Dalla notte dei tempi

Una visita allo splendido Museo Nazionale Romano del Palazzo Massimo di Roma ha portato alla scoperta, tra le tante meraviglie ivi conservate, di un busto antico oggetto di questo Post.

Si tratta della rappresentazione di uno Strategós (“Guida dell’esercito” in greco antico) ateniese (riconoscibile dall’elmo, leggermente sollevato sul capo) distintosi durante la lunga Guerra del Peloponneso (431 – 404 a.c.), riprodotto in copia di epoca traianea (98 -117 d.c.) da un originale bronzeo del IV secolo a.c.

Lo Strategós era un guerriero posto a capo dell’esercito ateniese ed era scelto in base a un’elezione democratica (in pieno spirito dei tempi) tra tutti i migliori guerrieri ateniesi. Il titolo di Strategós sopravvisse fino a tutta l’epoca bizantina. Nella Grecia contemporaneo, il Capo di Stato Maggiore della Difesa (ovvero la più alta carica militare ellenica) ha il grado di Stratigos se ufficiale proveniente dall’esercito.

Realizzato in marmo greco pantelico, il busto in questione fu rinvenuto nell’area di un grande cortile di una villa rustica nella tenuta detta “Tomba di Nerone” sulla via Cassia a Roma.

Un manufatto che risale alla notte dei tempi ma che non ha perso affatto il suo antico fascino e significato.

Nel mare e nel vento

Il 12 febbraio 1944 il Piroscafo Oria con migliaia di soldati italiani destinati ai campi d’internamento in Germania faceva naufragio nel mare davanti all’isolotto di Patroklos in Grecia. Più di 4.000 militari italiani perirono (insieme all’equipaggio norvegese e ai soldati tedeschi di scorta). Pochi furono i superstiti.

Un piccolo monumento su di un promontorio a Saronicco li ricorda. La bandiera italiana che garrisce al vento li rappresenta e vivifica. Si accompagna alla bandiera (greca) del mare che li custodisce e a quella (europea) che dalla loro tragedia nacque.

Sia il loro ingiusto sacrificio sempre monito per una giusta speranza di pace per tutti.

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Il Soldato Principe

Tra i tanti personaggi della storia militare tedesca spicca, per la sua figura esemplare di uomo e soldato, Rupprecht di Baviera (1869 -1955), Principe ereditario dell’omonimo Regno fino alla sua dissoluzione il 9 novembre 1918.

Comandante rispettato e finanche amato dai suoi soldati, si distinse nella Grande Guerra come capo della 6^ Armata, componente operativa bavarese dell’esercito imperiale tedesco, che combattè sul fronte occidentale.

Abdicato suo padre, Re Luigi III di Baviera, il Principe Rupprecht si ritirò a vita privata, circondato dalla alta considerazione dei suoi concittadini, insieme alla famiglia.

Fervente antinazista, alla presa del potere di Adolf Hitler nel 1933, si rifugiò in Italia dove visse tra Roma e Firenze. Occupata l’Italia dai nazisti, riuscì a fuggire ma l’intera sua famiglia (che si trovava in Ungheria) venne arrestata e imprigionata nei campi di concentramento: l’amata seconda moglie Antonia del Lussemburgo (1899 -1954) non si riprese mai da questa terribile esperienza e morì, a soli 55 anni, nel dopoguerra, pochi anni dopo la liberazione. Antonia è sepolta nella Basilica di Santa Maria in Domnica sul colle Celio a Roma.

Rupprecht di Baviera si spense il 2 agosto 1955 e riposa nella Theatinerkirche di Monaco di Baviera.

Altruismo e fiducia

Il 2 febbraio 1918 moriva in un incidente aereo a Padova (al ritorno da un’azione di guerra) il Maggiore del Servizio d’Amministrazione dell’Esercito Oreste Salomone, pilota di bombardiere Caproni C3, Medaglia d’oro al Valor militare.

Nel rileggere la motivazione della Medaglia d’oro, conferitagli Motu Proprio dal Re Vittorio Emanuele III per l’azione sui cieli di Lubiana del 18 febbraio 1916, colpisce che questa non è stata concessa per una particolare e valorosa azione di guerra contro il nemico ma perché Salomone, benché ferito, riportò a casa i suoi compagni di volo feriti e morti. Poteva atterrare in territorio nemico e salvare la sua vita arrendendosi (in tali drammatiche circostanze sottile è la linea tra un’inutile morte e una salvifica resa) però questo avrebbe significato un incerto destino per il suo sfortunato equipaggio nonché la perdita dell’aereo, prezioso per lo sforzo bellico.
Oreste Salomone seguì il cuore andando oltre i propri limiti avendo a mente il bene altrui: mostrò quel coraggio (in questo si esprime il valore) per il quale fu il primo pilota (e amministratore) militare italiano insignito della massima onorificenza in guerra.
Nella vicenda di Salomone, in cui veramente l’eroismo si fa sostanza ed esempio, colpisce un altro dato storico che attiene all’Esercito del tempo che può essere ancora oggi oggetto di riflessione: dar fiducia ai propri uomini. Oreste Salomone chiese volontariamente di far parte del Corpo Aeronautico dell’Esercito (l’Aeronautica militare come Forza Armata autonoma nascerà solo nel 1923) e per quanto non ufficiale dei corpi combattenti, venne ammesso a quella che allora rappresentava una sfida strategica piuttosto che un’opportunità tattica. Ci riuscì perché l’Esercito credette in lui, soprattutto nella sua audace motivazione, necessaria premessa di ogni riuscita. E la Forza Armata non si sbagliò: già nella campagna di Libia (dove l’Esercito italiano per primo nel mondo utilizzò l’arma aerea) Oreste Salomone si conquistò la Medaglia d’argento al valor militare. Credere nei propri uomini è uno dei requisiti che rende un esercito vincente.