“Legato con amore in un volume ciò che per l’universo si squaderna”. La visione dantesca di Dio nell’ultimo canto secondo il commento di Benvenuto Rambaldi

L’ultimo canto segna non solo la fine del viaggio di Dante attraverso il regno celeste, ma anche, se così si può dire, il coronamento di un lungo percorso, costellato di difficoltà e di prove che sono risultate necessarie per accedere alla visione e alla contemplazione di Dio.

La vista di Dante, diventando via via più chiara, si inoltra nella luce divina e da quel momento in poi la visione del poeta è tale che il linguaggio è insufficiente a esprimerla, così come anche la memoria non è in grado di ricordarla pienamente.

Come afferma Benvenuto, Dante spiega l’insufficienza della sua visione ricorrendo a due esempi, uno naturale e uno artificiale.

La prima terzina presa in esame esordisce con una similitudine, quella della “neve che si dissigilla al sole”, che Benvenuto ci riporta come exemplum naturale. Come la neve inconsistente e soggetta al disciogliersi, essendo suscettibile alla luce del sole, è privata della propria forma, così allo stesso modo la mente umana, debole e finita, è spogliata della sua forma davanti alla fantastica visione della luce divina.

Segue poi il secondo paragone, l’exemplum artificiale: “La sentenza di Sibilla si perdea al vento nelle foglie lievi e allo stesso modo la mia visione si perdeva”. Benvenuto afferma che la giustezza di tale similitudine vada ricercata nell’evidente riferimento all’Eneide di Virgilio.

Enea, infatti, volendo scendere nel Tartaro, si recò dalla Sibilla Cumana, celebre sacerdotessa di Apollo. Qui Apollo dava i suoi responsi, i quali venivano scritti dalla Sibilla su foglie in seguito portate via dal vento. Come il responso di Apollo, dio della sapienza, trasmesso dalla sapiente Sibilla, veniva scritto su una foglia e prendeva il volo, così la visione di Dio, vera e somma sapienza, mostrata al sapiente Dante, fu scritta in una mente mobile che fluttua in vortici come una foglia nel vento. La Sibilla, quando veniva rapita dallo spirito del dio, dimenticava le cose che aveva visto in quel momento, e allo stesso modo l’autore, ritornato in sé dopo il suo viaggio, perse la memoria di ciò che aveva visto. Benvenuto aggiunge anche, come nota di curiosità per una maggior comprensione del testo dantesco, che una certa tradizione afferma l’esistenza di molte Sibille – dieci si dice – tra le quali una, chiamata Eritrea, profetizzò straordinariamente la venuta di Cristo.

Successivamente il poeta descrive ciò che ha visto nella mente stessa di Dio e vuole brevemente esprimere come siano presenti in essa tutte le cose create, corporali e spirituali, visibili e invisibili, transeunte o eterne, le quali qui appaiono come in uno specchio e hanno il loro senso nell’istante dell’eternità, perciò le cose future sono con quelle presenti, contingenti, necessarie, mobili e immobili, occulte e manifeste, fortuite e certe. Dice dunque l’autore: “Io vidi che ciò che si squaderna per l’universo s’interna nel suo profondo”, cioè vide che ogni cosa distribuita per tutto l’universo attraverso infinite specie e forme spirituali si trova nel mezzo, legato con quell’amore che regge tutte le cose, nella profondità della luce eterna.

L’autore comprende le cose che vi sono in tutto l’universo sotto il nome di sostanze o accidenti, poiché tutte le cose che sono, sono sostanze o accidenti.

Aristotele definiva “sustanza” quell’ente che sussiste di per sé; come Dio, l’angelo, l’uomo, il cavallo, la pianta e il sasso. Invece è definito accidente quell’ente che non sussiste di per sé; sicché gli accidenti non sono enti, ma il loro senso è nella sostanza e dipendente da questa, come l’amore, il colore e il suono, i quali possono comparire o essere assenti. Sostanze e accidenti sono fusi insieme in un’unica massa, come metallo fuso tutto in uno dal quale tirar fuori una moneta, una campana o un qualche arnese. Ma l’autore ci tiene a precisare e dice: “per tal modo che ciò ch’io dico è un semplice lume” poiché, naturalmente, Dio non ricade nel paragone in quanto Egli è atto puro e semplicissimo intelletto.

Dante scorge l’essenza divina che unifica in un tutto armonico le cose create e per raffigurare questo mistero Dante ricorre a un’immagine a lui cara: quella del libro. Il molteplice è legato, rilegato “con amore” in un libro, e parlando ancora oggi di questo, in maniera copiosa, sincera, sente accrescere in sé la gioia.

L’attimo della visione è stato ormai da lui dimenticato ma l’autore si giustifica tramite una descrizione più ampia di quella forma universale o dell’idea e afferma che un minimo punto di quella induca in lui il massimo oblio, spiegandolo tramite un paragone sottile e ingegnoso.

Il poeta afferma che il suo letargo, il quale, come tramandano Ippocrate, Galeno, Avicenna e altri fisici, è infatti schiacciamento del cervello con oblio e sonno continuo, sia maggiore di quello che dopo venticinque secoli ricopre l’impresa della nave Argo.

Ma la sua ammirazione è tale che nello stesso modo in cui Nettuno, in una delle opere minori di Claudiano, rimase ammirato alla vista della nave Argo non riuscendo a immaginare con quale maestria, acume e ingegno fosse stata realizzata tale costruzione, fosse stata condotta incolume nel mare e in qual modo tanti uomini, come afferma Seneca nel libro delle tragedie, esponessero le loro anime a un pericolo tanto evidente, così Dante rimase stupefatto, essendosi mostrata ai suoi occhi una tale forma nuova e degna di nota.

(Corinne Noukeu Tokam, Carlo Romiti, Lorenzo Arfilli)

Nel suo. Hic autor describit quid viderit in ipsa essentia divina et breviter vult dicere quod omnia creata erant ligata in ipsa tam corporalia quam spiritualia, tam visibilia quam invisibilia, tam temporalia quam aeterna, quae ibi apparent sicut in speculo, et ibi habent esse suum in instanti aeternitatis, ita quod futura sunt in praesentia, contingentia, necessaria, mobilia et immobilia, occulta, manifesta, fortuita, certa. Dicit ergo autor: Io vidi che ciò che si squaderna per l’universo, idest, quidquid distribuitur per totam machinam universi per infinitas species et formas spirituales, s’interna, idest, interlocatur, ligato con amore, quo omnia gubernat, in un volume, quasi dicat, totum simul, nel suo profondo, idest, in profunditate illius lucis aeternae; et est pulcra metaphora de quaterno et volumine. Sustanzia. Hic autor complectitur et comprehendit quidquid est in toto universo sub nomine substantiae et accidentis, quia omne quod est, aut est substantia aut accidens; unde dictum est: summus Aristoteles. Dicit ergo: et ego vidi, Sustanzia et accidente, substantia appellatur illud ens quod per se subsistit, sicut Deus, angelus, homo, equus, planta, lapis; accidens vero appellatur illud quod per se non subsistit, unde accidentia non sunt entia, sed solum esse ipsorum est in substantia sive in subiecto, sicut amor, color, sonus; quae possunt adesse et abesse praeter subiecti corruptionem, e lor costume, idest, operationes; et dicit: tutti conflati insieme, quasi dicat, in una massa, sicut multa metalla fusa in unum, ex quibus debeat fieri moneta, vel campana, vel aliud vas; et est propriissima metaphora. Vel dicas conflati per modum exemplarium: et dicit: per tal modo che ciò ch’io dico è un semplice lume, quia scilicet comparatio non cadit in Deo, qui est purus actus et simplicissimus intellectus. Et subdit: credo ch’io vidi la forma universal di questo nodo, idest, ligaminis; quasi dicat, ideam universi quae est in pectore Dei, sicut expositum est superiori capitulo huius Paradisi: et dicit dubitative: credo, quia oculo mortali non conceditur talis visio. Et ostendit qualiter credat, dicens: perch’io mi sento ch’io godo più di largo, idest, recipio largiorem laetitiam in animo, dicendo questo, idest, propalando istud modicum; vel dic et melius: perchè dicendo questo più di largo, idest, loquendo tamen sic large, non abstringendo me ad strictius loqui, gaudeo in me, quasi dicat: non possum me reducere ad loquendum strictius; et ista est verior litera, et magis adhaeret menti autoris. Un punto. Hic autor excusat se ab ampliori descriptione huius universalis formae sive ideae; et dicit quod minimus punctus huius inducit sibi maximam oblivionem quam explicat per unam subtilem et artificiosam comparationem. Ad cuius intelligentiam est praenotandum, quod, sicut scribit Dares Phrygius in historia troiana, olim in Graecia in provincia Thessaliae fuit quidam rex nomine etc. Modo ad propositum poetae fingunt, sicut pulcre Claudianus in minori 1, quod Neptunus Deus maris, visa re nunquam visa, aliter nec credita, tantam admirationem concepit, quod currens a prora ad puppim non poterat satiari etc. Nunc ad literam dicit autor: Un punto solo, idest, una minima particula rerum divinarum, m’è maggior letargo, idest, maior infirmitas memoriae; est enim letargum, ut tradunt Hippocrates, Galenus, Avicenna et alii physici, oppressio cerebri cum oblivione et continuo somno, quasi dicat: plus me sopit et smemorat, che venticinque secoli, idest, viginti quinque centenaria annorum; tot enim transcurrerant postquam facta est illa magna navis; all’impresa che fe Nettuno ammirar l’ombra d’Argo, idest, primae navis. Et hic nota quomodo ista comparatio propriissime exprimit admirationem autoris. Vult enim dicere quod fuit ita stupefactus, visa illa mirabili forma nova oculis suis, sicut Neptunus olim quando vidit mare navigare regnum suum, quia non poterat imaginari quo ingenio, subtilitate vel arte esset facta talis fabrica, et per mare incolumis duceretur: vel non poterat satis mirari et adhuc miratur post tot millia annorum, quo homines exposuerunt animas suas tam manifesto periculo, sicut clamant omnes autores, et pulcre Seneca libro tragoediarum. Et applicat autor dictam comparationem ad propositum, dicens: la mente mia tutta sospesa, novitate rei tam admirabilis, mirava fissa, immobile et attenta, ita quod ad nihil aliud intendebat: et dicit: e sempre faceasi accesa di mirar, quia continuo incendebatur in desiderium videndi et mirandi; così, idest, sicut Neptunus mirabatur et continuo miratur, quando videt continuo infinita pericula, incommoda, affanna et naufragia maris.

1 Il riferimento, impreciso, è forse alla Praefatio del De raptu Prosperpinae: «Inventa secuit primus qui nave profundum / et rudibus remis sollicitavit aquas, / qui dubiis ausus committere flatibus alnum / quas natura negat praebuit arte vias: / tranquillis primum trepidus se credidit undis / litora securo tramite summa legens; / mox longos temptare sinus et linquere terras / et leni coepit pandere vela Noto. / Ast ubi paulatim praeceps audacia crevit / cordaque languentem dedidicere metum, / iam vagus inrumpit pelagus caelumque secutus / Aegaeas hiemes Ioniumque domat» («Il primo che con la nave appena inventata solcò il mare profondo / e agitò le acque con rozzi remi, che osò affidare ai venti incerti / un’imbarcazione di ontano e offrì con l’arte vie che la natura nega: / dapprima, tremante, si affidò alle onde tranquille / percorrendo in sicurezza i lidi più vicini alla costa; / poi cominciò a tentare lunghe insenature e ad allontanarsi dalle terre / e a spiegare le vele al dolce vento del Sud. / Ma quando a poco a poco crebbe l’audacia sfrenata / e i cuori disimpararono il timore esitante, / ormai errante irrompe sul mare aperto / e, seguendo il cielo, doma le tempeste egee e lo Ionio»).

Nel suo. Qui l’autore descrive ciò che vide nell’essenza divina stessa, e vuole dire brevemente che tutte le cose create erano legate in essa, sia corporali che spirituali, sia visibili che invisibili, sia temporali che eterne, le quali vi appaiono come in uno specchio, e lì hanno il loro essere nell’istante dell’eternità, cosicché le cose future sono presenti, quelle contingenti necessarie, le mobili immobili, le occulte manifeste, le casuali certe. L’autore dice dunque: io vidi che ciò che si squaderna per l’universo, cioè tutto quello che è distribuito nell’intera macchina dell’universo attraverso infinite specie e forme spirituali, s’interna, cioè si raccoglie, legato con amore, con cui tutto governa, in un volume, come a dire tutto insieme, nel suo profondo, cioè nella profondità di quella luce eterna; ed è una bella metafora del quaderno e del volume. Sustanzia. Qui l’autore abbraccia e comprende tutto ciò che esiste nell’universo sotto il nome di sostanza e accidente, perché tutto ciò che esiste è o sostanza o accidente; per questo è stato detto: il sommo Aristotele. Dice dunque: e io vidi sostanza e accidente. Si chiama sostanza quell’ente che sussiste per sé, come Dio, l’angelo, l’uomo, il cavallo, la pianta, la pietra; mentre si chiama accidente ciò che non sussiste per sé – infatti gli accidenti non sono enti, ma il loro essere è solo nella sostanza o nel soggetto, come l’amore, il colore, il suono; cose che possono essere presenti o assenti senza che il soggetto si corrompa – e loro costume, cioè le loro operazioni; e dice: tutti conflati insieme, come a dire in una sola massa, come molti metalli fusi insieme da cui si deve fare una moneta, o una campana, o un altro oggetto; ed è una metafora molto appropriata. Oppure puoi dire “conflati” nel modo degli esemplari: e dice: per tal modo che ciò ch’io dico è un semplice lume, perché il paragone non si addice a Dio, che è atto puro e intelletto semplicissimo. E aggiunge: credo ch’io vidi la forma universal di questo nodo, cioè di questo legame; come a dire l’idea dell’universo che è nella mente di Dio, come è stato spiegato nel capitolo precedente di questo Paradiso: e dice dubitativamente “credo”, perché all’occhio mortale non è concessa tale visione. E mostra perché crede così, dicendo: perch’io mi sento ch’io godo più di largo, cioè ricevo una gioia più ampia nell’animo, dicendo questo, cioè rivelando questo poco; oppure meglio: perché dicendo questo più di largo, cioè parlando tuttavia così ampiamente, senza restringermi a parlare più strettamente, godo in me, come a dire: non posso ridurmi a parlare in modo più stringato; e questa è la lettera più vera, e aderisce maggiormente al pensiero dell’autore. Un punto. Qui l’autore si scusa dal fare una descrizione più ampia di questa forma universale o idea; e dice che il minimo punto di essa gli causa la massima dimenticanza, cosa che spiega con un paragone sottile e artistico. Per comprenderlo bisogna premettere che, come scrive Darete Frigio nella storia troiana, una volta in Grecia nella provincia della Tessaglia ci fu un certo re di nome ecc. Ora, secondo il tema del poeta, fingono, come splendidamente fa Claudiano nell’opera minore, che Nettuno dio del mare, vista una cosa mai vista prima, né mai creduta possibile, concepì tale ammirazione che correndo da prua a poppa non poteva saziarsi ecc. Ora, letteralmente, l’autore dice: Un punto solo, cioè una minima particella delle cose divine, m’è maggior letargo, cioè maggior debolezza della memoria; infatti il letargo, come insegnano Ippocrate, Galeno, Avicenna e altri medici, è un’oppressione del cervello con dimenticanza e sonno continuo, come a dire: mi addormenta e mi fa dimenticare più che venticinque secoli, cioè venticinque centinaia di anni; infatti tanti ne erano trascorsi da quando fu costruita quella grande nave; all’impresa che fe Nettuno ammirar l’ombra d’Argo, cioè della prima nave. E qui nota come questo paragone esprime perfettamente l’ammirazione dell’autore. Vuol dire infatti che rimase così stupefatto, vista quella meravigliosa forma nuova ai suoi occhi, come Nettuno un tempo quando vide navigare il suo regno marino, perché non poteva immaginare con quale ingegno, sottigliezza o arte fosse stata costruita tale fabbrica e potesse essere condotta incolume attraverso il mare: oppure non poteva abbastanza meravigliarsi e si meraviglia ancora dopo tante migliaia di anni, che gli uomini abbiano esposto le loro anime a un pericolo così manifesto, come gridano tutti gli autori, e splendidamente Seneca nel libro delle tragedie. E l’autore applica detto paragone al suo proposito, dicendo: la mente mia tutta sospesa, per la novità di una cosa così meravigliosa, mirava fissa, immobile e attenta, tanto che non badava a null’altro: e dice: e sempre faceasi accesa di mirar, perché continuamente si infiammava nel desiderio di vedere e ammirare; così, cioè come Nettuno si meravigliava e continuamente si meraviglia quando vede continuamente infiniti pericoli, disagi, affanni e naufragi del mare.


OpenEdition vi suggerisce di citare questo post nel modo seguente:
Matteo Veronesi (28 Dicembre 2025). “Legato con amore in un volume ciò che per l’universo si squaderna”. La visione dantesca di Dio nell’ultimo canto secondo il commento di Benvenuto Rambaldi. Parvula Benvenutiana. Recuperato il 3 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/15f43


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