
Benvenuto Rambaldi, nel commentare la vicenda di Paolo e Francesca, fa trapelare un giudizio piuttosto negativo dei due amanti: infatti, vede il sentimento che li lega esclusivamente come una debolezza della carne, una morbosa ricerca del piacere e un adulterio peccaminoso. Infatti, considera la celebre frase “Amor ch’a nullo amato amar perdona” una scusa messa in bocca alla donna che cerca di giustificare il suo atto impuro, poiché lo scrittore imolese ritiene la proposizione falsa per quanto riguarda un “amor voluptatis” come il loro, mentre la sentenza è veritiera se riferita all'”amor virtutis”, concetto che Dante riprenderà nel capitolo XXII del Purgatorio (“si vis amari, ama”), come ricordato da Rambaldi stesso.
Nel suo commento Benvenuto Rambaldi procede con estrema precisione, verso per verso, senza fermarsi alla sola parafrasi, ma analizzando nel dettaglio la scelta delle parole da parte di Dante e studiando la psicologia dei personaggi. Ma, nonostante il lavoro pregevole e diligente, il suo stile sembra essere in contrasto con il metodo rigoroso da lui seguito: infatti, Benvenuto non scrive in latino classico, ma la sua lingua risente fortemente di influssi volgari. Basti pensare che nel suo testo sono presenti parole che non si leggerebbero in un passo di un autore classico; ad esempio, nello scritto di Benvenuto troviamo la frase “nam de rei veritate multae fuerunt et sunt acerbissime odientes amantes”: in questo caso, la parola “odientes” è usata in modo improprio.
Tutti i commenti antichi sembrano, chi più chi meno, condannare Paolo e Francesca: essendo nella stessa Commedia posti nell’Inferno, non c’è da stupirsi, ma in Dante ritroviamo comunque un sentimento di compassione verso i due innamorati, e quasi una tacita intesa: Dante, infatti, appare molto turbato dalle parole di Francesca, e probabilmente non solo per la condanna della donna (“galeotto fu il libro e chi lo scrisse”) da cui si sente chiamato in causa, ma anche perché non si sente così distante dai due amanti; dopotutto, anch’egli amava una donna, Beatrice, già maritata, e anche lo stesso poeta era sposato quando scrisse la Divina Commedia.
Certo, tra loro non ci fu mai una storia d’amore reale, come tra Paolo e Francesca, ma, se come sostiene nel suo commento Guido da Pisa già guardando una donna per desiderarla si commette adulterio – tesi peraltro non nuova, dato che la si può leggere nel Vangelo di Matteo, quando Gesù dice “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,27-28) –, Dante ha in fondo qualcosa in comune con la coppia in questione.
È proprio come adultera e lussuriosa che i primi commentatori del quinto canto dell’Inferno dipingono Francesca: non si può negare che, in un’ottica cristiana, la donna abbia commesso un peccato; ma la visione dei commentatori non è esaustiva, infatti si limitano a considerare l’amore provato dalla donna come “amore dilettevole” e non come “amore onesto”, volendo usare le parole del Boccaccio, insomma, come scrive Cristoforo Landino, “si tracta dell’amor lascivo, el quale tanto degenera et traligna dal vero amore che gli diventa contrario.” Non viene ammesso che Francesca possa provare un sentimento più nobile del mero amore fisico, carnale.
E ancora, nel passo dantesco “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”, Benvenuto Rambaldi e lo stesso figlio di Dante, Pietro Alighieri, leggono nell’aggettivo “gentile” un’espressione che denuncia la mollezza dell’ambiente in cui i due amanti vivevano (rispettivamente “debes intelligere maxime et potissime quia nobilis plus vacat otio et vivit delicatius” e “talis amor insurgit propter cibaria pretiosa et otia”), e non un riconoscimento di una certa elevazione morale (Cristoforo Landino commenta “è vera sententia che l’animo generoso et elegante, cioè acuto in eleggere, facilmente ama le chose belle”) o nobile e innata propensione all’amore (Boccaccio invece scrive che “Cupidine, o Amore che noi vogliam dire, è una passione […] approvata dalle virtù intrinseche, prestando i corpi superiori attitudine a doverla ricevere” e che “sono alcuni uomini prodotti atti a ricevere questa passione secondo le disposizioni del corpo”).
Ma come si può condannare Francesca dopo aver condiviso la sentenza “Amor ch’a nullo amato amar perdona”? Se, infatti, si è d’accordo con quanto affermato nel trattato De Amore di Andrea Cappellano, cioè che il sentimento amoroso rivolto da una persona “gentile” non può non essere ricambiato, Francesca cosa avrebbe dovuto fare? E se, inoltre, si prende per vera un’altra sua affermazione, ovvero che il vero amore è quello al di fuori del matrimonio (allora contratto solo per interesse), poiché solo l’esperienza extraconiugale rappresentava una scelta libera e di conseguenza nobile, l’innamorata, “presa da piacer sì forte che ancor non m’abbandona”, si trova ancora in errore?
Benvenuto Rambaldi, anche conosciuto come Benvenuto da Imola, fu uno scrittore trecentesco nato a Imola. È conosciuto principalmente per i suoi commenti, più famoso di tutti quello della Commedia di Dante Alighieri, noto con il nome di Comentum. Si tratta sicuramente della sua opera più importante e su cui impiegò più tempo e che è ritenuta unica e singolare tra gli altri commenti antichi riguardanti l’opera di Dante. L’idea di scriverlo nacque da una sua iniziativa personale, non da un incarico ufficiale. Decide di utilizzare come lingua per la sua opera il latino: un latino definito ‘grosso’, cioè un latino scolastico ed ecclesiastico tipico dell’epoca medievale. Questo latino tenta di rifarsi il più possibile a quello classico ma presenta comunque parti della sintassi tipicamente derivanti dal volgare (quod con indicativo per la dichiarativa) che nel latino classico sarebbero considerate scorrette. Il latino di Benvenuto è caratterizzato da una notevole ricchezza di termini e da un pluristilismo, caratteristico anche del volgare di Dante, che si può notare per tutto il corso dell’opera. Esaminando il commento di Benvenuto del V canto possiamo notare quanto si distingua dagli altri commenti della stessa epoca. Il V canto, uno dei più noti e dei più apprezzati, narra la storia di due anime dannate nel girone dei lussuriosi: Paolo e Francesca. Lei, nonostante fosse la moglie del fratello di Paolo, Gianciotto, si invaghisce del cognato e, durante la lettura della storia di Lancillotto e Ginevra, i due vengono presi dalla passione e non riescono a resistere alla tentazione. Vengono colti in flagrante da Gianciotto che li uccide entrambi. L’interpretazione di Benvenuto differisce particolarmente da quelle odierne: riteneva infatti che l’amore fosse legato alla nobiltà per nascita, non alla nobiltà d’animo e quindi interpreta diversamente l’aggettivo ‘gentil’. Fornisce inoltre una spiegazione più banale della vicenda, legata alla natura dei due amanti, e non riesce a cogliere davvero il dramma dell’adulterio di Francesca, soffermandosi principalmente sul significato letterale.
Nel proprio commento che illustrava a un pubblico nella chiesa di San Michele a Firenze, Boccaccio interpreta il canto in una chiave piuttosto moralistica, molto diversa rispetto a quella che trasmette al lettore nella sua opera più famosa, il Decameron. Boccaccio illustra tre diversi tipi di amore: quello onesto, dilettevole e infine quello utile. Considera questa storia d’amore un amore dilettevole. Spiega come quest’amore sia stato imposto ai due amanti dagli astri sotto cui sono nati. Un’interpretazione basata sull’astrologia e quindi una visione non cristiana in quanto implica la non possibilità di libero arbitrio. È un’interpretazione che può essere ricondotta anche alla dottrina dell’averroismo, secondo la quale tutto ciò che pensiamo proviene da un intelletto divino e tutte le nostre azioni sono guidate da esso. In questo modo li giustifica: è la passione che si è impossessata di lui che costringe l’uomo a compiere azioni che il più delle volte non sono giuste. Questo tipo d’amore dipende inoltre dalla disposizione corporale dell’individuo. In questo caso quindi Boccaccio assolve i due amanti dalle loro colpe poiché non potevano opporsi alle circostanze. Interessante anche come sottolinei che sia strano come nell’Inferno, dove non si dovrebbe più avere la facoltà di amare, lei continui a provare dei sentimenti per Paolo.
Giorgia Neri
OpenEdition vi suggerisce di citare questo post nel modo seguente:
Matteo Veronesi (29 Dicembre 2025). La figura dantesca di Francesca nei commenti antichi. Parvula Benvenutiana. Recuperato il 16 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/15f5g