Il contratto di condotta

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sul Contratto di Condotta.

Il contratto di condotta nel Medioevo e nel Rinascimento era una forma di accordo utilizzata principalmente per regolare l’impiego di mercenari in ambito militare; questi contratti, noti anche come condotte, erano stipulati tra un condottiero e un committente (di solito un signore feudale, un comune o uno stato) e disciplinavano le modalità di prestazione dei servizi militari. Questa convenzione soddisfaceva anche alla necessità del committente di assicurarsi i servizi di capitani di ventura abili e preparati, in un periodo in cui cavalieri feudali e milizie cittadine non erano più sufficienti ad assicurare la vittoria, stante il continuo allargarsi della sfera d’azione di Comuni e Signorie e la crescente tendenza di versare una somma di denaro in sostituzione dell’obbligo di servire in armi. A chiusura del cerchio, la maggiore disponibilità di moneta consentiva di poter ingaggiare milizie mercenarie per la condotta delle operazioni, di guerra e – in alcuni casi – anche di polizia interna.
Peraltro, come accennato, le condotte non erano usate esclusivamente per regolare il servizio militare ma erano utilizzate anche in altri contesti, per esempio nella condotta degli affari o nelle assunzioni di insegnanti e professori universitari.
Nel contesto medievale, i contratti di condotta iniziarono a svilupparsi con la crescita delle compagnie di ventura nel XIV secolo, impiegate dai francesi e dagli inglesi nel corso della Guerra dei Cento anni. Le principali caratteristiche dei contratti medievali includevano 1) Oggetto del contratto: Il condottiero, a capo di una compagnia armata, si impegnava a fornire uomini, armi e competenze militari al committente; 2) Durata: La durata del servizio era stabilita nel contratto e poteva coprire campagne specifiche o periodi limitati, da uno a sei mesi, spesso coincidenti con le stagioni di guerra. La probabilità di rinnovo o di prolunga del contratto era bassissima; 3) Remunerazione: il pagamento era fissato in anticipo e poteva includere un compenso fisso, il mantenimento dei soldati e spesso una percentuale di eventuali bottini di guerra. Erano inoltre fissati gli Obblighi delle parti: il condottiero doveva rispettare i termini del servizio (ad esempio, la difesa di un territorio o l’attacco a un nemico specifico); il committente era tenuto a fornire vitto, alloggio e, talvolta, rifornimenti agli uomini del condottiero.
Durante il Rinascimento, i contratti di condotta divennero più elaborati e formali, in parte per la maggiore complessità delle guerre e l’ascesa degli stati nazionali. In questo periodo si ebbe il forte sviluppo della figura del condottiero, che assunse un ruolo cruciale nella guerra soprattutto in Italia. In aggiunta alle caratteristiche del contratto medievale, quelli stipulati nel periodo rinascimentale erano spesso documenti dettagliati e redatti da notai, che ne valorizzavano la componente formale. Essi includevano clausole precise sulle responsabilità delle parti, i confini geografici dell’operazione e le sanzioni in caso di inadempienza. Altra caratteristica delle condotte rinascimentali era la diversa dimensione economica: le compagnie militari rinascimentali erano più grandi e organizzate, quindi i contratti includevano dettagliate disposizioni sui rifornimenti, le spese di viaggio e le condizioni per l’accampamento. Inoltre, erano spesso presenti clausole sulla fedeltà più stringenti; per evitare (o quantomeno limitare) il frequente cambio di alleanze, i committenti inserivano clausole che imponevano ai condottieri di non passare al servizio di nemici o concorrenti, almeno per la durata della condotta. In aggiunta al periodo di ferma previsto, era spesso contemplato un periodo di rispetto o beneplacito, che consentiva al committente di valutare se rinnovare il contratto o concedere al condottiero di porsi al servizio di altri; in conseguenza di ciò prevalsero periodi di contratto più lunghi e con possibilità di servizio anche in tempo di pace, con la variazione dell’elemento economico (i servizi in tempo di pace erano pagati meno) e della dimensione della compagnia (ridotta nei servizi di pace).
L’elemento più rilevante era però quello della flessibilità strategica. I contratti includevano spesso disposizioni che permettevano ai condottieri di adattare le strategie militari in base alle circostanze, mantenendo però la fedeltà agli obiettivi generali concordati.
I contratti di condotta rappresentarono una delle forme principali di organizzazione militare in Italia e in gran parte d’Europa fino all’inizio del XVII secolo. Con la creazione di eserciti permanenti e l’avvento della guerra moderna, queste forme di accordo persero gradualmente rilevanza.
E’ opportuno infine chiarire che, anche se con il termine condottiero qualifichiamo gli uomini d’arme posti a capo di una formazione, indipendentemente dalla sua formazione, tecnicamente il titolo era riferito al capo di un consistente gruppo di uomini a cavallo; i capi dei corpi di fanteria, pur assoldati con lo stesso tipo di contratto, erano chiamati conestabili e godevano di una minore reputazione sociale.
E’ anche interessante notare che il sistema della condotta rappresenta un capitolo della storia non solo militare, poiché anticipa alcune caratteristiche moderne dei contratti di lavoro e dei servizi professionali, con un forte accento sulla negoziazione e la responsabilità reciproca.

Aquila e cannoni

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sullo stemma araldico dell’A.N.Art.I – Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia.

L’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia si fregia di un peculiare stemma araldico, concesso il 5 ottobre 1939 al Reggimento Artiglieri d’Italia “Damiano Chiesa”, del quale l’Associazione odierna è la diretta discendente e continuatrice degli ideali che dal 1923 animano il sodalizio, che ha conosciuto diverse denominazioni: dapprima Associazione S. Barbara; poi nel 1932 Associazione Nazionale dell’Arma di Artiglieria; nel 1939 – per disposizione del Governo dell’epoca che volle dare un più marcato carattere militare alle associazioni d’arma – assunse la denominazione di Reggimento Artiglieri d’Italia “Damiano Chiesa” (il protomartire degli artiglieri irredenti); nel 1943 divenne Associazione dell’Arma di Artiglieria e infine, dal 1952, ha assunto la denominazione di Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia (A.N.Art.I.).

L’iter per la concessione dell’emblema fu avviato nei primi mesi del 1938 dalla presidenza nazionale dell’Associazione, posta dal 1932 sotto l’Alto Patronato di Sua Maestà il Re d’Italia, e non si può escludere che tra le motivazioni vi fosse anche quella di dotare l’Associazione, che come detto avrebbe assunto nel corso del 1939 nome, caratteristiche e ordinamento che richiamavano esplicitamente i reparti militari, di uno degli elementi che caratterizzano un reggimento: lo stemma araldico. L’altro segno caratterizzante, la Bandiera, fu concessa nel marzo del 1939 (particolare interessante è che la lancia era identica a quella dei Reggimenti di Artiglieria; ciò non fa che marcare ancora la volontà di equiparare Associazione e reggimenti).

Con decreto reale del 16 febbraio 1939 fu concesso lo stemma araldico all’Associazione Nazionale dell’Arma di Artiglieria, denominazione rettificata in Reggimento Artiglieri d’Italia “Damiano Chiesa” dopo un mese. Il regio decreto fu registrato alla Corte dei Conti nel giugno dello stesso anno e, come atto conclusivo, furono emanate il 5 ottobre le Regie Lettere Patenti, formalmente trasmesse al Comandante del Reggimento il 17 gennaio 1940.

L’intellettuale dell’aria

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo breve ma interessante profilo biografico del Generale Giulio Douhet principale teorico della guerra aerea.

Figura forse non molto nota se non ai cultori di storia militare e di studi strategici soprattutto in campo aereonautico, in realtà Giulio Douhet meriterebbe più ampia fama e, soprattutto, dovrebbe essere un vanto dell’Artiglieria italiana atteso che, pur se ricordato come Generale dell’Arma Azzurra egli nacque come artigliere e in artiglieria servì per buona parte della sua vita militare.

Ma Giulio Douhet fu anche un intellettuale i cui interessi e la cui curiosità non si limitavano al solo ambito militare ma spaziavano in altri campi.

 Nacque a Caserta il 30 maggio del 1869. Il padre Giulio, combattente nelle guerre d’Indipendenza come Ufficiale farmacista, aveva scelto la cittadinanza italiana nel 1860, all’atto della cessione di Nizza e della Savoia a Napoleone III.

Evidentemente attratto dalla vita militare, a tredici anni fu allievo del Collegio militare di Firenze e quindi, quattro anni dopo, frequentò la Regia Accademia Militare di Torino e la Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio da cui uscì, con il grado di Tenente d’artiglieria, nel 1890; prestò quindi servizio presso il 5° reggimento artiglieria da campagna. Dopo la frequenza della Scuola di Guerra di Torino, fu promosso “a scelta” Capitano e transitò nel Corpo di Stato Maggiore. Nel 1910 fu promosso, ancora una volta “a scelta”, Maggiore e, come da regolamento all’epoca vigente fu assegnato ad altra Arma, più precisamente nel Corpo dei bersaglieri. Nel frattempo, aveva cominciato a scrivere di cose militari: tra il 1904 e l’anno successivo pubblicò sul quotidiano genovese Caffaro una serie di articoli sulla guerra russo – giapponese (lo storico Giorgio Rochat gli riconosce la capacità di averne colto gli “elementi di novità”, in primis le innovazioni tecnologiche). L’attività pubblicistica continuò nel 1910 con la pubblicazione di sei articoli su “I problemi dell’aeronavigazione”. Ebbe il merito di aprire la discussione sullo sviluppo dell’aviazione e, soprattutto, sul suo possibile ruolo in guerra. Fu proprio questo suo precipuo interesse che gli valse il trasferimento al battaglione aviatori di Torino come Comandante in seconda, con il compito, fra gli altri, di approfondire le possibilità di impiego della nuova arma. Tenne successivamente il comando del battaglione, anche dopo la promozione a Tenente Colonnello. In questi anni scrisse le “Norme per l’impiego degli aeroplani in guerra” e si dedicò all’addestramento dei reparti di volo e al miglioramento dei materiali, in stretta collaborazione con l’ing. Caproni.

Alla fine del 1914 Douhet presentò le dimissioni dal servizio, che però ritirò dopo poco. Non fu richiamato nella nuova arma ma fu destinato all’incarico di Capo di Stato Maggiore della 5^ Divisione, inizialmente a Milano e quindi in zona di guerra. Fu promosso Colonnello e destinato alla zona Carnia, come Capo di Stato Maggiore. Non smise di sostenere la necessità della creazione di una forte flotta da bombardamento né di criticare la condotta della guerra, anche nei rapporti con alcuni ministri, in particolare con Leonida Bissolati (ministro senza portafoglio nel governo Boselli e ministro dell’Assistenza militare e pensioni di guerra nel governo Orlando), cui indirizzò una prima memoria critica nei confronti del Gen. Cadorna e una successiva, inviata anche ai ministri Sonnino e Ruffini, ancor più polemica, una copia della quale giunse al Comando Supremo. Douhet fu quindi arrestato e deferito al Tribunale Militare di Codroipo, che lo condannò a un anno di fortezza, a Fenestrelle. Scontata la pena nell’ottobre del 1917, fu congedato d’autorità anche se nel dicembre dello stesso anno fu richiamato in servizio come capo della Direzione Generale di Aviazione. Nel giugno del 1918 rassegnò le dimissioni e concluse la sua carriera nell’Esercito. Nel 1920 il Tribunale Supremo di Guerra e Marina annullò la condanna del 1916, accogliendo la tesi, che Douhet aveva già espresso nella sua autodifesa (pubblicata nel dopoguerra insieme ai documenti che gli costarono la condanna), che la consegna di documenti a un ministro non costituisse violazione del segreto militare. Fu richiamato in servizio, promosso Maggior Generale con anzianità 1917 ma contestualmente posto in aspettativa perché non idoneo al grado superiore “per carattere” (si colgono, in questa motivazione, gli echi delle inchieste alla quali fu sottoposto quando era al comando del battaglione aviatori ma anche, come scrive Rochat, “i giudizi negativi degli alti comandi sul suo difficile temperamento, sulle sue aspre polemiche con i superiori e sulla battaglia politica che aveva intrapreso”). Nel 1923 fu promosso Generale di Divisione, sempre in aspettativa.

Cessato il servizio iniziò una intensa attività pubblicistica, con la quale rivendicò sempre il ruolo preminente dell’arma aerea. Già nel 1921, con il parere favorevole del Generale Diaz, era stato pubblicato il suo libro più famoso (“Il dominio dell’aria”), in cui sosteneva che “per assicurare la difesa nazionale è necessario mettersi nelle condizioni di conquistare, in caso di conflitto, il dominio dell’aria”, chiedeva la costruzione in grandi serie di due tipi soltanto di apparecchi: l’aereo da caccia, armato con mitragliatrici e parzialmente blindato, per distruggere l’aviazione nemica;  l’aereo da bombardamento, capace di trasportare 2 tonnellate di bombe a 200-300 km di distanza, con il compito di sfruttare il conquistato controllo dei cieli.

La teoria della guerra aerea di Douhet ebbe grande risonanza all’estero, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, fino a essere considerata una delle componenti fondamentali dei grandi bombardamenti alleati sulla Germania (per inciso, quando gli Alleati bombardano Caserta, lanciarono anche volantini con i quali invitavano gli abitanti a ringraziare il loro concittadino).

In ogni caso, alla teoria deve essere riconosciuto il valore delle geniali e visionarie anticipazioni sulle possibilità dell’aviazione, pur nei limiti tecnici e politici caratteristici del suo tempo.

Deve essere ascritto a merito di Douhet anche l’aver lanciato l’idea, dalle colonne del “Dovere”, settimanale da lui edito e diretto, di erigere nel Pantheon una tomba al Soldato ignoto “simbolo della grande vittoria ottenuta malgrado i limiti dei dirigenti politici e militari”.

Douhet morì il 15 febbraio 1930 a Roma ed è sepolto nel cimitero del Verano.

 

L’Aeronautica Militare ha intitolato al grande, visionario teorico dell’impiego dell’arma aerea (che peraltro non conseguì mai il brevetto di volo) la propria scuola militare a Firenze.

Le fortificazioni eterne

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sulle fortificazioni di Roma

Per lungo tempo la storia di Roma è stata affiancata dalla storia delle sue fortificazioni.

La prima cinta muraria fu creata, nell’VIII sec. a.C., sul Palatino (costruita in tufo rosso, scavi recenti me datano la realizzazione fra 750 e il 700 a.C.), e fu estesa in seguito dai re di Roma a tutti i colli della città; questo primitivo sistema di difesa fu collegato da Servio Tullio nel VI sec. a.C. in un insieme organico, le mura serviane, ancora oggi visibili in alcuni tratti ben conservati.

Il secondo sistema murario fu voluto dall’imperatore Aureliano (che regnò dal 270  al 275 d.C.), per contrastare la concreta minaccia di un’invasione minaccia dei Germani che nel 270 si erano fermati alle porte di Milano e Verona e si erano spinti fino in Umbria. Il sistema delle mura aureliane, che sono giunte sostanzialmente intatte fino ai giorni nostri circondando il centro storico, si sviluppava per 19 chilometri, con un’altezza media di circa 6 metri e uno spessore di 3,5. Erano presenti 15 porte, quasi tutte ancora oggi esistenti, e ogni 30 metri circa si ergevano torri quadrate. Nei primi anni del 400 le mura aureliane furono restaurate dall’imperatore Onorio, portate a un’altezza di circa 16 metri e dotate di una cortina merlata e, soprattutto, fu costruita una seconda porta dietro quella principale, facendone così una fortezza autonoma e in grado di resistere meglio agli invasori.

E infatti le mura resistettero agli assedi dei Goti del 408, del 409 e del 410: secondo la versione corrente Alarico riuscì a entrare a Roma da Porta Salaria, mettendola a sacco dopo un lungo assedio, solo grazie a un tradimento. In precedenza, Roma era stata violata solo dai Galli di Brenno, nel 390 a.C..

Le mura restarono abbandonate fino al 725 (papa Gregorio II); nel 731 papa Gregorio III e nel 772 Adriano I avviarono altre opere di manutenzione e rafforzamento. Nel secolo successivo si deve a papa Leone IV la costruzione della “città leonina”. A Paolo III (che regnò dal 1534 – sette anni dopo il tragico sacco di Roma del 1527 – al 1549) si deve la costruzione, su progetto di Antonio da Sangallo il giovane, la realizzazione delle mura vaticane, completate fra il 1633 e il 1644 dalla cinta gianicolense.

Il problema della difesa della città ritornò di prepotente attualità dopo la proclamazione di Roma a Capitale del Regno d’Italia, soprattutto in funzione di un ipotizzato e temuto attacco della Francia, finalizzato alla restaurazione del potere temporale dei papi. Nel 1875 fu approvata, con la legge n. 2577 del 29 giugno, la realizzazione del campo trincerato di Roma[1]: esso prevedeva la realizzazione di quindici forti (Monte Mario, Trionfale, Braschi, Boccea, Aurelio, Bravetta, Portuense, Ostiense, Ardeatino, Appia Antica, Casilino, Prenestino, Tiburtino, Pietralata e Monte Antenne) e quattro batterie con funzione di raccordo tra i forti (Tevere, Acquasanta, Porta Furba e Nomentana).

Alla fine del 1885, nonostante le difficoltà e l’aumento dei costi inizialmente previsti (erano stati stanziati 12.000.000 di £, la spesa finale raggiunse i 32.000.000), il campo trincerato era stato in massima parte realizzato: si sviluppava lungo un perimetro di 37 chilometri, la distanza fra i forti variava dai due ai tre chilometri. A presidio dei forti furono destinati contingenti ridotti, che solo in caso di attivazione a seguito di una minaccia concreta sarebbero stati rinforzati, rendendo pienamente operativa l’infrastruttura.

I forti, che non furono mai utilizzati per lo scopo per il quale erano stati concepiti, esistono ancora oggi: alcuni sono sedi di Unità militari, altri sono stati consegnati a Roma Capitale.

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] La costruzione del campo trincerato non da tutti ritenuta utile e trovò in Giuseppe Garibaldi un fiero sostenitore della loro sostanziale inutilità

L’inglese d’Italia

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sul condottiero Giovanni Acuto.

Il condottiero inglese John Hawkwood (conosciuto in Italia come Giovanni Acuto) è uno dei più famosi capitani di ventura dell’Italia del secondo Trecento, attraversata, corsa e dilaniata da eserciti mercenari in cerca di ricchezze e (i loro capitani soprattutto) di spazio politico.

Giovanni Acuto nacque in Inghilterra, nella contea di Essex, probabilmente intorno agli anni Venti del Trecento. Giovane e squattrinato, scelse la carriera delle armi e iniziò il suo apprendistato nel corso della guerra dei Cento Anni (durata in realtà 114 anni, con periodi più o meno lunghi di quiete). E’ proprio a seguito di uno di questi periodi di tregua (decisa nel 1360 a Bretigny) che il futuro condottiero si trovò senza ingaggio e si aggregò a una compagnia che dalla Francia settentrionale mosse verso la Lombardia.

E nel Nord Italia Giovanni fece il suo esordio nelle guerre d’Italia e, agli ordini dei pisani, partecipò alle operazioni contro Firenze. Nel 1364 Acuto divenne il comandante della compagnia e l’esordio, alla fine di luglio di quell’anno, non fu tra i più brillanti: nei pressi di Cascina l’esercito pisano fu travolto.

Acuto passò quindi al servizio di Bernabò Visconti, poi di Santa Romana Chiesa e, infine, nel 1377 di Firenze, nel frattempo divenuta alleata di Bernabò Visconti, in “cogestione” con il Milanese. Giovanni fu anche tentato da Venezia perché passasse al suo servizio, ma rifiutò l’ingaggio. Partecipò alla repressione del tumulto dei Ciompi del 1378 e anche successivamente, nel 1382, fu ancora impiegato in compiti di polizia interna, compito che Giovanni Acuto non deve aver molto amato tant’è che si impegnò nella guerra per la successione al trono di Napoli. Ma era ancora al servizio di Firenze e il Papa Urbano VI fu costretto a chiedere alla Signoria di poter disporre dell’Inglese.  Era quasi impossibile dire di no al Pontefice, al quale la città doveva anche un risarcimento in denaro per la guerra degli Otto Santi di qualche anno prima, e che la “cessione” del condottiero avrebbe potuto ridurre o azzerare, ma accettare avrebbe significato il diretto coinvolgimento della città nella guerra. Formalmente quindi la risposta dei Fiorentini fu negativa ma essi stessi ammisero che se l’Acuto avesse dichiarato di preferire il Pontefice, non lo si sarebbe certo potuto trattenere contro la sua volontà. 

Dopo una breve parentesi di due anni al servizio di Padova, nel 1387 il condottiero tornò definitivamente a Firenze, costruendo un nuovo rapporto con la città, fatto non più di prestazioni occasionali ma basato su un legame permanente anche se non privo di frizioni, come quando partecipò – contro il volere della città, timorosa di un deterioramento dei rapporti con il Re di Francia – alla spedizione di Margherita di Durazzo contro gli Angiò in Puglia. Ormai settantenne, nel 1390 rientrò da Napoli e partecipò, per Firenze, alla guerra contro Gian Galeazzo Visconti: fu la sua ultima operazione militare. Nel 1392 fece ritorno a Firenze, dove morì il 17 marzo 1394, nella sua casa fuori le mura della città; la salma fu esposta nella chiesa di S. Giovanni, rivestita di un drappo d’oro, della spada e del bastone di comando. I funerali del condottiero furono officiati il 20 marzo, in S. Maria del Fiore: il corteo che da piazza della Signoria mosse verso s. Maria del Fiore era composto da almeno cinquecento religiosi, da tutti i più prestigiosi cavalieri della città, le alte magistrature al completo e da tantissimi comuni cittadini.

L’anno dopo la salma, richiesta da Riccardo II, fu traslata in Inghilterra, nei secoli successivi i suoi resti furono dispersi. Nel 1436 l’Opera del Duomo di Firenze incaricò Paolo Uccello di dipingere l’immagine del condottiero, nello stesso posto dove già esisteva un precedente affresco. Il capolavoro, chiaramente ispirato alla statua equestre di Marco Aurelio a Roma, è ancora visibile nella cattedrale si S. Maria del Fiore e perpetua l’immagine e la gloria del condottiero inglese.

Appassionata descrizione

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo a commento di un frammento poetico di Alceo (VII -VI secolo A.C.).

Abbaglia, la sala grande, di bronzo. Sfoggio, in tutta la casa, / d’elmi lucenti; un bianco di criniere dai cimieri / oscilla, onore di guerrieri; il bronzo di gambiere lucenti / cela i chiodi, riparo da violenza di strali; / corazze di lino novello, scudi concavi a mucchi. / Accanto, spade calcidesi. E tanti cinturoni, e tuniche. / Bisogna fare appello a tutto questo, ora che siamo in ballo

Questo frammento di Alceo (nella traduzione di Filippo Maria Pontani), poeta lirico monodico, aristocratico, soldato, conterraneo e coetaneo di Saffo, descrive con grande attenzione le armi esposte in una sala, forse nel corso di una veglia d’armi o nell’imminenza dell’azione (come lascerebbe supporre il verso finale); e le descrive con foga, con chiara passione. La descrizione di Alceo è accurata e minuziosa, ci fa “vedere” la collezione delle armi, con il ritmo incalzante e la meravigliosa resa cromatica (i riflessi del bronzo, gli elmi lucenti, il bianco delle criniere: “sentiamo” la luce che promana dalla sala). Il poeta indugia su ogni singolo pezzo con poche parole, scabre ma non per questo meno evocative. E’ il canto di chi sente un attaccamento profondo per questi oggetti, considerati anche come emblema e ricordo del valore militare delle generazioni precedenti.       

A tutela dei beni culturali

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sulla tutela dei beni culturali dalle azioni terroristiche.

Si discute in dottrina se la fattispecie “terrorismo” debba entrare nelle tematiche di diritto internazionale bellico, e ciò soprattutto dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, da alcuni studiosi considerato un evento bellico. E’ comunque vero che la distinzione fra guerre stricto iure e conflitti interni tende ad affievolirsi; ed è altrettanto evidente che in alcune circostanze il fenomeno terroristico si sta sostituendo ai mezzi classici di conflitto, così come la guerriglia operò una surrogazione analoga nella seconda metà del secolo scorso. Il diritto internazionale umanitario ha l’obbligo di confrontarsi con questo fenomeno, per individuare nuovi strumenti di tutela per le vittime dei conflitti che, al momento, non paiono essere particolarmente “forti”. Il terrorismo, infatti, non rientra fra i crimini di competenza della Corte Penale Internazionale e manca una Convenzione a carattere generale che regoli la materia.

Nel rapporto fra terrorismo e beni culturali il principio di immunità di questi ultimi viene meno, proprio per il significato che il patrimonio culturale di una nazione o di una comunità assume: identificazione etnica e religiosa, continuità storica e culturale. E’ esattamente questo il significato delle distruzioni dei beni culturali nel conflitto nella ex Jugoslavia, evento ancora più grave se si considera che proprio in questo Paese i beni culturali erano – spesso ma non sempre – correttamente segnalati, secondo le disposizioni della Convenzione del 1954. Anche la scelta degli obiettivi degli attentati del settembre del 2001 fu altamente simbolica. Le torri del World Trade Center, oltre a rappresentare il simbolo del potere economico dell’Occidente (come il Pentagono, altro obiettivo colpito, rappresenta il simbolo del potere militare), costituivano anche uno dei monumenti architettonici più noti del XX secolo e, con l’Empire State Building, la Statua della Libertà, il ponte di Brooklin facevano parte di un moderno sito architettonico, il celebre skyline di Manhattan. Peraltro anche in Italia, nei primi anni ’90 del secolo appena terminato, furono realizzati attentati terroristici contro monumenti ritenuti altamente significativi[1], e attacchi di matrice politica furono portati nei centri storici in Gran Bretagna, Irlanda del Nord, Spagna.

Pura voglia di cancellazione della memoria di un popolo ha causato la distruzione dei Buddha di Bamiyan e le devastazioni dei siti archeologici in Siria e Iraq.

Prima del 2001 non era parso necessario combattere questi fenomeni con nuovi strumenti giuridici internazionali o con tecniche proprie della dottrina militare classica; la situazione odierna forse porterà a privilegiare questa opzione.

Una possibile soluzione può essere trovata nelle norme della Convenzione del 1954, soprattutto in quelle che trattano della salvaguardia. Infatti, l’articolo 3 impegna fin dal tempo di pace gli Stati a predisporre le “misure appropriate per garantire la salvaguardia dei beni culturali situati sul loro proprio territorio contro gli effetti prevedibili di un conflitto armato”, prendendo tutte le misure appropriate. Inoltre, l’articolo 5 del II Protocollo del 1999 ha specificato che “Le misure preventive prese sin dal tempo di pace per la salvaguardia dei beni culturali contro gli effetti prevedibili di un conflitto armato conformemente all’articolo 3 della Convenzione comprendono, se ritenuto opportuno, la preparazione di inventari, la pianificazione delle misure d’urgenza per assicurare la protezione dei beni culturali mobili contro il rischio d’incendio o di crollo dell’edificio, la preparazione o la messa in situ di protezione adeguata e la designazione dell’autorità competente responsabile della salvaguardia dei beni culturali”.  

E’ inoltre importante la realizzazione inventari aggiornati, avviare attività di studio e di sperimentazione periodica di piani di sgombero e sicurezza, che dovranno essere affiancate dall’adozione di misure di prevenzione e informazione e dall’individuazione e formazione del personale responsabile e competente. E’ evidente che tutte queste attività, a carattere preventivo, spettano al diritto interno e all’organizzazione di tutela culturale o di protezione civile.

 


 

[1] E’ interessante la testimonianza del Gen. Conforti, all’epoca Comandante del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, riportata in una intervista concessa a Gnosis, la rivista del SISDE (ora AISI). L’Ufficiale ricorda che “gli avvenimenti di S. Giorgio al Velabro e di Piazza S. Giovanni a Roma sono stati … preceduti da un primo tentativo di “avvicinamento” allo Stato, sempre nel campo dei beni culturali, avvenuto con la promessa di favorire il recupero di opere d’arte a fronte del soddisfacimento di talune richieste. Non essendo andato a buon fine questo tentativo si è passati ad atti ben più pesanti. È questo quindi un caso emblematico in cui la criminalità si è servita del patrimonio artistico e culturale per avviare un attacco allo Stato utilizzando un elemento cardine della sua identità”.

Cento anni di virtù

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo sui cento anni dell’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia (A.N.Art.I.).

L’associazione Nazionale Artiglieri d’Italia (A.N.Art.I.) festeggia a Torino, il 18 giugno, il primo centenario di vita.

L’Associazione nacque infatti nel 1923 dall’idea del Ten. Gen. Luciano Bennati di unire in un’unica entità tutte le associazioni di artiglieri all’epoca esistenti.

Il 23 giugno 1923 il Gen. Bennati e un nutrito gruppo di Ufficiali di artiglieria, riuniti a Roma, fondarono l’Associazione Artiglieri S. Barbara, con la finalità (ribadita ancora oggi nello Statuto dell’A.N.Art.I.) di riunire gli artiglieri in congedo; mantenere vivo il culto dell’ideale di Patria e il patrimonio spirituale dell’Arma; rinsaldare i vincoli di solidarietà e fratellanza fra gli artiglieri in servizio e in congedo.

Alla presidenza del sodalizio fu designato il Gen. Bennati; il Duca d’Aosta, artigliere già Comandante della 3^ Armata “Invitta”, accettò la nomina a presidente onorario dell’Associazione.

Successivamente, divenne presidente della “S. Barbara” il Gen. Goria, che era anche presidente del Comitato esecutivo centrale per il monumento all’artiglieria, sorto a Torino nel maggio del 1923 per iniziativa del Col. Montù.

Il 15 giugno del 1930 l’Associazione “S. Barbara” celebrò il suo primo raduno a Torino: 10.000 artiglieri in congedo sfilarono davanti al Monumento all’Artiglieria, inaugurato solennemente proprio quel giorno, alla presenza della famiglia reale.

Nel 1931 l’Associazione venne denominata, per disposizione governativa, Associazione Nazionale Arma d’Artiglieria. Nel 1932 il Re concesse il suo alto patronato al sodalizio che, nel 1938, cambiò ancora denominazione e divenne Reggimento artiglieri d’Italia – Damiano Chiesa (irredentista, tenente di artiglieria, fucilato nel 1916 a Trento e insignito, nel dopoguerra, della Medaglia d’Oro al Valor Militare e del titolo di Protomartire con Cesare Battisti e Fabio Filzi).

L’Associazione rinacque nel secondo dopoguerra e fu ufficialmente ricostituita nel 1952 con l’attuale denominazione Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia.

Cento anni di vita, cento anni di servizio all’Italia, cento anni di amore per l’artiglieria e le sue nobili tradizioni.

 

La cura pastorale del soldato

 Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sulla Costituzione Apostolica “Spirituali Militum Curaesulla cura pastorale del soldato.

Le esigenze dei militari, in quanto soggetti di un particolare ceto sociale caratterizzato da condizioni di vita dissimili da quelle di molti altri, necessitano di una forma concreta e specifica di assistenza pastorale. Essa deve essere concreta e specifica in quanto deve potersi adattare alle diverse esigenze del militare – cristiano, che si sviluppano normalmente nella vita di guarnigione (di per sé stessa regolata da norme e comportamenti nettamente distinti da quelli che abitualmente reggono la vita sociale) ma che possono anche determinare esigenze proprie nei servizi svolti fuori dal territorio nazionale o che sono marcate da bisogni peculiari quando il servizio è compiuto in guerra.

Proprio per rispondere alle esigenze del militare – cristiano, S. Giovanni Paolo II ha promulgato la Costituzione Apostolica Spirituali Militum Curae. Con essa sono stati riformati i Vicariati Castrensi dando loro gli strumenti per stabilire una pastorale organizzata in maniera specifica per i militari e le loro famiglie.

L’esigenza di regolare la vita dei Vicariati era naturalmente già sentita anche prima della promulgazione della Costituzione Apostolica, ed essi erano retti da una istruzione (la Sollemne semper)della Congregazione dei Vescovi, promulgata il 23 aprile 1951.

Il cammino per giungere alla Spirituali Militum Curae ha però inizio con il Concilio Vaticano II, che avvertì la necessità di realizzare nuove modalità di intervento della Chiesa nel mondo, in particolare nel Decreto Conciliare Christus Dominus fu considerato esplicitamente che i membri delle Forze Armate, per le loro speciali condizioni di vita, hanno necessità di una cura pastorale specifica.

Fu però nel primo congresso dei Vicariati Castrensi, tenuto a Roma dal 7 al 10 ottobre 1980, che fu a sua volta preceduto da riunioni dei Vicariati dell’America Latina e da altri incontri che si tennero in Italia, Francia e Germania, che germinò l’idea di provvedere con urgenza alla regolamentazione di queste particolari diocesi, non contemplate né dal Codice di diritto canonico del 1917 né da quello vigente (il Codice attuale si limita a trattare dei cappellani militari, in maniera molto generica, al canone 569 affermando che essi “sono retti da leggi speciali”, con ciò riprendendo le disposizioni sommarie del can. 451 § 3 del codice del 1917).

 Un ulteriore passo in avanti fu compiuto con il secondo congresso dei Vicariati Castrensi, che si tenne nuovamente a Roma dal 9 al 11 aprile del 1984. Una commissione speciale predispose un testo provvisorio, nel quale era esplicitamente previsto che per la promulgazione delle nuove norme fosse necessaria una Costituzione Apostolica, cioè un atto, promulgato direttamente dal Santo Padre come Capo della Chiesa, che è normalmente utilizzato per l’erezione di nuove diocesi o province ecclesiastiche.

Il documento fu successivamente modificato, tenendo conto delle osservazioni e dei suggerimenti giunti dai Vicari Castrensi, con l’introduzione di nuovi temi quali l’incardinazione dei chierici, la possibilità di un seminario dedicato alla formazione specifica dei cappellani militari e l’istituzione di tribunali propri. Un ulteriore elemento fu quello dei rapporti fra l’Ordinario e la conferenza dei Vescovi.

Il testo proposto, approvato dal Pontefice e promulgato il 21 aprile 1986, è pubblicato negli Acta Apostolicae Sedes 78 (1986).

La battaglia decisiva

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo nell’anniversario della Battaglia di Pavia svoltasi nell’ambito delle Guerre d’Italia 1494 – 1559.

La battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 fra le truppe francesi di Francesco I e quelle imperiali di Carlo V, è stato uno degli episodi più significativi delle guerre d’Italia; nello stesso tempo, è stato anche un evento epocale: per l’entità degli eserciti contrapposti (26.000 uomini e 53 cannoni per i Francesi, condotti dallo stesso Francesco I; 23.000 uomini e 17 cannoni per gli Spagnoli, guidati da Ferdinando d’Avalos, marchese di Pescara e da Carlo di Borbone, ex conestabile di Francia, passato al campo avverso al suo sovrano); per le conseguenze geopolitiche (l’Italia, con la sola esclusione di Venezia, finì sotto il controllo dell’imperatore); perché l’arma da fuoco, la nuova tecnologia, fu  impiegata, per la prima volta, in modo massiccio e determinante.

Alle prime luci dell’alba gli imperiali, giunti in soccorso della guarnigione assediata a Pavia, erano già schierati (a destra la cavalleria imperiale, al centro gli archibugieri spagnoli al comando del marchese di Pescara, sulla sinistra i lanzichenecchi). L’artiglieria rimase indietro e fu l’ultima a entrare in combattimento. I Francesi schierarono la cavalleria pesante, comandata personalmente da Francesco I, davanti a quella imperiale. I lanzichenecchi di parte francese si schierarono di fronte agli archibugieri, la maggior parte dei picchieri svizzeri era però ancora in ritardo. L’unica parte dello schieramento francese che fu schierato con anticipo sufficiente fu l’artiglieria, che incominciò a bersagliare gli avversari più vicini mentre la cavalleria leggera francese attaccò l’artiglieria imperiale, non ancora schierata, disperdendola e catturando alcuni pezzi.

L’artiglieria francese stava decidendo praticamente da sola le sorti della battaglia: tuttavia Francesco I, che con concezione cavalleresca cercava lo scontro con i suoi pari, decise di lanciarsi in una impetuosa carica contro le cavallerie imperiali. Il marchese di Pescara ordinò a sua volta di spostare circa 1.500 archibugieri spagnoli in un boschetto di fianco alla posizione delle lance francesi: dopo le prime tre scariche di archibugi, la maggior parte della cavalleria più potente d’Europa cadde sotto il preciso tiro degli Spagnoli, che così consentirono alla propria cavalleria, rafforzata dalla fanteria, di lanciarsi contro quanto rimaneva della formazione francese che, nell’estremo tentativo di difendere il proprio re, si riunì in un quadrato difensivo. Lo stesso Francesco I, rimasto appiedato e ferito, continuò a combattere furiosamente. Il suo destino sarebbe stato comunque segnato se non fosse intervenuto il marchese di Pescara, che ordinò agli archibugieri che lo avevano appena catturato di risparmiarlo. Il vicere, rispettosamente, si inginocchiò di fronte al sovrano, che gli consegnò la spada in segno di resa (Francesco scrisse poi alla madre la famosa frase “tutto è perduto fuorchè l’onore e la vita che è salva”). Il re francese fu tenuto prigioniero in Spagna circa un anno e mezzo e la pace – momentanea – tra i due sovrani, fu sancita con l’accordo di Barcellona e la pace di Cambrai.

A Pavia cadde il fior fiore della nobiltà francese: fra loro anche il signore di La Palice, al quale i suoi soldati dedicarono l’epitaffio “Qui giace il signore de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia”. Con il tempo la effe di ferait (“farebbe”) fu letta esse diventando quindi serait (“sarebbe”), e la parola envie (“invidia”) divenne en vie (“in vita”), diventando così “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita”.