“O frati,” dissi, “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente non vogliate negar l’esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno, XXVI, 112-120)
Per quanto brevi, queste righe sono dense di significato e i vari commentatori nel tempo hanno dato la propria opinione cercando di ricostruire quale fosse l’intenzione che Dante volesse far trapelare dalle parole di Ulisse.
Prendendo in considerazione alcuni commenti antichi, si possono riscontrare pareri differenti, nonostante il senso generale sia piuttosto chiaro: Ulisse rivolge un’esortazione ai propri compagni invitandoli a osare avventurarsi oltre le colonne d’Ercole. Ma quali argomentazioni usa?
Secondo Jacopo della Lana, l’eroe incita i compagni, ormai raggiunta la vecchiaia e quindi “la corta vita”, a non dimenticarsi del “rimanente”, ovvero la fama, unica che rimane all’uomo, e della speranza di conoscere le “diversità del mondo”. È infatti questa stessa “cognoscibilità”, quella semenza citata da Ulisse, a far nascere proprio una fama valorosa.
Benvenuto Rambaldi, invece, identifica nel “rimanente de’ vostri sensi” il poco tempo che resta della vita sua e dei suoi compagni, sottolineando la brevità dell’esistenza umana, e li sprona a non sprecare questi momenti, a spenderli piuttosto in questa fatica, piccola a confronto dei mille pericoli già affrontati. La virtù e la conoscenza sono ciò che porta alla felicità (idea aristotelica), alla sopravvivenza postuma nella gloria, grazie alle cose eccelse che permette di fare la ragione “data”, per cui si contraddistingue la “nobiltà dell’eccelsa natura umana”, ovvero quella semenza a cui, secondo Benvenuto, si riferisce Ulisse.
Vi è poi Guido da Pisa, che offre una visione cristianizzata di Ulisse, il quale, parlando di vigilia, alluderebbe all’attesa del premio che è il Paradiso: la vita terrena non è nulla in confronto a ciò che attende l’uomo, se si sarà comportato rettamente; inoltre, il commentatore fa riferimento a una versione del testo diversa da quella odierna, intendendo “de’ nostri sensi ch’è del rimanente?” come una domanda retorica. Per Guido la semenza è l’anima immortale propria dell’uomo, e per ottenere l’immortalità (dare un “frutto lodevole”), il proprio ricordo dopo la morte attraverso azioni gloriose e memorabili, è necessario seguire “virtute e canoscenza”.
Francesco Buti, il quale ha una visione preumanistica della gloria terrena postuma, nota, in modo analogo a Benvenuto Rambaldi, come Ulisse ricordi ai compagni i pericoli superati per infondere loro coraggio e come sottolinei la scarsità del tempo rimasto (la “tanto picciola vigilia de’ nostri sensi”), quindi da sfruttare finché “vegliano i nostri sentimenti”, cioè fino a che è viva la nostra sensibilità. Ma quello che distingue l’umanità dalle bestie, che seguono solo i sensi e “l’appetito naturale”, rimane la virtù e la conoscenza, ciò per cui l’uomo è fatto, e per questo deve quindi ricordarsene, e tenere anche sempre a mente la propria origine, ovvero la propria nascita da Dio.
Infine, secondo Cristoforo Landino, uno dei filosofi “platonici” dell’Accademia nell’ambiente della Firenze medicea, Ulisse sentenzia che bisogna usare il “breve spazio di vita” che resta loro per conoscere, poiché il conoscere, come ricordato sopra anche da Benvenuto, è fonte di felicità e nutrimento dell’intelletto; la conoscenza è, inoltre, fondamento della vita speculativa, mentre la virtù è quello della vita attiva.
Ma non solo gli antichi si sono misurati con questi versi: anche in tempi a noi più vicini alcuni studiosi hanno voluto esprimere le proprie considerazioni sull’accorata esortazione dell’eroe omerico nel canto XXVI dell’Inferno dantesco.
Anna Maria Chiavacci Leonardi, ad esempio, nel commento del 1991-1997, sente nelle parole di Ulisse la “voce stessa del mondo antico, cioè l’umana passione di virtù e conoscenza, spinta qui per la follia di un alto ingegno alla presunzione di dominare l’infinito.”
Anche Carlo Grabher si è espresso: egli considera per semenza “l’origine e la natura dell’uomo”, requisiti per cui gli uomini si differenziano dai “bruti” e hanno come missione quella di seguire “virtute”, il valore, e “canoscenza”, “l’amore di sapienza”.
Vi è inoltre la voce di Natalino Sapegno (prima edizione 1955), il quale, riguardo all’episodio di Ulisse, commenta che è innegabilmente “ammirevole la sua sete inesausta di virtù e di conoscenza (…); senonché l’impresa era di quelle a cui non basta il soccorso dell’umana ragione, e per compierla si richiedeva l’aiuto, a lui vietato, della Grazia”: l’eroe, dunque, si macchia di “un eccesso di confidenza e un abuso del dono dell’intelligenza”.
(Biancoli, Clemente, Dall’Aglio, Gavelli, Pagnani, Paragliola, Poli, Visani)
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Matteo Veronesi (29 Dicembre 2025). La figura dantesca di Ulisse nelle parole dei commentatori. Parvula Benvenutiana. Recuperato il 5 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/15f5i