Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo nell’anniversario della Battaglia di Pavia svoltasi nell’ambito delle Guerre d’Italia 1494 – 1559.
La battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 fra le truppe francesi di Francesco I e quelle imperiali di Carlo V, è stato uno degli episodi più significativi delle guerre d’Italia; nello stesso tempo, è stato anche un evento epocale: per l’entità degli eserciti contrapposti (26.000 uomini e 53 cannoni per i Francesi, condotti dallo stesso Francesco I; 23.000 uomini e 17 cannoni per gli Spagnoli, guidati da Ferdinando d’Avalos, marchese di Pescara e da Carlo di Borbone, ex conestabile di Francia, passato al campo avverso al suo sovrano); per le conseguenze geopolitiche (l’Italia, con la sola esclusione di Venezia, finì sotto il controllo dell’imperatore); perché l’arma da fuoco, la nuova tecnologia, fu impiegata, per la prima volta, in modo massiccio e determinante.
Alle prime luci dell’alba gli imperiali, giunti in soccorso della guarnigione assediata a Pavia, erano già schierati (a destra la cavalleria imperiale, al centro gli archibugieri spagnoli al comando del marchese di Pescara, sulla sinistra i lanzichenecchi). L’artiglieria rimase indietro e fu l’ultima a entrare in combattimento. I Francesi schierarono la cavalleria pesante, comandata personalmente da Francesco I, davanti a quella imperiale. I lanzichenecchi di parte francese si schierarono di fronte agli archibugieri, la maggior parte dei picchieri svizzeri era però ancora in ritardo. L’unica parte dello schieramento francese che fu schierato con anticipo sufficiente fu l’artiglieria, che incominciò a bersagliare gli avversari più vicini mentre la cavalleria leggera francese attaccò l’artiglieria imperiale, non ancora schierata, disperdendola e catturando alcuni pezzi.
L’artiglieria francese stava decidendo praticamente da sola le sorti della battaglia: tuttavia Francesco I, che con concezione cavalleresca cercava lo scontro con i suoi pari, decise di lanciarsi in una impetuosa carica contro le cavallerie imperiali. Il marchese di Pescara ordinò a sua volta di spostare circa 1.500 archibugieri spagnoli in un boschetto di fianco alla posizione delle lance francesi: dopo le prime tre scariche di archibugi, la maggior parte della cavalleria più potente d’Europa cadde sotto il preciso tiro degli Spagnoli, che così consentirono alla propria cavalleria, rafforzata dalla fanteria, di lanciarsi contro quanto rimaneva della formazione francese che, nell’estremo tentativo di difendere il proprio re, si riunì in un quadrato difensivo. Lo stesso Francesco I, rimasto appiedato e ferito, continuò a combattere furiosamente. Il suo destino sarebbe stato comunque segnato se non fosse intervenuto il marchese di Pescara, che ordinò agli archibugieri che lo avevano appena catturato di risparmiarlo. Il vicere, rispettosamente, si inginocchiò di fronte al sovrano, che gli consegnò la spada in segno di resa (Francesco scrisse poi alla madre la famosa frase “tutto è perduto fuorchè l’onore e la vita che è salva”). Il re francese fu tenuto prigioniero in Spagna circa un anno e mezzo e la pace – momentanea – tra i due sovrani, fu sancita con l’accordo di Barcellona e la pace di Cambrai.
A Pavia cadde il fior fiore della nobiltà francese: fra loro anche il signore di La Palice, al quale i suoi soldati dedicarono l’epitaffio “Qui giace il signore de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia”. Con il tempo la effe di ferait (“farebbe”) fu letta esse diventando quindi serait (“sarebbe”), e la parola envie (“invidia”) divenne en vie (“in vita”), diventando così “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita”.