Dall’Introduzione generale al Commento
Dicam ergo, concludens de nobilissimo poeta, illud Ecclesiastici 39. Ipse tamquam imbres mittet eloquia sapientiae: sapientiae, inquam, verae, de qua Augustinus VIII de Civitate Dei circa principium: cum philosophis est habenda collatio, quorum nomen, si latine interpretetur, amorem sapientiae profitetur. Porro si sapientia Deus est, ut divina autoritas veritasque monstravit, verus philosophus amator Dei est. Unde magnus philosophus et poeta Plato, philosophia, ait in Phaedone, est meditatio mortis. Duas autem asserit esse mortes; primam naturae, homo enim naturaliter moritur cum anima corpus solutum lege naturae. Secunda est virtutis, cum scilicet anima adhuc in corpore constituta corporeas contemnit illecebras et cupiditatum dulces insidias, reliquasque omnes exuit passiones. Hic autem verus philosophus ac poeta hanc mortem summopere meditatus eam studuit persuadere mentibus omnium ut mortem sine morte feliciter pervenirent, ut in processu operis clarissime ostendetur: ad quam nos vocare dignetur qui est mortis et vitae dominus in aeternum.
Ripeterò dunque, concludendo circa il nobilissimo poeta, le parole del trentanovesimo capitolo dell’Ecclesiastico. “Come tempeste emette i fiumi della sapienza”: della sapienza, intendo, vera, riguardo alla quale Agostino, all’inizio dell’ottavo libro della Città di Dio, dice: “ci si deve confrontare con i filosofi, il cui nome, interpretato latinamente, denota l’amore per la sapienza”. Dunque se la Sapienza è Dio, come l’autorità e la verità divine hanno mostrato, il vero filosofo è amatore di Dio. Onde il grande filosofo e poeta Platone dice, nel Fedone, che la filosofia è meditazione della morte. Dice dunque che ci sono due morti. La prima riguarda la natura, infatti l’uomo muore secondo natura quando il corpo è diviso dall’anima secondo la legge della natura. La seconda riguarda la virtù, ossia quando l’anima, pur essendo ancora infusa nel corpo, disprezza le seduzioni corporee e le dolci insidie dei desideri, e si spoglia di tutte le altre passioni. Dunque questo vero filosofo e poeta, dopo aver sommamente meditato la morte, si sforzò di convincere tutte le menti a giungere felicemente ad una morte senza morte, come si mostrerà con assoluta chiarezza nel séguito dell’opera: alla quale si degni di chiamarci Colui che è in eterno Signore della morte e della vita.
Dal commento al primo canto dell’Inferno
Io non so ben ridir. Hic autor facit antipophoram, idest respondet quaestioni tacitae; posset enim quis obiicere: quare ergo intrabas istam sylvam, ex quo est tam amara? Respondet autor se nescire, quia erat plenus somno quando intravit. Sed quis est iste somnus? Certe potest tripliciter considerari: primo secundum opinionem Platonis, qui volebat quod anima, creata ab aeterno, veniret a stellis ad ipsum corpus, quando erat debite organatum in utero mulieris, et tunc oblivisceretur omnium, quae sciebat, cum prius esset omnia sciens; et sic oblivio potest dici somnus. Alio modo secundum Aristotelem, qui dicit in libro de Anima, quod anima a principio est tamquam tabella rasa, in qua nihil est depictum; unde ipse autor Purgatorii Cap. XVI dicit: L’anima semplicetta che sa nulla; et sic ignorantia potest dici somnus. Tertio, secundum Augustinum et alios theologos anima creatur in instanti a Deo quando infunditur in corpus conceptum turpiter, et talis somnus est peccatum; unde Propheta: ecce enim iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepit me mater mea. Ad propositum ergo autor vult dicere: non quaeras quomodo intraverim istam sylvam, idest viam viciorum, quia omnes nascuntur mali: immo, antequam nascamur, sumus in ignorantia et peccato; ideo non possum reminisci primi introitus. Nunc ordina literam sic: Io non so ben ridir, idest referre, com’io v’entrai, scilicet in ipsam sylvam tam asperam. Et ecce quare ego nescio; quia tanto era pien di sonno, idest adeo eram plenus somno ignorantiae; et dicit a quel punto, idest tempore adolescentiae, che, idest in quo puncto la verace via abbandonai, idest quando deserui viam virtutum, quae est vera, et ad veram patriam ducit. Unde nota hic quod homo a principio vitae ambulat cum somno ignorantiae et peccati innati usque ad tempus adolescentiae, sed non meretur, nec demeretur, quia nondum habet usum liberi arbitrii; sed adveniente tempore adolescentiae invenit bivium, et tunc imminet magnum periculum ne divertat ad sinistram potius quam ad dexteram; facilius enim declinat ad sinistram, quia assuetus delectationibus sensibilibus, quasi ratione sopita, relinquit viam rectam virtutum, et vagatur per abrupta viciorum. Ideo bene dicit autor quod nescit redicere quomodo intraverit istam silvam, tantum erat plenus somno, quando reliquit viam veram. Hoc autem accidit in pluribus, nisi divina gratia miserante eligant viam rectam, sicut fingitur de Hercule, ut refert Tullius libro Officiorum, et Livius narrat de Africano maiore simile.
“Io non so ben ridir”. Qui l’autore previene una possibile obiezione, ossia risponde ad una domanda implicita; qualcuno infatti avrebbe potuto obiettare: perché dunque entrasti in questa selva, dal momento che è così amara? L’autore risponde di non saperlo, poiché quando vi entrò era pieno di sonno. Ma cos’è questo sonno? Certo può essere considerato in modo triplice: in primo luogo secondo l’opinione di Platone, che voleva che l’anima, creata fin dall’eternità, venisse dalle stelle allo stesso corpo, quando era debitamente formato nel grembo della donna, e allora dimenticasse tutte le cose che sapeva, mentre prima era onnisciente; e così il sonno può essere definito oblio. In un altro modo secondo Aristotele, che nel De anima dice che l’anima all’inizio è come una tabula rasa, in cui nulla è raffigurato; onde lo stesso autore, nel sedicesimo canto del Purgatorio, dice: “L’anima semplicetta che sa nulla”; e così l’ignoranza può essere detta sonno. In terzo luogo, secondo Agostino e altri teologi, l’anima è creata istantaneamente da Dio quando viene infusa nel corpo che è stato impuramente concepito, e tale sonno è il peccato; onde il Profeta dice: “Ecco infatti che nell’ingiustizia sono stato concepito, e nel peccato mi concepì mia madre”. A questo proposito, dunque, l’autore vuole dire: non chiedere in che modo io sia entrato in questa selva, cioè nella via dei vizi, poiché tutti nascono malvagi; infatti, prima di nascere, siamo nell’ignoranza e nel peccato; perciò non posso ricordarmi del primo ingresso. Ora ordina il testo così: “Io non so ben ridir”, cioè riferire, “com’io v’entrai”, cioè in quella stessa selva così aspra. Ed ecco perché io non lo so; poiché “tant’era pien di sonno”, cioè a tal punto ero pieno del sonno dell’ignoranza; e dice “a quel punto”, cioè nel tempo della prima giovinezza, “che”, ossia nel qual punto, “la verace via abbandonai”, ossia quando abbandonai la via delle virtù, che conduce alla vera patria. Onde nota, qui, che l’uomo all’inizio della vita vaga nel sonno dell’ignoranza e del peccato originale fino al tempo della prima giovinezza, ma non ha meriti né colpe, perché non ha ancora l’uso del libero arbitrio; ma al sopraggiungere del tempo della prima giovinezza trova un bivio, e allora incombe il grave pericolo di deviare verso sinistra anziché verso destra; infatti più facilmente devia verso sinistra, poiché è abituato ai piaceri dei sensi, come se la ragione si fosse assopita, lascia la retta via delle virtù, e vaga per i sentieri dei vizi. Dunque ben dice l’autore che non sa ridire in che modo entrò in questa selva, tanto era pieno di sonno quando abbandonò la strada della verità. E questo accade in molti, a meno che, per la misericordia della divina grazia, non scelgano la retta via, come si immagina di Ercole, a quanto riferisce Cicerone nel De officiis, e Livio narra, analogamente, riguardo a Scipione l’Africano.
Dal commento al quarto canto dell’Inferno
Unde nota quod Aristoteles et Plato merentur maiorem laudem, quam Caesar vel Scipio, quia isti exercuerunt corpus, sed illi animum, per quem quidem animum maxime assimilamur Deo. Homo enim, ut dicit ipse Aristoteles, est maximi intellectus, et ratio et felicitas consistit potius in virtute speculativa, quam activa, ut dicit ipse Aristoteles IX Ethicorum. Et subdit honorem exhibitum ipsi Aristoteli in testimonium virtutis eius, dicens: Tutti lo miran tutti onor li fanno; et merito. Quivi. Hic autor nominat duos philosophos proximiores Aristoteli, unum a sinistris scilicet Socratem, alium a dextris scilicet Platonem. Socrates fuit magister Platonis, qui totam philosophiam conatus est reducere ad mores, ut dicunt Valerius, Augustinus, et multi; unde dixit Socrates quod virtus et scientia erant idem. Fuit enim homo maximae bonitatis, inauditae patientiae et constantiae. Plato magister Aristotelis, homo maximae sapientiae, sed maioris eloquentiae, fuit vir divinus; unde eius dicta multum consonant fidei christianae, ut sepe dicit Augustinus in suo de civitate Dei. Fuit philosophus et poeta, tamen a iuventute fuit palestrita, cursor et cantor, ut scribit Apuleius. Et hic nota quod autor merito ponit istos tres praecipuos philosophos simul, quia Aristoteles physicus, Plato methaphysicus, Socrates ethicus: Aristoteles tamen, sicut Caesar, omnia fuit. Ideo dicit: Quivi vid’io Socrate e Platone, che ‘nanzi agli altri più presso li stanno.
Onde nota che Aristotele e Platone meritano maggior lode che Cesare o Scipione, poiché questi esercitarono il corpo, quelli l’animo, quell’animo attraverso il quale massimamente ci rendiamo simili a Dio. L’uomo, infatti, come dice Aristotele, è di sommo intelletto, e la ragione e la felicità consistono più nella virtù speculativa che in quella attiva, come dice lo stesso Aristotele nel nono libro dell’Etica. E aggiunge l’onore reso allo stesso Aristotele a testimonianza della sua virtù, dicendo: “Tutti lo miran, tutti onor li fanno”; e con giusta ragione. “Quivi”. Qui l’autore nomina i due filosofi più vicini ad Aristotele, l’uno a sinistra, cioè Socrate, l’altro a destra, cioè Platone. Socrate fu maestro di Platone, che cercò di ricondurre tutta la filosofia ai costumi, come dicono Valerio Massimo, Agostino e molti altri; onde Socrate disse che la virtù e la conoscenza erano la stessa cosa. Fu infatti uomo di somma bontà, di costanza e pazienza inaudite. Platone, maestro di Aristotele, uomo di somma sapienza, ma di ancor più grande eloquenza, fu un uomo divino; onde le sue parole molto consuonano con la fede cristiana, come spesso dice Agostino nella Città di Dio. Fu filosofo e poeta, tuttavia in gioventù fu atleta e musico, come scrive Apuleio. E nota qui che l’autore a giusto titolo pone l’uno accanto all’altro questi tre eminenti filosofi, poiché Aristotele fu fisico, Platone metafisico, Socrate etico: tuttavia Aristotele, come Cesare, fu tutte le cose. Perciò dice: “Quivi vid’io Socrate e Platone, che ‘nanzi agli altri più presso li stanno”.
Dal commento al primo canto del Purgatorio
Ideo bene se declarans, dicit: dove l’umano spirito si purga, ab omni sorde vitiorum cum poena debita; unde dicit: e di salire al ciel diventa degno; quia nimis videtur indignum, et contra divinam iustitiam, quod anima polluta labe malorum, impura et gravis ascendat ad coelum purissimum quod totum est lux et amor. Et hic nota, lector, quod ista tria regna persuadet iustitia vera etiam apud gentiles. Unde ut omittam testimonia Sacrae Scripturae et fidelium doctorum, de inferno loquuntur magni philosophi et poetae; unde Aristoteles in sua poetria dicit: in inferno enim est continua tristitia et moeror inconsolabilis. Purgatorium posuerunt Pythagoras et Plato, licet non sub nomine purgatorii, qui volunt quod anima pravi hominis interdum intret corpus canis, asini, serpentis vel ursi, ut ad tempus purgata possit redire ad astra. De paradiso etiam senserunt praedicti; unde Plato qui sequitur Pythagoram, et Tullius qui sequitur Platonem, ostendunt uterque in suis libris de republica praemia destinata iustis in coelo, scilicet immortalitatem et vitam beatam. Unde Tullius in ultima parte sexti de republica ostendit praemia parata cultoribus iustitiae in coelo, et persuadet amorem iustitiae Scipioni.
Perciò, ben spiegandosi, dice: “dove l’umano spirito si purga”, da ogni lordura di vizi con la debita pena; onde dice: “e di salire al ciel diventa degno”; poiché sembra troppo indegno, e contrario alla divina giustizia, che l’anima contaminata dalla lordura dei mali, impura e greve, ascenda al cielo purissimo che è tutto luce e amore. E qui nota, lettore, che questi tre regni sono contemplati dalla vera giustizia anche presso i gentili. Onde, omettendo le testimonianze della Sacra Scrittura e dei fedeli dottori, dell’inferno parlano grandi filosofi e poeti; onde Aristotele, nella Poetica, dice: “negli inferi è continua tristezza e dolore inconsolabile”. Posero il Purgatorio Pitagora e Platone, sebbene non sotto il nome di Purgatorio, i quali vogliono che l’anima dell’uomo malvagio entri temporaneamente nel corpo di un cane, di un asino, di un serpente o di un orso, affinché, a tempo debito, purificata, possa tornare alle stelle. Del Paradiso ebbero sentore gli autori citati; onde Platone, che segue Pitagora, e Cicerone, che segue Platone, mostrano entrambi, nei loro libri sullo Stato, i premi destinati ai giusti in cielo, ossia l’immortalità e la vita felice. Onde Cicerone, nell’ultima parte del sesto libro del De republica, mostra i premi preparati per i cultori della giustizia in cielo, e instilla in Scipione amore per la giustizia.
Dal commento al primo canto del Paradiso
La novità del suono. Ista est quarta pars generalis huius prohemialis capituli, in qua poeta Dantes probat longo discursu, qualiter naturali ordine et rationabili cursu ipse ascenderit coelum; et primo fingit se concepisse magnum dubium ex novitate rei mirabilis et incredibilis, unde factus est avidissimus sciendi causam; unde dicit: La novità del suono, idest, dulcis harmoniae nunquam alias auditae. Et hic nota quod ista litera non videtur vera de virtute sermonis, si sic simpliciter intelligatur: non enim videtur concedendum quod musica sit in coelo, quia Aristoteles hoc impugnat, primo coeli et mundi: ideo dicendum est quod autor per istam harmoniam intelligit mirabilem proportionem coeli, quod semper uniformiter movetur, ita quod omnis pars respondet omni parti, sicut ipse poeta dixit in Inferno. Sed posito quod Dantes iuxta sonum literae realiter intelligat quod musica sit in coelo, tamen non erit irridendus; nam magni autores ante Aristotelem, sicut Pythagoras et Plato, et post eum sicut Tullius, Boetius, et Macrobius comentator Tullii super somnium Scipionis, et Chalcidius comentator Platonis super Timaeum affirmant hoc pro certo. Unde dicit Chalcidius: Musica procul dubio exornat animam rationabiliter ad naturam antiquam, revocans et efficiens talem demum, qualem ab initio opifex Deus fecerat.
“La novità del suono”. Questa è la quarta parte generale di questo canto proemiale, in cui il poeta Dante mostra, con una lunga digressione, in che modo, secondo l’ordine naturale e un corso razionale, sia salito al cielo; e dapprima finge di aver concepito un grande dubbio per la novità della materia mirabile ed incredibile, onde divenne avidissimo di conoscerne la causa; onde dice: “La novità del suono”, cioè di una dolce armonia mai altrove udita. E qui nota che questa espressione non sembra vera relativamente al potere della parola, qualora venga intesa in senso letterale: infatti non sembra si debba ammettere che nel cielo vi sia musica, poiché Aristotele lo contesta nel primo libro del De Coelo: perciò si deve dire che l’autore, con questa armonia, intende la mirabile proporzione del cielo, che si muove sempre in modo uniforme, in modo tale che ogni parte risponde ad ogni parte, come il poeta stesso disse nell’Inferno. Ma, posto che Dante, secondo il senso letterale, realmente intenda che in cielo vi sia musica, tuttavia non dovrà essere deriso; infatti grandi autori, prima di Aristotele, come Pitagora e Platone, e dopo di lui Cicerone, Boezio e Macrobio commentatore del Somnum Scipionis di Cicerone, e Calcidio commentatore del Timeo di Platone, lo danno per certo. Onde Calcidio dice: la Musica, senza alcun dubbio, adorna razionalmente l’anima richiamandola alla sua antica natura, e rendendola infine tale quale in principio l’aveva creata il Dio artefice.
Dal commento al canto quarto del Paradiso
Quel. Nunc Beatrix removet causam erroris a Dante, et dicit breviter quod non est simile de sententia Platonis ad apparitionem umbrarum, quia talis apparitio ficta est poetice ad repraesentandum distinctionem animarum, quae solvantur sub varia inclinatione planetarum. Opinio vero Platonis videtur simpliciter velle quod animae in morte revertantur ad stellas suas. Dicit ergo: Quel che Timeo, idest, libellus Platonis, quem Plato intitulavit et denominavit ab amico suo. Fuit enim Timaeus de civitate Locrorum, quae fuit olim florentissima civitas Calabriae. Et hic Timaeus obtinuit arcem sapientiae eo tempore quo venit Plato in Italiam, ut scribit Plato in dicto libello; dell’anime argomenta, idest, arguit de reversione animae ad stellas, non è simile a ciò che qui si vede, sub umbra, perocchè, come dice, par che senta, quasi dicat: videtur quod sententia Platonis sit talis de virtute sermonis. Dice. Hic declarat ipsam sententiam Platonis secundum sonum verborum. Et ad huius literae fortis intelligentiam est advertendum notanter, quod opinio Platonis, Socratis et Academicorum fuit, animas descendere a comparibus stellis, et post mortem reverti ad compares stellas. Stella autem compar vocabatur illa cuius motor in nativitate dat semina vitae et intellectus; et sic posuit animam descendere a coelesti corpore ad corpus terrestre. Sicut ergo elementa revertuntur ad suas origines, sic animae ad suam originem coelestem. (…) Et ecce quomodo: quia, forse suo arco, idest, os Platonis, quod emittit sermonem suum tanquam sagittam acutam, percuote in alcun vero, idest, forte tangit aliquid veritatis, s’egl’intende l’onor dell’influenzia e ‘l biasmo tornar a queste ruote, idest, stellis, ita quod inclinatio ad virtutem et vitium adscribatur astris. Et hic nota quod poeta loquitur valde caute, quia dicit sub dubitatione et pro parte, licet enim primi motus sint a coelo, non tamen semper. Nota etiam, ne autor videatur tibi vane somniasse, quod Plato magnus metaphysicus fuit etiam poeta; ideo multa tradidit per metaphoras et similitudines: et ut ego sequens autorem sub dubitatione loquar, forte Plato loquutus est secundum communem modum loquendi, hic est filius solis vel lunae et talis redivit ad astra. Questo. Hic ultimo Beatrix concludit inconveniens quod olim natum est opinione Platonis, dicens: Questo principio, idest, dictum Platonis, quod ponebatur a philosophis antiquis tamquam principium per se notum, mal inteso, iuxta literam tantum, torse, scilicet, in errorem magnum, già tutto ‘l mondo quasi, bene dicit, quia olim ante adventum Christi omnes gentes mundi praeter unam nationem tantum colebant planetas pro diis. Unde dicit: sì che trascorse, ipse mundus, a nominar Giove, Mercurio e Marte; sicut enim scribitur in Timaeo, anima est semen Deorum stellas moventium.
“Quel”. Ora Beatrice allontana da Dante la causa dell’errore, e dice brevemente che non vi è analogia fra il pensiero di Platone e l’apparizione delle ombre, poiché tale apparizione è simulata poeticamente per rappresentare la distinzione delle anime, che vengono liberate sotto la varia inclinazione dei pianeti. Ma l’opinione di Platone sembra semplicemente volere che le anime, al momento della morte, tornino alle stelle loro proprie. Dice dunque: “Quel che Timeo”, cioè l’opera di Platone, che Platone intitolò e denominò dal suo amico. Fu infatti Timeo originario della città di Locri, che fu un tempo una fiorentissima città della Calabria. E qui Timeo ottenne l’arca della sapienza nel tempo in cui Platone venne in Italia, come Platone scrive in tale opera; “dell’anime argomenta”, cioè argomenta circa il ritorno dell’anima alle stelle, “non è simile a ciò che qui si vede”, sotto l’ombra, “perocché, come dice, par che senta”, come se dicesse: sembra che l’opinione di Platone sia tale riguardo al potere della parola. “Dice”. Qui chiarisce lo stesso pensiero di Platone secondo il suono delle parole. E per la comprensione di quest’arduo testo bisogna avvertire, in particolare, che l’opinione di Platone, di Socrate e degli Accademici fu che le anime scendessero da stelle simili, e dopo la morte a simili stelle tornassero. Infatti veniva chiamata stella simile quella il cui principio motore, al momento della nascita, dà i semi della vita e dell’intelletto; e così Platone ipotizzò che l’anima scendesse da un corpo celeste al corpo terrestre. Come dunque gli elementi tornano alle proprie origini, così le anime alla loro origine celeste. (…) Ed ecco in che modo: poiché, “forse suo arco”, cioè la bocca di Platone, che emette il suo discorso come una freccia acuminata, “percuote in alcun vero”, cioè forse tocca una parte della verità, “s’egl’intende l’onor dell’infuenzia e ‘l biasmo tornar a queste ruote”, cioè alle stelle, cosicché l’inclinazione alla virtù e al vizio si ascrive agli astri. E qui nota che il poeta parla molto cautamente, poiché si esprime in modo dubbioso e parziale; sebbene, infatti, i primi movimenti vengano dal cielo, tuttavia ciò non accade sempre. Nota anche, perché non ti paia che l’autore fosse stato rapito in sogno, che Platone, grande metafisico, fu anche un poeta; perciò trasmise molti pensieri per mezzo di metafore e similitudini: e (per parlare anch’io, seguendo l’autore, in forma dubitativa) forse Platonesi espresse secondo l’uso comune: questi è figlio del sole e della luna, e come tale tornò alle stelle. “Questo”. Qui infine Beatrice chiude il malinteso che un tempo nacque dall’opinione di Platone, dicendo: “Questo principio”, cioè le parole di Platone, che erano poste dai filosofi antichi come principio di per sé noto, “mal inteso”, solo secondo il senso letterale, “torse”, cioè in grande errore, “già tutto ‘l mondo quasi”, dice bene che un tempo, prima dell’avvento di Cristo, tutti i popoli del mondo, tranne una sola nazione, veneravano solo i pianeti come dei. Onde dice: “sì che trascorse”, lo stesso mondo, “a nominar Giove, Mercurio e Marte”; come infatti è scritto nel Timeo, l’anima è il seme degli Dei che muovono le stelle.
Dal commento al sesto del Paradiso
Et ecce causam, perchè tu veggi con quanta ragione, quia scilicet cum nulla, si muove contra ‘l sacrosanto segno, aquilae imperialis, e chi ‘l s’appropria, idest, ille qui trahit ipsum in partem, sicut faciunt ghibellini, e chi a lui s’oppone, idest, et ille qui obviat sibi sicut faciunt guelphi. Et hic nota quod Dantes in tota ista parte intendit solum unam conclusionem, scilicet quod romanum imperium a Deo habet universalem gubernationem orbis. Unde Iosephus dicit: certe sine Deo impossibile est tale imperium posse consistere, idest mundus; nam ut voluit Plato, est animal magnum: modo sicut animal habens plura capita est monstruosum nec vivit aut durat, ita ad bene esse fuit conveniens mundum habere unum caput, idest unum monarcham: talis autem fuit romanus princeps; unde nullus alius potuit attingere istud bravium: ideo Plinius in commendationem Romae dicit, quod fecit mundum bonum et docuit homines vivere.
Ed ecco la causa, “perché tu veggi con quanta ragione”, cioè con nessuna, “si muove contra ‘l sacrosanto segno”, dell’aquila imperiale, “e chi ‘l s’appropria”, cioè colui che lo trae verso un solo partito, come fanno i Ghibellini, “e chi a lui s’oppone”, cioè colui che lo contrasta, come fanno i Guelfi. E qui nota che Dante, in tutta questa parte, intende solo una conclusione, cioè che l’Impero Romano riceve da Dio il governo universale del mondo. Onde Giuseppe Flavio dice: certamente senza l’aiuto di Dio sarebbe impossibile che tale impero potesse esistere, cioè il mondo; infatti, come volle Platone, il cosmo è un grande essere vivente: come un essere vivente che ha più teste è mostruoso, e non vive e non perdura, così per l’esistenza felice è opportuno che il mondo abbia un solo capo, ossia un solo monarca: e tale appunto fu il sovrano romano; onde nessun altro poté raggiungere tale premio: perciò Plinio, a lode di Roma, dice che fece il mondo buono e insegnò agli uomini a vivere.
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Ecco il testo corretto negli errori di forma:
I tre prediletti di Benvenuto Rambaldi, com’è prevedibile, sono in primo luogo Aristotele, poi Platone e Agostino. Nell’introduzione generale al commento, si ha un primo accenno agli ultimi due, relativamente a ciò che per Benvenuto è la filosofia in sé. Per quanto riguarda Agostino, egli si trova d’accordo con il filosofo sul fatto che ci si debba confrontare con i filosofi, perché ciò denota l’amore per la sapienza, e giacché la sapienza è Dio, il vero filosofo è amante di Dio. Ha poi una predilezione particolare per la concezione della filosofia che viene espressa da Platone nel Fedone: essa viene vista come meditazione su due morti, quella della natura e quella della virtù. La prima è intesa nel senso che l’uomo muore secondo natura quando il corpo è diviso dall’anima secondo la legge della natura; la seconda invece si riferisce a un momento in cui l’anima si trovi ancora infusa nel corpo, disprezza le seduzioni corporee e si spoglia di tutte le altre passioni. La conclusione di queste nobili riflessioni richiama a una sorta di convincimento nel giungere felicemente a una “morte senza morte”, alla quale Dio si degni di chiamarci. Nel corso di tutto il commento all’opera dantesca, si trovano riferimenti al campo filosofico.
“Io non so ben ridir”. Nel commento al primo canto dell’Inferno, Benvenuto afferma che questa sia una risposta a una domanda implicita: “Perché entrasti in questa selva così amara?”, e si risponde dicendo che quando vi entrò era pieno di sonno. Da qui si ha una digressione filosofica sulle diverse concezioni di sonno. Per Platone, il sonno è una sorta di oblio: l’anima creata fin dall’eternità, viene direttamente dalle stelle al corpo, e lì dimentica ogni cosa. Aristotele lo vede invece come ignoranza, poiché secondo la sua dottrina, l’anima inizialmente è una tabula rasa in cui nulla è configurato. Agostino invece esplicita una visione cristiana, che classifica il sonno come peccato: l’anima viene creata istantaneamente da Dio, quando è infusa in un corpo impuramente generato. L’autore vuole dire di non chiedere perché egli sia entrato nella selva oscura, vista come la via dei vizi, poiché tutti originariamente nascono malvagi. Prima di nascere, infatti, ci troviamo nell’ignoranza e nel peccato, quindi non si può ricordare il primo ingresso in questo caso nella selva oscura, dato che chi ha compiuto l’errore si trovava nel pieno del sonno dell’ignoranza. L’uomo vaga in questo e nelle conseguenze del peccato originale fino all’età della prima giovinezza, ma non ha né meriti, né colpe, a causa del mancante libero arbitrio. Durante il corso della prima giovinezza l’uomo si troverà di fronte a un bivio, e sarà tentato di deviare verso sinistra, via in cui si favoriscono i piaceri dei sensi, la ragione è assopita, e si abbandona la retta via.
I tre filosofi cardine di Rambaldi vengono poi messi a confronto dallo stesso nel commento al quarto canto dell’Inferno, sulla base dell’argomento “uomo”. Socrate, maestro di Platone, è il principio di questa digressione, poiché egli tentò di ricondurre tutta la filosofia ai costumi, considerando la virtù come conoscenza. Il suo allievo, visto come un uomo divino poiché molte delle sue parole si possono riferire alla fede cristiana, segue gli ideali del suo discepolo Aristotele, che considerava l’uomo come individuo di sommo intelletto, nel quale ragione e felicità consistono più nella virtù speculativa piuttosto che in quella attiva. Questi ultimi due secondo Benvenuto, meritano una maggior lode di Scipione o Cesare, questo perché esercitarono l’animo attraverso il quale riusciamo a renderci simili a Dio.
“È dove l’umano spirito si purga”, da ogni lordura dei vizi, con la dovuta pena. Incipit del commento al primo canto del Purgatorio, Benvenuto esplica in quale modo l’anima peccatrice sarà degna poi di salire al cielo, altrimenti troppo indegna e contraria alla giustizia divina. La sua opinione è rivolta verso il fatto che i “Tre Regni”, ovvero Inferno, Paradiso e Purgatorio, contemplati fin dai Pagani (basti pensare all’Averno o ai Campi Elisi), siano una continua ascesa, partendo dal regno della continua tristezza e del dolore inconsolabile, come dice Aristotele, per passare al luogo in cui l’anima deve purificarsi nel corpo di un animale per poter tornare alle stelle, fino al regno sede dei premi destinati ai giusti, dell’immortalità e della vita felice.
Si ha poi nel commento al primo canto del Paradiso una trattazione molto delicata sulla “novità del suono”. Si vede come Dante concepisce questo “suono”: una musica interamente intellettuale, e Benvenuto associa questa opinione a quella di Aristotele, che ritiene non vi sia musica in cielo. Tuttavia è importante anche la riflessione che Platone fa sull’argomento, che sostiene, come Cicerone e molti altri, che invece la musica ci sia, e che chi lo pensa non debba essere deriso. Il nostro commentatore termina questo frammento con una frase molto significativa: “La musica adorna l’anima, richiamandola alla sua antica natura, rendendola tale e quale Dio l’aveva creata.”
Cosa accade alle anime al momento della morte? Per rispondere a questa domanda, Dante chiama in causa Beatrice, la principale interlocutrice, ma Benvenuto spiega anche le considerazioni di Platone e Socrate, come suo solito. Essi infatti avevano l’idea che le anime al momento della scomparsa del corpo, tornassero alle stelle simili dalle quali erano scese, nell’Iperuranio. Queste “stelle simili” sono ciò che veniva identificato con il principio motore, che al momento della nascita dà i semi della vita e dell’intelletto: Platone grazie a questa concezione ipotizzò che l’anima scendesse da un corpo celeste a uno terrestre. Ed è Beatrice che permette di non dar torto alla filosofia di Platone, ma allo stesso tempo di esplicare la nostra origine derivante da Dio. “Questo principio mal inteso torse / già tutto ‘l mondo in grave errore quasi”, l’affermazione della musa ispiratrice di Dante, afferma semplicemente che il malinteso dovuto all’opinione di Platone, era dovuto al fatto che le parole di Platone, poste dai filosofi antichi come principio di per sé, furono interpretate in modo diverso da come avrebbero dovuto, dato che significherebbero che l’anima è il seme di Dio che muove le stelle.
“Et ecce causam”, ecco la causa. Benvenuto nel commento al sesto canto del Paradiso, scrive un’altra trattazione molto profonda e delicata, volta a cogliere nel segno. Uomo di grande religiosità e fede, identifica, sfruttando le parole di Dante Alighieri, Dio come grande motore dell’universo. Anche in questo commento torna l’influenza di Platone, che vedeva il cosmo come un essere vivente che ha molte teste ed è mostruoso, non vive e non perdura: per l’esistenza felice è opportuno che il mondo abbia un solo capo, un solo monarca. Benvenuto interpreta ciò che viene detto da Dante riguardo agli imperatori romani designati al loro compito da un espediente divino, in questo modo: l’Impero Romano, e di conseguenza gli imperatori, ricevono il comando supremo da Dio, senza l’aiuto del quale sarebbe impossibile che questo Impero esistesse, e di conseguenza che esistesse il mondo.
Ancora una volta Benvenuto Rambaldi riesce a interpretare nel profondo le singole parole di Dante, riuscendo a ricavare in ognuna di esse un significato profondo e molto colto, che spesso va a convergere con gli altri in un senso filosofico e molto religioso. Nonostante l’importante fede del nostro commentatore, egli non rimane saldo sui principi cattolici e cristiani, ma è molto aperto alle considerazioni dei filosofi antichi prima nominati, che in un modo o nell’altro riesce a collegare agli insegnamenti religiosi, trovando le affinità che intercorrono tra le due parti.
Emma Santoro
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Matteo Veronesi (28 Dicembre 2025). La cultura filosofica di Benvenuto Rambaldi in alcuni passaggi del suo commento. Parvula Benvenutiana. Recuperato il 5 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/15f44