L’amico del Vate

A Gabriele D’Annunzio furono legate diverse personalità militari in conseguenza della valorosa partecipazione del Vate alla Grande Guerra.

Tra queste, va ricordato il Maggiore Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria Giovanni Randaccio, comandante di Battaglione del 77° Reggimento fanteria della Brigata Toscana, la cui storia è tradizioni sono oggi rappresentate dalla bandiera del 78° Reparto Comando e Supporti Tattici Lupi di Toscana di Firenze.

Il Maggiore Randaccio venne mortalmente ferito il 27 maggio 1917 mentre, alla testa delle sue valorose truppe, cercava di attraversare il fiume Timavo in direzione dell’abitato di Duino.

Il 12 maggio 1918 a Campese (oggi frazione di Bassano del Grappa) Gabriele D’Annunzio commemorò l’amico caduto con queste alte e immortali parole:

<Giovanni Randaccio era il fante esemplare. Non poteva essere se non fante. Pareva stampato fante dalla nascita. Era un figlio della terra, una creatura della zolla e del sasso, della mota e della polvere. Per amore dell’ardimento, per smania del nuovo, aveva tentato di prendere le ali, di alzarsi a volo, di combattere nell’aria. Quando l’incontrai la prima volta aveva ancora l’insegna dell’aviatore sul braccio, e pareva si rammaricasse di non essere nell’azzurro, se da un camminamento ingombro gli avveniva di volgere gli occhi al palpito di una macchina alata. Ma non era così. Nel cielo avrebbe perduto la sua forza vera, avrebbe smarrito la sua vera potenza. Egli era nato fante. Anche in sella stava come un fante. La forma del cavallo non s’accordava con la sua struttura. Montava a cavallo per stare più in alto per arringare i soldati. L’arcione era la sua ringhiera. Poi discendeva e per combattere s’affidava ai suoi garretti. Era l’esempio di ogni improba virtù. Era l’uomo compiuto della guerra nuova: l’audacia riscolpita secondo il modello della pazienza. Era il vero operaio della vittoria, era il fante. O fanti, o fabbri del nostro destino,  operai della Vittoria, io vi giuro che per ogni tratto mantenuto, per ogni pollice ripreso, per ogni linea spinta più innanzi, là dove avrete puntato il piede, la Patria bacerà l’impronta.>

Giovanni Spadolini Ministro della Difesa

Il 21 giugno 1925 a Firenze nasceva Giovanni Spadolini, una delle figure più importanti della storia  italiana recente.

Storico, giornalista e politico, Giovanni Spadolini fu dall’agosto 1983 all’aprile 1987 Ministro della Difesa (chi scrive prestò il giuramento di fedeltà alla Repubblica alla sua presenza il 21 marzo 1987), dopo essere stato Presidente del consiglio dei ministri dal giugno 1981 al dicembre 1982 e, successivamente,  Presidente del Senato dal luglio 1987 all’aprile 1994 (dunque fino a pochi mesi prima della sua morte avvenuta il 4 agosto 1994).

Della sua opera come Ministro della Difesa resta una pregevole opera scritta da Spadolini stesso e edita nell’aprile 1988 dall’editore Le Monnier di Firenze:  Gli anni della Difesa (1983 -1987).

Questo libro testimonia quattro anni di battaglie politiche di Giovanni Spadolini per rendere efficiente e trasparente lo strumento di difesa nazionale e assumere crescenti responsabilità anche sul piano internazionale.

Tra i tanti progetti portati avanti dal Ministro Spadolini merita senz’altro ricordare il Libro Bianco della Difesa 1985 che offriva uno sforzo di riflessione sullo stato della Difesa italiana, sui propri programmi e sul necessario rapporto con l’opinione pubblica al fine della conoscenza e accettazione dell’insostituibile ruolo delle Forze Armate al servizio del Paese.

/…/ Alla sua memoria si rivolge la riconoscenza della Repubblica. (Sergio Mattarella)

+++News: cambio del Direttore di Amministrazione dell’Esercito+++

Oggi presso la Caserma “Simone Simoni M.O.V.M.” di Firenze, sede della Direzione di Amministrazione dell’Esercito (D.A.E.), si è svolta la cerimonia di avvicendamento tra il Brig. Gen. Paolo Logli (Direttore cedente) e il Brig. Gen. Luigi Vassetti (Direttore subentrante).

La Direzione di Amministrazione è posta alle dipendenze del Centro di responsabilità amministrativa dell’Esercito italiano, e svolge le proprie  competenze amministrative (di cui all’articolo 94 del Codice dell’ordinamento militare) su tutti gli Enti dell’Esercito italiano.

La cerimonia si è svolta alla presenza di Alte Autorità militari e civili dell’area centrale della Forza Armata nonché del territorio fiorentino e toscano.

Particolarmente notevole è stato l’afflusso di ufficiali del Corpo di Commissariato dell’Esercito provenienti dagli Enti, Distaccamenti e Reparti dipendenti dalla D.A.E. e dislocati su tutto il territorio nazionale.

Tale presenza ha dato sostanza a quello spirito d’appartenenza che rende gli ufficiali del Corpo di Commissariato un’unica schiera forte e coesa indipendentemente dall’area d’impiego.

Emozionanti sono state le parole di commiato del Brig. Gen. Logli e di presentazione del Brig. Gen. Vassetti, a cui i presenti hanno indirizzato un caldo e prolungato applauso che ne ha sottolineato l’unanime e sincero apprezzamento.

Prima dell’inizio della cerimonia di avvicendamento si è svolta, nella commozione generale della famiglia e dei presenti, l’intitolazione di un locale della D.A.E. alla memoria del Ten. Col. Dario Moroni, recentemente venuto meno all’affetto dei suoi cari e dei tanti amici e colleghi.

L’intellettuale dell’aria

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo breve ma interessante profilo biografico del Generale Giulio Douhet principale teorico della guerra aerea.

Figura forse non molto nota se non ai cultori di storia militare e di studi strategici soprattutto in campo aereonautico, in realtà Giulio Douhet meriterebbe più ampia fama e, soprattutto, dovrebbe essere un vanto dell’Artiglieria italiana atteso che, pur se ricordato come Generale dell’Arma Azzurra egli nacque come artigliere e in artiglieria servì per buona parte della sua vita militare.

Ma Giulio Douhet fu anche un intellettuale i cui interessi e la cui curiosità non si limitavano al solo ambito militare ma spaziavano in altri campi.

 Nacque a Caserta il 30 maggio del 1869. Il padre Giulio, combattente nelle guerre d’Indipendenza come Ufficiale farmacista, aveva scelto la cittadinanza italiana nel 1860, all’atto della cessione di Nizza e della Savoia a Napoleone III.

Evidentemente attratto dalla vita militare, a tredici anni fu allievo del Collegio militare di Firenze e quindi, quattro anni dopo, frequentò la Regia Accademia Militare di Torino e la Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio da cui uscì, con il grado di Tenente d’artiglieria, nel 1890; prestò quindi servizio presso il 5° reggimento artiglieria da campagna. Dopo la frequenza della Scuola di Guerra di Torino, fu promosso “a scelta” Capitano e transitò nel Corpo di Stato Maggiore. Nel 1910 fu promosso, ancora una volta “a scelta”, Maggiore e, come da regolamento all’epoca vigente fu assegnato ad altra Arma, più precisamente nel Corpo dei bersaglieri. Nel frattempo, aveva cominciato a scrivere di cose militari: tra il 1904 e l’anno successivo pubblicò sul quotidiano genovese Caffaro una serie di articoli sulla guerra russo – giapponese (lo storico Giorgio Rochat gli riconosce la capacità di averne colto gli “elementi di novità”, in primis le innovazioni tecnologiche). L’attività pubblicistica continuò nel 1910 con la pubblicazione di sei articoli su “I problemi dell’aeronavigazione”. Ebbe il merito di aprire la discussione sullo sviluppo dell’aviazione e, soprattutto, sul suo possibile ruolo in guerra. Fu proprio questo suo precipuo interesse che gli valse il trasferimento al battaglione aviatori di Torino come Comandante in seconda, con il compito, fra gli altri, di approfondire le possibilità di impiego della nuova arma. Tenne successivamente il comando del battaglione, anche dopo la promozione a Tenente Colonnello. In questi anni scrisse le “Norme per l’impiego degli aeroplani in guerra” e si dedicò all’addestramento dei reparti di volo e al miglioramento dei materiali, in stretta collaborazione con l’ing. Caproni.

Alla fine del 1914 Douhet presentò le dimissioni dal servizio, che però ritirò dopo poco. Non fu richiamato nella nuova arma ma fu destinato all’incarico di Capo di Stato Maggiore della 5^ Divisione, inizialmente a Milano e quindi in zona di guerra. Fu promosso Colonnello e destinato alla zona Carnia, come Capo di Stato Maggiore. Non smise di sostenere la necessità della creazione di una forte flotta da bombardamento né di criticare la condotta della guerra, anche nei rapporti con alcuni ministri, in particolare con Leonida Bissolati (ministro senza portafoglio nel governo Boselli e ministro dell’Assistenza militare e pensioni di guerra nel governo Orlando), cui indirizzò una prima memoria critica nei confronti del Gen. Cadorna e una successiva, inviata anche ai ministri Sonnino e Ruffini, ancor più polemica, una copia della quale giunse al Comando Supremo. Douhet fu quindi arrestato e deferito al Tribunale Militare di Codroipo, che lo condannò a un anno di fortezza, a Fenestrelle. Scontata la pena nell’ottobre del 1917, fu congedato d’autorità anche se nel dicembre dello stesso anno fu richiamato in servizio come capo della Direzione Generale di Aviazione. Nel giugno del 1918 rassegnò le dimissioni e concluse la sua carriera nell’Esercito. Nel 1920 il Tribunale Supremo di Guerra e Marina annullò la condanna del 1916, accogliendo la tesi, che Douhet aveva già espresso nella sua autodifesa (pubblicata nel dopoguerra insieme ai documenti che gli costarono la condanna), che la consegna di documenti a un ministro non costituisse violazione del segreto militare. Fu richiamato in servizio, promosso Maggior Generale con anzianità 1917 ma contestualmente posto in aspettativa perché non idoneo al grado superiore “per carattere” (si colgono, in questa motivazione, gli echi delle inchieste alla quali fu sottoposto quando era al comando del battaglione aviatori ma anche, come scrive Rochat, “i giudizi negativi degli alti comandi sul suo difficile temperamento, sulle sue aspre polemiche con i superiori e sulla battaglia politica che aveva intrapreso”). Nel 1923 fu promosso Generale di Divisione, sempre in aspettativa.

Cessato il servizio iniziò una intensa attività pubblicistica, con la quale rivendicò sempre il ruolo preminente dell’arma aerea. Già nel 1921, con il parere favorevole del Generale Diaz, era stato pubblicato il suo libro più famoso (“Il dominio dell’aria”), in cui sosteneva che “per assicurare la difesa nazionale è necessario mettersi nelle condizioni di conquistare, in caso di conflitto, il dominio dell’aria”, chiedeva la costruzione in grandi serie di due tipi soltanto di apparecchi: l’aereo da caccia, armato con mitragliatrici e parzialmente blindato, per distruggere l’aviazione nemica;  l’aereo da bombardamento, capace di trasportare 2 tonnellate di bombe a 200-300 km di distanza, con il compito di sfruttare il conquistato controllo dei cieli.

La teoria della guerra aerea di Douhet ebbe grande risonanza all’estero, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, fino a essere considerata una delle componenti fondamentali dei grandi bombardamenti alleati sulla Germania (per inciso, quando gli Alleati bombardano Caserta, lanciarono anche volantini con i quali invitavano gli abitanti a ringraziare il loro concittadino).

In ogni caso, alla teoria deve essere riconosciuto il valore delle geniali e visionarie anticipazioni sulle possibilità dell’aviazione, pur nei limiti tecnici e politici caratteristici del suo tempo.

Deve essere ascritto a merito di Douhet anche l’aver lanciato l’idea, dalle colonne del “Dovere”, settimanale da lui edito e diretto, di erigere nel Pantheon una tomba al Soldato ignoto “simbolo della grande vittoria ottenuta malgrado i limiti dei dirigenti politici e militari”.

Douhet morì il 15 febbraio 1930 a Roma ed è sepolto nel cimitero del Verano.

 

L’Aeronautica Militare ha intitolato al grande, visionario teorico dell’impiego dell’arma aerea (che peraltro non conseguì mai il brevetto di volo) la propria scuola militare a Firenze.

Un’arma opera d’arte

A metà del XVII secolo ha operato a Firenze la famosa officina di Cosimo Cenni che fondeva cannoni.

Uno di questi cannoni, di straordinaria fattura, si trova oggi nel Museo Nazionale del Bargello sito nel capoluogo toscano.

Il cannone, in bronzo, venne commissionato dal Granduca Ferdinando II de’ Medici per la fortezza di Pisa. È ornato sulla culatta del volto barbuto di San Paolo (è infatti chiamato Il cannone di San Paolo) e sull’affusto riporta lo stemma mediceo.

L’opera costituisce uno dei vertici raggiunti dai Maestri fonditori toscani  nella produzione e decorazione di quelle artiglierie che con la loro sontuosità dovevano contribuire all’esaltazione della potenza militare.

Un altro cannone fuso dell’officina di Cosimo Cenni è oggi esposto al Museo Nazionale dell’Artiglieria di Torino.

La battaglia e il santo

La magnificente cappella Corsini della Basilica di S. Maria del Carmine di Firenze ospita, tra le altre pregevoli opere d’arte, un altorilievo marmoreo di Giovan Battista Foggini che raffigura S. Andrea Corsini (1301 – 1374) che protegge i combattenti fiorentini nella battaglia di Anghiari, combattuta il 29 giugno 1440 tra le truppe milanesi del Visconti e i fiorentini a capo di una coalizione cui partecipavano anche veneziani e pontifici. La battaglia riportò la vittoria di Firenze e dei suoi alleati.

Secondo la tradizione, S. Andrea Corsini apparve nel cielo sopra Anghiari durante la battaglia ed è proprio questo episodio che la famiglia Corsini e il Foggini decidono di realizzare. La scultura rappresenta infatti il Santo che impugna una spada sulla destra e sulla sinistra il pastorale, mentre alcuni angeli gli sorreggono il mantello e la mitra. Il gruppo celeste sovrasta una moltitudine di combattenti sotto le mura di una città fortificata.

Una rappresentazione possente e suggestiva di un fatto d’arme che unisce una delle più illustri famiglie fiorentine alla storia della propria città.

Una splendida presentazione

Lo scorso 10 febbraio presso il Circolo Svizzero di Firenze si è tenuta la presentazione del libro (già recensito su questo Blog) “Base Condor a Chatila” del Generale Paolo Mearini. Presentatore è stato, insieme all’autore, il Generale Alessandro Avilia che ha generosamente concesso a questo Blog di pubblicare la propria presentazione.

Era l’inizio dell’estate del 1985 quando ho incontrato per la prima volta Paolo Mearini.

Lui forse non lo ricorda ma io sì.

In quelle giornate già calde, dallo Stato Maggiore di Roma era venuto in Toscana per effettuare i lanci di addestramento e mantenimento del brevetto di paracadutista militare e dopo aver veleggiato nei cieli si era portato alla Caserma Vannucci di Livorno per mangiare un boccone con i suoi vecchi commilitoni. Al tavolo con lui capitai anch’io, Ufficiale di prima nomina. Lo conoscevo di fama, ma ad averlo davanti di persona, preso dall’entusiasmo, mi avventurai in una esibizione oratoria, presto e opportunamente frenata dal mio superiore di allora, il capitano Salvatore Barone, oggi generale in pensione e amico comune. Salvatore seppur con un imbarazzante omaggio al mio eloquio, mi fece capire che era meglio ascoltare il nostro ospite il quale aveva probabilmente cose più interessanti da raccontare: soprattutto le sue personali esperienze maturate in quell’oltremare, nella terra dei cedri – per i più, allora, esotica e misteriosa – dove era da poco terminata la prima missione estera di un Corpo di spedizione italiano in zona di guerra, dalla fine del secondo conflitto mondiale.

 

Sono dunque ben contento di aver l’occasione di parlare di questo libro tornando tanto tempo dopo all’impresa libanese che per l’Esercito Italiano di allora – un esercito di leva – fu la prima esperienza su uno scenario geostrategico liquido che non era così frequente come al giorno d’oggi.

 

“Sbarcai nel porto di Beirut di primo mattino il 27 settembre 1982 in compagnia di 500 bersaglieri e di uno zaino valigia pieno di dollari in contanti”.

Questo è l’incipit delle storie di soldati italiani dal Libano in guerra.

 

Ecco, il Libano.

Il Libano era stata la terra dei Fenici, assorbito dagli imperi antichi e conquistato dagli arabi che l’avevano dominato dal VII secolo (con una breve parentesi di dominazione cristiana tra il XI e il XIII secolo con il Principato di Galilea e la Contea di Tripoli) fino al passaggio agli Ottomani nel 1516, di cui restò possedimento finché, alla fine del primo conflitto mondiale, diventò protettorato della Francia su mandato ratificato dalla Società delle Nazioni nel 1922. Quindi nel 1943 si dichiarò Stato indipendente (la Francia istituì l’indipendente Stato del Grande Libano, che nel 1926 venne trasformato il Repubblica Libanese). Ma quell’area era fortemente instabile e nel 1948 il Libano fu coinvolto nella prima guerra arabo-israeliana cui conseguì la costituzione, nella limitrofa Palestina, dello Stato di Israele (14 maggio) ed il primo limitato esodo di arabi palestinesi verso il paese dei cedri. Tra gli anni ’50 e ’70 il boicottaggio del mondo arabo allo Stato di Israele fece del Libano il principale snodo dei rapporti finanziari e commerciali fra occidente e vicino oriente, tanto da essere riconosciuto come la “Svizzera del medio oriente”. Nonostante l’apparente ricchezza, il paese però non riuscì a superare le difficoltà date dai fragili equilibri interni fra le comunità cristiane e quelle musulmane (sunnite e sciite). La situazione peggiorò a seguito dell’arrivo di migliaia di esuli palestinesi per una serie di guerra civili: nel 1970-73 quella giordana, nel 1975-76 prima guerra civile libanese, nel 1978 l’invasione israeliana attuata con l’operazione “Litani” e nel 1982 la seconda invasione israeliana denominata “Pace in Galilea”.

 

L’Autore sbarcò con dollari e i bersaglieri dopo che gli israeliani in quattro giorni erano arrivati a Beirut e per tre mesi avevano bombardato ed assediato i campi palestinesi, dopo che il nuovo governo libanese era stato spazzato via da un attentato, dopo che i miliziani palestinesi erano stati evacuati anche con la protezione dei nostri bersaglieri, dopo che si erano verificati spietati massacri di profughi restati nei campi.

 

Qui comincia la “storia ad altezza d’uomo” come piace chiamarla l’Autore, narrata su vari piani, ma sempre vibrante di contrastanti sentimenti.

In primis il piano della cronaca quotidiana, di fatti d’arme, di gestione operativa, amministrativa e logistica, infarcita da aneddoti umoristici che fan da contrappunto agli episodi tragici: i feriti, i caduti e la distruzione delle anime e delle cose che sempre deriva dagli eventi bellici. Vite sospese tra bolle di normalità effimera e improvvisi stravolgimenti di una guerra che emergeva con fenomeni carsici, non prevedibili.

Poi il piano della testimonianza storica, preziosa perché oculare e partecipata, dove le problematiche più immediate si accostano a quelle di politica internazionale, alle decisioni militari e strategiche. Ovviamente ciò che è riportato è solo “l’epifenomeno” osservabile in superficie, sia perché ancora molto di quel che avvenne davvero resta negli archivi segreti a beneficio degli storici del futuro, sia perché il perno del racconto è l’esperienza umana e personale dell’Autore. Ed è questo privilegiato punto di osservazione che lo rende unico.

Infine il piano degli spunti meditativi per così dire “esistenziali” da cui giunge al lettore un’onda emotiva che stimola alla riflessione e suggerisce compassione verso l’umanità dolente vittima del conflitto e cautela nel considerare le vicende del mondo, sempre più complesso di quanto possa apparire a prima vista. E ancora commuove l’accenno, fatto sempre con misurato pudore, al cameratismo e al legame che si stringe tra coloro che affrontano insieme le difficoltà e i pericoli, costretti a dividere spazi e disagi, incertezze e duro lavoro, veglie, affanni e piccole gioie. Insomma, tra diario ed epistolario, Paolo Mearini ci accompagna tra i luoghi e le orribili realtà del conflitto libanese, purtroppo ancor oggi tutt’altro che sopito. Egli conduce il lettore alla scoperta delle attività del Contingente italiano, ma soprattutto traccia un profilo umano di molti personaggi, noti o anonimi, di vivo rilievo. Ed essendo le “storie di soldati italiani in Libano” tra tutti, ovviamente, spiccano i ritratti dei colleghi, lumeggiati da affettuose pennellate a evidenziare le caratteristiche e le loro singolarità, con leggerezza e con una scanzonata ironia molto toscana. Attraverso i suoi ricordi, soprattutto di quelli fermati nello scambio epistolare rivolto ai suoi affetti più cari e lontani, in quelle lettere vergate nei rari attimi di quiete, l’Autore rimanda all’immagine della popolazione che è stata travolta dalla guerra, “che ha sofferto”, che “accoglie con sollievo” i militari italiani, e con la loro presenza si sente più sicura ed ha meno paura.

Si è detto che quello impiegato allora era un esercito di leva e per quanto fossero stati inviati i reparti migliori (tra tutti i Paracadutisti della “Folgore”) erano pur sempre giovani con non molti mesi di addestramento ed esperienza, dunque fondamentale fu l’apporto e la gestione svolta dai “quadri”. Per i nostri soldati, all’inizio, uno degli impegni più pressanti fu quello di presentarsi “credibili”. Dovevamo (cito le parole del Generale Angioni, così riportate nel libro) “scrollarci di dosso l’etichetta di ‘italiani brava gente’ che sotto la maschera di benevolenza nasconde lo scetticismo nelle nostre capacità.” Si imponeva, dunque, la necessità di agire con fermezza, senza familiarizzare, senza timidezza, tenendo sempre presente che “il confine tra l’epico e il ridicolo è facile da oltrepassare”. Ma per essere credibili fu imprescindibile conquistare la fiducia o almeno superare la diffidenza che gli abitanti nutrivano verso gli stranieri, per aver subito frequenti visite di “soldataglie prepotenti”.

La guerra è “anormale”. Eppure in quel Libano tale anormalità presentava a sua volta alcune “anomalie” come le improvvise oasi di pace e di splendore in mezzo alla devastazione e alla miseria, o la ricchezza sfarzosa dei maroniti opposta alla generale precarietà della vita del sottoproletariato musulmano, segnatamente sciita.

Ma l’uomo si abitua ad ogni situazione, va avanti, è la necessità della sopravvivenza. Per questo la contemplazione delle contraddizioni di un conflitto armato separa la visione del reale dalla percezione che ne ha la coscienza. Lo avverte l’Autore fino al punto che, con amarezza, si domanda se davvero ha visto quella gente brulicante sullo sfondo, coi volti segnati dal dolore e dalla paura o se il suo sguardo vi sia passato attraverso. Chiariamo però: non c’è alcuna concessione al sentimentalismo. Non è il costume del soldato, ché la retorica può rischiare di falsare le immagini come una vernice posticcia.

L’avventura si concluse senza aver riconciliato le parti in lotta all’indomani dei gravi attentati contro il contingente multinazionale che causarono la morte di 241 marines statunitensi e 56 militari francesi. Gli italiani furono risparmiati, ma tali eventi annunciarono il fallimento dell’operazione – almeno per gli obiettivi conclusivi di pacificazione – e la recrudescenza del conflitto.

Eppure si deve riconoscere che il nostro Corpo di spedizione in Libano ebbe a guadagnarsi stima e considerazione da parte di molte delle fazioni che così acerrimamente combatterono tra loro. Infatti a fine settembre 1983, allorquando le parti cercarono di stringere un accordo di “cessate il fuoco”, Sciiti, Drusi e Sunniti progressisti pretesero ed ottennero che le misure di sicurezza fossero affidate esclusivamente agli italiani. Soprattutto la massa dei diseredati (il più misero era, come si è detto, il sottoproletariato Sciita), abituata a vedersi calpestare con brutalità da eserciti coloniali o d’occupazione, ritenne che i nostri militari fossero gli interlocutori più autorevoli ed affidabili per garantire la sicurezza delle trattative. Erano stati coloro che, senza rinunciare a svolgere con zelo i loro compiti di controllo, avevano mostravano un atteggiamento fermo ma non prevaricatore. Per questo al loro rientro in Patria il Presidente della Repubblica Sandro Pertini li elogiò: “Siete stati fieri, siete stati umani”.  

 

Quello libanese si può considerare la prima bozza di un “modello italiano” che forse ha contribuito alla storia degli interventi internazionali definiti di peace keeping?

Forse è un modello meno eroico rispetto all’immaginario costruito con propagandistici war-movies.

Forse, senza cedere ad un “prospettivismo” nietzschiano, tentare di comprendere le ragioni dell’altro è il modo migliore per ottenere la composizione di conflitti.

Sicuramente, nello sforzo di decodificare realtà molto complesse, è un approccio meno semplificatorio di quello di essere “pro” o “contro” qualcuno o qualcosa, come se l’unica dinamica nel mondo intorno a noi fosse una mera competizione sportiva e l’unica dimensione umana possibile fosse la tifoseria calcistica. Ciò che Paolo Mearini raffigura, raccontandoci un pezzetto della sua vita, è un quadro composito dove nulla è precisamente bianco o nero, buono o cattivo, giusto o iniquo. Soprattutto perché la sua sensibilità ha cercato di vedere gli altri con gli occhi dell’altro, dei molti “altri”. Ma fissando il suo sguardo ad “altezza d’uomo”.

 

Smedley Darlington Butler, Maggior Generale dei Marines statunitensi, il più decorato marine fino alla sua morte (1940), nel definire la guerra “un maledetto imbroglio” (War is a racket) ebbe a dire: “È assolutamente il più antico, il più redditizio, di sicuro il più depravato. È l’unico di portata internazionale. È il solo i cui profitti si calcolano in dollari e le cui perdite in vite umane”.

Per la libertà altrui

San Michele a Torri è una bella località in collina vicino a Scandicci (Firenze).

Il 4 agosto 1944 soldati maori del 28° Battaglione neozelandese (inquadrato nell’8^ Armata britannica) sfondarono, dopo estenuanti e feroci combattimenti, le linee tedesche, liberando così Scandicci ed avvicinandosi sempre più a Firenze che venne poi liberata l’11 agosto.

Nella battaglia i neozelandesi ebbero ben 243 caduti che oggi riposano nel Cimitero militare del Commonwealth di Firenze insieme ad altri 1394 caduti (di cui 18 ignoti): soldati venuti dall’altra parte del mondo a morire per la libertà altrui.

Il loro nome vive per sempre.

Lapide della riscossa

All’ingresso del Convento di Santo Spirito a Firenze, già sede del locale Distretto Militare (ora Centro Documentale), è stata posta una lapide che ricorda come (anche) da questo luogo sia ripartita la riscossa dell’Esercito e, con esso, del Paese nella lunga e drammatica guerra di liberazione d’Italia.

Nella lapide vengono citati i 6 Gruppi di combattimento che svolsero un ruolo importante nell’ultima offensiva della primavera 1945, offrendo così alla vittoria finale un contributo operativo e morale innegabili.

È non solo doveroso ricordarlo ma persino bello per l’espressioni che la lapide conserva e testimonia a beneficio di coloro che, di passaggio, abbiano la curiosità di soffermarsi a leggerla.

Io l’ho fatto anche per i lettori di questo Blog.

Pecunia (non semper) Nervus Belli

Indubbiamente, gli scritti politici e militari di Niccolò Machiavelli (nel Nostro le due dimensioni si accompagnano sempre) sono una ricca miniera di conoscenze e riflessioni.

Certo di scoprire una eterna verità nell’esperienza storica della Roma classica, Machiavelli si dedicò (anche al fine di trovare delle praticabili soluzioni ai tanti mali dell’Italia del suo tempo) allo studio, tra gli altri autori antichi, di Tito Livio.

Il guardare al passato per trovare soluzioni al presente è un’indubbia forza del Segretario fiorentino; ne è un’illuminante prova il seguente brano che appare offrire una possibile risposta al dilemma strategico del tempo ovvero se fossero da preferire le forze mercenarie o le milizie volontarie cittadine, optando evidentemente per quest’ultime (antesignane degli eserciti permanenti del secolo successivo):

Dico pertanto, non l’oro, come grida la comune opinione, essere il nervo della guerra, ma i buoni soldati: perché l’oro non è sufficiente a trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati sono bene sufficienti a trovare l’oro.

Niccolò Machiavelli, Discorsi intorno la prima Deca di Tito Livio, Libro II, Capitolo 10, Firenze, 1531