L’uomo della Memoria

A Furio Colombo, scomparso il 14 gennaio 2025 alla veneranda età di 94 anni, si deve l’istituzione (con legge 20 luglio 2000 n. 211) del Giorno della Memoria il 27 gennaio di ogni anno.

Questo giorno è dedicato ai prigionieri dei campi di concentramento nazisti ma anche agli Internati Militari Italiani – I.M.I. ossia i militari che dopo l’armistizio vennero deportati in Germania e Polonia.

Ha scritto il giornalista Aldo Cazzullo:

Muore con Furio Colombo una certa Italia che non c’è più, preparata, aperta, sorridente, per cui la cultura non era un privilegio ma una ricchezza da condividere. Gli si perdonava volentieri il vezzo della vanità, perché era una persona buona, di tratto elegante e di animo gentile

Non potevano esserci parole più adatte per descrivere un protagonista della cultura italiana che resterà un modello per le generazioni a venire.

Fede e valore

Tra le tante storie che compongono la Storia Militare italiana, quella di Teresio Olivelli (1916 -1945) è di un’indubbia straordinarietà  perché fonda i valori patriotici con la fede cristiana.

Ufficiale degli Alpini della Divisione Tridentina, reduce della campagna italiana in Russia e partigiano, Teresio Olivelli venne arrestato il 27 aprile 1944 e deportato in un campo di concentramento nazista dove morì il 17 gennaio 1945 a causa delle percosse ricevute dalle guardie dopo aver preso le difese di un altro prigioniero vessato dalle medesime guardie.

Per la sua luminosa vita cristiana è stato beatificato da Papa Francesco il 3 febbraio 2018; per le sue virtù militari è stato insignito della medaglia d’oro al valor militare (alla memoria) con la seguente motivazione:

<Ufficiale di complemento già distintosi al fronte russo, evadeva arditamente da un campo di concentramento dove i tedeschi lo avevano ristretto dopo l’armistizio, perché mantenutosi fedele. Nell’organizzazione partigiana lombarda si faceva vivamente apprezzare per illimitata dedizione e indomito coraggio dimostrati nelle più difficili e pericolose circostanze. Tratto in arresto a Milano e barbaramente interrogato dai tedeschi, manteneva fra le torture esemplare contegno nulla rivelando. Internato a Fossoli tentava la fuga. Veniva trasferito prima a Dachau e poi a Hersbruck. Dopo mesi di inaudite sofferenze trovava ancora, nella sua generosità, la forza di slanciarsi in difesa di un compagno di prigionia bestialmente percosso da un aguzzino. Gli faceva scudo del proprio corpo e moriva sotto i colpi. Nobile esempio di fedeltà, di umanità, di dedizione alla Patria.»
— Lombardia-Venezia Tridentina-Germania, settembre 1943-primi giorni del mese di gennaio 1945>

Un esempio assoluto di generosità che si trasforma in forza a cui ispirarsi ogni giorno.

Storia di un italiano

Chi era il Caporal Maggiore alpino infermiere della Divisione Cuneense Deglause Legnani ce lo racconta Simone Girardi nel suo bellissimo libro Lettere dalla steppa: storia di coloro che non tornarono (Biblion Edizioni, Milano, 2024).

Era uno dei 229.000 militari italiani che parteciparono alla campagna italiana di Russia 1941 -1943, molti dei quali (compreso lui) non fecero ritorno.

Il libro, strutturato metodicamente per ricordare puntualmente una delle campagne militari più drammatiche della storia militare italiana, recupera dall’oblio una vittima di quell’ “inferno bianco” facendolo emergere dalla nebbia della storia che ancora avvolge tanti nomi ormai contenuti solo negli archivi ufficiali dopo che i cuori dei loro cari, che per tanto tempo questi nomi hanno conservato, si sono spenti con l’avanzare ineluttabile del tempo.

Deglause Legnani è uno dei tanti che hanno fatto il proprio dovere in tempi tragici e li rappresenta tutti. È un italiano la cui storia è esempio e monito per ciascuno di noi. È un testimone a cui Simone Girardi ha restituito voce e dignità con un opera che merita di essere senz’altro conosciuta.

Al servizio della Patria

Uno dei migliori eserciti della storia militare è stato quello svedese al tempo del Re Gustavo II Adolfo (1594 -1632) di cui grande ammiratore fu il celeberrimo condottiero Raimondo Montecuccoli.

L’Esercito svedese era, all’epoca della guerra dei Trent’anni (1618 -1648), basato su una forma di leva selettiva che costringeva ogni comunità a fornire un fante ogni dieci o venti uomini (a seconda della grandezza della comunità) ed esentava dalle tasse coloro che provvedevano a mantenere un cavaliere.

La durata della ferma era di vent’anni (!) il che ebbe l’effetto di produrre un esercito permanente (cosa eccezionale per l’epoca), ben addestrato e amalgamato anche da una ideologia patriottica.

Il limite di questo esercito era nelle ridotte dimensioni demografiche della Svezia del tempo che infatti, a causa dell’intervento nella sanguinosa guerra dei Trent’anni, perse circa il 20% di tutta la sua popolazione maschile.

Per questa ragione anche l’esercito svedese dovette ricorrere all’uso dei mercenari il cui largo impiego all’epoca era la norma in Europa.

Un ultima annotazione: i soldati svedesi (come quelli olandesi di Maurizio di Nassau) erano protestanti e dunque pervasi da un fervore religioso e etico che ovviamente ebbe un diretto riflesso sulla loro motivazione al combattimento.

Verso la guerra

Ernst Jünger (1895 -1998) è stato un grande scrittore tedesco di rare sensibilità e raffinatezza anche se non immune da aspetti controversi.

Valoroso combattente della Grande Guerra (Jünger venne insignito dell’ordine Pour le mèrite, la più alta onorificenza tedesca al valor militare), trasse da questa drammatica esperienza la sua prima opera Stahlgewitter (Tempesta d’acciaio) che gli procurò una grande e duratura fama.

Richiamato col grado di Capitano allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Jünger scrisse un diario che rappresenta una testimonianza straordinaria sulla campagna di Francia (10 maggio -22 giugno 1940) nonché il periodo che la precede quando Jünger con la sua Compagnia era schierato lungo il fiume Reno che divide la Francia dalla Germania.

Sono pagine che raccontano (anche visivamente) la marcia che Jünger fa verso la guerra che però non combatterà perché la sua unità (96^ Divisione di fanteria) era di rincalzo alle truppe combattenti che avanzano velocemente in Francia.

Jünger accosta immagini tragiche di morte e distruzione a quelle di una piacevole quotidianità, come la scoperta casuale di un buon libro o la degustazione di un pregiato vino francese, senza tralasciare la descrizione di un’umanità variegata e dolente ma desiderosa di vivere, sempre e comunque.

Un diario ricco di ricordi e spunti di riflessione che lo rendono unico e prezioso pubblicato in italiano dalla Casa editrice Guanda con il titolo Giardini e strade.

Il caracollo

Nelle Guerre d’Italia (1494 -1559) le forze del Sacro Romano Impero seppero imporsi sul nemico francese anche grazie ad un nuovo tipo di cavalleria leggera chiamati Reiter i quali erano addestrati ad eseguire un’evoluzione circolare a cavallo definito caracollo (dallo spagnolo caracol che significa “chiocciola”).

Con questa azione tattica, i Reiter bersagliavano il nemico con il fuoco delle loro pistole (senza entrare direttamente in contatto con le forze avversarie) e poi raggiungevano la coda dello squadrone per ricaricare la pistola.

Si trattava di disporre di un fuoco continuo atto a disarticolare il dispositivo nemico che alla fine veniva caricato all’arma bianca.

Un evoluzione d’impiego della cavalleria che dimostra come sul campo la tattica giusta sia sempre risolutiva per la vittoria.

Sempre presenti

Il Corpo Italiano di Liberazione – C.I.L. è stata una Grande Unità del Regio Esercito che ha concorso a liberare l’Italia nel periodo aprile – settembre 1944.
Il C.I.L. disponeva di tutto il supporto logistico previsto al tempo per una unità a livello Corpo d’Armata; di questo dispositivo di sostegno facevano parte anche la 51^ Sezione Sussistenza al comando del Capitano ARTARI e la dipendente 35^ Sezione Panettieri (l’attività amministrativa era garantita dagli ufficiali del Servizio Amministrazione inquadrati nel Quartier Generale del C.I.L.). In totale, il Servizio di Commissariato del C.I.L. schierava 5 ufficiali e 51 tra sottufficiali e truppa e poteva disporre di 9 mezzi di provenienza britannica (fonte: Ufficio Storico SME).
I compiti svolti erano quelli che il Corpo di Commissariato svolge ancora oggi presso gli Enti e Reparti dell’esercito italiano ossia curare il vettovagliamento, vestiario e equipaggiamento dei militari. Date le circostanze, il compito non era affatto facile: ad esempio, tutti i magazzini di vestiario e equipaggiamento ancora a disposizione del Regio Esercito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 erano stati di fatto requisiti dagli Alleati e utilizzati per rifornire altre truppe, tra cui i partigiani di Tito in Jugoslavia.
Anche assicurare il vettovagliamento era difficoltoso: gli Alleati garantivano la loro stessa razione viveri giornaliera (abbondante quella americana, un po’ meno quella britannica) ad eccezione di vino, olio, sigarette e generi di conforto il cui reperimento in zona di guerra era molto difficile.
Grande apporto, anche morale, diede la Sezione Panettieri perché garantì (nonostante l’incerto rifornimento della farina) a tutto il C.I.L. il pane fresco, base minima di alimentazione dei combattenti.
Il personale del Servizio di Commissariato (e Amministrazione) fece il proprio dovere come gli altri del C.I.L., con dignità e coscienza di sé, quando ERA PER I FRATELLI SMARRITI/VANITÀ SPERARE/FOLLIA COMBATTERE (dalla lapide recuperata nel vecchio cimitero di guerra di Mignano Monte Lungo).