Un’autorevole riflessione

Il Generale Paolo Berardi, uno dei fautori della rinascita del nostro Esercito dopo la disfatta dell’8 settembre 1943, nelle sue memorie (“Ricordi di un Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Bologna, 1954“) scrive questa interessante riflessione che volentieri condivido con i lettori:

“Larghi strati della popolazione italiana, e dell’Italia ufficiale in specie, hanno in ogni tempo
sopportato, non mai amato, il loro Esercito, e volentieri hanno colto le occasioni propizie per ignorarlo o per umiliarlo. Conviene poi osserva-
re, a titolo di vana esperienza storica, che è altresì periodicamente accaduto che, coloro i quaIi lo hanno maggiormente bistrattato, hanno poi preteso che esso facesse ottimamente la guerra: i Bissolati del ’15, i fascisti del ’35 e del ’40, i comunisti e gli azionisti del ’44 e ’45. Il che, sotto un certo riguardo, e stato una fortuna, in quanto il nostro Esercito soltanto in sè stesso ha trovato le proprie virtù.”

L’orrore

Scrivere di soldati significa, spesso e innanzitutto, addentrarsi nell’orrore della battaglia per cui i soldati esistono e sono addestrati ma che per primi cercano di evitare ben sapendo verso cosa vanno incontro.

Un esempio di quanto sopra è la battaglia di Gettysburg, durante la Guerra civile americana (1861 – 1865), uno dei conflitti più importanti della storia militare contemporanea per gli aspetti politici e strategici connessi a tale guerra.

Infatti, in questa cittadina della Pennsylvania ebbe luogo la battaglia più sanguinosa di tutta la guerra: dal 1° al 3 luglio 1863 si scontrarono le forze unioniste (o nordiste) con quelle confederate (o sudiste) e alla fine si contarono più di 8.000 morti e 30.000 feriti di ambo le parti, cifre spaventose se rapportate alle forze in campo.

I confederati, guidati dal Generale Robert Edward Lee (1807 -1870), non riuscirono a sfondare le linee unioniste poste a difesa della capitale Washington e, dopo ripetuti assalti, dovettero ritirarsi.

Per inciso, uno dei più grandi studiosi della Guerra civile americana fu il prof. Raimondo Luraghi, già noto ai lettori di questo Blog per essere stato anche il massimo esperto di studi montecuccoliani.

Pecunia (non semper) Nervus Belli

Indubbiamente, gli scritti politici e militari di Niccolò Machiavelli (nel Nostro le due dimensioni si accompagnano sempre) sono una ricca miniera di conoscenze e riflessioni.

Certo di scoprire una eterna verità nell’esperienza storica della Roma classica, Machiavelli si dedicò (anche al fine di trovare delle praticabili soluzioni ai tanti mali dell’Italia del suo tempo) allo studio, tra gli altri autori antichi, di Tito Livio.

Il guardare al passato per trovare soluzioni al presente è un’indubbia forza del Segretario fiorentino; ne è un’illuminante prova il seguente brano che appare offrire una possibile risposta al dilemma strategico del tempo ovvero se fossero da preferire le forze mercenarie o le milizie volontarie cittadine, optando evidentemente per quest’ultime (antesignane degli eserciti permanenti del secolo successivo):

Dico pertanto, non l’oro, come grida la comune opinione, essere il nervo della guerra, ma i buoni soldati: perché l’oro non è sufficiente a trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati sono bene sufficienti a trovare l’oro.

Niccolò Machiavelli, Discorsi intorno la prima Deca di Tito Livio, Libro II, Capitolo 10, Firenze, 1531

Dall’alto dei cieli

Dal nostro collaboratore Col. Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante articolo sull’attuale applicazione di uno dei più importanti Trattati strategici dell’epoca post Guerra Fredda. Per l’Italia, l’Ufficio controllo e verifica degli armamenti e controproliferazione del III Reparto dello Stato Maggiore della Difesa è competente per le questioni legate a questo Trattato (e all’altro importante Trattato internazionale di disarmo di forze convenzionali CFE – Conventional Forces in Europe).

Il 22 maggio 2020 Il presidente Donald Trump ha annunciato l’abbandono da parte americana del Trattato sui Cieli Aperti (Open Skies Treaty). Tra le motivazioni addotte dagli Stati Uniti vi sono le limitazioni imposte dalla Russia sui sorvoli di alcune aree: l’enclave russa di Kaliningrad, la costa del Mar Baltico e il confine con la Georgia.
L’idea di un regime di voli di osservazione fu inizialmente suggerita del Presidente Dwight Eisenhower nel 1955: proponeva che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica permettessero voli di osservazione sul proprio territorio quali strumenti per monitorare gli arsenali e le attività militari. Le osservazioni aeree avrebbero permesso ai due Paesi di dimostrare la propria volontà di cooperare per ridurre le tensioni anche in caso di crisi.
Dall’entrata in vigore, 1 gennaio 2002, sono stati condotti oltre 1500 voli di osservazione. Inoltre l’area di applicazione del Trattato era superiore a quella del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE), infatti interessava i territori che andavano da Vancouver a Vladivostock.
Il Trattato non è un accordo di controllo armamenti poiché non proibisce o limita una particolare categoria di armi. Piuttosto esso mira ad accrescere la trasparenza e la creazione di fiducia tra gli Stati membri e rappresenta un importante mezzo di stabilizzazione in caso di crisi. Oltre a ciò rappresenta uno strumento di verifica di accordi di controllo armamenti (e in prospettiva di non proliferazione) ma anche di diplomazia preventiva.
E’ interessante sottolineare che, sebbene sia gli Stati Uniti che la Russia potevano raccogliere le informazioni che fornisce l’applicazione del Trattato con sofisticate osservazioni satellitari di cui entrambi erano in possesso, il Trattato Cieli Aperti fornisce a tutte le Nazioni, anche quelle che non possiedono un proprio satellite, la possibilità di partecipare alla raccolta delle informazioni e al processo di creazione di fiducia.
Tornando alla situazione attuale, il 22 novembre 2020 gli Stati Uniti sono usciti ufficialmente dal Trattato Open Skies.
Le autorità russe hanno chiesto assicurazioni scritte ai membri della Nato che tutti i dati raccolti da ora in poi non siano condivisi con gli Stati Uniti, aggiungendo che le basi statunitensi in Europa non saranno esentate dalle missioni di sorveglianza russe.
Resta da vedere se il Trattato potrà continuare ad esistere e molto probabilmente dipenderà da cosa farà la Russia.

Il libro del valore

Riconosco che il titolo di questo Post è piuttosto enfatico eppure non me ne è venuto uno migliore perché forse migliore non c’è.

Ripensavo a questo libro riflettendo sul valore del soldato italiano, virtù che l’esperienza e gli studi di anni mi portano senza alcun dubbio ad attribuirgli.

Il libro in questione è La guerra dei poveri (Einaudi, Torino, 1962, ultima edizione 2014) di Benvenuto (detto Nuto) Revelli (1919 -2004).

Revelli è stato un ufficiale degli Alpini e partigiano che ha combattuto valorosamente (guadagnandosi ben 3 medaglie d’argento al valor militare!) nella campagna di Russia e nella guerra di liberazione nazionale. Da tali esperienze ha tratto questo libro che, a piena ragione, è considerato un classico della letteratura italiana di guerra.

Il libro ripercorre, traendo spunto dai diari e dai ricordi dell’autore, il sacrificio personale dello stesso e, con lui, di migliaia di giovani italiani gettati prima in una guerra non voluta, ingiusta ma combattuta valorosamente; e poi abbandonati al proprio destino (forti solo della propria coscienza che li ha spinti in seguito a resistere contro l’invasore) all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Non è una lettura facile perché si tratta di storia vera, drammatica, sofferta, in cui rabbia e delusione s’intrecciano con senso del dovere, umanità e valore. Già, il valore: quell’intima forza dell’uomo per il quale anche una strategia sbagliata fino all’insensatezza diventa una sfida con sè stessi, con i propri limiti, il più delle volte superati grazie all’insopprimibile coscienza di sè.

Sono pagine memorabili, specie (per me) quelle dedicate all’annuncio alla radio dell’armistizio: “Non è Badoglio che parla. Un disco lento e monotono chiede che l’Italia insorga con prudenza. Sembra rotto il disco, tanto è rauco. Sembra l’annuncio di un treno in partenza, che dovrebbe partire ma non parte mai…”.

Nuto Revelli aveva frequentato i corsi regolari dell’Accademia Militare di Modena (allora Regia Accademia di fanteria e cavalleria) uscendone col grado di Sottotenente (lascerà l’esercito nel dopoguerra col grado di Maggiore): come sarebbe utile, se non necessario, che gli attuali Cadetti ne conoscessero le gesta e la testimonianza affinché possano essere ispirati dalla tragica esperienza di un loro “anziano” anche perchè la stessa non abbia mai più a ripetersi con quelle tragiche modalità.

Alla persona e all’opera di Nuto Revelli è dedicata una Fondazione omonima con sede a Cuneo che ne cura la memoria e lo studio.

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