György Réti, “L’Ungheria e Dante”

Tino da Camaino, monumento funebre di Maria d’Ungheria, particolare

Avendo già ospitato in questo sito un articolo concernente i rapporti fra Dante e l’Ungheria (con riferimento agli echi ch’essi lasciarono nel commento di Benvenuto), presentiamo ora un altro articolo che investe, fra l’altro, un interessante dettaglio esegetico, quello cioè dell’effettivo valore del verbo “malmenare” in Paradiso, XIX, 143 (dove il senso fortemente realistico, nel quale in fondo “sviare” e “percuotere” possono confondersi, va forse accostato ad un passo del Fiore, CCV, 7-8: “Allor credetti ben ricever morte, / Tanto facean di me gran malmenata”, in cui il rilievo prosodico e fonosimbolico dell’urto delle dentali, enfatizzato dalle vocali aperte, è di una evidenza e di una corposità tutte dantesche).

E gioverà citare proprio il commento di Benvenuto: “O, idest, dico, beata Ungheria, respectu aliorum regnorum, se non lascia più malmenare, scilicet, a rege novo, quasi dicat: si non peiorat”; dove a “più” viene attribuito un valore non temporale, ma comparativo (né del resto i due valori necessariamente si escludono, essendo per la logica medievale sia intensità che durata entrambe riverberi dell’analogia entis); come a dire che non c’è limite ultimo, né sicuro freno, di grado in grado, alla degenerazione del potere.
L’articolo si sofferma anche sul problema della traduzione. Anche i due brevissimi passaggi esaminati evidenziano il carattere elegante e sfumato proprio della traduzione di Babits, il quale evidentemente seppe trovare, nella fluidità e nella flessibilità grammaticali e sintattiche dell’ungherese poetico (un po’ simile in ciò, e paradossalmente, al latino, esso pur così lontano linguisticamente dalla latinità), il ricettacolo ideale del proprio immaginario simbolista: l’acqua che “riga”, che solca la terra – “balneat”, “bagna”, dice Benvenuto nel suo corposo, quasi maccheronico latinus grossus -, nella versione del poeta ungherese, invece, con un fonosimbolismo pascoliano che trascende le lingue, “csobban”, “schiocca”; mentre “malmenare”, così popolarescamente concreto quand’anche assuma una connotazione concettuale e politica, diviene, più intellettualmente, “félre vezetni”, “sviare”, “fuorviare” (in antitesi del resto al Sole “pianeta / che mena dritto altrui per ogni calle”). (Matteo Veronesi)

“O beata Ungheria, se non si lascia / più malmenare!”

L’evento più degno di nota per la celebrazione del centenario dantesco in Ungheria è stata la pubblicazione della completa traduzione della monumentale trilogia dantesca, frutto della collaborazione di Ferenc Baranyi e Gyula Simon.

Alessandro De Bosis, che ha prestato servizio come ambasciatore italiano durante l’era di Kádár in Ungheria (e che conosceva molto meglio la cultura del paese ospitante rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi), fece una volta una spiritosa osservazione: “Tra i paesi del Patto di Varsavia, l’Ungheria è l’unico menzionato due volte nella ‘Divina Commedia’ di Dante.” Ora, vorrei occuparmi di queste due menzioni.
È noto che il discendente del “secondo fondatore” della nostra grande nazione, Re Béla IV, instaurò legami dinastici con gli Angiò. La nipote Maria sposò infatti Carlo II “lo Zoppo”, figlio di Carlo d’Angiò. Da questo matrimonio nacquero tredici figli. Inizialmente, Maria trasferì il diritto di successione al trono ungherese al figlio maggiore, Carlo Martello, che da giovane principe divenne amico di Dante Alighieri. Il poeta-sovrano italiano lo immortalò come re d’Ungheria nell’ottavo canto del “Paradiso”: “Fulgíemi giá in fronte la corona / di quella terra che ’l Danubio riga / poi che le ripe tedesche abbandona”.

Voglio notare che, tanto più nello specchio della magistrale traduzione di Babits (“S a világ látta, hogy homlokomon van / ama föld koronája, hol az osztrák /
partoktól elvált Duna vize csobban”: retroversione letterale “Sa il mondo che sulla mia fronte / c’è la corona di quella terra dove, dalle sponde austriache / divise, schioccano le acque del Danubio”), i versi danteschi indicano con grande precisione la separazione dalle rive tedesche segnata dal Danubio. Forse neanche Dante, informato più di ogni suo contemporaneo circa gli affari esteri, conosceva esattamente la differenza fra tedesco e austriaco.

Ma torniamo a Carlo Martello, il cui stemma riuscì a unire il giglio degli Angiò con le strisce che simboleggiavano i quattro fiumi principali dell’Ungheria. In realtà, non riuscì mai a salire sul trono ungherese perché, nel 1295, lui e sua moglie caddero vittime della peste a Napoli. Dopo numerosi tentativi falliti, Maria riuscì infine a far salire al trono ungherese uno dei suoi nipoti, che divenne Carlo Roberto, uno dei più significativi re della storia ungherese. La regina Maria stessa svolse un ruolo significativo nel Regno di Napoli dell’epoca dei Vespri Siciliani (1282).

La chiesa di Santa Maria di Donna Regina, fondata e nominata in suo onore a Napoli, non conserva solo il suo ricordo, ma anche quello della sua patria; ed è forse il più bello tra le innumerevoli testimonianze ungheresi in Italia.

La navata della chiesa è decorata con affreschi dei maestri senesi raffiguranti Maria e la sua famiglia. Hanno immortalato anche i santi dell’antica dinastia degli Arpadi: Stefano, Ladislao ed Elisabetta.

Cinque affreschi raccontano la storia di Santa Elisabetta d’Ungheria, sorella maggiore del nonno di Maria, re Béla. Sulla tomba di Maria si trova una grande statua distesa della regina, opera di Tino da Camaino, l’unica statua contemporanea rimasta di un membro degli Arpadi. Sui lati del sarcofago sono raffigurati i suoi otto figli, tra cui Carlo Martello. Quindi, nel XIV secolo, i discendenti degli Angiò francesi si sedettero sui troni dei regni ungherese e napoletano.

Tuttavia, questo legame di parentela non impedì che fossero coinvolti in sanguinose contese tra loro e con i loro avversari ungheresi. A questi contrasti allude Dante nel XIX canto del Paradiso, quando scrive: “O beata Ungheria, se non si lascia / più malmenare!”. Io intenderei e tradurrei: “Oh, felice Ungheria, se la malattia non la ferisce più…” Chiedo scusa per la mia modestia nel restituire questi versi non nella già eccellente traduzione di Babits (“Ó, boldog Magyarország! csak ne hagyja
magát félre vezetni már”: retroversione letterale “Oh, felice Ungheria! Se solo ora non ti lasciassi ingannare”), ma nel mio umile tentativo (“Ó, Te boldog Magyarország, ha nem bánt többé a kórság…”, retroversione “O tu felice Ungheria, se la malattia non ti ferisse più”).

Lo faccio perché il principe dei poeti e traduttori ungheresi qui ha un po’ distorto due versi di Dante per noi importanti. La versione di Babits li intende così: “Oh, felice Ungheria! solo non lasciarti più ingannare”. La mia variazione riguardo alla traduzione dell’espressione “non si lascia malmenare” è sicuramente più lontana formalmente dall’originale, ma – permettetemi di nuovo un po’ di modestia – esprime meglio il pensiero di Dante. Vale a dire, le lotte di parte di cui Dante fu attivo partecipe e sofferente non l’hanno “ingannata”, ma l’hanno “ferita come una malattia” (e l’hanno ferita ancora oggi).

La “malattia” certamente non è una delle parole più comuni in ungherese, ma – spero – riflette bene il linguaggio arcaico del poema che è nato all’inizio della modernità. Inoltre, la “malattia” potrebbe avere anche un’interpretazione medica: la peste, che nella sua epoca decimò entrambe le popolazioni come le contese di parte.
Sorge ancora una domanda sulla mia traduzione: questa breve frase di Dante rappresenta solo la metà di una delle perfette terzine, quindi da sola non ha una struttura di rime. Ha il diritto il traduttore di restituire l’originale non rimato in una forma rimata? Penso di sì. Anche perché in questa forma questa nostra importante mezza frase potrebbe forse fissarsi meglio. Non nascondo che desidererei molto che questa mezza frase di Dante, estremamente attuale per il terzo millennio, diventasse un proverbio in Ungheria e aiutasse almeno a mitigare le contese di parte insensate e distruttive che, dall’epoca degli Angiò ai nostri giorni, hanno ostacolato e ostacolano la creazione di una Hungaria felix.


OpenEdition vi suggerisce di citare questo post nel modo seguente:
Matteo Veronesi (29 Gennaio 2024). György Réti, “L’Ungheria e Dante” Parvula Benvenutiana. Recuperato il 5 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/vovc


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