
I rapporti fra Dante e il Diritto (e la possibilità di porre Dante stesso alla stregua di un vero e proprio giurista) sono già stati ampiamente studiati: mi limito, qui, a rinviare all’ampia voce dell’Enciclopedia dantesca, cui andranno aggiunte almeno le fondamentali ricerche di Claudia Di Fonzo .
È interessante notare, e sembra fondamentale, che la celebre massima nomina sunt consequentia rerum, riferita nella Vita nuova («lo nome d’Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria operazione sia ne le più cose altro che dolce, con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scritto: Nomina sunt consequentia rerum», derivi (sia pur attraverso una generalizzazione e un’amplificazione), come mostrò dapprima il Nardi, dalle Institutiones del Corpus iuris civilis.
Ciò che discorso poetico e discorso giuridico hanno in comune è (sia pur per vie diverse) la ricerca di una corrispondenza fra realtà e parola, e dunque di una facoltà, insita nel linguaggio, di riflettere in modo necessario e puro l’essenza delle cose (ed entrava in gioco, qui, forse, anche l’influsso della teoria dei modi cogitandi).
Donde anche la sacralità della Parola, la ricerca di esattezza, compiutezza e definitività che devono essere proprie sia del verso che (a pena di nullità o di inefficacia) della sententia, della formula giuridica (e, si noti, proprio da questa aderenza della parola giuridica all’essenza del reale, inscritta in un soprannaturale ordine, deriva la massima Natura idest Deus, presente nei giuristi medievali ‒ e che sarà com’è noto fatta propria, ed estesa all’intero Universo, all’intera Natura nella sua stessa materialità, con inevitabili implicazioni panteistiche, da Spinoza nella sua definizione della Substantia come Deus sive Natura).
Nella costituzione Deo auctore, il fine dell’operato giustinianeo è indicato nel «constitutiones emendare quatenus in unum Codicem congregatae et omni supervacua similitudine obsolutae»: trarre, dunque, «dalle leggi il troppo e ‘l vano».
Analogamente, Graziano ebbe il merito di conciliare diritto civile e diritto canonico: «Quell’altro fiammeggiare esce del riso / di Grazïan, che l’uno e l’altro foro / aiutò sì che piace in paradiso».
Questi ultimi versi paiono recare l’impronta di alcune formulazioni grazianee. «Quomodo igitur huiusmodi auctoritatum dissonantia ad concordiam revocari valeat, breviter inspiciamus» (Decretum, 50, 24); «ne verba divina detrahendo aut insidiando polluantur vel despiciantur: sed veritas spirituali redoleat fervore; pax predicata labiis cum voluntate animi concordet» (Decretum, 93, 12).
Una stessa ricerca di superiore Armonia (quell’armonia che Dio «tempera e discerne») anima tanto il discorso poetico quanto quello giuridico, nei quali essa è trasfusa dal pensiero teologico che abbraccia e concilia, attraverso il concetto già classico di universale ius naturale, Dio e Natura. Il riso di Graziano è lo stesso «riso de l’universo» («Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso / de l’universo; per che mia ebbrezza / intrava per l’udire e per lo viso»: dove la concordanza intellettuale si fa sinestesia, dunque si traduce, dal piano del puro pensiero, in alchimia sensoriale).
Lo stesso presupposto concettuale (concordia, dettata dalla stessa Natura, fra giustizia innata e diritto codificato; necessità dell’Impero come inscritto nel Logos, nell’ordine che presiede al Cosmo, secondo una concezione che fu già dello Stoicismo romano) pervade tanto il poema quanto il suo commento, a riprova di quanto Benvenuto fosse simpatetico con il proprio poeta: a tal punto da poter ben dire di essere divenuto egli stesso «per molt’anni macro» nel commentarlo, come il poeta nello scriverlo («Nec mireris, lector, si autor labore macruit in hoc opere altissimo componendo, quia mihi simile accidit in ipso exponendo»).
Un aspetto che non si può non cogliere, in alcuni passi del commento di Benvenuto da Imola, è una notevole conoscenza del diritto e della giurisprudenza dell’epoca da parte dell’autore: non ci si deve meravigliare, dal momento che quest’ultimo, oltre a provenire da una famiglia nota da generazioni per l’esercizio della professione notarile, ebbe anche modo di frequentare (non si sa bene con quale ruolo) la facoltà di diritto dell’Alma Mater Studiorum.
Dettaglio, quest’ultimo, che è possibile comprendere dalla lettura di un importante passo del commento benvenutiano, cioè dall’analisi della figura di Francesco d’Accursio, inserito da Dante nel Canto XV dell’Inferno.
Il noto giurista bolognese, infatti, viene accusato dal poeta fiorentino di essere, al pari del suo grande maestro Brunetto Latini, un sodomita, con l’utilizzo della lapidaria espressione: “et Francesco d’Accorso anco”. Ma quella che potrebbe limitarsi a una semplice constatazione di quanto scritto dall’Alighieri risulta, invece, svilupparsi e dare spazio a una testimonianza importante per poter cogliere quali fossero il clima e l’utilizzo del diritto nel tardo Medioevo. Infatti, alla seconda riga del brano già citato, si può individuare un chiaro riferimento al Codex Theodosianus (9.7.3): “Quando un uomo si fa possedere come se fosse una donna, si armino le leggi”. Il codice, pubblicato all’epoca dell’imperatore Teodosio II, specificava, dunque, come la sodomia fosse da considerarsi un reato grave; concetto ripreso, pochi secoli dopo, dal Corpus Iuris Civilis di Giustiniano.
In questa monumentale opera, che ha segnato indelebilmente il diritto per secoli e che risulta essere alla base di quasi tutte le giurisprudenze moderne, viene ribadita la condanna di una pratica definita come “turpitudo”, la quale avviene “con maschi” e “tra maschi”. Di seguito viene, inoltre, fatto riferimento a una serie di rimandi possibili alle Sacre Scritture, agli avvenimenti biblici e alle lettere degli Apostoli, in particolare quelle di San Paolo di Tarso. Quest’ultimo aspetto non è casuale: infatti, all’epoca di Giustiniano e ancora al tempo di Benvenuto, il diritto e la teologia erano visti come complementari l’uno all’altro. Il diritto romano è considerato diritto naturale da Dio stesso ispirato e, di conseguenza, la sodomia non è solo un reato perseguibile, ma anche un “abominio” contro la religione e contro Dio.
Del resto, più in generale, come si è visto, ad ulteriore riprova del nesso profondo fra diritto e teologia, l’intera visione del Paradiso dantesco è esemplata sulla struttura dell’Impero, vista come riflesso terreno di un ordine divino.
(Lorenzo Arfilli)
L’altra. Hic auctor nominat aliam famosam reginam, quam describit ab amore et genere mortis. Quomodo autem Dido fuerit amorata de Enea, et quomodo se occiderit propter eius recessum, patet eleganter apud Virgilium, et quotidie vulgi ore celebratur. Sed hic est attente notandum quod istud, quod fingit Virgilius, nunquam fuit factum, neque possibile fieri, quin Eneas, teste Augustino in lib. de Civitate Dei, venit in Italiam per trecentos annos ante Didonem. Ipsa etiam Dido non se interfecit ob amorem laxivum, immo propter amorem honestum, quoniam Iarbas rex Africae petebat eius coniugium, et ipsa non volens nubere alteri, et non valens contradicere potentiae eius, in cuius regno fundaverat Carthaginem, praeelegit mori, et seipsam interfecit; fuit enim pudicissima femina, sicut scribit Ieronimus contra Iovinianum hereticum. Sed statim obiicies, lector: cur ergo Virgilius finxit hoc? Dicendum quod multiplici de causa. Primo, quia voluit ostendere quod Imperium Romanum debebat dominari toto orbi; ideo fingit quod Eneas primus auctor Imperii habuerit tres uxores, unam in Asia, et haec fuit Lavinia filia regis Latini; tertiam fingit ipsum habuisse in Africa, scilicet Didonem, ut per hoc daret intelligi quod populus Romanus, descensurus ab Enea, debebat de iure habere totam terram sub potestate sua, sicut vir habet uxorem sibi subiectam, et iuste dominatur ei. Secundo, ut ostendat quod odium implacabile, quod semper fuit inter Romam et Carthaginem, habuerit originem et initium a primis auctoribus utriusque imperii, scilicet ab Enea et Didone; unde ipse Virgilius introducit ipsam Didonem dicentem, et imprecantem in recessu Eneae: Litora litoribus etc. Tertio, et videtur melior ratio, quia moraliter loquendo Eneas est iuvenis amans, unde dicetur filius Veneris, qui dum navigat in Italiam, idest tendit ad virtutem, ubi tamquam in portu requiescat, subito rapitur per tempestatem amari amoris a via recta et defertur in Libiam, idest libidinem; unde Affrica regio calidissima bene figurat ardorem luxuriae, et ibi captus voluptatibus obliviscitur sui honorabilis propositi, nec scit inde recedere nisi tandem miseratione. Ideo bene Virgilius inducit Mercurium nuncium Iovis, qui retrahit eum inde, et dirigit in ipsam viam suam a qua incaute recesserat. (…)
Giusti. Hic autor ponit responsionem Ciachi ad secundam petitionem, et hic nota quod aliqui ad expositionem istius litterae dixerunt quod autor loquitur de iustitia et iure sive de iure civili et canonico, quibus duobus iuste regitur genus humanum; sed istud est alienum dicere. Nam cum peto simpliciter et absolute si aliquis est iustus in civitate, secundum communem modum loquendi non debet intelligi nisi de homine. Dicendum est ergo quod auctor loquitur de se et Guidone Cavalcante, qui de rei veritate tempore illo erant duo oculi Florentiae, sed autor non exprimit nomen, sed relinquit intelligi iudicio prudentum. De se enim nullus sapiens dubitabit; de Guidone autem et laudibus eius dicetur infra Inferni capitulo X et Purgatorii capitulo XI, tamen latenter tangit dicens: e non vi sono intesi, quia pars regens non adhaesit consilio istorum duorum: imo Guido fuit missus ad confinia ex quo mortuus est; et consilium Dantis spretum. Dicit ergo: giusti son dui, scilicet Dantes et Guido Cavalcante, e non vi sono intesi, sed certe cito poenituit eos. – Et ultimo Ciachus respondet tertiae petitioni auctoris, scilicet causam istius civilis dissensionis quam dicit esse triplicem, unde dicit: Superbia, invidia et avaricia son le tre facelle, vel faville, idest quod ista tria vicia sunt tria incitamenta incendentia corda eorum, ideo: ch’ànno i cuori accesi, et inflammaverunt animos Florentinorum ad furorem in se ipsos, ita quod recte potest exclamari contra eos: Quis furor, o cives etc. et autor imponit finem verbis Ciachi dicens: ille Ciachus qui pose fine al lacrimabil suono, idest hic fecit finem flebili sermoni, tum quia infirmus erat, tum quia loquebatur de materia lacrimosa quantum ad ipsum et auctorem. (…)
Qui sarai. Ista est quarta et ultima pars huius penultimi capituli, in qua poeta describit magnam desolationem, quae venit super currum triumphalem, quem Christus ligaverat ad arborem. Et primo ponit orationem Beatricis ad se quem invitat ad videndum quaedam terribilia affligentia et vexantia multipliciter currum. Dicit ergo Beatrix faciens poetam benevolum et attentum ad dicenda: Tu sarai poco tempo silvano qui, idest, habitator istius sylvae delitiosae, quia cras mecum eris in coelo; unde dicit: e sarai meco, in aeterna vita, senza fine cive di quella Roma, idest, supernae patriae, onde Cristo è romano, quia est imperator illius curiae. Et nota quod potius facit mentionem de Roma quam de Ierusalem hic, quia Roma in tempore gratiae fuit patria istius currus, sedes pontificum, terra fere tota madida sanguine martyrum, et quia statim tangit persecutiones quas fecerunt romani imperatores contra istum currum. Roma etiam fuit patria libertatis, unde omnis liber homo appellatur civis romanus in iure civili; vult ergo dicere Beatrix: tu qui nunc es civis terrenae Romae cito eris civis aeternae Romae; quasi dicat: quia tu es ita electus et praedestinatus ut vivens venias ad hanc civitatem; però tieni or gli occhi al carro, quia si Christus fudit sanguinem suum pro eo, et successores sui diu fuderunt suum, in pro del mondo, idest, ad profectum et instructionem mundanorum, che mal vive, e ritornato di là, scilicet, ad mundum, fa che tu scrive quel che vedi, quia tu bonus in opere tuo intendis facere alios bonos. Et continuo ostendit qualiter obediverit sibi, dicens continuative: così Beatrice, supple, dixit mihi: et io ch’era tutto divoto a’ piedi de’ suoi comandamenti, praesto ad omnem famulatum, diedi la mente e gli occhi, idest, oculos mentales, ov’ella volle, scilicet, ad currum. (…)
Tu. Nunc Beatrix praemisso exordio descendit ad dubium; et primo proponit ipsum, dicens: Tu vuoi saper, se con altro servigio, scilicet, bono, si può render tanto, scilicet, Deo, per manco voto, idest, defectivum, quale fuit votum Pichardae et Constantiae, sì che sicuri l’anima, idest, securet, vel securam faciat animam, di litigio, ita quod non obiiciatur sibi ad culpam in iudicio aeterni iudicis. Et subdit processum Beatricis ad solvendum dubium, dicens: Beatrice cominciò, scilicet, a repetitione dicti dubii, questo canto, idest, praesens capitulum, e continuò così il processo santo, a simili, sì com’uom che suo parlar non spezza, idest, qui non intermittit narrationem suam interponendo aliud, vel alium sermonem. – Lo maggior. Hic Beatrix volens solvere dubium, praemittit quaedam necessaria ad solutionem voti; et primo libertatem arbitrii, in qua tota fundatur votum: unde de iure civili servus non potest se obligare, quia non habet voluntatem, unde reputatur mortuus civiliter. Extollit ergo magnifice istud nobile principium, dicens: Lo maggior dono che Dio fesse creando per sua larghezza, idest, magna liberalitate, e più conformato alla sua bontate, quia Deus est liberrimus, et libere agit, e quel ch’ei più apprezza, quia per ipsum homo fit simillimus Deo, fu la libertate della volontà. Et hic nota bene quod Sextus Pythagoricus, ut refert Augustinus, dixit: libertatem arbitrii dedit Deus hominibus, ut pure et sine peccato viventes similes fiant Deo. Nam, ut idem dicit, vir castus et sine peccato accepit a Deo effici filius Dei; templum enim Domini est mens pura, et altare optimum est ei cor mundum. Ergo, ad bene vivendum et recte agendum datum est homini liberum voluntatis arbitrium. Melior enim homo est qui voluntate magis quam necessitate bonus est. (…)
E quietata. Hic autor exprimit figuram quam formaverunt dictae animae sic volantes, dicens: E vidi rappresentare, scilicet, in figura, la testa e ‘l collo d’una aguglia, a quel distinto fuoco, idest, ab illis animabus igneis distinctis ibi supra M, et hoc dico, ciascuna, scilicet, illarum animarum, quietata in suo loco, quasi dicat: cum unaquaeque cepisset sedem suam sibi destinatam ad hanc figuram formandam. Et hic nota quod auctor fingit subtiliter quod multae animae iustorum regum et rectorum hic constituunt unum corpus aquilae, per hoc figuraliter ostendens quod omnia regna mundi de iure dependent a Romano, in quo maxime viguit iustitia, ut probari potest multipliciter, et omnes reges sunt subiecti romano principi, sicut diversa membra humana uni capiti. Est enim aquila signum ducum romanorum, sicut diffuse pertractatum est VI capitulo huius Paradisi. Quei. Hic auctor describit auctorem huius mirabilis figurae sive picturae, dicens: Quei che dipinge lì, scilicet, Deus creator, non ha chi ‘l guidi, quia non facit sicut nostri pictores ad exemplar alterius, immo ab ipsius exemplari natura recipit quicquid agit. Unde dicit: ma esso guida, e quella virtù, idest ordo naturalis, de quo dictum est supra primo capitulo huius Paradisi, ch’è forma per li nidi, idest, per omnes materias recipientes formam. Unde dictum est ibi de isto ordine naturali: e questo è forma che l’universo a Dio fa simigliante, si rammenta da lui, idest, memoratur ab illo pictore aeterno, sicut animal monstruosum est habens multa capita. (…)
Cesare. Hic Iustinianus describit se ab imperiali dignitate, a nomine proprio, ab opere excellentissimo. Ad quod est sciendum quod Iustinianus omni virtute et felicitate refulgens Iustini sororis filius successit imperio anno Christi quingentesimo trigesimo octavo, quod laudabiliter diu administravit, scilicet annis triginta octo. Nam statim cum imperialia iura suscepit, ad reparandum reipublicae statum convertit animum; nam commissa cura bellorum legato suo, ipse convocatis magnis sapientibus viris consultis dedit operam legibus ordinandis, quarum tanta erat copia quod non sufficiebat vita hominis ad legendum et ipsas mira brevitate reduxit ad pauca volumina, ut de se patet. Dicit ergo: Cesare fui, idest, imperator, e son Giustiniano; nomen bene conveniens re et nomine, qui iustitia et iure orbem christianum gubernavit, che dentro alle leggi, scilicet romanis, trassi ‘l troppo e ‘l vano, idest, resecavi superflua et inutilia, et adhuc hodie possunt multa detrahi; et dicit: per voler del primo amor ch’io sento, quasi dicat: voluntate divina dignante, cuius gratiam et gloriam nunc sentio in praemium laborum meorum. (…)
Quell’altro. Hic Thomas describit alium doctorem, scilicet Gratianum monachum. Ad cuius evidentiam est praesciendum quod iste Gratianus fuit monachus de ordine, qui fecit opus egregium, quod dicitur decretum, in quo etc. Opere autem perfecto, transtulit se ad curiam romanam causa publicandi etc. Nunc ad literam, dicit Thomas: Quell’altro fiammeggiare, idest, caritas ardens, esce del riso, idest, de laetitia, di Graziano, vere gratia plenus et gratus Deo et mundo; unde dicit: che aiutò l’uno e l’altro fôro, scilicet, humanum et divinum, scilicet civile et canonicum, sì che pare 1 in paradiso, idest, ostenditur in ista spera solis; quia in Paradiso beatificatus est sub influentia solis propter merita sua: fecit autem opus suum in civitate Bononiae, in monasterio sancti Felicis in cellula parva etc. (…)
1 Interessante notare che qui (come altrove) Benvenuto accoglie la varia lectio “pare”, mentre il testo oggi adottato ha “piace”.
L’altra. Qui l’autore nomina un’altra regina famosa, che descrive attraverso il suo amore e il modo in cui morì. Come Didone si innamorò di Enea e come si uccise per la sua partenza è raccontato con eleganza da Virgilio, e risuona ogni giorno sulla bocca del popolo. Ma qui bisogna notare attentamente che quello che Virgilio racconta non avvenne mai, né sarebbe potuto avvenire, perché Enea, secondo la testimonianza di Agostino nel libro della Città di Dio, arrivò in Italia trecento anni prima di Didone. Didone stessa non si uccise per amore carnale, ma per amore dell’onore 1, poiché Iarba re d’Africa chiedeva di sposarla, ed ella, non volendo sposare un altro uomo, e non potendo opporsi al potere di lui, nel cui regno aveva fondato Cartagine, preferì morire e si uccise; fu infatti una donna castissima, come scrive Girolamo contro l’eretico Gioviniano. Ma subito tu, lettore, obietterai: perché dunque Virgilio inventò questa storia? Si deve rispondere che lo fece per molte ragioni. Primo, perché voleva mostrare che l’impero romano doveva dominare su tutto il mondo; perciò immagina che Enea, primo fondatore dell’impero, ebbe tre mogli, una in Asia, cioè Creusa; un’altra in Europa, cioè Lavinia figlia del re Latino; la terza la colloca in Africa, cioè Didone, per far capire che il popolo romano, discendente da Enea, doveva di diritto avere tutta la terra sotto il suo potere, come il marito ha la moglie a lui sottomessa e la domina giustamente. Secondo, per mostrare che l’odio implacabile che sempre ci fu tra Roma e Cartagine ebbe origine dai primi fondatori dei due imperi, cioè da Enea e Didone; infatti lo stesso Virgilio fa parlare Didone che alla partenza di Enea così inveisce: “Lidi contro lidi…” Terzo, e questa sembra la ragione migliore, perché moralmente Enea rappresenta il giovane innamorato 2, infatti viene chiamato figlio di Venere, che mentre naviga verso l’Italia, cioè tende alla virtù dove riposare come in un porto, improvvisamente viene trascinato dalla tempesta dell’amore amaro fuori dalla rotta giusta e portato in Libia, cioè nella lussuria; infatti l’Africa, regione caldissima, rappresenta bene l’ardore della passione carnale, e lì catturato dai piaceri dimentica il suo nobile proposito, e non sa come andarsene, se non infine per compassione. Perciò Virgilio fa bene a introdurre Mercurio messaggero di Giove, che lo porta via di là e lo riporta sulla sua strada da cui incautamente si era allontanato. (…)
1 Benvenuto mostra qui di condividere, sulla figura di Didone, l’opinione di Petrarca.
2 Allegorismo nello spirito di quello che pervade il Comentum Super Sex Libros Eneidos Virgilii di Bernardo Silvestre.
Giusti. Qui l’autore riporta la risposta di Ciacco alla seconda domanda, e qui bisogna notare che alcuni per spiegare questo passo hanno detto che l’autore parla della giustizia e del diritto, ovvero del diritto civile e canonico, con la cui unione si governa con giustizia il genere umano; ma questo è errato. Perché quando chiedo semplicemente e assolutamente se c’è qualcuno di giusto in città, secondo il modo comune di parlare si deve intendere solo di una persona. Si deve dire dunque che l’autore parla di sé e di Guido Cavalcanti, che in verità a quel tempo erano le due più vigili menti di Firenze; ma l’autore non dice esplicitamente il nome, bensì lascia intendere al giudizio delle persone sagge. Di sé infatti nessun saggio dubiterà; di Guido poi e delle sue lodi si parlerà più avanti nell’Inferno capitolo X e nel Purgatorio capitolo XI; tuttavia lo accenna velatamente, dicendo: “e non vi sono intesi”, perché il partito al potere non seguì il consiglio di questi due: anzi Guido fu mandato in esilio, dove morì; e il consiglio di Dante fu disprezzato. Dice dunque: “giusti sono due”, cioè Dante e Guido Cavalcanti, “e non vi sono intesi”, ma certo presto se ne pentirono. – E infine Ciacco risponde alla terza domanda dell’autore, cioè la causa di questa discordia civile che dice essere triplice, e dice: “Superbia, invidia e avarizia sono le tre faville”, cioè questi tre vizi sono tre pungoli che incendiano i loro cuori, perciò: “che hanno i cuori accesi”, e infiammarono gli animi dei Fiorentini alla furia contro se stessi, così che giustamente si può esclamare contro di loro: “Quale follia, o cittadini”… E l’autore conclude le parole di Ciacco dicendo: quel Ciacco “che pose fine al suono lacrimevole”, cioè qui terminò il discorso doloroso, sia perché era malato, sia perché parlava di una materia dolorosa per lui stesso e per l’autore. (…)
Tu sarai. Questa è la quarta e ultima parte di questo penultimo capitolo, nella quale il poeta descrive la grande devastazione che si abbatte sul carro trionfale che Cristo aveva legato all’albero. E prima riferisce le parole di Beatrice che invita lui a vedere certe cose terribili che affliggono e danneggiano in molti modi il carro. Dice dunque Beatrice rendendo il poeta ben disposto e attento a ciò che dirà: “Tu sarai poco tempo abitante di questa selva”, cioè di questa selva deliziosa, perché domani sarai con me in cielo; quindi dice: “e sarai con me”, nella vita eterna, “senza fine cittadino di quella Roma”, cioè della patria celeste, “di cui Cristo è romano”, perché è imperatore di quella corte. E nota che fa menzione di Roma piuttosto che di Gerusalemme qui, perché Roma nel tempo della grazia fu patria di questo carro, sede dei pontefici, terra quasi tutta bagnata dal sangue dei martiri, e perché subito accenna alle persecuzioni che gli imperatori romani scatenarono contro questo carro. Roma fu anche patria della libertà, per cui ogni uomo libero viene chiamato cittadino romano nel diritto civile; vuole dunque dire Beatrice: tu che ora sei cittadino della Roma terrena presto sarai cittadino della Roma eterna; come a dire: perché tu sei così eletto e predestinato che vivente arrivi a questa città; “perciò tieni ora gli occhi sul carro”, perché se Cristo versò il suo sangue per esso, e i suoi successori a lungo versarono il loro, “per il bene del mondo”, cioè per il profitto e l’istruzione degli uomini del mondo, “che vive male, e tornato di là”, cioè nel mondo, “fa’ che tu scriva quello che vedi”, perché tu che sei buono nella tua opera intendi rendere buoni anche gli altri. E subito mostra come gli obbedì, dicendo in continuazione: “così Beatrice”, sottinteso mi disse: “e io che ero tutto devoto ai comandi suoi”, pronto a ogni servizio, “rivolsi la mente e gli occhi”, cioè gli occhi della mente, “dove ella volle”, cioè al carro. (…)
Tu. Ora Beatrice dopo l’esordio arriva al dubbio; e prima lo espone, dicendo: “Tu vuoi sapere se con altro servigio”, cioè altra buona azione, “si può rendere tanto”, cioè a Dio, “per un voto mancante”, cioè incompleto, quale fu il voto di Piccarda e Costanza, “così che l’anima sia sicura”, cioè sia resa sicura o sia fatta sicura, “da contesa”, in modo che ciò non le venga obiettato come colpa nel giudizio del giudice eterno. E aggiunge il procedimento di Beatrice per risolvere il dubbio, dicendo: “Beatrice cominciò”, cioè ripetendo il dubbio espresso, “questo canto”, cioè il presente capitolo, “e continuò così il discorso santo”, similmente, “come uomo che non interrompe il suo parlare”, cioè che non interrompe la sua narrazione inserendo altro argomento o discorso. – “Il maggiore”. Qui Beatrice volendo risolvere il dubbio, premette alcune informazioni necessarie alla soluzione del voto; e prima la libertà dell’arbitrio, su cui si fonda tutto il voto: infatti per il diritto civile lo schiavo non può obbligarsi, perché non ha volontà, per cui è considerato morto civilmente. Esalta dunque magnificamente questo nobile principio, dicendo: “Il maggior dono che Dio fece creando per sua generosità”, cioè grande liberalità, “e più conforme alla sua bontà”, perché Dio è liberissimo e agisce liberamente, “e quello che egli più apprezza”, perché attraverso esso l’uomo diventa del tutto simile a Dio, “fu la libertà della volontà”. E qui nota bene che Sesto Pitagorico, come riferisce Agostino, disse: Dio diede la libertà dell’arbitrio agli uomini perché vivendo puri e senza peccato diventino simili a Dio. Infatti, come lui stesso dice, l’uomo casto e senza peccato ricevette da Dio di essere fatto figlio di Dio; infatti tempio del Signore è la mente pura, e il più sublime altare per lui è il cuore puro 3. Dunque all’uomo fu concesso il libero arbitrio della volontà per vivere bene e agire rettamente. Infatti è migliore l’uomo che è buono per volontà piuttosto che per necessità. (…)
3 Splendido esempio di fusione fra cultura giuridica medievale e pensiero pitagorico-stoico reinterpretato in chiave cristiana attraverso il filtro agostiniano.
E quietata. Qui l’autore descrive la figura che formarono quelle anime così volando, dicendo: “E vidi rappresentare”, cioè in figura, “la testa e il collo di un’aquila, da quel fuoco distinto”, cioè da quelle anime infuocate disposte lì sopra la M, e questo dico, “ciascuna”, cioè di quelle anime, “ferma nel suo posto”, come a dire: quando ciascuna prese il posto a lei destinato per formare questa figura. E qui nota che l’autore immagina con sottigliezza che molte anime di giusti re e governanti qui formano un corpo d’aquila, mostrando in modo figurato che tutti i regni del mondo dipendono di diritto da quello romano, nel quale la giustizia fu più forte, come può dimostrarsi in molti modi, e tutti i re sono sottomessi al Principe romano, come le diverse membra umane a un solo capo. Infatti l’Aquila è il simbolo dei condottieri romani, come è stato mostrato diffusamente nel capitolo VI di questo Paradiso. “Colui”. Qui l’autore descrive l’autore di questa mirabile figura o pittura, dicendo: “Colui che dipinge là”, cioè Dio creatore, “non ha chi lo guidi”, perché non fa come i nostri pittori seguendo l’esempio di un altro, ma dal suo esempio la Natura riceve il modello di tutto ciò che fa. Quindi dice: “ma egli guida, e quella virtù”, cioè l’ordine naturale, di cui si è parlato sopra nel primo capitolo di questo Paradiso, “che è forma per i nidi”, cioè per tutte le materie che ricevono forma. Infatti si è detto lì di questo ordine naturale: “e questa è forma che l’universo rende simile a Dio, è ricordata da lui”, cioè è ricordata da quel pittore eterno, come un animale mostruoso che ha molte teste. (…)
Cesare. Qui Giustiniano descrive se stesso per la dignità imperiale, per il nome proprio, per l’opera eccellentissima. A questo proposito bisogna sapere che Giustiniano, splendente di ogni virtù e felicità, figlio della sorella di Giustino, successe nell’anno di Cristo cinquecentotrentotto all’Impero, che amministrò lodevolmente a lungo, cioè per trentotto anni. Infatti appena assunse i poteri imperiali, rivolse il suo animo a riparare lo stato della repubblica; infatti affidato il comando delle guerre al suo legato, egli convocò grandi uomini sapienti e giureconsulti e si dedicò a ordinare le leggi, delle quali c’era una tale quantità che non bastava la vita di un uomo per leggerle, e le ridusse con mirabile sintesi a pochi volumi, come è evidente di per sé. Dice dunque: “Cesare fui”, cioè imperatore, “e sono Giustiniano”; nome ben adatto nella realtà e nel nome, che con giustizia e diritto governò il mondo cristiano, “che dentro alle leggi”, cioè romane, “tolsi il troppo e il vano”, cioè recise il superfluo e l’inutile, e ancora oggi si potrebbero togliere molte cose; e dice: “per volere del primo amore che io sento”, come a dire: per la volontà divina che lo degnò, la cui grazia e gloria ora sento come ricompensa dei miei lavori. (…)
Quell’altro. Qui Tommaso descrive un altro dottore, cioè il monaco Graziano. Per chiarezza bisogna sapere prima che questo Graziano fu un monaco dell’ordine, che fece un’opera eccellente, che si chiama Decretum, nella quale ecc. Compiuta poi l’opera, si trasferì alla curia romana per pubblicarla ecc. Ora per il testo, dice Tommaso: “Quell’altro fiammeggiare”, cioè carità ardente, “esce dal sorriso”, cioè dalla letizia, “di Graziano”, veramente pieno di grazia e gradito a Dio e al mondo; quindi dice: “che aiutò l’uno e l’altro foro”, cioè l’umano e il divino, cioè il civile e il canonico, “così che appare in paradiso”, cioè si mostra in questa sfera del sole; perché in Paradiso fu beatificato sotto l’influsso del sole per i suoi meriti: fece poi la sua opera nella città di Bologna, nel monastero di san Felice in una piccola cella ecc.
OpenEdition vi suggerisce di citare questo post nel modo seguente:
Matteo Veronesi (28 Dicembre 2025). Dante e il diritto nel commento di Benvenuto Rambaldi. Parvula Benvenutiana. Recuperato il 3 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/15f42