolare, ma soprattutto il problema d’utilizzare le grandi forze vive della nazione, sia con gli eserciti di riservisti, sia con l’apporto delle guardie nazionali, sia infine con la grande insurrezione popolare e la guerra di bande; e a porre di fronte guerra regolare e guerra insurrezionale. Ché, se era difficile per i patrioti evocare il demone della rivoluzione e richiamare e indirizzare le forze occulte dell’intera nazione, sarebbe poi divenuto oltremodo arduo anche per i capi degli eserciti regolari calcolare in termini strategici il valore e le incognite dell’azione insurrezionale e, se avversari, far fronte a un nemico tanto nuovo e diverso. (…)

Guerra e insurrezione, infatti, sono pur sempre la manifestazione di forza attraverso la quale si attuano tanto spesso le maggiori conquiste della civiltà umana; e non vanno considerate soltanto (purché non si tratti di forme primordiali o degenerative) come manifestazione di forza bruta, bensì come il portato d’energie spirituali, affermazione di necessità politiche e sociali, capacità d’affrontare fatiche e pericoli, e spesso manifestazioni grandiose di spirito d’abnegazione. La guerra, infatti non è soltanto la politica portata avanti con altri mezzi, vale a dire la politica estera che sostituisce all’azione diplomatica la più rude azione degli eserciti; ma, come il Clausewitz lucidamente intuì, essa è l’espressione, quanto più volge verso la sua naturale forma, dello sforzo di tutto il Paese, d’ogni sua attività convogliata verso la grande lotta e l’alta meta. E la storia militare affonda le sue radici nella struttura economica, sociale e politica di uno Stato, e può essere un utile e forse necessario complemento alla storia politica. Milizia e guerra non sono però un epifenomeno dell’economia, né il loro studio una branca della sociologia o della politica: economia, politica e guerra sono simultanee manifestazioni di un unico più profondo processo.

Gli svolgimenti politici infatti modificano i sistemi di reclutamento e il progresso tecnico favorisce la riunione di masse e il loro spostamento, e fornisce armi sempre più perfezionate. Ma è pur sempre l’intelligenza dell’uomo di guerra che sceglie quanto il progresso tecnico gli offre per adattarlo ai suoi scopi, e a volte ne sollecita o provoca i perfezionamenti; e strategia e tattica, ossia movimento di masse e combattimento, non costituiscono solo un problema tecnico, di numero, di spazio, di tempo, ma sono nella loro intima sostanza arte, ossia intuito; ché l’azione di guerra è azione di uomini, che hanno passioni e desideri, coraggio e timore, necessità fisiche e morali; e, come disse e ripeté il Clausewitz, la guerra è solcata continuamente e in ogni senso da motivi di carattere morale, sui quali il calcolo matematico non può applicarsi. Per questo la storia militare ha un campo suo, che non è per nulla soltanto tecnico, e richiede, come ogni altra disciplina, preparazione e attitudine.

Uno studio delle vicende militari italiane nel secolo XIX, intese in questo modo, potrà aiutare a comprendere sempre meglio gli elementi di vita che l’Italia, divisa e lacera dopo tre secoli di servitù, conservava pur sempre in sé, e al tempo stesso le deficienze di educazione e preparazione politica e di sviluppo sociale che inceppavano fatalmente e limitavano gli sforzi dei patrioti. E da vari anni ero portato a indagare il carattere delle nostre rivoluzioni e le deficienze delle nostre guerre; e a studiare i nostri teorici, come tentassero di risolvere gli ardui problemi che loro si presentavano, quale fosse l’intrinseco valore del loro pensiero. Diversi miei successivi lavori sulle guerre del Risorgimento lo mostravano, come pure i saggi sulle opere dei nostri teorici della guerra e della rivoluzione, saggi che facevano seguito a miei precedenti studi su Orso degli Orsini, Diomede Carafa, sul Machiavelli, sul Montecuccoli e su Giuseppe Palmieri. Mi giunse perciò assai gradito l’invito dell’Editore Einaudi a continuare il lavoro e a presentarlo in forma sintetica in un’opera che abbracciasse le guerre e le insurrezioni del Risorgimento e il correlativo svolgimento del pensiero militare italiano. Cosi che si avesse un’esposizione critica della condotta di guerra e delle lotte insurrezionali, viste nel quadro dell’ambiente economico-sociale e politico. Guerre e insurrezioni, vale a dire lotte armate, continuo problema di forza e d’intelligenza direttiva. Non ho inteso perciò occuparmi delle rivoluzioni pacifiche, come quelle dell’Italia centrale del 1859; né dell’intera serie dei piccoli tentativi falliti; e neppure delle lotte che non rientravano nell’obiettivo della libertà e della cacciata dello straniero, come il brigantaggio, forma di protesta dei contadini meridionali per la mancata soluzione del loro eterno problema.

La storia del Risorgimento italiano è da oltre 50 anni oggetto di revisione; non sarà male che si riveda anche il lato guerresco, fuori della frequente rappresentazione oleografica.

Anelante a sè stesso

Un gradevole soggiorno estivo a Lucca mi ha portato alla scoperta del Monumento a Tito Strocchi, giovane lucchese protagonista (dimenticato come molti, ahimè!) del nostro Risorgimento tra le fila dei garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e a Mentana nel 1867 (nonchè a Digione contro i prussiani nel 1870 -’71).

Riporto qui di seguito un significativo estratto di un’opera biografica a lui dedicata che credo rappresenti al meglio il suo messaggio esistenziale ai posteri:

Mi abbrucia il desio di una vita nuova, varia, piene di emozioni. Anelo trovarmi nel fuoco della mischia e conoscere me stesso in mezzo ai pericoli. Questa vita che conduciamo é una vita da oche; a noi che arde il sangue dei vent’anni abbisogna una vita di avventure, io anelo provare una qualche emozione forte, sia pure quella della paura…

Io anelo poter dire un giorno, se vivrò, anch’io ho fatto qualche cosa per la patria mia, io non sono indegno dei miei genitori.

(da Enrico Del Carlo, Vita di Tito Strocchi 1846-1879 giornalista, mazziniano e garibaldino)

Anche Giosuè Carducci volle dedicare a Tito Strocchi un’ode, epigrafe del suo sepolcro nel cimitero di Lucca:

SE FORTEMENTE SENTIRE – È DA ROMANI – ONORATE, O CITTADINI, LA TOMBA – DI – TITO STROCCHI – MORTO A TRENTATRE ANNI – NOBILI COSE PENSÒ – DEGNE SCRISSE -COMBATTÈ VALOROSO – NEL TRENTINO, NELL’ AGRO ROMANO, A DIGIONE – NULLA CHIESE E NULLA EBBE NEL MONDO – SE NON TARDA PIETÀ “

Fortezza della libertà

A Livorno vi sono due fortezze: la Vecchia, prospiciente il porto, e la Nuova, più all’interno della città.

Nella fortezza Nuova, voluta dal Granduca di Toscana Ferdinando dei Medici per difendere la città verso nord e costruita dagli architetti Vincenzo Buonanni e Bernardo Buontalenti dal 1590 al 1605, si trova una lapide con i nomi dei numerosi caduti livornesi (90 ma alcune fonti arrivano a 800 considerando i fucilati dalla repressione austriaca successiva alla resa) negli scontri con gli austriaci del 10 e 11 maggio 1849.

Dopo la sconfitta piemontese di Novara (23 marzo 1849), quando la Toscana tornò sotto il dominio austriaco rappresentato dagli Asburgo – Lorena, i patrioti livornesi senza capi, senz’armi, senza munizioni, senza speranza di soccorso, si opposero al ritorno delle truppe austriache, combattendo valorosamente per la libertà della città sulle mura delle fortezze, nei quartieri e sul litorale, finendo poi per soccombere per l’insostenibile rapporto di forza favorevole al nemico.

Possano le imponenti mura della fortezza Nuova continuare a conservare la memoria di tanto valore e trasmetterne il ricordo ai numerosi, livornesi e non, che visitano questo gioiello di architettura militare.