Fedeli al Re

All’epoca della Rivoluzione francese, Lione fu una delle città di Francia che rimase fedele al Re.

Per questo motivo fu assediata dall’esercito rivoluzionario al comando del Generale François Christophe Kellermann per ben due mesi (9 agosto – 9 ottobre 1793) finendo per arrendersi, stremata, ai repubblicani.

La repressione fu durissima: vi furono numerose  fucilazioni tra le file dei realisti che non erano fuggiti e la città avrebbe dovuto cambiare nome e essere distrutta. Alla fine, delle 600 abitazioni individuate per la distruzione, solo 50 furono effettivamente abbattute e la città,  sostanzialmente,  si salvò.

Dal 1998 il centro storico di Lione è  stato dichiarato dall’UNESCO ” Patrimonio dell’umanità “.

Riflessioni di un combattente

Dal Generale Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questa recensione del libro “Guerra partigiana” curato dal Generale Antonio Li Gobbi.

È appena stato pubblicato il volume “Guerra Partigiana” a cura del Generale Antonio Li Gobbi, che presenta 4 scritti del padre, Generale Alberto li Gobbi, Medaglia d’Oro al Valor Militare, i quali forniscono un’attenta analisi del fenomeno partigiano, con particolare attenzione alla sua valenza militare.

Il Generale Alberto Li Gobbi, era un Ufficiale di Artiglieria, uno dei militari più decorati della Seconda guerra mondiale. Già decorato con 2 Medaglie d’Argento e 2 Medaglie di Bronzo per azioni compiute nella Campagna di Grecia e nella Campagna di Russia. Per gli importanti ruoli svolti nella Resistenza (agente dei servizi informazioni alleati, organizzatore dei rifornimenti ai gruppi partigiani, addestratore di formazioni partigiane, comandante partigiano, condannato a morte, detenuto in un campo di concentramento) e il coraggio dimostrato fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

I quattro documenti, scritti durante, subito dopo e dopo 40 anni, permettono di comprendere limiti e potenzialità della Guerra Partigiana concentrandosi sulla valenza militare ma senza trascurare di analizzare i tentativi di asservimento a vari obiettivi politici.

Il documento più corposo, lo studio storico presentato alla Scuola di Guerra nel 1950, permette di comprendere che la Resistenza non avrebbe potuto essere efficace se non avesse ricevuto i rifornimenti di armi, munizioni, equipaggiamenti e viveri aviolanciati dagli Alleati. Venivano illustrati tre fattori strategici che condizionarono negativamente la Guerra di Liberazione: la testardaggine e la sfiducia degli Alleati nei nostri confronti; la loro eccessiva prudenza operativa; la meticolosa, perfetta e vigorosa azione tedesca.

Lo studio sfatava il mito, che ci affligge da secoli, degli italiani che non si battono.

Veniva evidenziato come solo il Partito Comunista fosse stato “il solo “Ente” che avesse lungamente studiato il problema e disponesse, al momento opportuno, dei quadri necessari adeguatamente preparati”.

L’analisi era orientata a valutare i limiti e le potenzialità della Guerra Partigiana. L’autore dello studio riteneva che le prossime guerre avrebbero avuto soldati schierati al fronte e dei “partigiani” di segno opposto che avrebbero combattuto nelle retrovie. Al riguarda citava Benedetto Croce: “la guerra non era una guerra tra popoli, ma una guerra civile, una guerra di religione”. Il Generale Li Gobbi, quindi, si sforzava di trasferire gli ammaestramenti di quanto vissuto direttamente nel contesto della contrapposizione bipolare che nel 1950 si era già palesata. Pertanto nell’affermare che “il fenomeno politico- militare della guerriglia non può essere dimenticato in tempo di pace e abbandonato a se stesso all’atto del suo insorgere” conferiva elevata importanza allo studio e alla preparazione della guerriglia.

Il secondo documento, scritto nel 1944 durante la guerra, era una relazione in merito a quanto fatto oltre le linee nemiche, nel territorio occupato dai tedeschi. Riferiva di aver attraversato 3 volte le linee di combattimento, di essere stato catturato 2 volte dai tedeschi, torturato, condannato a morte e di essere riuscito ad evadere.

Il terzo documento è un’altra relazione relativa a quanto aveva fatto, nella logica della continuazione della sua attività partigiana, per aiutare l’emigrazione, attraverso l’Italia e verso la Palestina, di migliaia di ebrei che desideravano raggiungere Israele.

Infine, il quarto articolo, già pubblicato nel 1983 su “Il Giornale nuovo”, invitava alla pacificazione gli ex-combattenti che tra il 1943 e il 1945 si erano trovati a combattere su parti opposte.

Come affermato dalla Professoressa Paola Del Din, Medaglia d’Oro al Valor Militare, che conclude il libro, i documenti proposti, alcuni inediti, sono la testimonianza di “una persona che aveva fatto il suo pieno dovere, duramente sperimentando la guerra sui diversi fronti…”.

“Guerra Partigiana – Considerazioni e Testimonianze di un Soldato”, a cura di Antonio Li Gobbi, edito da La Nottola, 180 pagine, 19 euro, codice ISBN: 978-8885692183.

Aura leggendaria

Erwin Rommel (1891 – 1944) è stata la figura militare più leggendaria (ma alla fine anche controversa) della Seconda Guerra Mondiale.

Ufficiale di carriera, Erwin Rommel aveva combattuto valorosamente nella Grande Guerra dove era stato insignito della più alta decorazione militare tedesca: cavaliere dell’ordine “Pour le mérite”.

Transitato nel primo dopoguerra nella Reichswehr e poi nella Wehrmacht, Rommel partecipò alle campagne di Polonia, Francia e Nordafrica: in quest’ultima, la sua figura, coraggiosa e cavalleresca, diventò leggendaria, anche per merito di un’ efficace propaganda, sia a favore dei suoi soldati che di quelli nemici.

Grazie ai suoi successi nordafricani, Rommel diventó uno dei generali preferiti da Adolf Hitler che lo promosse Feldmaresciallo nel giugno 1942, il più giovane tra quelli della Wehrmacht.

Alla fine della campagna in Nordafrica, venne posto al comando delle truppe tedesche che occuparono l’Alta Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 (catturando decine di migliaia di soldati italiani poi inviati nei campi di concentramento in Germania e nell’est Europa), successivamente, divenne il responsabile della difesa della Francia contro i prevedibili sbarchi alleati.

All’indomani dello sbarco alleato in Normandia, il 6 giugno 1944, Rommel comprese che la guerra era perduta e assunse di conseguenza un atteggiamento critico verso il regime nazionalsocialista.

Venuto a conoscenza dei piani per deporre Hitler, non vi partecipò direttamente ma neanche li denunciò: sarà la sua condanna a morte. Il suo nome, infatti, venne fatto da alcuni congiurati e questo bastò per spingere Hitler a reclamare la sua morte che avvenne per suicidio (tramite veleno) il 14 ottobre 1944.

Rommel fu anche un valente scrittore (fatto che ne ha favorito e continuato la fama); scrisse infatti due opere ancora oggi reperibili in libreria: Fanteria all’attacco e Guerra senz’odio.

Il Feldmaresciallo Rommel, tra le varie onorificenze,  venne decorato anche della Medaglia d’argento al valor militare italiana nonché insignito Motu Proprio da parte del Re Vittorio Emanuel III del titolo di Grande Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia per le sue benemerenze nella campagna di guerra in Nordafrica.

Un fratello di nome Giancarlo

Tra noi che abbiamo vissuto le difficoltà di una prova dura (quasi misura di noi stessi) quale è stato il biennio dell’Accademia Militare (ma anche dell’altrettanto impegnativa”Nunziatella”) ci chiamiamo fratelli.

Probabilmente perché quel periodo comune è stato per noi una seconda nascita, più sofferta e consapevole della prima di cui nessuno di noi ha memoria forse perché il buon Dio non ha voluto farci ricordare il dolore pari a quello della madre che ci ha messo generosamente al mondo: non a caso nasciamo piangenti.

La nostra è una fratellanza per scelta e dunque non indifferente agli eventi che riguardano gli altri con cui ci accomuna una scelta di vita e un grande sacrificio per realizzarla.

Per questo la prematura scomparsa di Giancarlo (come quella di Giuseppe, Alberto, Alfonso, Enrico, Francesco, Carlo, Virgilio e Fabio) tanto mi/ci addolora: una parte di noi che se ne va irrimediabilmente e ci ricorda non solo la fugacità e la fragilità di questa nostra vita ma anche le occasioni di gioia perdute.

Ma ci ricorda anche il bello che l’ha segnata: il sorriso timido di Giancarlo alla reciproca presentazione un lontano giorno d’autunno nella camerata che per prima, a causa dell’ordine alfabetico che ci pose l’uno accanto all’altro, ci affratellò.

Questo sorriso, finalmente più sereno e confortante, avrei rivisto in seguito fino a quando le nostre strade si sono inevitabilmente divise, ognuno nella realizzazione del proprio destino.

Lo ritrovo oggi pensandoti, caro Giancarlo, segno e seme della tua presenza nella vita mia e di tutti i fratelli che portano e porteranno sempre  il tuo dolce ricordo con sé.

Oggi per sempre

10 ottobre 1983: una data (lontana) scolpita nel cuore.

Al compimento del sedicesimo anno d’età, si mettevano le “stellette” e si assumeva dunque quella militarità che avrebbe avuto con il giuramento di fedeltà di fronte al Tricolore, poco dopo, la sua definitiva consacrazione.

La militarità è anzitutto la fedeltà al giuramento prestato,  la consapevolezza di essere al servizio dello Stato fino all’estremo sacrificio di sé  che non coincide solo con la morte (in tempo di guerra) ma anche col compiere fino in fondo, senza dubbi e tentennamenti, il proprio dovere di uomo e soldato (le due qualità non sono scindibili).

Ma essere militare significa anche far parte convintamente di un’unica schiera (Una Acies come ben sintetizza la lingua latina) che non solo ti sosterrà nel compimento del dovere ma ti accompagnerà sempre, anche quando questo dovere sarà stato assolto.

Questa è la testimonianza e la verità di chi oggi compie 41 anni da soldato.

Uomo e soldato di pace

Il 6 ottobre 1981 veniva assassinato in un attacco terroristico durante la parata per la celebrazione della festa nazionale il presidente egiziano Anwar al Sadat.

Il suo coraggio e la sua risolutezza lo portarono a intraprendere il 18 novembre 1977, dopo la guerra arabo -israeliana dello Yom Kippur del 1973, lo storico viaggio a Gerusalemme con cui si spianò la strada alla pace tra Egitto e Israele, sancita poi dagli accordi di Camp David (USA) del 17 settembre 1978, premessa del trattato di pace israelo-egiziano del 1979.

Per questo processo di pace, Anwar al Sadat e il Primo Ministro israeliano Menachem Begin vennero insigniti nel 1978 del Premio Nobel per la pace.

Alla pace tra Egitto e Israele seguì quella degli israeliani con la Giordania, gli accordi di Oslo con i palestinesi e la normalizzazione diplomatica d’Israele con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain,  il Sudan e il Marocco.

Tutto questo è stato possibile grazie alla volontà e lungimiranza di Anwar al Sadat, uomo e soldato che pagò con la propria vita (come dopo di lui Yithzak Rabin nel novembre 1995) il desiderio di pace per il proprio Paese e l’intero Medio Oriente.

Aquila e cannoni

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sullo stemma araldico dell’A.N.Art.I – Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia.

L’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia si fregia di un peculiare stemma araldico, concesso il 5 ottobre 1939 al Reggimento Artiglieri d’Italia “Damiano Chiesa”, del quale l’Associazione odierna è la diretta discendente e continuatrice degli ideali che dal 1923 animano il sodalizio, che ha conosciuto diverse denominazioni: dapprima Associazione S. Barbara; poi nel 1932 Associazione Nazionale dell’Arma di Artiglieria; nel 1939 – per disposizione del Governo dell’epoca che volle dare un più marcato carattere militare alle associazioni d’arma – assunse la denominazione di Reggimento Artiglieri d’Italia “Damiano Chiesa” (il protomartire degli artiglieri irredenti); nel 1943 divenne Associazione dell’Arma di Artiglieria e infine, dal 1952, ha assunto la denominazione di Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia (A.N.Art.I.).

L’iter per la concessione dell’emblema fu avviato nei primi mesi del 1938 dalla presidenza nazionale dell’Associazione, posta dal 1932 sotto l’Alto Patronato di Sua Maestà il Re d’Italia, e non si può escludere che tra le motivazioni vi fosse anche quella di dotare l’Associazione, che come detto avrebbe assunto nel corso del 1939 nome, caratteristiche e ordinamento che richiamavano esplicitamente i reparti militari, di uno degli elementi che caratterizzano un reggimento: lo stemma araldico. L’altro segno caratterizzante, la Bandiera, fu concessa nel marzo del 1939 (particolare interessante è che la lancia era identica a quella dei Reggimenti di Artiglieria; ciò non fa che marcare ancora la volontà di equiparare Associazione e reggimenti).

Con decreto reale del 16 febbraio 1939 fu concesso lo stemma araldico all’Associazione Nazionale dell’Arma di Artiglieria, denominazione rettificata in Reggimento Artiglieri d’Italia “Damiano Chiesa” dopo un mese. Il regio decreto fu registrato alla Corte dei Conti nel giugno dello stesso anno e, come atto conclusivo, furono emanate il 5 ottobre le Regie Lettere Patenti, formalmente trasmesse al Comandante del Reggimento il 17 gennaio 1940.

+++News: il Generale Luciano Antonio Portolano nuovo Capo di Stato Maggiore della Difesa+++

Il Generale Luciano Antonio Portolano ha assunto oggi la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa in sostituzione dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone destinato ad assumere nel 2025 il prestigioso incarico di Presidente del Comitato Militare della NATO.

La cerimonia di avvicendamento si è svolta a Roma alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle più alte cariche dello Stato.

Il Generale Portolano, che proviene dal 161° corso dell’Accademia Militare di Modena, rappresenta, per la lunga e intensa carriera militare che ha vissuto fino all’attuale nomina, la più alta espressione della professionalità militare italiana in linea con la migliore tradizione dei soldati d’Italia.

Foto: Ministero della Difesa

L’ultimo passo

Il 3 ottobre 1990 la Germania orientale (Repubblica Democratica Tedesca – RDT/DDR) si riuniva alla Germania occidentale (Repubblica Federale Tedesca – RFT/BRD).

Ma la riunificazione tedesca poté essere considerata conclusa solo quando le truppe russe appartenenti all’ex Gruppo Forze Sovietiche Occidentali lasciarono definitivamente (dopo 49 anni!) la Germania orientale.

Nel 1990 erano presenti sul territorio della RDT/DDR 300.000 militari (tra questi anche il futuro presidente russo Vladimir Putin, ufficiale superiore del KGB a Dresda), 200.000 civili, 5.000 carri armati e 1.700 aerei.

Il rientro in Patria di un numero così grande di uomini (con relative famiglie) e mezzi si rivelò la più grande operazione di ripiegamento militare in tempo di pace nella storia contemporanea.

Il ritiro venne completato il 31 agosto 1994 con una solenne cerimonia cui assistettero il Presidente russo Boris Eltsin e il Cancelliere tedesco Helmut Kohl.

Una dichiarazione importante

Il 22 gennaio 1951 il Cancelliere federale tedesco Konrad Adenauer s’incontrò, presso la residenza dell’Alto Commissario USA John McCloy, con il Generale Dwight “Ike” Eisenhower Comandante supremo delle Forze Alleate in Europa, ottenendo da parte di quest’ultimo la firma di un documento (preparato dai Generali Adolf Heusinger e Hans Speidel) in cui si affermava che il soldato tedesco aveva mantenuto il suo onore e che vi era una grande differenza tra la Wehrmacht e Hitler e il suo gruppo criminale.

Con questa pubblica affermazione del Generale che aveva vinto la guerra in Europa, si spalancavano le porte ai milioni di soldati già appartenenti alla Wehrmacht (in primis ufficiali e sottufficiali) necessari per ricostituire delle Forze Armate tedesco-occidentali credibili e funzionanti.

Inoltre, il Tribunale militare internazionale, durante il processo di Norimberga (1945 -1946) aveva condannato come criminali le SS e la GESTAPO ma non l’OKW – Oberkommando der Wehrmacht (mentre erano stati condannati a morte i loro principali rappresentanti: il Feldmaresciallo Wilhelm Keitel e il Generale Alfred Jodl).

La definitiva riabilitazione venne offerta dal Cancelliere Adenauer che durante il dibattito parlamentare del 3 dicembre 1952 relativo all’integrazione occidentale della Germania ebbe a dire: “… Deve essere nostro comune compito fondere i valori morali della militarità tedesca con la democrazia.”

Era l’inizio del riarmo tedesco- occidentale del dopoguerra (a cui seguirà poco tempo dopo il riarmo, sostenuto dai sovietici, della Repubblica Democratica Tedesca)