Numeri che parlano

Una mia recente visita a Bologna mi ha portato a soffermarmi su questa lapide posta in Piazza Maggiore di cui pubblico la foto (parziale).

Sono numeri che parlano da soli e che non hanno bisogno di commento.

Ricordo solo che il Gonfalone di Bologna (e altre città italiane come Roma, Firenze e Milano) è decorato di Medaglia d’oro al valor militare per il contributo dei suoi cittadini alla guerra di liberazione nazionale

La Chiesa e la Grande Guerra

La lettura del bel libro dello storico Prof. Daniele Menozzi Chiesa, pace e guerra nel Novecento (Il Mulino, Bologna, 2008) offre la possibilità, tra l’altro, di focalizzare la posizione iniziale della Chiesa, guidata dal Papa Benedetto XV (1854 -1922) eletto proprio nel fatidico 1914, di fronte allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Tre erano gli elementi centrali che la Chiesa di Roma utilizzava per l’interpretazione della Grande Guerra:

  • la punizione di Dio per l’apostasia della società moderna;
  • la convinzione della sua funzione catartica;
  • Il ritorno del Pontefice ad un ruolo internazionale al momento del ristabilimento della pace.

Di questi 3 punti, colpisce la funzione catartica della guerra, concetto non molto lontano da quello di “guerra igiene del mondo” che pure si affermò in quegli anni e giustificò uno dei peggiori conflitti della storia umana: non è mai troppo ricordare che dietro e oltre queste riflessioni teoriche resta l’indicibile sofferenza di coloro che la guerra l’hanno subita e patita, in primis i milioni di soldati (tra cui le centinaia di cappellani militari delle nazioni belligeranti – l’Italia ne contò 93 tra i suoi caduti) che non sopravvissero a questa Inutile Strage come giustamente ebbe poi (nel 1917) modo di affermare lo stesso Papa Benedetto XV.

Il gentiluomo di compagnia

Raimondo Montecuccoli ebbe in Enea Silvio Caprara (1631 – 1701) un fido e dedito collaboratore. Accomunati da una lontana parentela, il bolognese Caprara scelse la vita delle armi grazie a Montecuccoli, così come quest’ultimo intraprese la carriera miltare al seguito del cugino Ernesto, generale imperiale.

Enea Silvio Caprara seguì il Montecuccoli praticamente ovunque fino alla morte del grande condottiere modenese, fungendo da gentiluomo di compagnia durante le missioni diplomatiche del Montecuccoli (in Svezia, Inghilterra e in Italia) o quale comandante subordinato nelle diverse campagne militari (Caprara fu presente nella Battaglia della Raab contro i turchi il 1° agosto 1664).

Alla morte di Raimondo Montecuccoli (16 ottobre 1680) il Caprara era ormai un generale affermato a cui l’Imperatore asburgico Leopoldo I affidò importanti compiti militari.

Caprara si distinse nell’assedio e liberazione di Vienna dai turchi nel 1683 e nelle campagne in Ungheria e nel Nord Italia al fianco del Principe Eugenio di Savoia (tra i due però non corse mai buon sangue).

Valoroso soldato dal difficile e altero carattere, Caprara fu uno dei più importanti generali italiani al servizio dell’Impero asburgico e confermò l’ottima e meritata fama che gli italiani avevano nel seicento come prestigiosi comandanti.

Contrariamente a Raimondo Montecuccoli, Enea Silvio Caprara alla sua morte tornò in Italia e riposa oggi nella chiesa di San Francesco a Bologna, sua città natale.

Un fatto curioso

Il Generale Luigi Poli (1923 -2013), già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel bienno 1985 – 1987 e Senatore della Repubblica nella X^ legislatura 1987 -1992, partecipò con il grado di Tenente alla guerra di liberazione dell’Italia dal dominio nazifascista, inquadrato nel Gruppo di Combattimento “Legnano”.

Da un suo articolo pubblicato su Internet traggo questo fatto curioso:

“La prima Liberazione di Bologna si realizzò nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945 grazie ad un cannone scoppiato e a un sottotenente, Fermo Rizzi, del Gruppo di combattimento “Legnano”, che era stato mandato a prendere un pezzo d’artiglieria in sostituzione di quello esploso a Monterenzio, dove sostava la sua Unità.

Tornò, il suo Gruppo era partito per Pianoro. Cercandolo, il Rizzi si spinse avanti e giunse a notte fonda a Bologna, che i tedeschi avevano poco prima abbandonato. Guardingo si inoltrò per via Indipendenza, prima che la sua motrice, col cannone al traino, venisse fermata da alcuni increduli bolognesi che gli chiesero chi diavolo fosse. Erano le sei del mattino”.

(http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza12b.htm)

Fu così che l’esercito italiano entrò per primo nella Bologna liberata il 21 aprile 1945.