Testimone del suo tempo

Benedetto XVI è morto.

Prima di diventare una delle figure più importanti della storia della Chiesa cattolica, Papa Benedetto XVI è stato Joseph Ratzinger, giovane bavarese che ha vissuto le tenebre del nazionalsocialismo che fecero cadere la sua patria e l’Europa nell’abisso.

Come migliaia di altri coetanei e compatrioti, venne arruolato obbligatoriamente (pur essendo seminarista) all’età di 16 anni come Flakhelfer, cioè ausiliario della contraerea della Luftwaffe, e impiegato prima nella difesa aerea contro i bombardieri alleati e poi nelle intercettazioni radiofoniche. Quando la sua unità della Luftwaffe venne sciolta, Ratzinger svolse un periodo di lavoro coatto partecipando alla costruzione di difese anticarro sulla frontiera austro- ungherese. Venne infine arruolato nell’esercito, in fanteria, ma non partecipò mai a combattimenti.

Alla fine di aprile 1945, esponendosi al pericolo della fucilazione, Joseph Ratzinger disertò e venne catturato dagli americani. Dopo un breve periodo di prigionia, tornò in seminario dove terminò gli studi con l’ordinazione sacerdotale il 29 giugno 1951.

Con Benedetto XVI scompare non solo una delle più eminenti personalità della Chiesa di Roma ma anche un testimone della drammatica storia del suo tempo e della sua terra.

I più fedeli

La Legione della Vistola fu fondata personalmente da Napoleone nel 1808 nella città di Bayonne ed era formata dalle truppe della disciolta Legione polacca e da reclute provenienti direttamente dal Granducato di Varsavia.

Costituita da Reggimenti di fanteria e cavalleria, la Legione della Vistola fu impiegata valorosamente nella guerra di Spagna, la campagna di Russia, nella battaglia di Lipsia ed infine nella guerra difensiva in Francia. Venne sciolta nel 1814 ma alcuni suoi componenti restarono fedeli all’Imperatore seguendolo in esilio sull’Elba e combattendo per lui nella battaglia di Waterloo.

Gli orgogliosi e patriottici polacchi sono generalmente considerati come gli alleati più fedeli di Napoleone. D’altraparte, la Polonia, caso unico al mondo, cita l’Imperatore dei francesi nel proprio inno nazionale con queste parole:

/…/ Bonaparte ci da l’esempio di come dobbiamo vincere /…/

Una vita da raccontare

Giorgio Faré è stato un giovane milanese marinaio che ha combattuto con i MAS (Motoscafi Armati Siluranti) nelle acque del Mar Nero durante la campagna di Russia. Catturato dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, divenne un Internato Militare Italiano (IMI) in Germania condividendo con altri circa 600.000 connazionali una storia di privazioni e sofferenza di cui si parla sempre troppo poco.

Max Ronchi col suo bel libro tratteggia una vita ricca di avvenimenti e scandita da una intensità esistenziale straordinaria: le vicende personali del giovane milanese s’intrecciano con la Grande Storia di cui lui sarà testimone e narratore.  Non mancano nel libro episodi leggeri come la conoscenza e la breve frequentazione di Faré della grande attrice Alida Valli che offrono al lettore un racconto simpatico che strappa un sorriso.

Per il resto, è la testimonianza appassionata di un uomo che ha vissuto le tempeste del suo tempo con coraggio, dignità e speranza, sole virtù a cui ognuno  può guardare nell’affrontare anche i difficili tempi di oggi che sono comunque ben poca cosa rispetto a quelli di ieri attraversati da uomini e donne della tempra di Giorgio Faré.

Il bene assoluto

Ho sempre cercato le vestigia di Cristo sulla terra durante la vita terrena con avida, insistente speranza.” (“Cristo con gli alpini”, 1943)

Don Carlo Gnocchi (1902 -1956), proclamato Beato da Papa Benedetto XVI il 25 ottobre 2009, fu cappellano militare con la Divisione Tridentina nella campagna militare di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.

Di questa tragica esperienza, Don Gnocchi ha lasciato un libro intitolato Cristo con gli Alpini che però potrebbe essere idealmente cambiato includendo tutti i soldati che a quella tragica esperienza presero parte.

Questa intensa lettura ci fa scoprire e riflettere sul senso della fede cristiana in tempi tanto drammatici come quelli di guerra innalzando la medesima fede ad unica bussola di salvezza nelle tenebre delle atrocità del conflitto.

Don Gnocchi ci insegna, con le parole e con le opere, che di fronte al male assoluto l’unica risposta è il bene assoluto che va ricercato e praticato come unica possibilità di salvezza per noi e per gli altri.

Auguri di Buon Natale a tutti i lettori e lettrici di Storia&Soldati!

Militari per sempre

Non essere più in servizio non significa non essere più militari: la militarità, una volta acquisita col giuramento di fedeltà,  non si perde mai se non per indegnità.

Questo fatto è testimoniato anche dall’esistenza delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma le quali hanno proprio lo scopo di preservare la militarità degli associati non più in servizio attraverso varie attività sociali che rafforzino lo spirito d’appartenenza nonché la cura delle tradizioni e lo studio della storia militare che questo spirito di appartenenza compone e consolida.

Le Associazioni hanno poi il compito di unire i militari in servizio e quelli in congedo nel nome di una fraternità d’armi che si nutre anche dell’esperienza di chi ci ha preceduto.

Non a caso ma a testimonianza del saldo legame esistente tra le vecchie e le nuove generazioni di militari, i Labari della Associazioni Combattentistiche e d’Arma hanno l’onore di sfilare durante la tradizionale parata militare a Roma in occasione dell’annuale Festa della Repubblica.

Tra i girasoli d’estate

L’Italia partecipò, per ragioni più politiche che strategiche, alla campagna di Russia, avviata dai tedeschi il 22 giugno 1941 con un operazione chiamata in codice “Barbarossa”, inizialmente con il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) al comando del Generale Giovanni Messe: si trattava di una unità composta sostanzialmente da 3 Divisioni (Pasubio, Torino e Celere) per un totale di 62.000 uomini. Il CSIR era posto sotto il comando operativo tedesco e dai tedeschi rifornito.

In seguito, fu inviata in Russia un’intera Armata (la 8^ ARMIR – Armata italiana in Russia- al comando del Generale Italo Gariboldi) di 230.000 uomini, comunque sempre un piccolo contributo rispetto ai 3.000.000 di soldati impiegati dalla Germania e ben inferiore ai 692.000 uomini degli altri Paesi alleati (Ungheria, Romania, Finlandia e anche Spagna: quest’ultima inviò una Divisione di volontari, la División Azul).

All’8^ Armata fu affidato un settore sul medio corso del fiume Don ed aveva il compito di coprire (insieme a unità romene e ungheresi) lo sforzo offensivo principale tedesco verso Stalingrado.

Nel novembre- dicembre 1942 i sovietici scatenarono una violenta controffensiva che portò alla rottura del fronte, all’accerchiamento dei tedeschi a Stalingrado (si arrenderanno poi il 2 febbraio 1943) e alla tragica ritirata degli italiani dal fronte russo.

Dalla guerra i Russia più di 77.000 italiani non fecero ritorno e molti di loro riposano ancora in quella terra lontana, oggi ancora segnata dalla guerra, tra i girasoli d’estate.

Dispersione delle forze

La dispersione delle forze, che spesso porta alla sconfitta, non riguarda solo le forze militari ma anche quelle materiali e finanziarie.

Questa riflessione deriva dall’analisi del bilancio della difesa dei 26 Paesi UE (la Danimarca non entra nel conto perché partecipa alla difesa integrata europea solo dal 2022) nel 2021:

  • 214 miliardi di euro
  • 6% d’incremento rispetto al 2020
  • 7° anno consecutivo di crescita
  • 43 miliardi di euro di approvvigionamenti
  • 1,5% del Prodotto Interno Lordo
  • 18 Stati su 26 hanno aumentato proprio bilancio della difesa

(Fonte: European Defence Agency https://eda.europa.eu/news-and-events/news/2022/12/08/european-defence-spending-surpasses-200-billion-for-first-time-driven-by-record-defence-investments-in-2021)

Spendere singolarmente una tale massa finanziaria però non è un elemento di forza bensì, come già scritto sopra, di debolezza: solo una effettiva Difesa Comune Europea potrà valorizzare e razionalizzare al meglio (perché, ad esempio, non approvvigionare con un acquisto centralizzato europeo una stessa uniforme da combattimento per tutti gli eserciti della UE? Sarebbe un buon inizio) una ricchezza così consistente che può effettivamente rendere l’Unione Europea più forte e sicura…e risparmiare soldi a beneficio di tutti!

Sorella Ada

Lo scorso 22 novembre, all’età di 98 anni, è scomparsa a Bolzano la leggendaria “crocerossina” Sorella Ada Vita.

Entrata nel benemerito Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa (Corpo ausiliario delle Forze Armate italiane) nel 1959, diventa Ispettrice del distaccamento bolzanino del Corpo nel 1968, restando in servizio per oltre 40 anni.

Tra le innumerevoli missioni di soccorso, nel 1982 partecipa, insieme ad altre 9 consorelle, alla spedizione militare italiana in Libano come infermiera dell’ospedale militare da campo: di questa esperienza ha lasciato un diario (oggi conservato presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano -Arezzo) che rappresenta una preziosa e primaria fonte documentale di quell’importante evento della storia nazionale.

Il motto del Corpo Infermiere Volontarie, fondato nel 1908 e a cui è stata concessa nel 1985 la bandiera (oggi pluridecorata) è: “Ama, conforta, lavora e salva”: quale parole più belle?

L’artiglieria degli stratagemmi

Dal Colonnello Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questa interessante recensione del libro “L’artillerie des stratagèmes ” del Colonnello dell’esercito francese Olivier Fort

“[…] nell’immaginario collettivo, l’artiglieria è l’arma della potenza e, nella mente di ciascuno, quando è impiegata, essa serve a distruggere.[…]

L’arte dello stratagemma, […], mira ad ottenere degli effetti indiretti, spesso per ingannare un avversario. […] L’artiglieria sembra dunque, a prima vista, incompatibile con i trucchi della guerra.

Paradossalmente, questa contraddizione apparente, così come lo straordinario potere psicologico dell’artiglieria sui combattimenti, ne fanno un’arma eccezionalmente adatta alla pratica dello stratagemma e delle tattiche di inganno.”

E’ quanto scrive lo storico militare Olivier Fort, già Colonnello di artiglieria francese, nel libro “L’artillerie des stratagèmes” (L’artiglieria degli stratagemmi).

L’autore, nell’illustrare l’importante ruolo dell’artiglieria nella realizzazione dell’inganno, presenta, in ordine cronologico e per tipologia, gli stratagemmi impiegati dall’artiglieria. Inizia con quelli messi in atto già quando l’artiglieria era impiegata solo nel tiro diretto e continua esaminando le numerose tipologie di inganni messi in atto, tramite il tiro indiretto, in numerose battaglie di cui alcune poco conosciute. Viene evidenziata la capacità di provocare non solo il panico nelle unità nemiche ma anche di portare i comandanti a commettere errori tattici e a volte strategici. In effetti lo scopo principale degli stratagemmi di artiglieria e ci cercare di distorcere la comprensione della situazione da parte del nemico.

Certo che “Il vero potenziale dell’artiglieria per la realizzazione degli stratagemmi ha preso vita con l’avvento dell’artiglieria delle traiettorie. Cioè un’artiglieria che può sparare a parecchi chilometri, oltre la vista diretta […]. In effetti, contrariamente alle unità di fanteria o di cavalleria delle quali i minimi movimenti sono osservati in permanenza, l’artiglieria non ha bisogno di spostare i suoi cannoni per portare i suoi effetti da un’estremità all’altra della zona d’azione. Nella maggior parte dei casi essa non si sposta ed è limitata solo dalla sua gittata.”

I progressi attuali e in divenire dell’artiglieria quali ad esempio i lanciarazzi, le granate di precisione, l’incremento di gittata e i radar controfuoco potranno fornire altri strumenti agli artiglieri per poter realizzare nuovi stratagemmi sia nella manovra che nella selezione degli obiettivi.

L’analisi permette di concludere che “l’artiglieria è l’arma della sorpresa. Essa permette di ingannare o manipolare il nemico, ma anche di rendere le nostre azioni meno facili da interpretare offrendo possibilità di azione più varie.”

L’opera affronta eventi e periodi ampi e complessi e pertanto indica una ricca bibliografia cui fare riferimento per eventuali approfondimenti.

Non ho dubbi nell’affermare che, non solo perché si tratta di un libro appassionante e ben documentato ma soprattutto per la ricchezza degli stratagemmi di artiglieria presentati, l’opera  “L’artillerie des statagèmes” merita di essere conosciuta non solo dagli appassionati di storia militare ma soprattutto agli artiglieri e da tutti coloro che potrebbero occuparsi di operazioni o di pianificazione operativa. Solo conoscendo la storia si potrà imparare dalle esperienze passate ed evitare di ripetere gli stessi errori.

Il libro è posto in vendita al pubblico via il sito web economica.fr.

“L’Artillerie des Stratagèmes” Éditions Économica, 224 pagine, 15 euro, codice: 9782717868937.

L’esempio di un Generale

Il Generale Giuseppe Tellera (1882 -1941) è stato il comandante della 10^ Armata in Libia nella Seconda Guerra Mondiale.

Durante la controffensiva britannica in Nordafrica del dicembre 1940 – febbraio 1941 (denominata dai britannici “Operazione Compass”) la 10^ Armata venne sostanzialmente distrutta e gli italiani persero pressoché tutta la Cirenaica.

Il Generale Tellera, durante il ripiegamento, nell’atto di forzare un blocco nemico che rischiava di accerchiare le rimanenti forze italiane, salì su un carro armato per incitare alla lotta ma rimase mortalmente ferito allorché il carro venne colpito dai britannici.

Per il suo esemplare comportamento, il Generale Tellera, oltre all’ammirazione dell’avversario, meritò la Medaglia d’oro al Valor militare con la seguente motivazione:

Capo di Stato Maggiore del Comando Superiore Forze Armate Africa Settentrionale, fu organizzatore fattivo e previdente, specie nel periodo che condusse le nostre armi alla vittoria di Sidi El Barrani. Assunto, in una situazione particolarmente critica il comando di un’armata, conservava durante il forzato ripiegamento del Gebel Cirenaico, la calma più serena, dando luminose prove di alta capacità di comando e di eminente valore personale. Nella battaglia del Sud Bengasino, quando il nemico aveva già reso impossibile la ritirata delle nostre truppe su Agedabia, arrestava, in due giorni di asprissima lotta, l’irruenza dell’avversario e gli infliggeva gravissime perdite, obbligandolo a desistere dalla sua spinta nella Sirtica. Riunite le truppe superstiti in estrema difesa in una località particolarmente importante, tentava ripetutamente, con grave rischio personale, di raccogliere gli ultimi mezzi per aprirsi un varco e rompere l’accerchiamento nemico. In tale supremo eroico tentativo cadeva gloriosamente sul campo, degnamente, suggellando una vita d’intera dedizione alla Patria. Sidi El Barrani – Africa Settentrionale settembre 1940 – Agedabia 6 gennaio 1941.

Giuseppe Tellera fu il caduto italiano di più alto grado dell’intero conflitto 1940 -1945.