Il primo e ultimo oggetto

Ogni soldato è dotato di una piastrina d’identità che si porta al collo. Questo è il primo e (malaguratamente) l’ultimo oggetto in suo possesso.

Pochi sanno che discende dal Signaculum (una tavoletta di piombo iscritta con la Legione di appartenenza conservata in una piccola sacca di cuoio da tenere al collo) che identificava i legionari romani e che gli stessi portavano sempre con sé.

Per convenzione internazionale, oggi su ambedue le facce della piastrina militare sono riportati il nome, il cognome, la data di nascita, la nazionalità, la religione d’appartenenza, la matricola e il gruppo sanguigno.

In caso di decesso del soldato, la piastrina viene spezzata: una parte resta sul corpo del caduto mentre l’altra viene consegnata all’autorità preposta (generalmente l’ufficiale di Commissariato che in guerra svolge le funzioni anagrafiche) per segnalare e certificare la morte del militare.

Sul cappello

Non vi è alcun dubbio che, tra le specialità dell’esercito italiano, gli alpini siano tra i più popolari (in forte e simpatica concorrenza con i bersaglieri).

Gran parte della loro popolarità deriva (anche) dal particolare copricapo che indossano con l’immancabile penna.

Il cappello alpino è oggi di feltro di pelo di coniglio ed è ornato da una penna (lunga circa 20 cm) di diversi colori: nera di corvo per la truppa, marrone d’aquila per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori e bianca d’oca per gli ufficiali superiori e generali.

La penna della truppa è inserita in una nappina il cui colore indica il reparto di appartenenza mentre quella degli appartenenti alle altre categorie di militari è una nappina di metallo lucido dorato.

Al fine, il cappello alpino rivela all’osservatore la specialità, il reggimento e il grado di chi lo indossa: quale praticità!

Sulla storia del cappello alpino l’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito ha pubblicato un bel libro dello storico e uniformologo Stefano Ales, la cui lettura si consiglia vivamente ai nostri lettori.

Un’ inattesa traccia

Nella storia militare (o navale, come in questo caso) ci sono battaglie che hanno cambiato il corso della Storia.

La battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 è una di queste perché la sconfitta della flotta ottomana da parte della flotta cristiana spezzó il sogno del dominio marittimo degli ottomani, indispensabile premessa del loro espansionismo terrestre.

Un’inaspettata traccia di questa grande battaglia si trova oggi nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli a Roma. Il maestoso soffitto a cassettoni con al centro una spettacolare Madonna con bambino, infatti, fu realizzato dal Sermoneta (nome d’arte di Girolamo Siciolante) e da Cesare Trapassi tra il 1572 e il 1575 su commissione dell’Ammiraglio Marcantonio Colonna (1535 – 1584) proprio a ricordo della grande vittoria di Lepanto in cui il Colonna era stato protagonista insieme a Don Giovanni d’Austria.

A proposito della Battaglia di Lepanto, nell’ambito della bibliografia a riguardo, segnalo con piacere per un approfondimento il bel libro di Alessandro Barbero Lepanto – La battaglia dei tre imperi edito da Laterza nel 2010.

Un libro per oggi

Il 6 ottobre 1981 veniva ucciso, in un attacco terroristico durante la parata militare nel giorno della festa nazionale, il presidente egiziano Anwar al Sadat, premio Nobel per la pace nel 1978 (insieme al Primo Ministro israeliano Menachem Begin). È proprio nella pace con Israele, così coraggiosamente voluta da Sadat, vanno ricercate le motivazioni dei suoi attentatori.

Per ricordarlo oggi, a 40 anni dalla sua morte, segnalo la sua autobiografia In cerca di una identità pubblicato dalla casa editrice Mondadori nel 1978.

Questo libro, ormai d’antiquariato, racconta della sua vita personale, militare e politica. E Sadat che scrive in prima persona e, leggendolo, sembra che consegni al lettore il suo pensiero più sincero, quello che ha plasmato la sua vita finita poi così tragicamente: per questo sarebbe bello rileggerlo proprio nella ricorrenza della sua morte perché questo libro dimostra che il pensiero di chi lo ha scritto non muore mai.

Il mistero di Monaco

Nella Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, una delle pinacoteche più famose al mondo, si trova un ritratto di cui ancora oggi non si conosce con certezza né l’autore né il soggetto.

Il dipinto, della collezione del primo Re di Baviera Max I Joseph, ritrae un condottiero francese i cui tratti, ben delineati, sono severi e malinconici allo stesso tempo.

Il quadro è assai raffinato e preciso. Non è firmato ma è quasi certamente di scuola francese. La datazione (intorno al 1650 – 1670) fa propendere per l’identificazione del soggetto con il celebre condottiero francese Henri de la Tour d’Auvergne visconte di Turenne (1611 -1675), grande avversario del nostro Raimondo Montecuccoli. Ma non è certo e dunque permane il mistero di chi sia colui, indubbiamente un militare di grado elevato, da secoli immortalato dal magnifico dipinto.

Naja in tedesco

In lingua italiana, fare la naja è l’espressione con cui s’indicava lo svolgere il servizio di leva, sospesa (non abolita) in Italia nel 2005.

Una pari locuzione esiste anche in tedesco: Zum Barras müssen (letteralmente “dover andare a Barras”). L’espressione origina probabilmente dal nobile francese Paul François Jean Nicolas Vicomte de Barras (1755 -1829) che alla fine del XVIII secolo nella Francia rivoluzionaria, come membro del Direttorio, introdusse il servizio militare obbligatorio per tutti i cittadini francesi di sesso maschile.

Grazie a questa Leva militare di massa non solo la Francia sconfisse i nemici (interni e esterni) della rivoluzione ma sopratutto Napoleone poté disporre di una gran quantità di soldati per le sue campagne di guerra.

Zum Barras müssen fu in uso per le reclute dei vari eserciti tedeschi (Kaiserliche Armee, Reichswehr, Wehrmacht, Nationale Volksarmee e Bundeswehr) dal 1870 circa al 2011, anno in cui finalmente anche in Germania, come in gran parte dei Paesi europei, il servizio militare di leva venne sospeso (ma non abolito).