Il primo canto del “Paradiso” alla luce del commento di Benvenuto

Benvenuto pone l’accento sul grande mistero che ogni parola di questo testo racchiude in sé: la gloria divina riempie ogni creatura in virtù della vastità delle cose che abitano l’universo anche se, tuttavia, in modi diversi. Nella visione neoplatonica del romano Boezio (De unitate et uno), emerge la rappresentazione della luce divina come epifania della divina essenza che, pur essendo e restando una, compatibilmente con il punto di vista cristiano, si mostra in modalità differenti a seconda dell’impurità della materia che le fa da schermo. Alla luce della metafora del filosofo latino sopra citato, si potrebbe formulare l’interpretazione secondo cui Dio è in ogni uomo, ma solo in virtù delle scelte libere compiute da quest’ultimo, la sua presenza brilla più o meno intensamente.

“Nullo intellectu, nulla scientia Deus comprehendi potest” (da nessun intelletto, da nessuna conoscenza Dio può essere compreso). Riaffiora qui il tema dantesco dell’ineffabile e, implicitamente, del paradisiaco transumanare, inteso come tentativo di elevazione dell’uomo alla comprensione del divino. Aristotele e Avicenna insegnano che l’intelletto può giungere solo dall’esterno e può essere esclusivamente divino. La “mente” dantesca è assimilabile alla memoria ciceroniana (De oratore), vista metaforicamente come fitta rete di connessione tra concetti; tuttavia tutte le cose terrene non sono buone in sé, ma tali per partecipazione della bontà divina. L’invocazione ad Apollo consacra quest’ultimo, non solo come canonico dio dei poeti o della sapienza, ma come il sole stesso, che nel De re publica di Cicerone diventa mente dell’universo e armonia del tutto (Mens mundi et temperatio tota), da cui si sprigiona il principio del comprendere (ab eo manat principium intelligendi).

Il Glauco dantesco si configura come l’immagine esemplare dell’uomo definito da Rambaldi come, per natura, il più perfetto dei viventi (perfectissimus animalium) e come nesso tra Dio e cosmo, poiché ha in sé l’intelletto divino attraverso cui, a volte, si eleva al di sopra del cosmo. L’interazione psicofisica impedisce all’anima di garantire un costante equilibrio al corpo, costantemente provocato dal mondo della bestialità. Dante chiarisce l’incapacità umana di comprendere il fenomeno divino, in quanto, come dice Agostino, il sentimento dell’uomo si trasferisce in maniera ineffabile fino nell’amore di Dio ed egli, immerso in Dio come la luce del giorno è effusa nell’aria, diviene più uomo. Benvenuto sottolinea, inoltre, la profonda umanità della poesia di Dante. Le condizioni esistenziali dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso possono essere in un certo modo vissute nella dimensione terrena sotto forma di emozioni e sentimenti, dalla sofferenza al pentimento, custode di gioia, purché vissuti in modo autentico e sincero. Benvenuto, in parallelo a Dante, dice: “Anima interdum damnatur in mundo isto”, dipingendo l’immagine di una terra meschina, la misera “aiuola che ci fa tanto feroci”, lontana dalle radiose sfere celesti.

Benvenuto insiste sul parallelismo fra le vicende di Enea, diretto all’inferno, e quelle di Dante, volto al cielo: l’uno sotto la guida della Sibilla e l’altro sotto quella di Beatrice, entrambi incontrano i propri predecessori (Anchise e Cacciaguida) in campo ameno e luminoso e sono da loro accolti lietissimamente. Tutti e due ricevono premonizioni contro i futuri attacchi dei nemici, in particolare Dante è avvertito circa l’esilio. Le suggestioni, derivanti dai modelli greci, emergono nuovamente e attestano la cultura e l’abilità dell’autore che ha saputo far propria la materia altrui (facere de alieno suum).

In questi versi si tratteggia, con estrema trasparenza, lo splendore della luce e l’eccellenza di quella donna, da un lato domina, dall’altro investita dalla beatitudine emanata dal figlio e contenuta nelle menti angeliche, ministre di Dio. Coerentemente con l’iconografia cristiana, Maria si mostra come tramite per la salvezza umana e in virtù di ciò Dante si fa autore di nobilissimis comparationibus, coloribus, metaphoris et exemplis, al fine di rendere al meglio l’incomparabile gloria di Maria. I molteplici paragoni proposti dal poeta rispecchiano una delle più note costanti del Paradiso: discordia concors et concordia discors (varietà nell’unità, unità nella varietà).

In quest’ultimo canto è instaurata la comparazione tra Dante e Apollo, imperniata sulla medesima immagine: la risposta del dio della saggezza viene trasmessa alla Sibilla su una foglia e così la visione di Dio è mostrata al poeta nella mente mobile che fluttua come una foglia nel vento. Benvenuto evidenzia il riferimento all’esperienza dell’enthousiasmòs (rapimento estatico, descritto da Platone ed esaltato da Cicerone) circa il rapimento subito dall’autore, che, una volta tornato in sé, prende atto della perdita della propria memoria. L’avvento di Cristo è condiviso sia dalle parole di Agostino sia dalle predizioni della Sibilla Cumana. L’essenza di Dio lega in sé tutte le cose create il cui essere è tale nell’istante dell’eternità: come la perfezione terrena è emanazione di quella divina, così il tempo umano è dispiegamento dell’inesauribile eternità. Dante conclude l’intera Commedia esprimendo ancora una volta la propria incapacità nel comprendere e nel riferire come “la sua mente fu percossa da un folgore” e la sua volontà, come sottolinea Benvenuto, di congiungere la fine al principio (quello musicale della circulata melodia). L’autore intende giungere al fine di tutte le cose e indicare al lettore, seppur parzialmente, “la via” che conduce ciascuno alla “patria”.

                                                  (Valentina Conti, Linda Nanni)


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Matteo Veronesi (29 Dicembre 2025). Il primo canto del “Paradiso” alla luce del commento di Benvenuto. Parvula Benvenutiana. Recuperato il 5 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/15f5j


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