Lo scorso 10 febbraio presso il Circolo Svizzero di Firenze si è tenuta la presentazione del libro (già recensito su questo Blog) “Base Condor a Chatila” del Generale Paolo Mearini. Presentatore è stato, insieme all’autore, il Generale Alessandro Avilia che ha generosamente concesso a questo Blog di pubblicare la propria presentazione.
Era l’inizio dell’estate del 1985 quando ho incontrato per la prima volta Paolo Mearini.
Lui forse non lo ricorda ma io sì.
In quelle giornate già calde, dallo Stato Maggiore di Roma era venuto in Toscana per effettuare i lanci di addestramento e mantenimento del brevetto di paracadutista militare e dopo aver veleggiato nei cieli si era portato alla Caserma Vannucci di Livorno per mangiare un boccone con i suoi vecchi commilitoni. Al tavolo con lui capitai anch’io, Ufficiale di prima nomina. Lo conoscevo di fama, ma ad averlo davanti di persona, preso dall’entusiasmo, mi avventurai in una esibizione oratoria, presto e opportunamente frenata dal mio superiore di allora, il capitano Salvatore Barone, oggi generale in pensione e amico comune. Salvatore seppur con un imbarazzante omaggio al mio eloquio, mi fece capire che era meglio ascoltare il nostro ospite il quale aveva probabilmente cose più interessanti da raccontare: soprattutto le sue personali esperienze maturate in quell’oltremare, nella terra dei cedri – per i più, allora, esotica e misteriosa – dove era da poco terminata la prima missione estera di un Corpo di spedizione italiano in zona di guerra, dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Sono dunque ben contento di aver l’occasione di parlare di questo libro tornando tanto tempo dopo all’impresa libanese che per l’Esercito Italiano di allora – un esercito di leva – fu la prima esperienza su uno scenario geostrategico liquido che non era così frequente come al giorno d’oggi.
“Sbarcai nel porto di Beirut di primo mattino il 27 settembre 1982 in compagnia di 500 bersaglieri e di uno zaino valigia pieno di dollari in contanti”.
Questo è l’incipit delle storie di soldati italiani dal Libano in guerra.
Ecco, il Libano.
Il Libano era stata la terra dei Fenici, assorbito dagli imperi antichi e conquistato dagli arabi che l’avevano dominato dal VII secolo (con una breve parentesi di dominazione cristiana tra il XI e il XIII secolo con il Principato di Galilea e la Contea di Tripoli) fino al passaggio agli Ottomani nel 1516, di cui restò possedimento finché, alla fine del primo conflitto mondiale, diventò protettorato della Francia su mandato ratificato dalla Società delle Nazioni nel 1922. Quindi nel 1943 si dichiarò Stato indipendente (la Francia istituì l’indipendente Stato del Grande Libano, che nel 1926 venne trasformato il Repubblica Libanese). Ma quell’area era fortemente instabile e nel 1948 il Libano fu coinvolto nella prima guerra arabo-israeliana cui conseguì la costituzione, nella limitrofa Palestina, dello Stato di Israele (14 maggio) ed il primo limitato esodo di arabi palestinesi verso il paese dei cedri. Tra gli anni ’50 e ’70 il boicottaggio del mondo arabo allo Stato di Israele fece del Libano il principale snodo dei rapporti finanziari e commerciali fra occidente e vicino oriente, tanto da essere riconosciuto come la “Svizzera del medio oriente”. Nonostante l’apparente ricchezza, il paese però non riuscì a superare le difficoltà date dai fragili equilibri interni fra le comunità cristiane e quelle musulmane (sunnite e sciite). La situazione peggiorò a seguito dell’arrivo di migliaia di esuli palestinesi per una serie di guerra civili: nel 1970-73 quella giordana, nel 1975-76 prima guerra civile libanese, nel 1978 l’invasione israeliana attuata con l’operazione “Litani” e nel 1982 la seconda invasione israeliana denominata “Pace in Galilea”.
L’Autore sbarcò con dollari e i bersaglieri dopo che gli israeliani in quattro giorni erano arrivati a Beirut e per tre mesi avevano bombardato ed assediato i campi palestinesi, dopo che il nuovo governo libanese era stato spazzato via da un attentato, dopo che i miliziani palestinesi erano stati evacuati anche con la protezione dei nostri bersaglieri, dopo che si erano verificati spietati massacri di profughi restati nei campi.
Qui comincia la “storia ad altezza d’uomo” come piace chiamarla l’Autore, narrata su vari piani, ma sempre vibrante di contrastanti sentimenti.
In primis il piano della cronaca quotidiana, di fatti d’arme, di gestione operativa, amministrativa e logistica, infarcita da aneddoti umoristici che fan da contrappunto agli episodi tragici: i feriti, i caduti e la distruzione delle anime e delle cose che sempre deriva dagli eventi bellici. Vite sospese tra bolle di normalità effimera e improvvisi stravolgimenti di una guerra che emergeva con fenomeni carsici, non prevedibili.
Poi il piano della testimonianza storica, preziosa perché oculare e partecipata, dove le problematiche più immediate si accostano a quelle di politica internazionale, alle decisioni militari e strategiche. Ovviamente ciò che è riportato è solo “l’epifenomeno” osservabile in superficie, sia perché ancora molto di quel che avvenne davvero resta negli archivi segreti a beneficio degli storici del futuro, sia perché il perno del racconto è l’esperienza umana e personale dell’Autore. Ed è questo privilegiato punto di osservazione che lo rende unico.
Infine il piano degli spunti meditativi per così dire “esistenziali” da cui giunge al lettore un’onda emotiva che stimola alla riflessione e suggerisce compassione verso l’umanità dolente vittima del conflitto e cautela nel considerare le vicende del mondo, sempre più complesso di quanto possa apparire a prima vista. E ancora commuove l’accenno, fatto sempre con misurato pudore, al cameratismo e al legame che si stringe tra coloro che affrontano insieme le difficoltà e i pericoli, costretti a dividere spazi e disagi, incertezze e duro lavoro, veglie, affanni e piccole gioie. Insomma, tra diario ed epistolario, Paolo Mearini ci accompagna tra i luoghi e le orribili realtà del conflitto libanese, purtroppo ancor oggi tutt’altro che sopito. Egli conduce il lettore alla scoperta delle attività del Contingente italiano, ma soprattutto traccia un profilo umano di molti personaggi, noti o anonimi, di vivo rilievo. Ed essendo le “storie di soldati italiani in Libano” tra tutti, ovviamente, spiccano i ritratti dei colleghi, lumeggiati da affettuose pennellate a evidenziare le caratteristiche e le loro singolarità, con leggerezza e con una scanzonata ironia molto toscana. Attraverso i suoi ricordi, soprattutto di quelli fermati nello scambio epistolare rivolto ai suoi affetti più cari e lontani, in quelle lettere vergate nei rari attimi di quiete, l’Autore rimanda all’immagine della popolazione che è stata travolta dalla guerra, “che ha sofferto”, che “accoglie con sollievo” i militari italiani, e con la loro presenza si sente più sicura ed ha meno paura.
Si è detto che quello impiegato allora era un esercito di leva e per quanto fossero stati inviati i reparti migliori (tra tutti i Paracadutisti della “Folgore”) erano pur sempre giovani con non molti mesi di addestramento ed esperienza, dunque fondamentale fu l’apporto e la gestione svolta dai “quadri”. Per i nostri soldati, all’inizio, uno degli impegni più pressanti fu quello di presentarsi “credibili”. Dovevamo (cito le parole del Generale Angioni, così riportate nel libro) “scrollarci di dosso l’etichetta di ‘italiani brava gente’ che sotto la maschera di benevolenza nasconde lo scetticismo nelle nostre capacità.” Si imponeva, dunque, la necessità di agire con fermezza, senza familiarizzare, senza timidezza, tenendo sempre presente che “il confine tra l’epico e il ridicolo è facile da oltrepassare”. Ma per essere credibili fu imprescindibile conquistare la fiducia o almeno superare la diffidenza che gli abitanti nutrivano verso gli stranieri, per aver subito frequenti visite di “soldataglie prepotenti”.
La guerra è “anormale”. Eppure in quel Libano tale anormalità presentava a sua volta alcune “anomalie” come le improvvise oasi di pace e di splendore in mezzo alla devastazione e alla miseria, o la ricchezza sfarzosa dei maroniti opposta alla generale precarietà della vita del sottoproletariato musulmano, segnatamente sciita.
Ma l’uomo si abitua ad ogni situazione, va avanti, è la necessità della sopravvivenza. Per questo la contemplazione delle contraddizioni di un conflitto armato separa la visione del reale dalla percezione che ne ha la coscienza. Lo avverte l’Autore fino al punto che, con amarezza, si domanda se davvero ha visto quella gente brulicante sullo sfondo, coi volti segnati dal dolore e dalla paura o se il suo sguardo vi sia passato attraverso. Chiariamo però: non c’è alcuna concessione al sentimentalismo. Non è il costume del soldato, ché la retorica può rischiare di falsare le immagini come una vernice posticcia.
L’avventura si concluse senza aver riconciliato le parti in lotta all’indomani dei gravi attentati contro il contingente multinazionale che causarono la morte di 241 marines statunitensi e 56 militari francesi. Gli italiani furono risparmiati, ma tali eventi annunciarono il fallimento dell’operazione – almeno per gli obiettivi conclusivi di pacificazione – e la recrudescenza del conflitto.
Eppure si deve riconoscere che il nostro Corpo di spedizione in Libano ebbe a guadagnarsi stima e considerazione da parte di molte delle fazioni che così acerrimamente combatterono tra loro. Infatti a fine settembre 1983, allorquando le parti cercarono di stringere un accordo di “cessate il fuoco”, Sciiti, Drusi e Sunniti progressisti pretesero ed ottennero che le misure di sicurezza fossero affidate esclusivamente agli italiani. Soprattutto la massa dei diseredati (il più misero era, come si è detto, il sottoproletariato Sciita), abituata a vedersi calpestare con brutalità da eserciti coloniali o d’occupazione, ritenne che i nostri militari fossero gli interlocutori più autorevoli ed affidabili per garantire la sicurezza delle trattative. Erano stati coloro che, senza rinunciare a svolgere con zelo i loro compiti di controllo, avevano mostravano un atteggiamento fermo ma non prevaricatore. Per questo al loro rientro in Patria il Presidente della Repubblica Sandro Pertini li elogiò: “Siete stati fieri, siete stati umani”.
Quello libanese si può considerare la prima bozza di un “modello italiano” che forse ha contribuito alla storia degli interventi internazionali definiti di peace keeping?
Forse è un modello meno eroico rispetto all’immaginario costruito con propagandistici war-movies.
Forse, senza cedere ad un “prospettivismo” nietzschiano, tentare di comprendere le ragioni dell’altro è il modo migliore per ottenere la composizione di conflitti.
Sicuramente, nello sforzo di decodificare realtà molto complesse, è un approccio meno semplificatorio di quello di essere “pro” o “contro” qualcuno o qualcosa, come se l’unica dinamica nel mondo intorno a noi fosse una mera competizione sportiva e l’unica dimensione umana possibile fosse la tifoseria calcistica. Ciò che Paolo Mearini raffigura, raccontandoci un pezzetto della sua vita, è un quadro composito dove nulla è precisamente bianco o nero, buono o cattivo, giusto o iniquo. Soprattutto perché la sua sensibilità ha cercato di vedere gli altri con gli occhi dell’altro, dei molti “altri”. Ma fissando il suo sguardo ad “altezza d’uomo”.
Smedley Darlington Butler, Maggior Generale dei Marines statunitensi, il più decorato marine fino alla sua morte (1940), nel definire la guerra “un maledetto imbroglio” (War is a racket) ebbe a dire: “È assolutamente il più antico, il più redditizio, di sicuro il più depravato. È l’unico di portata internazionale. È il solo i cui profitti si calcolano in dollari e le cui perdite in vite umane”.