L’innovatore

Raimondo Montecuccoli fu uno studioso di strategia militare ma anche un grande innovatore nella tattica ossia nelle modalità del combattimento.

Nell’arte militare la tattica è altrettanto importante che la strategia: si può avere chiaro l’obbiettivo ma se non si sa come raggiungerlo la lotta è vana.

Montecuccoli scrisse pagine e pagine sulla tattica: basti ricordare il movimento sul terreno delle truppe che lui insisteva fosse “obliquo” affinché favorisse il movimento dell’ala dello schieramento per realizzare l’accerchiamento del nemico.

Questo principio del “movimento obliquo” fu poi ripreso dal Re prussiano Federico Il Grande, grande estimatore di Montecuccoli, che l’applicò con successo contro gli austriaci nella battaglia di Leuthen del 5 dicembre 1757.

Oggi nel 1609 nel Castello di Montecuccolo (nell’attuale comune di Pavullo nel Frignano) nasceva il grande condottiero modenese: merita sempre di essere ricordato!

Il riformatore di ferro

Un protagonista militare della Germania del XIX secolo è stato il Generale Albrecht von Roon che insieme a Moltke e Bismarck (che sostituì brevemente come Ministro presidente della Prussia nel 1873) formano i tre pilastri della forza militare e politica tedesca dell’epoca, pilastri su cui si fonda la nascita dell’Impero tedesco e l’affermazione della Germania in Europa.

Nato da una famiglia di origine fiamminga in Pomerania nel 1803, Roon ebbe una brillante carriera nell’esercito prussiano che lo portò a divenire nel 1859 Ministro della Guerra prussiano. In tale veste, avviò (sostenuto dal Re, poi Imperatore, Guglielmo I e da Moltke) una profonda riforma dell’esercito ispirato dai principi riformatori di Scharnhorst nel senso di promuovere una “Nazione in armi” che si sostanziasse in una forte componente territoriale (Landwehr). Contrariamente a Scharnhorst però (che si ispirava al “cittadino soldato” frutto della rivoluzione francese), Roon mirava semplicemente ad un grande esercito, espressione esclusiva del potere del sovrano e a questo direttamente ricondotto, secondo il principio “il numero è potenza”. Indubbiamente le vittorie nelle guerre contro la Danimarca del 1864, austro – prussiana del 1866 e franco -tedesca del 1870 -71 devono molto all’opera riformatrice di von Roon che morì a Berlino nel 1879.

Per i suoi meriti l’imperatore Guglielmo II nel 1904 fece erigere a Berlino una statua di bronzo in suo onore a opera dello scultore Harro Magnussen: la statua è ancora oggi visibile (insieme a quella adiacente di Moltke) nelle immediate vicinanze della “Colonna della Vittoria” (Siegessäule) a Berlino.

Radici avvelenate

Lo scrittore e politico francese Mirabeau (1749 – 1791) analizzando il militarismo prussiano nella sua opera De la monarchie prussienne sous Frédéric le Grand (vol. I, Parigi, 1788) ebbe a scrivere:

« la Prusse n’est pas un État qui possède une armée, c’est une armée ayant conquis la nation »

La Prussia non è uno Stato che possiede un esercito, è un esercito che ha conquistato la nazione.

Gli eserciti moderni notoriamente nascono come strumento dello Stato per realizzare i propri obiettivi, anzitutto di sovranità, e sono al servizio della politica e mai il contrario, pena l’istaurazione di una dittatura militare che nella Storia ha sempre avuto un drammatico destino.

Questo porre l’esercito al centro dello Stato nella Prussia del XVIII secolo nasce come conseguenza di due fattori: 1) le necessità di sicurezza del nascente Stato prussiano rispetto alle grandi potenze dell’epoca (Francia, Austria e Russia); 2) l’opera di “militarizzazione” della Prussia del “Re Soldato” Federico Guglielmo I (1688 -1740) per cui ogni sforzo politico, economico e sociale era finalizzato al rafforzamento dell’esercito per realizzare quella sicurezza enunciata nel precedente punto.

È la prima volta che si afferma nella Storia moderna questo fenomeno (il militarismo) che risultò essere in Prussia talmente totalizzante da annichilire ogni altra espressione sociale, a partire dalla affermazione dei fondamentali principi della democrazia che, d’altraparte, erano poco diffusi e, men che meno, praticati in quell’epoca definita dagli storici “assolutista”.

Il militarismo accompagnerà lo sviluppo e l’affermazione della Prussia in Germania, rappresentando le radici avvelenate che funesterà fino al 1945 la Storia tedesca e, inevitabilmente, la Storia europea.

Sconfitte e disfatte

Capita spesso, nella storia militare (specie europea), di studiare delle battaglie che cambiarono la Storia dei Paesi coinvolti, nel bene (in caso di vittoria) e nel male (in caso di sconfitta).

L’Italia ahimè può vantare due eclatanti casi di sconfitta e di disfatta nella storia recente: la prima è la dodicesima battaglia dell’Isonzo (più nota come battaglia di Caporetto) nell’autunno 1917; la seconda derivò dall’invasione nazista del Paese in seguito all’armistizio con gli alleati anglo-americani l’8 settembre 1943.

Ma questo non è una peculiarità italiana (come talvolta ignoranti denigratori insinuano): capitò anche a due dei (considerati) più grandi Stati europei: Prussia e Francia.

La prima cessò di fatto di esistere dopo la duplice sconfitta dell’esercito prussiano ad opera di Napoleone nelle battaglie di Jena e Auerstedt del 14 ottobre 1806: ci volle il grande riformatore Gerhard von Scharnhorst per far rinascere dalle ceneri la potenza militare prussiana che si vendicò a Lipsia nella battaglia che si svolse contro i francesi dal 16 al 19 ottobre 1813.

La Francia venne annichilita dalle armate naziste nella primavera del 1940 e solo l’orgoglio e il coraggio di uno dei suoi figli più illustri ne conservò la fiamma dell’onore e della fede incrollabili: si chiamava Charles de Gaulle e con il suo discorso a Radio Londra del 18 giugno 1940 animò tutti i francesi alla resistenza e al riscatto che puntualmente e inevitabilmente arrivò alcuni anni dopo.

L’Italia di Vittorio Veneto condotta dal Generale Armando Diaz e la Resistenza al nazifascismo capeggiata da Ferruccio Parri furono i fatti gloriosi e le persone illuminate che, per parte nostra, scacciarono le tenebre che erano scese disgraziatamente sulla Storia d’Italia.

Un genio incompreso

Uno dei più grandi e acuti studiosi della storia e attualità dell’Istituzione militare fu il prussiano (naturalizzato svizzero) nonchė garibaldino Friedrich Wilhel Rüstow (1821 – 1878)

Ufficiale dell’esercito prussiano, venne condannato ed espulso a causa dei suoi scritti. In particolare, Rüstow teorizzava, dopo i fatti rivoluzionari del 1848, il Volksheer (esercito popolare) inteso come Istituzione militare non più espressione della sovranità regia bensì di quella del popolo.

Riparato in Svizzera, dove entrò nell’esercito contribuendo a riformarlo, Wilhelm Rüstow partecipò nel maggio 1860 alla spedizione dei Mille in Sicilia come Capo di Stato Maggiore di Giuseppe Garibaldi, presso cui godeva di grande considerazione. Tra i fautori delle vittorie garibaldine di Capua e del Volturno, sciolto l’Esercito Meridionale, Rüstow fece ritorno in Svizzerà dove continuò la sua attività di studioso, scrittore e conferenziere.

Escluso da un concorso a cattedra universitaria e caduto in ristrettezze economiche, Rüstow si suicidò il 14 agosto 1878. La cultura militare perdeva così un genio visionario, perlopiù incompreso al tempo (eccezion fatta per Giuseppe Garibaldi che ne aveva intuito la grandezza), precursore di un’idea rivoluzionaria di Istituzione militare che si affermerà con l’avvento delle moderne democrazie.

Friedrich Wilhelm Rüstow scrisse moltissimo sui diversi aspetti della storia e attualità militari (al Museo cittadino Dichter – und Stadtmuseum di Liestal in Svizzera si trova tutta la documentazione di Rüstow). Le sue principali opere tradotte in italiano sono:

Storia politica e militare della guerra franco-germanica del 1870 – 1871;

Guerra d’Italia del 1859 narrazione politico – militare.

Il caro Maestro

Gerhard von Scharnhorst è stato il più grande riformatore militare prussiano. Ma anzitutto fu un eccellente insegnante.

Prima presso la scuola reggimentale e poi nella neocostituita Scuola di Artiglieria dell’esercito hannoveriano, quando lasciò quest’ultimo nel 1801 per arruolarsi nell’esercito prussiano, fu docente alla scuola ufficiali per ben 18 anni, quasi la metà di tutta la sua vita militare, conclusasi con l’inattesa morte (per una ferita in combattimento trascurata) il 28 giugno 1813.

Dall’insegnamento trasse il suo riformismo che poi anticipò in diversi scritti, teorizzando ciò che poi realizzò nel biennio 1808 – 1810 quando diresse la Commissione per la riorganizzazione militare (Militärreorganisationskommission) della Prussia, i cui lavori permisero allo sconfitto esercito prussiano di rafforzarsi in vista del decisivo (e vittorioso) scontro con l’esercito napoleonico.

Insoddisfatto dei libri di testo allora in uso, scrisse lui stesso delle opere destinate ai suoi discenti: il Manuale per gli ufficiali (Handbuch für Offiziere) e il Taccuino militare per l’uso sul campo (Militärische Taschenbuch zum Gebrauch im Felde).

Il suo obbiettivo furono sempre i giovani, la cui formazione curò con assoluta dedizione, stimolando in ciascuno dei suoi studenti una capacità di giudizio (Urteilkraft) rivoluzionaria per i tempi.Tra questi giovani emerse colui che ancora oggi è considerato il teorico della guerra tra i più importanti nel panorama storico degli studi strategici: Carl von Clausewitz che Scharnhorst scelse come discepolo prediletto, ricambiato da quest’ultimo da ammirazione e affetto illimitati.

Tutto per il figlio

È noto che il grande riformatore militare prussiano (ma hannoveriano di nascita) Gerhard von Scharnhorst proveniva da una semplice e modesta famiglia.

Il padre Ernst Wilhelm (1723 – 1782) era stato un sottufficiale furiere (Quartiermeister) del Reggimento Dragoni del Regno di Hannover, lo stesso Reggimento dove servì anni più tardi il famoso figlio.

Ernst Wilhelm lasciò in seguito l’esercito per dedicarsi all’agricoltura, prima a Hämelsee, poi a Bothmer ed infine a Bordenau (oggi un sobborgo della città di Hannover, capitale della Bassa Sassonia) dove il 12 novembre 1755 vide la luce il figlio Gerhard.

A Bordenau, Ernst Wilhelm disponeva di una piccola tenuta agricola i cui ricavi pose completamente a disposizione del figlio per permettergli di intraprendere quella carriera militare che lo porterà a diventare una delle figure più grandi della storia militare tedesca.

Lo stesso Gerhard von Scharnhorst visse a Bordenau fino al 1801 allorché si trasferì a Berlino chiamato a prestare servizio nell’esercito prussiano.

Oggi la casa natale di Scharnhorst è ancora in possesso dei discendenti del grande Generale.

Forze unite

La Confederazione tedesca (Deutscher Bund) riuniva tutti gli Stati della Germania un tempo parte del Sacro Romano Impero della Nazione tedesca.

Nata nel 1815, si sciolse nel 1866 in seguito alla vittoria della Prussia sull’Austria (e i suoi alleati, tra cui la Baviera), quest’ultima fino ad allora egemone nell’ambito della Confederazione.

La Confederazione tedesca aveva anche una Costituzione militare (Militärverfassung) che univa tra loro i vari eserciti degli Stati Confederati.

Questi avevano due nemici fondamentali: la rivoluzione (all’interno) e la Francia (all’esterno). Per far fronte al (supposto) pericolo francese vennero costruite delle fortezze (Lussemburgo, Magonza, Rastatt e Ulm) amministrate da una Commissione militare confederata (Bundesmilitärkommission), capeggiata dall’Austria, che aveva sede a Francoforte sul Meno (città che ospitava anche la sede del Parlamento confederato).

La Commissione militare confederata aveva anche il compito di coordinare e armonizzare la politica di difesa e sicurezza degli Stati della Confederazione. In caso di guerra, gli Stati confederati avevano l’obbligo di costituire 10 Corpi d’Armata di 30.000 soldati ciascuno da porre a disposizione della Confederazione. Per l’esattezza: 3 l’Austria, 3 la Prussia, 1 la Baviera e 3 (misti) i restanti Stati confederati.

Non era però chiaro chi sarebbe stato il capo dell’esercito confederato che, peraltro e per fortuna, non fu mai impiegato in battaglia.

La nascita della Prussia

Nel 1657 Carlo X di Svezia (succeduto alla regina Cristina che aveva abdicato al trono e si era convertita al cattolicesimo) intraprese una campagna militare finalizzata a conquistare la Polonia e ad espandere l’influenza svedese nel Baltico. Già nel 1655, l’aggressivo re aveva attaccato vittoriosamente la Danimarca ed ora minacciava seriamente di sconvolgere lo Status Quo nell’Europa del Nord.

L’Imperatore Leopoldo I di Asburgo, alleatosi con Olanda e Inghilterra, decise d’intervenire per bloccare il pericoloso espansionismo svedese ed affidò il comando dell’esercito a Raimondo Montecuccoli, nel frattempo nominato Feldmaresciallo.

Il Montecuccoli intraprese una campagna che portò alla liberazione di Poznan e Cracovia. Grazie alle sue abili e riconosciute doti diplomatiche, Raimondo Montecuccoli convinse poi il Brandeburgo a sciogliere l’alleanza con gli svedesi e ad unirsi all’Impero contro l’antico alleato. Il Meklemburgo, l’Holstein e lo Jutland vennero così liberati dalle truppe imperiali e brandeburghesi comandati da Montecuccoli. La Danimarca venne liberata e la Svezia duramente sconfitta.

Con la pace di Oliva del 3 maggio del 1660 l’Impero rafforzò la propria sicurezza ed egemonia alle sue frontiere settentrionali e la Prussia (comprendente il Brandeburgo) venne riconosciuto come Ducato indipendente, nell’ambito del Sacro Romano Impero, sotto la sovranità della casa reale dei Hohenzollern che regnerà (la Prussia prima e la Germania dopo) fino al 1918.

Un altro importante e storico successo da ascrivere alle capacità militari e diplomatiche del grande condottiero modenese.