Virgilio padre e madre nella Comedìa e nel commento di Benvenuto

Nella Teogonia di Esiodo Gaia, la Terra Madre, genera Urano, il Cielo, prima di unirsi a lui per generare i Titani. Alla priorità ontologica del Materno cui allude questa partenogenesi sottentra poi, attraverso la violenza di Crono contro Urano e di Zeus contro Crono, il predominio del Maschile e del Paterno.

Ma nella cultura greca, e in particolare nella tragedia (dalla furia di Clitennestra e di Medea al desiderio ambiguo e ardente di Fedra alle accorate lacrime di Ecuba, mater dolorosa che quasi prefigura Maria, e che in questa luce sarà riecheggiata in età bizantina nel Christus patiens, prima vera tragedia cristiana), la figura materna appare insistitamente, scolpita, rilevata e a volte minacciosa, proiezione forse dello strapotere che la Donna, esclusa dalla vita politica, aveva nondimeno nella cerchia raccolta dell’oikos.

Molteplici sono dunque, sin dai primordi, le concezioni della genitorialità che, attraverso i secoli, costituirono, direttamente o indirettamente, il sostrato culturale delle rappresentazioni metaforiche e simboliche del Padre e della Madre nella Comedìa.

Intertessante notare che la Nutrice, trophos, benché perlopiù shiava e straniera, svolge un ruolo determinante, riconosciuto anche da Platone, nella trasmissione della facoltà linguistica attraverso la narrazione dei miti e la melodia della lingua materna. In questo senso Stazio potrà dire, in Dante, che l’Eneide fu per lui Madre e Nutrice: ch’essa infuse in lui, come latte e sangue, il “vocale spirto”, sia l’ispirazione poetica che l’afflato spirituale.

Neppure nel mondo romano, dove il pater familias aveva addirittura diritto di vita e di morte, ius vitae necisque, sui membri della famiglia, la Mater era priva di dignità e d’importanza. Basti pensare all’eroica Cornelia, madre dei Gracchi, non a caso presente nel Limbo dantesco fra i grandi spiriti dell’antichità e citata ne quindicesimo del Paradiso come esempio di antica virtù, contrapposta all’aureo e fastoso degrado morale dell’Autunno del Medioevo (in un contesto in cui, fra l’altro, proprio alle Madri è riconosciuta la funzione fabulatrice, la facoltà mitopoietica di trasmettere alle nuove generazioni una memoria mitica e fondante: “L’una vegghiava a studio de la culla, / e, consolando, usava l’idïoma / che prima i padri e le madri trastulla; / l’altra, traendo a la rocca la chioma, / favoleggiava con la sua famiglia / d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. / Saria tenuta allor tal maraviglia / una Cianghella, un Lapo Salterello, / qual or saria Cincinnato e Corniglia”). Senza contare che nel mondo classico, come in Dante, Madre per antonomasia (di Enea) è anche Venere, che assomma in sé ed incarna (come ad esempio nel proemio del De rerum natura lucreziano) tanto la bellezza seduttrice e la forza invincibile dell’Eros quanto l’universale fecondità che anima la Natura.

Nella visione ebraico-cristiana, non mancano le metafore che fondono maternità e paternità (sebbene nel mistero trinitario Dio generi, senza crearlo, il proprio Figlio, per poi incarnarlo per via angelica e verginale nel grembo di Maria).

Cristo paragona se stesso ad una chioccia che cela i pulcini sotto le ali; San Paolo ad una madre sollecita dei propri figli. Se da un lato il Medioevo accentua l’idea della paternità spirituale (l’abate nei confronti dei monaci), dall’altro enfatizza la figura materna di Maria, mater et mediatrix fra l’Umano e il Divino. Prima ancora, il Dio dell’Antico Testamento, che è per eccellenza Padre, in Isaia, però, consola “come una madre consola il proprio figlio”.

Dalla “grammatica speculativa” medievale, che giustapponeva il linguaggio naturale, mentale e preverbale, alle regole formalizzate e consapevolmente assimilate, Dante trae forse la polarità di locutio naturalis (il volgare materno) e locutio artificialis (il latino paterno).

In Dante, Virgilio è da un lato padre e maestro (come, direttamente, sulla terra, Brunetto Latini, “la cara e buona immagine paterna”) che esercita la propria auctoritas, ma anche madre-nutrice che trasmette il latte poetico dell’Eneide; pagano escluso dalla salvezza, ma inconsapevole profeta (anima naturaliter christiana) che orienta alla beatitudine; Classico che rappresenta la latinità paterna, ma modello di eloquenza che nobilita il volgare materno.

Men che dramma / di sangue m’è rimaso che non tremi: / conosco i segni de l’antica fiamma'”. La citazione virgiliana (agnosco veteris vestigia flammae) è qui avvolta da infantile terrore, mentre Dante cerca la protezione materna. Il riconoscimento dell’amore per Beatrice passa attraverso la mediazione di Virgilio-Madre, ma avviene nel momento stesso in cui questa figura si rivela assente: “Ma Virgilio n’avea lasciati scemi / di sé”.

Non errava troppo dal vero Pascoli, nella sua lettura del De vulgari eloquentia: proprio le doctrinate poetrie e i poete regulares devono, per via razionale, far risalire le parole della lingua storicizzata fino alla purezza aurorale dei simplicissima signa.

La sapiente ingenuità del poeta puer, che è nel contempo paradossalmente poeta doctus, deve riattingere un’immediatezza e una necessità espressiva insite nella natura (il poeta “o è la natura o la cercherà”, diranno i moderni).

In questo senso, la Lingua originaria e infinitamente veridica è la virgiliana antiqua mater. Virgilio Padre-Madre, quasi il Metropator delle antiche cosmogonie, esemplifica questa coincidentia oppositorum, facendo quasi intravedere in Dante un precursore dell’esoterismo rinascimentale.

Le Muse sono “quelle donne” (la stessa archetipica e nuda femminilità cui si richiamerà, in tutt’altro, ben più giocoso contesto, Boccaccio quando dirà che “le Muse son donne, e benché le donne quel che le Muse vagliono non vagliano, pure esse hanno nel primo aspetto simiglianza di quelle”).

Donne che però “aiutaro Anfïone a chiuder Tebe”, e la cui grazia, dunque, non è scissa dalla forza, e la cui armonia può divenire non solo eterea fascinazione, ma anche solida pietra (e si ricordi, qui, che Anfione sarà, in Valéry, incarnazione mitica della superiore armonia, della razionalità artistica e creatrice che dà forma alla materia indistinta, facendo cantare e danzare la pietra).

(Matteo Veronesi)

Inf XXXII 1 sgg.

S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,

come si converrebbe al tristo buco

sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco

più pienamente; ma perch’io non l’abbo,

non sanza tema a dicer mi conduco;

ché non è impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l’universo,

né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso

ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,

sì che dal fatto il dir non sia diverso.

Ad primum veniens dico, quod autor descripturus materiam difficillimam, et numquam ab alio descriptam praemittit excusationem proponens sic: io premerei, idest, exprimerem, il suco, idest sensum et sententiam, di mio concetto, idest, novae materiae quam nuper concepi describere, più pienamente, idest, perfectius, s’io avessi le rime aspre e chiocce, idest, rigidas, come si converrebbe al tristo buco, idest, ad descriptionem istius putei cum contentis in eo, in quo est centrum omnium tristitiarum, et poenarum; ideo dicit: sopra ‘l qual, scilicet foramen, pontan tutte l’altre roccie, quia ad centrum terrae tendunt omnia pondera gravitatum. Et hic nota quod, quia sermones debent convenire materiae de qua agitur, et verba sunt inventa ad exprimendum conceptum mentis (1), autor conqueritur quod non valet hic reperire vocabula propria tam durae materiae; ideo dicit: ma mi conduco a dicer, idest, ad dicendum, non senza tema, quia lingua titubat in materia tam ignota, perchè non l’abbo, idest, quia non habeo tales rithimos, quales materia exigit. – Chè. Hic autor ostendit per causam suam excusationem fore iustam, dicens: chè, idest, quia, descriver fondo a tutto l’universo, idest, describere centrum inferni, non è impresa da pigliar a gabbo, quasi dicat: non est materia levis et iuvenilis assumenda ioco, sed potius gravis et ponderosa assumenda a sene serio et non ioco; ideo dicit: nè, idest, et non assumenda, da lingua che chiami mamma e babbo, quia ista materia non est pro infante, qui nondum scit materne loqui, nedum pulcre et ornate. Et ideo facit nobilem invocationem pro subsidio implorando, ostendens se sperasse in alterius auxilio; unde dicit: ma quelle donne, idest, illae novem musae quas invocavi in principio huius libri, quae vere sunt imperiosae dominae, aiutino il mio verso, idest, meam descriptionem metrice faciendam; quae quidem dominae faciunt hominem eloquentem cum tanta virtute, quod fecerunt Amphionem colligere gentes, dispersim bestialiter vagantes, ad civilitatem, et bene et beate vivendum; ergo poterunt me iuvare in descriptione mortuorum; ideo dicit: ch’aiutâr Anfione a chiuder Tebe. Ad cuius intelligentiam est sciendum quod Amphion successit Cadmo in regno Thebarum, qui homines adhuc rudes et ferino more viventes reduxit ad vivendum civiliter et politice sub lege et religione. Ideo bene fingitur mirabili sono suae citharae murasse civitatem Thebarum, sicut simile scriptum est de Orpheo capitulo IV. Unde Horatius in sua poetria vocat Amphionem conditorem thebanae urbis. Et hic nota quod autor arguit hic a minori, quasi volens dicere: si Amphion potuit mirabili eloquentia sua cumulare et aggregare lapidem lapidi, et saxum saxo ad constructionem moeniorum thebanorum, et ego potero coniungere rithimum rithimo ad descriptionem istius pessimae civitatis. Civitas enim Thebarum fuit olim plena magnis parricidiis et maleficiis, sicut dicetur infra capitulo penultimo sequenti. Nota etiam quod poetae habent de more facere invocationem non solum in principiis librorum, sed etiam in medio et in fine, quando perveniunt ad altam materiam, sicut patet per Virgilium in Eneidos, et per Statium in Thebaidos. Et assignat causam suae invocationis, dicens: sì che dal fatto il dir non sia diverso, quasi dicat: ut oratio non sit dissona ipsi materiae.

Arrivando al primo punto dico che l’autore, sul punto di descrivere una materia estremamente difficile e mai descritta da nessun altro, premette una giustificazione proponendo così: io premerei, cioè esprimerei, il succo, cioè il senso e il significato, del mio concetto, cioè della nuova materia che ho da poco concepito di descrivere, più pienamente, cioè più perfettamente, se avessi le rime aspre e chiocce, cioè rigide e rauche, come si converrebbe al tristo buco, cioè alla descrizione di questo pozzo con quanto vi è contenuto, nel quale si trova il centro di tutte le tristezze e le pene; perciò dice: sopra il quale, cioè su questo buco, poggiano tutte le altre rocce, poiché tutti i pesi gravano verso il centro della terra. E qui nota che, poiché i discorsi devono essere adeguati alla materia di cui si tratta, e le parole sono state inventate per esprimere il concetto della mente, l’autore si lamenta di non essere in grado di trovare qui vocaboli appropriati per una materia così dura; perciò dice: ma mi conduco a dire, cioè a parlare, non senza timore, poiché la lingua esita in una materia così sconosciuta, perché non le ho, cioè perché non ho tali rime, quali la materia richiede. Che. Qui l’autore mostra con una motivazione che la sua giustificazione è legittima, dicendo: che, cioè poiché, descrivere il fondo di tutto l’universo, cioè descrivere il centro dell’inferno, non è un’impresa da prendere a gabbo, come a dire: non è materia leggera e giovanile da affrontare per gioco, ma piuttosto grave e ponderosa da affrontare da un vecchio serio e non per scherzo; perciò dice: né, cioè e non da affrontare, da lingua che chiami mamma e babbo, poiché questa materia non è per un bambino, che non sa ancora parlare in modo maturo, tanto meno in modo bello e ornato. E perciò fa una nobile invocazione per implorare aiuto, mostrando di aver sperato nell’aiuto altrui; onde dice: ma quelle donne, cioè quelle nove muse che ho invocato all’inizio di questo libro, che sono veramente signore sovrane, aiutino il mio verso, cioè la mia descrizione da fare in versi; queste signore rendono l’uomo eloquente con tanta virtù che fecero Anfione radunare genti, vaganti disperse in modo bestiale, alla civiltà e al vivere bene e virtuosamente (2); dunque potranno aiutarmi nella descrizione dei morti; perciò dice: che aiutarono Anfione a chiudere Tebe. Per la comprensione di ciò bisogna sapere che Anfione successe a Cadmo nel regno di Tebe, e ridusse gli uomini ancora rozzi e viventi alla maniera ferina a vivere civilmente e politicamente sotto la legge e la religione. Perciò si immagina giustamente che con il suono mirabile della sua cetra abbia eretto le mura della città di Tebe, come qualcosa di simile è scritto di Orfeo nel capitolo IV. Onde Orazio nella sua Poetica chiama Anfione fondatore della città tebana. E qui nota che l’autore argomenta qui dal minore al maggiore, quasi volendo dire: se Anfione poté con la sua mirabile eloquenza accumulare e congiungere pietra a pietra e sasso a sasso per la costruzione delle mura tebane, anch’io potrò unire rima a rima per la descrizione di questa pessima città. La città di Tebe fu infatti un tempo piena di grandi parricidi e malefici, come si dirà più avanti nel penultimo capitolo seguente. Nota anche che i poeti hanno l’usanza di fare invocazioni non solo all’inizio dei libri, ma anche nel mezzo e alla fine, quando giungono a materia elevata, come risulta evidente in Virgilio nell’Eneide e in Stazio nella Tebaide. E indica la ragione della sua invocazione, dicendo: sì che dal fatto il dir non sia diverso, come a dire: affinché il discorso non sia difforme dalla materia stessa.

Purg XXI 93 sgg

Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;

de l’Eneïda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz’essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando”.

Al mio. Hic Statius describit se a nobilissimo poeta quem semper studuit imitari. Et ista litera ambigua habere potest duplicem intellectum; unum, quod Statius sit factus poeta per Virgilium; alium quod sit factus christianus per ipsum. Secundum primum litera est sic exponenda: Le faville, idest, dicta Virgilii tamquam vivae scintillae, onde sono allumati, idest, illuminati, più di mille, quia multa millia latinorum didicerunt poetriam et eloquentiam mediante dogmate Virgilii, che mi scaldar della divina fiamma, idest, accenderunt mentem meam eius doctrina divina, fu seme, idest, sementis et radix, al mio ardore, idest, ardenti ingenio meo ad poetandum. Secundum alium intellectum litera sic exponatur: Le faville che mi scaldar della divina fiamma, scilicet, caritate fidei christianae, fur sceme, idest, fuerunt tunc diminutae, al mio ardore, idest, meo amori; quasi dicat Statius: licet a te habuerim credulitatem fidei verae, tamen amor meus fuit simus et lentus diu, et sic peccavi per accidiam, sicut testatur paulo post. Sed hic nota, quod licet poeta velit quod Statius habuerit a Virgilio utrumque bonum, scilicet, poetriae et fidei, tamen prima expositio fuit melior; quia si Statius fuit illuminatus lumine fidei per Virgilium, non mille alii, sicut litera dicit: praeterea litera sequens declarat expresse quod loquitur secundum primum modum. Unde subdit: dell’Eneida dico, qui liber potest dici speculum humanae vitae, sicut dicit Aristoteles de Odyssea Homeri in Rhetoricis; la qual fummi mamma, idest, mamilla dulcis, vel mamma, idest, mater, propinans mihi primum lac poetriae; unde dicit: e fu mia nutrice poetando, ideo studui totis viribus imitari ipsum opus; unde dicit: senz’essa non fermai peso di dramma, quasi dicat, non firmavi minimum punctum vel passum. Est enim drachma parvulum pondus, quo utuntur medici: et bene, quoniam Statius in suo Thebaidos semper nititur imitari Eneida Virgilii, non solum in numero librorum, sed etiam in omnibus, ut non immerito sit appellatus simia Virgilii. Et concludit Statius immensitatem amoris quem habuit semper ad Virgilium, dicens: e assentirei un sole, idest, unum annum solarem, più ch’io non deggio, plusquam debeam iustae poenae meae, al mio uscir di bando, idest, de exilio purgatorii, per esser vivuto di là, scilicet, in mundo istius viventis, quando visse Virgilio; quasi dicat Statius: ego vellem de pacto stare adhuc per annum in purgatorio, et fuisse illo tempore felici sub Augusto, quo claruit Virgilius.

Al mio. Qui Stazio descrive se stesso come discepolo del nobilissimo poeta che sempre si sforzò di imitare. E questa lettera ambigua può avere duplice interpretazione; una, che Stazio sia diventato poeta grazie a Virgilio; l’altra che sia diventato cristiano grazie a lui. Secondo la prima interpretazione il testo si spiega così: Le faville, cioè i detti di Virgilio come scintille vive, dalle quali sono illuminati, cioè rischiarati, più di mille, poiché molte migliaia di latini appresero la poesia e l’eloquenza mediante l’insegnamento di Virgilio, che mi scaldarono della divina fiamma, cioè accesero la mia mente con la sua dottrina divina, furono seme, cioè semenza e radice, al mio ardore, cioè al mio ingegno ardente per la poesia. Secondo l’altra interpretazione il testo si spiega così: Le faville che mi scaldarono della divina fiamma, cioè della carità della fede cristiana, furono seme, cioè furono allora ridotte, al mio ardore, cioè al mio amore; come a dire Stazio: sebbene da te abbia ricevuto la credenza della vera fede, tuttavia il mio amore fu fiacco e lento a lungo, e così peccai per accidia, come testimonia poco dopo. Ma qui nota che, sebbene il poeta voglia che Stazio abbia ricevuto da Virgilio entrambi i beni, cioè della poesia e della fede, tuttavia la prima interpretazione è migliore; perché se Stazio fu illuminato dal lume della fede per mezzo di Virgilio, non lo furono mille altri, come dice il testo: inoltre il testo seguente dichiara espressamente che parla secondo il primo modo. Onde aggiunge: dell’Eneide dico, questo libro può essere detto specchio della vita umana, come dice Aristotele dell’Odissea di Omero nella Retorica; la quale mi fu mamma, cioè mammella dolce, o mamma, cioè madre, porgendomi il primo latte della poesia; onde dice: e fu mia nutrice poetando, perciò mi sforzai con tutte le forze di imitare quest’opera stessa; onde dice: senza essa non fermai peso di dramma, come a dire, non fissai il minimo punto o passo. È infatti la dramma un piccolo peso, che usano i medici: e giustamente, poiché Stazio nella sua Tebaide sempre si sforza di imitare l’Eneide di Virgilio, non solo nel numero dei libri, ma anche in tutto, tanto che non a torto è chiamato la scimmia di Virgilio. E conclude Stazio l’immensità dell’amore che ebbe sempre per Virgilio, dicendo: e consentirei un sole, cioè un anno solare, più di quanto non debba, più di quanto debba alla mia giusta pena, al mio uscire di bando, cioè dall’esilio del purgatorio, per essere vissuto di là, cioè in quel mondo dei viventi, quando visse Virgilio; come a dire Stazio: io vorrei di buon grado restare ancora per un anno in purgatorio, ed essere vissuto in quel tempo felice sotto Augusto, in cui risplendette Virgilio.

Purg XXX 40 sgg

Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;

né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada
che, lagrimando, non tornasser atre.

Tosto. Hic poeta ostendit qualiter positus in magna agonia recurrit ad Virgilium, sicut semper solebat in arduis, per comparationem valde claram; unde pro continuatione repetens quod dixerat, dicit: Tosto che l’alta virtù, idest, quam cito potentia amoris, quam iam vocavit occultam, che già m’avea trafitto, idest, quae olim vulneraverat me suis telis aureis, prima ch’io fuor di puerizia fosse, quasi dicat, dum essem adhuc puer, mi percosse nella vista, idest, in oculos, in quibus incipit vis amoris, tunc statim, volsimi alla sinistra, ubi credebam Virgilium esse, col rispitto, idest, respectu, col qual il fantolin corre alla mamma, idest, matrem vel nutricem; quando ha paura, o quando egli è afflitto, scilicet, alia passione, sicut amore alicuius rei, per dicer a Virgilio: men che dramma, quasi dicat, minimum; est enim drachma parvula pars ponderis, quo vocabulo multum utuntur medici, di sangue m’è rimasa, che non tremi, quia amor inducit timorem, et timor tremorem; unde dicit, conosco i segni dell’antica fiamma, scilicet, amoris: hoc autem dicit Virgilius de Didone, quasi dicat tacite Dantes, non ita Dido arsit amore subito viso Enea. – Ma. Hic poeta ostendit suum refugium fuisse vanum, quia Virgilius recesserat, de quo multum conqueritur et dolet. Et hic adverte quod multi mirantur de eo quod Dantes ita nude tangit recessum Virgilii a se quod non perpendit, quod non dixit vale, imo nec fecit verbum; sed certe poeta noster hoc non fingit sine ministerio magno: per hoc enim relinquit tacite lectori considerandum, quod ad primum conspectum istius mulieris altae ipse fuit stupore percussus; sed Virgilius timore territus statim evanuit a facie istius mulieris potentis, quam viderat surgere inter manus angelorum, idest theologorum, et refugit ad infernum ad standum inter philosophos et poetas; et voluisset libenter dicere Danti: amodo relinquo te manibus istorum qui loquuntur cum Deo, sed timor non permisit. Dicit ergo poeta: Ma Virgilio n’avea lasciati scemi di se, scilicet me et Statium christianum, qui et ipse tendebat ad coelum. Et dicit: Virgilio, dolcissimo padre, idest, videbatur sibi amarissimum dimittere tantum poetam qui fecerat sibi viam; et repetit ad cumulum maioris doloris: Virgilio a cui diemi per mia salute, quia commisi me regendum et ducendum sibi, ut patuit primo et secundo capitulo Inferni. – Nè. Hic poeta post querelam tangit planctum suum, et vult breviter dicere, quod tota felicitas illius loci non potuit obsistere, ne prorumperet in lacrymas, tanta fuit vis doloris. Dicit ergo: Nè quantunque, idest, quicquid deliciarum, perdeo l’antica madre, idest perdidit Eva, valse alle guance, idest, profecit genis meis, nette di rugiada, quia Virgilius laverat sibi faciem rore in maritima illa, vel dic genis non madidis rore, qui non cadit ibi, quasi dicat: ubi nulla potest esse alteratio, ubi non potest pluere ego ploravi. Ideo dicit: che lagrimando non tornasser adre, idest, atrae vel obscurae, sicut accidit in planctu. Et non mireris, lector, si Dantes dimisit Virgilium cum planctu et lacrymis, cui dederat operam a pueritia, secundum illud Augustini primo de Civitate Dei circa principium; Virgilium ideo pueri legunt ut poeta magnus omniumque praeclarissimus atque optimus teneris ebibitus annis numquam possit oblivione aboleri etc.

Tosto. Qui il poeta mostra come, trovandosi in grande angoscia, ricorse a Virgilio, come sempre soleva fare nelle difficoltà, mediante un paragone assai chiaro; onde riprendendo per continuità ciò che aveva detto, dice: Tosto che l’alta virtù, cioè non appena la potenza dell’amore, che già aveva chiamato occulta, che già m’aveva trafitto, cioè che un tempo mi aveva ferito con le sue frecce d’oro, prima che io fossi fuori di puerizia, come a dire, quando ero ancora fanciullo, mi percosse nella vista, cioè negli occhi, nei quali inizia la forza dell’amore, allora subito, mi volsi alla sinistra, dove credevo che Virgilio fosse, con quel rispetto, cioè con quello sguardo, con cui il fanciullino corre alla mamma, cioè alla madre o alla nutrice; quando ha paura, o quando egli è afflitto, cioè da altra passione, come l’amore di qualche cosa, per dire a Virgilio: meno che dramma, come a dire, il minimo; è infatti la dramma una piccola parte di peso, vocabolo che i medici usano molto, di sangue m’è rimasto, che non tremi, poiché l’amore induce timore, e il timore tremore; onde dice, conosco i segni dell’antica fiamma, cioè dell’amore: questo però lo dice Virgilio di Didone, come a dire tacitamente Dante, non così Didone arse d’amore appena visto Enea. – Ma. Qui il poeta mostra che il suo rifugio fu vano, poiché Virgilio se n’era andato, di che molto si lamenta e si duole. E qui osserva che molti si meravigliano del fatto che Dante tocchi così apertamente la partenza di Virgilio da sé, tanto che non si accorgono che non disse addio, anzi non fece nemmeno parola; ma certamente il nostro poeta non finge questo senza grande significato: attraverso ciò infatti lascia tacitamente da considerare al lettore che alla prima vista di questa donna sublime egli fu colpito da stupore; ma Virgilio terrorizzato dalla paura subito svanì dal cospetto di questa donna potente, che aveva visto levarsi tra le mani degli angeli, cioè dei teologi, e rifuggì all’inferno per stare tra i filosofi e i poeti; e avrebbe voluto volentieri dire a Dante: d’ora in poi ti lascio nelle mani di costoro che parlano con Dio, ma il timore non glielo permise. Dice dunque il poeta: Ma Virgilio ci aveva lasciati privi di sé, cioè me e Stazio cristiano, che anch’egli tendeva al cielo. E dice: Virgilio, dolcissimo padre, cioè, gli sembrava amarissimo lasciare un così grande poeta che gli aveva fatto strada; e ripete per accrescere il dolore: Virgilio a cui mi diedi per mia salvezza, poiché mi affidai a lui perché mi guidasse e conducesse, come apparve nel primo e secondo canto dell’Inferno. – Né. Qui il poeta dopo il lamento tocca il suo pianto, e vuol dire brevemente che tutta la felicità di quel luogo non poté impedire che prorompesse in lacrime, tanto fu grande la forza del dolore. Dice dunque: Né quantunque, cioè qualunque delizia, perdé l’antica madre, cioè perse Eva, valse alle guance, cioè giovò alle mie guance, nette di rugiada, poiché Virgilio gli aveva lavato il viso con la rugiada in quella spiaggia marina, oppure dì guance non bagnate di rugiada, che non vi cade, come a dire: dove non può esserci alcuna alterazione atmosferica, dove non può piovere, io piansi. Perciò dice: che lagrimando non tornassero adre, cioè scure od oscure, come accade nel pianto. E non meravigliarti, lettore, se Dante lasciò Virgilio con pianto e lacrime, quel Virgilio a cui aveva dedicato impegno fin dalla fanciullezza, secondo quel detto di Agostino nel primo libro del De Civitate Dei verso l’inizio: Virgilio perciò i fanciulli leggono affinché il poeta grande e di tutti il più illustre e ottimo, assorbito negli anni teneri, non possa mai essere cancellato dall’oblio ecc.

(1) La convenientia, ossia l’aderenza delle parole ai concetti e all’essenza del reale, e dunque dello stile alla materia, è principio comune, nel pensiero medievale, alla poetica e alla filosofia del linguaggio. «Cum in omnibus scientiis voces significent, hoc habet proprium ista scientia, quod ipsae res significatae per voces, etiam significant aliquid. Illa ergo prima significatio, qua voces significant res, pertinet ad primum sensum, qui est sensus historicus vel litteralis. Illa vero significatio qua res significatae per voces, iterum res alias significant, dicitur sensus spiritualis; qui super litteralem fundatur, et eum supponit» (Tommaso d’Aquino, Summa theologica, pars prima, quaestio decima, articulus primus).

(2) Visione ciceroniana, enunciata in particolare nel primo libro del De oratore (ma presente anche nella Rettorica di Brunetto Latini), della civilizzazione cementata dalla Parola.

Glosse di Benvenuto Rambaldi al Purgatorio di Dante: Musica, Fede, Politica, Purificazione

Purgatorio, canto I

E canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

E canterò. Hic poeta aperit suam intentionem circa materiam propositam. (…) Ideo bene se declarans, dicit: dove l’umano spirito si purga, ab omni sorde vitiorum cum poena debita; unde dicit: e di salire al ciel diventa degno; quia nimis videtur indignum, et contra divinam iustitiam, quod anima polluta labe malorum, impura et gravis ascendat ad coelum purissimum quod totum est lux et amor. Et hic nota, lector, quod ista tria regna persuadet iustitia vera etiam apud gentiles. Unde ut omittam testimonia Sacrae Scripturae et fidelium doctorum, de inferno loquuntur magni philosophi et poetae; unde Aristoteles in sua poetria dicit: in inferno enim est continua tristitia et moeror inconsolabilis. Purgatorium posuerunt Pythagoras et Plato, licet non sub nomine purgatorii, qui volunt quod anima pravi hominis interdum intret corpus canis, asini, serpentis vel ursi, ut ad tempus purgata possit redire ad astra. De paradiso etiam senserunt praedicti; unde Plato qui sequitur Pythagoram, et Tullius qui sequitur Platonem, ostendunt uterque in suis libris de republica praemia destinata iustis in coelo, scilicet immortalitatem et vitam beatam. Unde Tullius in ultima parte sexti de republica ostendit praemia parata cultoribus iustitiae in coelo, et persuadet amorem iustitiae Scipioni. (…) Unde Pythagoras in suis aureis versibus, ut Calcidius refert, dicit: “Corpore deposito cum liber ad aethera perges Evades hominem factus deus aetheris alti”. Continua a leggere

Homo nexus mundi. Epos teologico, metafisica della luce e visione del cosmo nel commento di Benvenuto Rambaldi al Paradiso

“L’uomo è, di sua natura, il più perfetto dei viventi, e il perfettissimo corpo dell’uomo si trova proporzionato al cielo e al cosmo: perciò solo l’uomo è il nexus fra Dio e il cosmo, perché ha in sé l’intelletto divino, attraverso il quale s’innalza al di sopra del cosmo.” L’uomo è metaforicamente “catena del mondo”, “nesso del mondo”, perché, come uno spirito e una mente divini mantengono coeso l’universo, così l’anima sorregge l’uomo. Continua a leggere

Il primo canto del “Paradiso” alla luce del commento di Benvenuto

Benvenuto pone l’accento sul grande mistero che ogni parola di questo testo racchiude in sé: la gloria divina riempie ogni creatura in virtù della vastità delle cose che abitano l’universo anche se, tuttavia, in modi diversi. Nella visione neoplatonica del romano Boezio (De unitate et uno), emerge la rappresentazione della luce divina come epifania della divina essenza che, pur essendo e restando una, compatibilmente con il punto di vista cristiano, si mostra in modalità differenti a seconda dell’impurità della materia che le fa da schermo. Alla luce della metafora del filosofo latino sopra citato, si potrebbe formulare l’interpretazione secondo cui Dio è in ogni uomo, ma solo in virtù delle scelte libere compiute da quest’ultimo, la sua presenza brilla più o meno intensamente. Continua a leggere

La figura dantesca di Ulisse nelle parole dei commentatori

“O frati,” dissi, “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente non vogliate negar l’esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno, XXVI, 112-120)

Per quanto brevi, queste righe sono dense di significato e i vari commentatori nel tempo hanno dato la propria opinione cercando di ricostruire quale fosse l’intenzione che Dante volesse far trapelare dalle parole di Ulisse. Continua a leggere

Risonanze mistiche della poesia dantesca nel Commento di Benvenuto

“E così vedi che quasi ogni parola di questo testo ha in sé racchiuso un grande mistero” esordisce Benvenuto. Il celeberrimo commentatore ha così affermato la grandezza dell’opera a partire dal linguaggio, in ogni suo termine. L’Alighieri possiede, infatti, una maestria innata nel comporre versi e uno smisurato amore per ciò che allora incontrava l’interesse di un pubblico molto più vasto: la poesia. Secondo Rambaldi, mediante la poesia, il Sommo Poeta ha descritto un percorso universale, che coinvolge ogni aspetto dell’esistenza seppur in modi diversi: la luce divina stessa si manifesta, dunque, in modo differente. La visione di Benvenuto è permeata della concezione neoplatonica. Continua a leggere

La figura dantesca di Francesca nei commenti antichi

Benvenuto Rambaldi, nel commentare la vicenda di Paolo e Francesca, fa trapelare un giudizio piuttosto negativo dei due amanti: infatti, vede il sentimento che li lega esclusivamente come una debolezza della carne, una morbosa ricerca del piacere e un adulterio peccaminoso. Infatti, considera la celebre frase “Amor ch’a nullo amato amar perdona” una scusa messa in bocca alla donna che cerca di giustificare il suo atto impuro, poiché lo scrittore imolese ritiene la proposizione falsa per quanto riguarda un “amor voluptatis” come il loro, mentre la sentenza è veritiera se riferita all'”amor virtutis”, concetto che Dante riprenderà nel capitolo XXII del Purgatorio (“si vis amari, ama”), come ricordato da Rambaldi stesso. Continua a leggere

La cultura filosofica di Benvenuto Rambaldi in alcuni passaggi del suo commento

Dall’Introduzione generale al Commento

Dicam ergo, concludens de nobilissimo poeta, illud Ecclesiastici 39. Ipse tamquam imbres mittet eloquia sapientiae: sapientiae, inquam, verae, de qua Augustinus VIII de Civitate Dei circa principium: cum philosophis est habenda collatio, quorum nomen, si latine interpretetur, amorem sapientiae profitetur. Porro si sapientia Deus est, ut divina autoritas veritasque monstravit, verus philosophus amator Dei est. Unde magnus philosophus et poeta Plato, philosophia, ait in Phaedone, est meditatio mortis. Duas autem asserit esse mortes; primam naturae, homo enim naturaliter moritur cum anima corpus solutum lege naturae. Secunda est virtutis, cum scilicet anima adhuc in corpore constituta corporeas contemnit illecebras et cupiditatum dulces insidias, reliquasque omnes exuit passiones. Hic autem verus philosophus ac poeta hanc mortem summopere meditatus eam studuit persuadere mentibus omnium ut mortem sine morte feliciter pervenirent, ut in processu operis clarissime ostendetur: ad quam nos vocare dignetur qui est mortis et vitae dominus in aeternum.

Ripeterò dunque, concludendo circa il nobilissimo poeta, le parole del trentanovesimo capitolo dell’Ecclesiastico. “Come tempeste emette i fiumi della sapienza”: della sapienza, intendo, vera, riguardo alla quale Agostino, all’inizio dell’ottavo libro della Città di Dio, dice: “ci si deve confrontare con i filosofi, il cui nome, interpretato latinamente, denota l’amore per la sapienza”. Dunque se la Sapienza è Dio, come l’autorità e la verità divine hanno mostrato, il vero filosofo è amatore di Dio. Onde il grande filosofo e poeta Platone dice, nel Fedone, che la filosofia è meditazione della morte. Dice dunque che ci sono due morti. La prima riguarda la natura, infatti l’uomo muore secondo natura quando il corpo è diviso dall’anima secondo la legge della natura. La seconda riguarda la virtù, ossia quando l’anima, pur essendo ancora infusa nel corpo, disprezza le seduzioni corporee e le dolci insidie dei desideri, e si spoglia di tutte le altre passioni. Dunque questo vero filosofo e poeta, dopo aver sommamente meditato la morte, si sforzò di convincere tutte le menti a giungere felicemente ad una morte senza morte, come si mostrerà con assoluta chiarezza nel séguito dell’opera: alla quale si degni di chiamarci Colui che è in eterno Signore della morte e della vita.

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“Legato con amore in un volume ciò che per l’universo si squaderna”. La visione dantesca di Dio nell’ultimo canto secondo il commento di Benvenuto Rambaldi

L’ultimo canto segna non solo la fine del viaggio di Dante attraverso il regno celeste, ma anche, se così si può dire, il coronamento di un lungo percorso, costellato di difficoltà e di prove che sono risultate necessarie per accedere alla visione e alla contemplazione di Dio.

La vista di Dante, diventando via via più chiara, si inoltra nella luce divina e da quel momento in poi la visione del poeta è tale che il linguaggio è insufficiente a esprimerla, così come anche la memoria non è in grado di ricordarla pienamente.

Come afferma Benvenuto, Dante spiega l’insufficienza della sua visione ricorrendo a due esempi, uno naturale e uno artificiale.

La prima terzina presa in esame esordisce con una similitudine, quella della “neve che si dissigilla al sole”, che Benvenuto ci riporta come exemplum naturale. Come la neve inconsistente e soggetta al disciogliersi, essendo suscettibile alla luce del sole, è privata della propria forma, così allo stesso modo la mente umana, debole e finita, è spogliata della sua forma davanti alla fantastica visione della luce divina.

Segue poi il secondo paragone, l’exemplum artificiale: “La sentenza di Sibilla si perdea al vento nelle foglie lievi e allo stesso modo la mia visione si perdeva”. Benvenuto afferma che la giustezza di tale similitudine vada ricercata nell’evidente riferimento all’Eneide di Virgilio. Continua a leggere

Dante e il diritto nel commento di Benvenuto Rambaldi

I rapporti fra Dante e il Diritto (e la possibilità di porre Dante stesso alla stregua di un vero e proprio giurista) sono già stati ampiamente studiati: mi limito, qui, a rinviare all’ampia voce dell’Enciclopedia dantesca, cui andranno aggiunte almeno le fondamentali ricerche di Claudia Di Fonzo .

È interessante notare, e sembra fondamentale, che la celebre massima nomina sunt consequentia rerum, riferita nella Vita nuova («lo nome d’Amore è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria operazione sia ne le più cose altro che dolce, con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scritto: Nomina sunt consequentia rerum», derivi (sia pur attraverso una generalizzazione e un’amplificazione), come mostrò dapprima il Nardi, dalle Institutiones del Corpus iuris civilis.

Ciò che discorso poetico e discorso giuridico hanno in comune è (sia pur per vie diverse) la ricerca di una corrispondenza fra realtà e parola, e dunque di una facoltà, insita nel linguaggio, di riflettere in modo necessario e puro l’essenza delle cose (ed entrava in gioco, qui, forse, anche l’influsso della teoria dei modi cogitandi).

Donde anche la sacralità della Parola, la ricerca di esattezza, compiutezza e definitività che devono essere proprie sia del verso che (a pena di nullità o di inefficacia) della sententia, della formula giuridica (e, si noti, proprio da questa aderenza della parola giuridica all’essenza del reale, inscritta in un soprannaturale ordine, deriva la massima Natura idest Deus, presente nei giuristi medievali ‒ e che sarà com’è noto fatta propria, ed estesa all’intero Universo, all’intera Natura nella sua stessa materialità, con inevitabili implicazioni panteistiche, da Spinoza nella sua definizione della Substantia come Deus sive Natura). Continua a leggere

Ivan Rivalta, “Giovanni Tamburini e la sua traduzione del Comentum di Benvenuto da Imola”

Come è stato giustamente ed autorevolmente notato, pressoché intraducibili risulterebbero oggi la vivezza e l’eterogenea corposità del latino, volgare e popolaresco, ma variopinto e vivido, di Benvenuto (al pari di quello, per tanti aspetti così affine, anch’esso vibrante corposo sanguigno, risonante di molteplici voci, e anzi eminentemente intriso di vocalità e oralità, di Salimbene da Parma); una lingua, diremmo, questo latinus grossus comune alle prediche e alle lezioni universitarie, prossima quasi, nel suo metatemporale ibridismo, nella sua straniante anomalia, a quello che sarà l’estroso e irriverente espressionismo del Folengo.

Come dimostra lo studio di Ivan Rivalta (premesso alla ristampa anastatica, e che qui per gentile concessione riproduciamo), troppo bistrattata fu la meticolosa e laboriosa traduzione del Comentum condotta nell’Ottocento dall’avvocato e letterato Giovanni Tamburini, figura gravitante ai margini di quel vasto e fervido movimento (ancor oggi forse non adeguatamente valutato, specie in considerazione dell’influsso che ebbe su Leopardi) che fu la Scuola Classica Romagnola.

Le sviste e le lacune che indubbiamente non mancano nell’edizione, e che renderebbero quanto mai opportuna, oggi, una nuova traduzione annotata, erano  imputabili più ai trascrittori e ai revisori che non allo stesso Tamburini. Continua a leggere

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Echi di Ditti e Darete nell’opera di Dante secondo Benvenuto Rambaldi

È merito di Francesco Chiappinelli, con lo studio Dante e l’altra Iliade. Le tracce di Ditti e Darete nel divino poema, l’aver evidenziato i possibili echi di una apparentemente marignale tradizione mediolatina (la quale peraltro affondava certo le proprie radici in originali archetipi greci) nell’opera dantesca.
In due passi, Benvenuto cita l’operetta latina (la Historia de excidio Troiae), anche se considerandola più come una fonte di fatti e versioni del mito che come diretto antecedente, o termine di confronto essenziale, per la comprensione del poema dantesco.
I riferimenti a Ditti e Darete riflettono comunque il gusto benvenutiano per le digressioni narrative e le divagazioni mitiche ed immaginose.

Inferno XXVI 136-142

Noi. Hic Ulyxes concludit modum suae mortis, dicens: noi ci allegrammo, sicut est de more, quod terra primo visa praestat laetitiam marinariis, qui diu navigaverunt; sed ista
laetitia conversa est cito in tristitiam, quia putavimus ire ad portum salutis, et ivimus ad interitum mortis; unde dicit: e tosto tornò in pianto; et ecce quare, chè, idest, quia, un Continua a leggere

“Folli pensieri e vanità di core”, lauda mariana attribuita a Dante

(a stampa in «L’Alighieri», XLVII, 2006, 28, pp. 146-158)

Le rilevanti evidenze addotte, sul piano paleografico e codicologico, da Giuseppe Mazzanti inducono a ripensare il problema della paternità di Folli pensieri e vanità di core: testo che in ogni caso, anche a prescindere dall’attribuzione, presenta qualche motivo di interesse a livello storico, ed entro certi limiti anche poetico.

Ecco la canzone così come si presenta nell’unico testimone, il codice 7413 della Biblioteca Nazionale di Parigi, tenendo conto della trascrizione, sostanzialmente attendibile (pur se viziata da un puristico intento di normalizzazione a cui si preferirebbero, dopo Contini, criteri maggiormente conservativi), che ne davano gli anonimi editori ottocenteschi1; i quali, pur non privi di sensibilità e di perizia, emendarono però il testo con interventi, perlopiù per ragioni di rima, che oggi non appaiono indispensabili («digni», pur accettabile, in luogo di «degni» al verso dodicesimo della seconda stanza, «occede» per «occide» al diciassettesimo della terza, «tico» per «teco» – «tego» nel manoscritto – al penultimo della sesta, e così via). Continua a leggere

György Réti, “L’Ungheria e Dante”

Tino da Camaino, monumento funebre di Maria d’Ungheria, particolare

Avendo già ospitato in questo sito un articolo concernente i rapporti fra Dante e l’Ungheria (con riferimento agli echi ch’essi lasciarono nel commento di Benvenuto), presentiamo ora un altro articolo che investe, fra l’altro, un interessante dettaglio esegetico, quello cioè dell’effettivo valore del verbo “malmenare” in Paradiso, XIX, 143 (dove il senso fortemente realistico, nel quale in fondo “sviare” e “percuotere” possono confondersi, va forse accostato ad un passo del Fiore, CCV, 7-8: “Allor credetti ben ricever morte, / Tanto facean di me gran malmenata”, in cui il rilievo prosodico e fonosimbolico dell’urto delle dentali, enfatizzato dalle vocali aperte, è di una evidenza e di una corposità tutte dantesche).

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