La persona giusta

Il primo capo della Reichswehr fu il Generale di idee moderate, Walther Reinhardt (1872 – 1930), già Ministro della guerra prussiano incaricato della smobilitazione dell’esercito imperiale. Nel dettaglio, il Generale Reinhardt organizzò la smobilitazione in maniera assai efficace: le truppe stanziate fuori dai confini tedeschi sarebbero state smobilizzate appena rientrate entro i confini nazionali; le truppe stanziate in Germania furono messe in libertà una volta rientrate nelle città di propria guarnigione.

Il Generale Walther Reinhardt era un ufficiale originario del Wüttemberg e quindi estraneo a quel militarismo prussiano di cui molti ufficiali, tra cui il suo successore generale Hans von Seekt, si ritenevano depositari. La sua lealtà verso la Repubblica di Weimar è dimostrata dal comportamento corretto e leale che il Generale Reinhardt ebbe sempre nei confronti del Governo repubblicano, tant’è che si dimise dalla carica di capo della Reichswehr all’indomani della firma del Trattato di Versailles non condividendone i contenuti punitivi per la Germania. A testimonianza della positività della sua figura politica e militare, la Bundeswehr (che non si riconosce nella tradizione storica della Reichswehr) ha intitolato una sua caserma a Ellwangen nella regione del Baden- Wüttemberg alla memoria del Generale Walther Reinhardt.

Veloce verso il nemico

Dal Colonnello Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sul Reggimento Artiglieria a cavallo nella campagna militare di Russia.

Il 27 gennaio 1943 lo Stendardo del Reggimento Artiglieria a Cavallo, che già aveva meritato sul Fronte russo due Medaglie d’Argento al Valor Militare, venne fatto bruciare all’interno di un carro T-34 russo in fiamme appena colpito da una delle ultime granate sparate dai pezzi della 2^ Batteria. Questo gesto estremo avvenne nel corso dell’imponente offensiva sovietica, “Ostrogožsk-Rossoš”, iniziata il 12 gennaio 1943, che, a seguito della sfondamento dei settori contigui presidiati da Unità ungheresi e tedesche, con un movimento a tenaglia, aveva circondato il Corpo d’Armata Alpino dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR).

Lo Stendardo, gli uomini, i cavalli e i pezzi delle “Volòire”, combattendo con perizia e coraggio fino all’estremo sacrificio in unione a cavalieri, fanti, bersaglieri e alpini, si immolarono sul Fronte russo. Il bilancio accertato delle perdite del reggimento, solo nel periodo novembre 1942 – gennaio 1943, fu altissimo: 357 morti, 323 feriti e 429 dispersi. Pochissimi ritorneranno dalla prigionia.

Il Reggimento Artiglieria a Cavallo, forte di 1816 uomini, era partito, il 24 luglio 1941, per il Fronte con il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.), inserito nel Gruppo di Armate Sud, ed era inizialmente inquadrato nella 3^ Divisione Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta”, composta da unità a cavallo e unità motorizzate.

Successivamente, il 15 marzo 1942, le “Batterie a Cavallo” furono inserite nel neocostituito “Raggruppamento Truppe a Cavallo” che, riunendo i reggimenti a cavallo che si trovavano in Russia, si poneva lo scopo di sfruttare le capacità di manovra e di autonomia che le truppe montate avevano in un terreno con poche strade per effettuare infiltrazioni nelle retrovie nemiche e interromperne il flusso dei rifornimenti. Nell’ambito di questo impiego il II Gruppo, comandato dal Tenente Colonnello Albini, sparò ad “alzo zero” per appoggiare la carica di “Savoia” a Isbuscenskij.

Infine, le “Volòire”, già schierate sul Don, nell’ottobre 1942 passarono alle dipendenze del Corpo d’Armata Alpino e i gruppi dipendenti distaccati alle Divisioni Alpine “Tridentina”, “Cuneense” e alla Divisione “Vicenza” combattendo fino al loro completo annientamento. Nel corso del offensiva russa, nello sforzo di controbattere le forze corazzate avversarie e nel disperato, eroico tentativo di aprire un varco alla colonna della Divisione “Vicenza” il comandante del I Gruppo, esaurite le munizioni, caricava furiosamente il nemico. Per evitare che l’asta, il puntale e il drappo, in consegna al I gruppo, cadessero in mani nemiche, furono fatti bruciare in un T-34 russo in fiamme nei pressi di Nowo-Charkowka. Degli eroici artiglieri a cavallo del I gruppo nessuno riuscì a salvarsi.

Il Reggimento Artiglieria a Cavallo sarà ricostituito il 20 novembre 1946 nella Caserma Santa Barbara di Milano e il 4 novembre 1947 riceverà il nuovo Stendardo assieme alla 3^ Medaglia d’Argento al Valor Militare per quanto fatto nel gennaio 1943 sul Fronte russo. La motivazione della medaglia termina con le seguenti parole: “….Coi Gruppi assegnati a Grandi Unità di fanteria e alpine, durante un aspro e rischioso ripiegamento, superava difficoltà di ogni sorta e senza mai desistere dal combattimento riusciva in ogni situazione arditamente manovrando, e sino al limite di ogni umana possibilità, a tutelare alpini e fanti contro l’incalzante, continua assillante marcia di forze corazzate avversarie. Fiero di essere a guardia delle tradizioni delle vecchie “Volòire”, fornendo esempi sublimi di eroismo e di altruismo si sacrificava nella totalità attorno ai suoi pezzi, che solo l’inesorabile massa d’acciaio nemica, annientandoli col peso, riusciva a far tacere.” 

L’assistenza dello Spirito

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sull’organizzazione di assistenza spirituale ai soldati.

Gli eserciti hanno sempre riservato una particolare attenzione alla organizzazione spirituale dei soldati: senza andare troppo indietro nel tempo, tutti gli Stati italiani preunitari disponevano di cappellani militari inseriti nell’organizzazione castrense.

Per quanto riguarda in particolare l’Esercito Italiano, la crisi nei rapporti fra il Regno d’Italia e la Chiesa cattolica, susseguente alla presa di Roma nel 1870, determinò la quasi totale scomparsa dei cappellani e così nella guerra d’Eritrea del 1896 il servizio religioso ai militari italiani fu reso possibile solo grazie alla disponibilità volontaria dei padri Cappuccini; nella guerra di Libia del 1911 operarono alcuni sacerdoti diocesani.

Nell’aprile del 1915 il Generale Cadorna firmò una circolare per il ripristino dei cappellani militari; il 1° giugno dello stesso anno la Santa Sede segnalò monsignor Angelo Bartolomasi come responsabile del servizio, con il titolo di Vescovo di Campo e con le prerogative di Vescovo Ordinario; egli fu nominato Vicario Castrense e mantenne l’incarico fino allo scioglimento del servizio di assistenza spirituale, nel 1922.

Sulla scorta dell’esperienza maturata nel conflitto, l’Ordinariato Militare fu formalmente eretto dalla Sacra Congregazione Concistoriale nel 1925 e venne riconosciuto dallo Stato italiano l’anno successivo. Il riconoscimento fu confermato con il Concordato Lateranense del 1929 e nel 1936, con una apposita legge, furono definiti i compiti dei cappellani militari e ne fu disposta l’assimilazione alle gerarchie militari.

All’inizio della seconda guerra mondiale, tuttavia, molti reparti erano privi del servizio di assistenza spirituale; circostanza che mutò in breve tempo con la mobilitazione dei cappellani che parteciparono al conflitto su tutti i fronti.

Nel 1955 fu ammodernata la legge del 1936 e infine, nel 1961, furono definite le norme di stato giuridico, avanzamento e trattamento economico del personale dell’assistenza spirituale alle Forze Armate dello Stato (le norme suddette sono ora comprese nel “Codice dell’ordinamento militare”).

La presenza dei cappellani nelle Forze Armate è stata confermata con il Concordato del 1984 dove è ribadito che “la Repubblica italiana assicura che l’appartenenza alle Forze Armate, alla Polizia, o ad altri servizi assimilati, la degenza in ospedali, case di cura o di assistenza pubbliche la permanenza negli istituti di prevenzione e pena non possono dar luogo ad alcun impedimento nell’esercizio della libertà religiosa e nell’adempimento delle pratiche di culto dei cattolici. L’assistenza spirituale ai medesimi è assicurata da ecclesiastici nominati dalle Autorità italiane competenti su designazione dell’Autorità ecclesiastica e secondo lo stato giuridico, l’organico e le modalità stabilite d’intesa fra tali autorità”.

Grandi stelle per Anzio

Nel 1968 uscì nelle sale di tutto il mondo Lo sbarco di Anzio (il titolo internazionale era semplicemente Anzio!) un film di produzione italiana (produttore era infatti Dino De Laurentiis) con grandi “stelle del cinema” americano.

Tratto da una novella del corrispondente di guerra della BBC Wynford Vaughan – Thomas che aveva partecipato allo sbarco di Anzio il 22 gennaio 1944, il film vede tra gli attori protagonisti Robert Mitchum, Peter Falk, Earl Holliman, Mark Damon e, tra gli attori non americani, il tedesco Wolfgang Preiss, nel ruolo del comandante delle truppe tedesche in Italia Feldmaresciallo Albert Kesselring, e l’italiano Giancarlo Giannini (ai suoi esordi nel cinema).

Il film, diretto da Edward Dmytryk e Duilio Colletti con musiche di Riz Ortolani, è fedele alla verità storica ed ebbe una buona ricezione da parte del pubblico. Lo sbarco di Anzio rappresenta un’opera cinematografica fondamentale a testimonianza di uno degli eventi più importanti della Campagna militare d’Italia 1943 -1945.

Unico nella storia

Franz von Werra (1914 -1941) è stato l’unico prigioniero di guerra tedesco evaso dalla prigionia in Gran Bretagna.

Ufficiale pilota abbattuto nei cieli d’Inghilterra nel 1940, tentò 2 volte la fuga dai campi di prigionia britannici. Riacciuffato ambedue le volte, venne trasferito in Canada dove riuscì ad evadere in modo rocambolesco (gettandosi dal treno in corsa) durante il viaggio trasferimento verso il campo di reclusione. Raggiunti avventurosamente (attraverso il grande fiume San Lorenzo all’epoca del tutto ghiacciato!) gli USA a quel tempo Paese neutrale, dopo aver attraversato Messico e Perù s’imbarco in Brasile per una nave diretta a Barcellona da dove raggiunse finalmente Berlino, accolto come un eroe, il 18 aprile 1941.

Decorato della croce di cavaliere della Croce di Ferro, von Werra morì in un incidente aereo il 25 ottobre 1941.

Sull’avventurose evasioni del (nel frattempo promosso) Capitano della Luftwaffe Franz von Werra venne girato nel 1957 un film inglese (The one that got away) col grande attore tedesco Hardy Krüger nei panni del protagonista. Il film ebbe un grade successo e venne distribuito anche in Italia col titolo Sfida agli inglesi.

Le parole di Ciro

Dal Colonnello Cesare Tapinetto riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo che riguarda Ciro il Grande di Persia e l’importanza della logistica.

Sicuramente la tecnologia ha fornito ai Comandanti nuovi strumenti per meglio pianificare ed organizzare il dispiegamento delle truppe sul campo. Tuttavia gli aspetti logistici, come dimostrato dal recente conflitto in atto in Ucraina, giocano un ruolo fondamentale. Già ai tempi di Ciro se ne riconosceva l’importanza, come dimostrano le parole del grande re tramandateci da Senofonte nella sua opera Ciropedia:

“Miei alleati, le anime, i corpi, le armi che ci serviranno per combattere li abbiamo pronti, grazie agli dei, da lungo tempo: ora non ci resta che approntare per almeno venti giorni i viveri necessari a noi e ai quadrupedi che utilizziamo. Ho calcolato che il tragitto da compiere senza poter contare su nuovi rifornimenti oltrepasserà i quindici giorni: non c’è infatti da dubitare che, se noi abbiamo saccheggiato una parte del territorio, al resto ci ha pensato il nemico quanto più ha potuto. Pertanto dobbiamo portarci dietro una quantità sufficiente di cibo per poter sopravvivere; quanto al vino, occorre che ognuno disponga di quel tanto che gli consenta di abituarsi all’acqua. In effetti dovremo fare a meno del vino per gran parte di un percorso per il quale non basterebbe neppure tutto il vino che riuscissimo a inserire fra i nostri bagagli. Per evitare che una brusca eliminazione del vino ci faccia ammalare dovremo subito procedere così: durante il pasto cominceremo da subito a bere acqua, ciò che non altererà in misura sensibile il nostro regime alimentare. Infatti chi si nutre a base di farina d’orzo mangia invariabilmente una focaccia impastata con acqua, e chi si nutre a base di farina di grano mangia un pane parimenti intriso d’acqua, e del resto tutti gli alimenti bolliti si preparano con grandissimo dispendio di acqua. Un bicchiere di vino basterà a ritemprarci lo spirito. Poi elimineremo via via anche la dose dopo il pasto fino a diventare senza rendercene conto bevitori d’acqua…Sacrificate a favore delle vettovaglie il peso dei tappeti (non sarà inutile una certa sovrabbondanza di viveri) né temete di dormire scomodi per mancanza di essi (altrimenti prendetevela con me!). Quanto al vestiario, invece, quanto più ne porterete tanto più vi gioverà, in stato di salute come di malattia[1]”.

Prosegue così l’elenco di materiale da portare al seguito non tralasciando le spezie, l’attrezzatura per mietere il grano e delle macine portatili per la molitura. Materiale per curare i malati, cinghie in cuoi per i cavalli, asce, pale, pialle e strumenti per la falegnameria per i lavori campali del genio.

“Porterò al nostro seguito anche fabbri, carpentieri e cuoiai con i loro attrezzi e tutti in età militare in un esercito, perché nulla ci manchi in caso di necessità neppure dei servigi di questi maestri…[2]”.

Del resto, con un esercito numeroso e multi-etnico prima d’intraprendere qualsiasi azione militare era fondamentale provvedere ad una pianificazione e programmazione molto accurata di tutte le fasi delle operazioni militari, dall’approntamento delle truppe all’addestramento, dal trasporto per mare di soldati ed animali al fondamentale trasporto di viveri.


[1] Senofonte, Ciropedia, a cura di Franco Ferrari, Bur, 2013, Libro VI, II, 25-30.

[2] Senofonte, Ciropedia, a cura di Franco Ferrari, Bur, 2013, Libro VI, II, 37.

L’uomo dei due mondi

Il Feldmaresciallo Paul von Hindenburg (1847 – 1934) è stato un protagonista della storia tedesca sia al momento della caduta della monarchia in Germania il 9 novembre 1918 che all’avvento del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933.

Come ” Vincitore di Tannenberg” (la battaglia dell’agosto 1914 in cui i tedeschi sconfissero i russi), fu la figura militare tedesca di maggior prestigio della Grande Guerra che accompagnò il passaggio istituzionale tedesco dalla monarchia alla repubblica nel primo dopoguerra.

Come Capo dello Stato (1925 -1934) si trovò a vivere i turbolenti tempi politici, economici e sociali che contraddistinsero la fragile Repubblica di Weimar e alla cui fine lui diede un contributo importante se non fondamentale.

Il Feldmaresciallo von Hindenburg era sospeso tra due visioni del mondo, una rivolta al passato (monarchia) e una rivolta al presente (repubblica): non riuscì a far rivivere la prima né a realizzare la seconda.

All’Arma dotta!

Dal Generale Mario Ventrone riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sul Monumento Nazionale all’Artiglieria di Torino.

Il 15 giugno 1930 (nel giorno della festa dell’Arma di Artiglieria, diciotto anni dopo l’inizio della Battaglia del Solstizio) i Reali d’Italia inaugurarono a Torino il Monumento Nazionale all’Artiglieria. Alla cerimonia parteciparono anche i Principi di Piemonte, il Duca d’Aosta, che insieme alla consorte aveva concesso il suo alto patronato alla realizzazione dell’opera, e il Ministro della Guerra Gazzera.

Ma come è nato il Monumento? La storia è particolarmente complessa e affascinante, perché è la realizzazione, con momenti di esaltazione e momenti di difficoltà e scoramento, del sogno di un Ufficiale di Artiglieria, combattente della 1^ Guerra Mondiale, che riuscì a coinvolgere ed entusiasmare altre personalità di rilievo, fra le quali merita di essere menzionato anche il Gen. Goria, che assunse la carica di Presidente del Comitato esecutivo.

Tutto ebbe inizio la sera del 29 maggio 1923, quando il Col. Carlo Montù riunì nella sua abitazione al n. 39 di via Po a Torino una trentina di Ufficiali di artiglieria, in servizio e in congedo, ed espose il suo progetto di realizzazione di un monumento all’Arma, che avrebbe dovuto necessariamente essere posto a Torino, culla dell’artiglieria. Fu costituito il Comitato esecutivo centrale e fu deciso di affidare il progetto allo scultore Pietro Canonica, artista di fama internazionale che, in breve tempo, preparò un bozzetto del monumento (realizzato come arco di trionfo a pianta rettangolare, successivamente modificata in ottagonale. All’esterno quattro gruppi allegorici con la funzione di esaltare le specialità dell’Arma dell’epoca: artiglieria da campagna, artiglieria da montagna, artiglieria da fortezza e bombardieri).

Benchè gli fosse stato offerta “per acclamazione” la possibilità di essere il presidente del Comitato, Montù rifiutò la nomina ma accettò la carica di segretario generale a patto che quella di presidente fosse ricoperta da un Ufficiale generale “puro artigliere”. Presidente del Comitato esecutivo centrale fu quindi eletto, come accennato poco sopra, il Ten. Gen. della riserva Alessandro Goria.

Già nel mese di novembre il Comitato nazionale era stato costituito e posto sotto l’alto patronato del Duca e della Duchessa d’Aosta (gesto di alto valore simbolico perché il Duca d’Aosta, oltre che artigliere, fu il Comandate della Invitta 3^ Armata, così chiamata perché mai sconfitta); erano sorti 14 Comitati regionali nelle sedi dei 10 Comandi di artiglieria di Corpo d’Armata e a Genova, Cagliari, Pesaro e Aquila ed erano in via di formazione altri Comitati locali, ai quali erano affiancati il Comitato d’onore e il Comitato nazionale Dame, posto sotto il patronato della Regina Madre. Era inoltre stato steso il regolamento per la costituzione e il funzionamento dei Comitati regionali.

Furono raccolte, in pochi mesi, 50.000 £. (pari a circa 46.000 €). Le spese preventivate erano di circa 1.000.000 di £. (corrispondenti a 927.000 €).

Negli anni successivi l’andamento della raccolta dei fondi fu il cruccio maggiore per Montù, che per questo motivo più volte propose lo scioglimento del Comitato. Ma finalmente, il 18 aprile 1926, Montù informa il Comitato centrale che Canonica “INIZIA SENZ’ALTRO IL SUO LAVORO AL VERO”.

Nel 1927 il Comune di Torino autorizzò la costruzione del monumento al Parco del Valentino, all’angolo fra i corsi Cairoli e Vittorio Emanuele II; ad agosto iniziarono i lavori di scavo delle fondazioni. Nel 1928 il Gen. Goria rassegnò le dimissioni da Presidente del Comitato esecutivo (Montù era dimissionario dalla carica di segretario generale già dall’anno precedente, pur continuando a seguire l’andamento del progetto e talvolta intervenendo con suggerimenti) e il suo posto fu preso dal Gen. Giuria, Ispettore dell’Arma di Artiglieria. L’andamento dei lavori era deludente: Canonica era impegnato in Turchia per altre commissioni (in particolare, la costruzione del monumento a Kemal Ataturk) e questa attività lo costrinse a recarsi spesso ad Ankara, Istanbul e Smirne, rallentandone l’attività in Italia; inoltre, perdurava la cronica difficoltà nel raccogliere i fondi (al 31 dicembre 1927 erano state raccolte 710.000 £. a fronte del 1.000.000 preventivato) ed era ormai impossibile inaugurare il Monumento nel giugno del 1928, decennale della Battaglia del Solstizio, nella quale rifulse il valore dell’Artiglieria italiana.

Il nuovo Presidente del Comitato esecutivo interessò quindi il Comune di Torino, che assicurò il versamento di 100.000 £., che sarebbero comunque state versate non prima del 1929.

Probabilmente, fu questo il punto di svolta. Furono raccolti nuovi fondi, i lavori ripresero, si superano altre difficoltà ma finalmente, il 15 giugno del 1930, il Monumento fu inaugurato.

Purtroppo il Gen. Goria morì pochi mesi prima della cerimonia e non vide il compimento dell’opera, per la quale si era impegnato con grande passione.

 

Nota: le citazioni in corsivo fra virgolette sono tratte dalla corrispondenza originale fra il Col. Montù e il Gen. Goria. Si tratta di circa 250 documenti per più di 500 pagine, custoditi nell’archivio dell’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia.

Con brio!

Navigando in Rete, sembra che la più bella marcia militare di tutti i tempi sia Alte Kameraden (Vecchi camerati), composta nel 1889 a Ulm dal musicista militare tedesco Carl Teike (1864 -1922).

Curiosamente, la marcia non ebbe subito successo e Teike, lasciato l’esercito, morì sostanzialmente in povertà. Evidentemente ben altro destino aspettava questa musica che col tempo divenne una delle marce più popolari in patria e all’estero.

Per iniziare con brio questo nuovo anno offro ai lettori di “Storia&Soldati ” una versione della marcia eseguita dalla celeberrima Banda dell’Arma dei Carabinieri: possano queste note accompagnarci con gioia lungo tutto il 2023! Auguri!

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