Il Bene contro il Male

A Borgo a Mozzano (Lucca) esiste una piccola cappella che conserva un’immagine sacra chiamata la Madonna del Soldato.

Molti soldati (direttamente o per mezzo di loro congiunti), durante la Seconda Guerra Mondiale, si affidavano alla venerata immagine e a ciò che essa rappresenta.

I legami tra religiosità e militarità (così come tra teologia e strategia) sono molto affascinanti e profondi; proprio per questo esulano, al momento, dalle competenze di chi scrive. Eppure non si può non riflettere sul comune denominatore che, nell’immediatatezza, accosta le due dimensioni: il Bene che opera contro il Male.

A questo pensavo, interrogandomi sulla pratica religiosa che portava (e porta ancora oggi) molti soldati a credere e sperare che il loro servizio sia sempre un trionfo del Bene contro il Male anche (e soprattutto) nella tragedia più grande dell’umanità qual’è la guerra.

La suprema figura materna della Madre di Cristo poi non può che richiamare direttamente la madre di ciascuno di noi: e chi può dubitare che colei che ci ha generato non sia la fonte prima e assoluta di ogni bene? Questa certezza personalmente io ce l’ho, ricordando Maria Concetta Travaglini (1935 – 2020) che era mia madre.

Sfidare il destino

Gamel Abdel Nasser (1918 -1970) apparteneva a quella categoria di uomini nati per sfidare il destino.

Tra pochi giorni (il prossimo 28 settembre) sarà il 50° anniversario della sua morte, una ricorrenza che non può passare inosservata a chi riconosce l’importanza storica che Nasser ha avuto per il mondo arabo (e non solo).

Il suo destino (e quello dei suoi compatrioti egiziani del tempo) sembrava quello di vivere un’esistenza povera e incerta. Ma così non fu grazie alle sue indubbie doti di coraggio e audacia.

Con un colpo di stato militare, Nasser e i suoi compagni dell’ organizzazione clandestina Ufficiali liberi spodestarono Re Farouk nel 1952, abolirono la monarchia e proclamarono la repubblica di cui Nasser fu il capo dal 1954 fino alla sua morte avvenuta appunto il 28 settembre 1970.

I giudizi storici su Nasser non sono univoci: politico (e militare) progressista (diminuì la diseguaglianza sociale e riformò le Forze Armate), duro dittatore (limitò la libertà individuale), feroce nemico dell’Occidente (strappò il canale di Suez alla compagnia anglo – francese che lo gestiva)? In realtà ci furono diversi Nasser: il militare che combattè eroicamente in Palestina nel 1948; il patriota del 1952 che offrì una svolta rivoluzionaria all’Egitto; il nazionalista che prese il controllo del Canale di Suez nel 1956, scatenando la guerra con Francia e Gran Bretagna.

Certo è che Nasser cercò di eliminare, con una storia personale e politica di luci e ombre, una delle grandi debolezze del mondo arabo: la sua interna divisione foriera di instabilità politica e sottosviluppo economico.

A favore di Nasser è senz’altro il merito di aver provato a cambiare lo stato di cose ed aver offerto al mondo una visione alternativa (non va mai dimenticato che fu tra i fondatori del Movimento dei Paesi non allineati che un ruolo importante ebbe nel periodo della “Guerra Fredda”) sulla cui validità ancora oggi si discute.

L’Italia s’è fatta!

La presa di Roma da parte delle truppe italiane il 20 settembre 1870 concluse simbolicamente l’unificazione dell’Italia. Vi si arrivò attraverso un intreccio di passioni e cautele, di delicate tattiche diplomatiche e di congiunture favorevoli che produssero la fulminea campagna che dal 12 al 20 settembre portò alla conquista del Lazio e dell’Urbe. Il recente libro edito da Il Mulino e scritto da Hubert Heyères, storico militare francese tra i massimi esperti del nostro Risorgimento, analizza a uno a uno questi piani, mettendo però al centro (grande novità rispetto ai numerosi studi precedenti) una dettagliata cronaca del fatto militare, della sua preparazione, del suo procedere città dopo città. Un’ accurata narrazione che porta il lettore fino alla famosa breccia aperta dall’artiglieria nelle mura di fianco a Porta Pia e all’ingresso a Roma, il mattino del 20, del IV Corpo dell’Esercito italiano al comando del Generale Raffaele Cadorna (senior). Tutto questo avveniva mentre sulle mura e sulla cupola di San Pietro veniva issata, per volere di Pio IX e nonostante la volontà di resistenza del Generale Hermann Kanzler comandante delle truppe pontificie, la bandiera bianca che segnava la fine del plurisecolare potere temporale del Papa e l’unione di Roma allo Stato unitario.

Lo stratagemma

A seguito della caduta del fascismo il 25 luglio 1943, i tedeschi, preoccupati dalla possibile defezione degli italiani dal conflitto, elaborarono il Piano Achse (Asse) finalizzato al disarmo delle Forze Armate italiane e all’occupazione dell’Italia.

Il Piano Achse prevedeva due diverse linee di azioni per i due principali teatri operativi in cui erano presenti i soldati italiani: il territorio nazionale e i Balcani.

Sul territorio italiano, il Piano Achse stabiliva l’afflusso di reparti tedeschi (da aggiungersi a quelli già presenti principalmente per la difesa della Sicilia invasa dagli anglo – americani) dai fronti orientale e occidentale. Poste sotto il comando dei Feldmarescialli Erwin Rommel (con settore operativo a nord degli Appennini) e Albert Kesselring (competente nella rimanente parte della Penisola), le truppe tedesche dovevano assicurare il disarmo dell’esercito, l’occupazione e il controllo di tutto il territorio italiano non ancora conquistato dagli anglo – americani (che dovevano essere arrestati il più a sud possibile).

Nel teatro operativo balcanico invece, i tedeschi prevedevano di utilizzare un più fine stratagemma: venne predisposto un riordino della struttura di comando che, di fatto, privò di ogni autonomia le Unità italiane che vennero poste sotto il diretto controllo germanico cosicchè i tedeschi, che erano perfettamente informati della dislocazione, armamenti e movimenti dei reparti italiani, poterono disarmarli con una certa facilità (ma non sempre e ovunque, basti pensare alla resistenza italiana a Cefalonia e Corfù) all’indomani dell’annuncio dell’armistizio l’8 settembre 1943.

Di quest’ultimo punto del Piano Achse ne è testimone uno dei suoi estensori, il Generale Heinz von Gyldenfeldt (1899 -1971) che nel dopoguerra dichiarò “era stata possibile la verifica di tutti i documenti dell’armata italiana, ridefinita opportunamente la dislocazione delle truppe e preparato in dettaglio il disarmo” (cit. Gianni Oliva, La Resistenza, Giunti, Firenze, 2019 pag. 15).

L’apostolo dello Stato

In occasione del 38° anniversario dell’omicidio a Palermo da parte della mafia del Prefetto Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (medaglia d’oro al valor civile alla memoria), di sua moglie Emanuela Setti Carraro (medaglia d’oro al merito della Croce Rossa Italiana alla memoria) e dell’agente della Polizia di Stato di scorta Domenico Russo (medaglia d’oro al valor civile alla memoria), è bene ricordare quello che Dalla Chiesa disse in relazione al potere dello Stato:

“Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti.”

Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Saluzzo 27/9/1920 – Palermo 3/9/1982

Grandi e piccole storie

Notoriamente, la Storia ha una duplice prospettiva: quella “generale” dei grandi eventi e quella “singolare” dei protagonisti, grandi o piccoli che siano. Anche ogni guerra e qualunque battaglia può essere studiata da questa duplice angolazione.

Lo scorso anno è uscito in Germania (con la speranza che venga presto tradotto in italiano) un libro di Tobias Arand (1870 -71, Osburg Verlag, Hamburg, 2019) su uno dei più importanti conflitti europei del XIX° secolo (per le straordinarie e durature conseguenze che ha comportato); un opera che rappresenta un’evidente prova del precedente assunto.
Dopo aver, infatti, magistralmente riassunto gli eventi che segnarono la guerra franco – tedesca del 1870 -71 (compreso le vicissitudini precedenti, tra cui lo scontro dei francesi con i garibaldini a Mentana nel 1867) giustamente definita come l’ultima e decisiva “Reichseinigungskrieg” (guerra per l’unità dello stato) dopo quelle contro la Danimarca (1864) e Austria (1866), l’autore si dedica ai testimoni del tempo, sia francesi che tedeschi. Vengono dunque raccontate le esperienze di 40 persone presenti agli eventi; tra questi, sono da citare il filosofo Friedrich Nietzsche, Alfred Krupp (industriale dell’acciaio), Friedrich Engels, lo scrittore Edmond de Goncourt e Paul von Hindemburg, futuro capo dell’esercito tedesco nella Grande Guerra nonché Presidente della Repubblica nel periodo weimeriano.
Circa 3 milioni di uomini furono coinvolti in questo conflitto e quasi 200.000 furono i caduti di ambo le parti: una guerra lunga e sanguinosa che sarà una tragica prova generale di quelle che seguiranno nel secolo successivo nonchè la definitiva affermazione nell’Europa del tempo della potenza militare tedesca (forgiata da quel genio militare che fu Helmuth von Molkte il vecchio).
Spesso la lontananza da quei giorni porta a dimenticare la grande tragedia umana che tale guerra causò. Questo pregevole libro, che potrebbe definirsi definitivo sul tema se nella Storia si potesse ipoteticamente mettere un punto fermo, ricorda agli studiosi e all’opinione pubblica che la dimensione umana della guerra è sempre la principale prospettiva d’osservazione poiché la storia militare è anzitutto storia di uomini e donne che l’hanno fatta, vissuta e spesso subita.
A riprova di ciò, il libro di Tobias Arand riporta, fra le tante voci, quella del soldato bavarese Florian Kühnhauser che partecipò ai duri combattimenti sulla Loira e che patì l’orrore dei campi di battaglia. Scrive Kühnhauser: 《 migliaia di feriti, lasciati senza aiuto, giacciono dissanguati sul freddo campo di battaglia… molti di loro forse si sarebbero salvati se avessero ricevuto in tempo le cure mediche… Oh, la guerra è spaventosa, impietosa!》.
Il racchiudere e conservare per sempre, insieme alla puntuale ricostruzione dei fatti politici e bellici, queste (e altre) accorate parole rendono il libro unico e prezioso.