L’anno della svolta

La Seconda Guerra Mondiale,  iniziata il 1° settembre 1939 con l’invasione tedesca della Polonia, si protrasse per quasi 6 anni con uno svolgimento sempre più tragico.

In questo lungo periodo, l’anno della svolta per il conflitto fu il 1942: se all’inizio di quell’anno la vittoria sembrava in pugno ai tedeschi e giapponesi (e ai loro alleati), alla fine dell’anno apparve chiaro che per quest’ultimi la guerra era perduta.

La vittoria americana a Guadalcanal (che arrestò l’espansione giapponese nel Pacifico), l’Operazione Torch ossia lo sbarco alleato in Nordafrica (che prese tra due fronti le forze italo-tedesche, già battute nella battaglia di El Alamein) ma soprattutto l’accerchiamento a Stalingrado della 6^ Armata tedesca (poi arresasi il 1° febbraio 1943) dimostrarono, agli occhi di osservatori attenti e non offuscati dalla propaganda, che la guerra non poteva essere vinta dalle forze dell’Asse.

La fine del 1942 rappresentò il momento in cui gli Alleati avvertirono che il vento era cambiato inesorabilmente a loro favore.

A tal proposito, così dichiarò Winston Churchill il 10 novembre 1942 dopo la vittoria britannica a El Alamein:

Tutto ciò non può essere considerato come la fine; potrebbe essere il principio della fine, ma è certamente la fine del principio

La zuppa del Re

Il 24 febbraio 1525 si svolse a Pavia una grande battaglia tra francesi e imperiali che pose fine alle ambizioni francesi sull’Italia e diede inizio alla supremazia imperiale – spagnola nella Penisola.

Durante la battaglia, il Re francese Francesco I venne catturato e portato in una cascina della zona chiamata La Repentina (tuttora esistente).

Il Re prigioniero venne nutrito da una contadina con quello che aveva a disposizione: una fetta di pane raffermo tostato, su cui aveva rotto un uovo crudo, per poi innaffiarlo di brodo bollente insaporito da foglioline di crescione.

Nacque così la famosa “zuppa pavese” che ancora oggi si può gustare in tanti ristoranti pavesi.

La dichiarazione perduta

Dal Generale Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo di politica internazionale

Nel sistema internazionale contemporaneo la guerra non è scomparsa. Ha però perso il proprio statuto giuridico tradizionale. I conflitti armati sono diffusi e persistenti. Le dichiarazioni formali di guerra, per secoli elemento costitutivo dello ius ad bellum, sono oggi pressoché estinte. Questa discrepanza non è un’anomalia procedurale. È il segnale di una trasformazione strutturale del rapporto tra violenza organizzata, diritto internazionale e legittimazione del potere statale.

Dal 1945, l’ordine giuridico istituito dalla Carta delle Nazioni Unite ha formalmente delegittimato la guerra come strumento ordinario di politica estera. L’uso della forza è vietato, salvo legittima difesa o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. In questo contesto, la dichiarazione di guerra perde la sua funzione storica. Da atto sovrano di legittimazione, diventa fonte di rischio giuridico e politico. Dichiarare guerra equivale ad ammettere la violazione di un ordine normativo fondato sulla proibizione della forza.

Questo mutamento non implica la fine della guerra come strumento politico. La guerra resta una continuazione della politica con altri mezzi. Ciò che cambia è il modo in cui essa viene presentata. La violenza armata rimane funzionale a fini politici. Viene però sottratta alle categorie formali che storicamente ne definivano limiti e responsabilità.

Dal punto di vista del diritto internazionale, il punto di svolta è la Carta dell’ONU. In una lettura kelseniana, essa rappresenta il tentativo più ambizioso di subordinare l’uso della forza a un ordinamento giuridico sovraordinato. Tuttavia, in assenza di un monopolio coercitivo globale, l’efficacia del diritto internazionale resta condizionata dalla volontà degli Stati. In questo quadro, la dichiarazione di guerra si trasforma. Da strumento di legittimazione diventa un’ammissione di responsabilità potenzialmente sanzionabile.

Questa dinamica produce effetti anche sul piano costituzionale interno. Il progressivo aggiramento delle procedure formali di dichiarazione di guerra rafforza il potere esecutivo. Il controllo legislativo si indebolisce. Diventa possibile una conduzione prolungata del conflitto armato al di fuori di uno stato di guerra formalmente riconosciuto.

Il controllo del linguaggio del conflitto assume così un ruolo centrale. Presentare l’uso della forza come operazione limitata, difensiva o eccezionale consente di preservare ambiguità giuridica e flessibilità politica. Riduce i costi diplomatici. La gestione semantica della violenza diventa parte integrante della strategia di potenza.

L’assenza di dichiarazioni di guerra produce effetti ambivalenti sull’ordine internazionale. Può aver contribuito a contenere l’escalation diretta tra grandi potenze. Genera però zone grigie normative. L’applicazione del diritto internazionale umanitario risulta più incerta. Il conflitto non dichiarato tende a essere più lungo, ibrido e difficile da circoscrivere. In conclusione, la scomparsa della dichiarazione di guerra non indica un ordine più pacifico. Segnala la trasformazione della guerra in una pratica strutturale, formalmente depoliticizzata e strategicamente normalizzata. Se la guerra non viene più riconosciuta come tale, anche la pace perde i suoi confini tradizionali. Rimane un ordine fondato non sulla proibizione effettiva della forza, ma sulla sua amministrazione permanente, una condizione di crisi continua, giuridicamente opaca e politicamente instabile.

Insieme per la difesa

In Europa esiste un’organizzazione comune che però non fa parte delle strutture dell’ Unione Europea: l’OCCAR – Organisation Conjointe de Coopération en matière d’Armement con sede a Bonn in Germania.

L’OCCAR è stata istituita il 12 novembre 1996 dai ministri della Difesa di Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna ed ha raggiunto la piena personalità giuridica nel 2001 dopo che i parlamenti dei paesi fondatori hanno ratificato il trattato istitutivo. Belgio e Spagna hanno aderito al trattato rispettivamente nel 2003 e 2005 cosicché attualmente i paesi membri sono 6. Paesi non membri dell’OCCAR possono comunque partecipare a programmi d’armamento dell’Organizzazione: è il caso ad esempio della Turchia che partecipa al programma dell’aereo da trasporto militare A400M.

I programmi d’armamento principali seguiti dall’OCCAR, oltre al A400M, sono il veicolo trasporto truppe BOXER, le fregate FREMM, le aerocisterne MMF (quest’ultimo un programma NATO). L’OCCAR impiega circa 200 persone provenienti dai paesi partecipanti all’Organizzazione.

Partner privilegiato di OCCAR per lo sviluppo di programmi d’armamento europei è l’EDA (European Defence Agency): le due entità europee hanno firmato un accordo di cooperazione il 27 luglio 2012, rivisto e rafforzato con un ulteriore accordo in data 8 dicembre 2014. Il 14 dicembre 2022 la Commissione Europea, l’EDA e l’OCCAR hanno firmato un accordo per delegare all’Organizzazione lo sviluppo di quattro progetti strategici di difesa (tra cui l’European Patrol Corvette – EPC ad equipaggiare le marine europee per l’attività di sorveglianza marittima) finanziati dal Fondo di Difesa Europeo.