Giordano Bruno (1548–1600) fue un filósofo, cosmólogo y teólogo italiano cuya vida y obra se inscriben en el contexto del Renacimiento. Conocido por su defensa de un universo infinito y por su visión panteísta de la divinidad, desafió las concepciones establecidas tanto en la ciencia como en la religión. Su pensamiento, innovador y heterodoxo, lo llevó a enfrentarse con la Inquisición, que finalmente lo condenó a morir en la hoguera. Más allá de su trágico destino, Bruno ha pasado a la historia como un símbolo del libre pensamiento y de la búsqueda incondicional de la verdad. Entre sus escritos se encuentra el “Spaccio de la bestia trionfante” (1584), una obra alegórica y moral escrita en forma de diálogo. En ella, Bruno utiliza un lenguaje rico en metáforas y referencias mitológicas para proponer una reforma ética que libere a la humanidad de los vicios y supersticiones, representados como “bestias” que deben ser expulsadas del cielo de las virtudes. El tercer diálogo de la obra, un fragmento del cual se presenta a continuación, se centra en la expulsión de vicios como la ignorancia, la envidia y la ambición, sustituidos por virtudes que promueven la sabiduría, la justicia y la generosidad. La importancia de esta obra radica en que condensa la visión bruneana de un mundo en transformación, donde la verdad no se halla en la obediencia ciega a dogmas, sino en la continua superación moral e intelectual.
Spaccio de la bestia trionfante – Giordano Bruno
– Appresso dimandò Nettuno:
– Che farrete, o dei, del mio favorito, del mio bel mignone, di quell’Orione dico, che fa, per spavento (come dicono gli etimologisti), orinare il cielo?
– Qua, rispose Momo:
– Lasciate proponere a me, o dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio. Questo, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l’onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo consequentemente potrà far molte altre belle gentilezze; mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l’intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che secondo la raggione pare eccellente, buono ed ottimo, è vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è una puttana bagassa, che la legge naturale è una ribaldaria; che la natura e divinità non possono concorrere in uno medesimo buono fine, e che la giustizia de l’una non è subordinata alla giustizia de l’altra, ma son cose contrarie, come le tenebre e la luce; che la divinità tutta è madre di Greci, ed è come nemica matrigna de l’altre generazioni; onde nessuno può esser grato a’ dei altrimente che grechizando, idest facendosi Greco: perché il più gran scelerato e poltrone ch’abbia la Grecia, per essere appartenente alla generazione de gli dei, è incomparabilmente megliore che il più giusto e magnanimo ch’abbia possuto uscir da Roma in tempo che fu republica, e da qualsivoglia altra generazione, quantunque meglior in costumi, scienze, fortezza, giudicio, bellezza ed autorità. Perché questi son doni naturali e spreggiati da gli dei, e lasciati a quelli che non son capaci de più grandi privilegii: cioè di que’ sopranaturali che dona la divinità, come questo di saltar sopra l’acqui, di far ballare i granchi, di far fare capriole a’ zoppi, far vedere le talpe senza occhiali ed altre belle galanterie innumerabili. Persuaderà con questo che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia che possa fargli simili a noi, non sono altro che pazzie; che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza è la più bella scienza del mondo, perché s’acquista senza fatica e non rende l’animo affetto di melancolia. Con questo forse potrà richiamare e ristorar il culto ed onore ch’abbiamo perduto, ed oltre avanzarlo, facendo che gli nostri mascalzoni siano stimati dei per esserno o Greci o ingrecati. Ma con timore, o dei, io vi dono questo conseglio; perché qualche mosca mi susurra ne l’orecchio: atteso che potrebbe essere che costui al fine trovandosi la caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facendoli oltre credere, che il gran Giove non è Giove, ma che Orione è Giove; e che li dei tutti non sono altro che chimere e fantasie. Per tanto mi par pure convenevole che non permettiamo, che per fas et nefas, come dicono, voglia far tante destrezze e demostranze, per quante possa farsi nostro superiore in riputazione.
– Qua rispose la savia Minerva:
– Non so, o Momo, con che senso tu dici queste paroli, doni questi consegli, metti in campo queste cautele. Penso ch’il parlar tuo è ironico; perché non ti stimo tanto pazzo che possi pensar che gli dei mendicano con queste povertadi la riputazione appresso gli uomini; e, quanto a questi impostori, che la falsa riputazion loro, la quale è fondata sopra l’ignoranza e bestialità de chiunque le riputa e stima, sia lor onore più presto che confirmazione della loro indignità e sommo vituperio. Importa a l’occhio della divinità e presidente verità, che uno sia buono e degno, benché nessuno de mortali lo conosca; ma che un altro falsamente venesse sino ad essere stimato dio da tutti mortali, per ciò non si aggiongerà dignità a lui, perché solamente vien fatto dal fato instrumento ed indice per cui si vegga la tanto maggiore indignità e pazzia di que’ tutti, che lo stimano, quanto colui è più vile, ignobile ed abietto. Se dunque si prenda non solamente Orione il quale è Greco ed uomo di qualche preggio; ma uno della più indegna e fracida generazion del mondo, di più bassa e sporca natura e spirito, che sia adorato per Giove: certo mai verrà esso onorato in Giove, né Giove spreggiato in lui: atteso che egli mascherato ed incognito ottiene quella piazza o solio, ma più tosto altri verranno vilipesi e vituperati in lui. Mai dunque potrà un forfante essere capace di onore per questo, che serve per scimia e beffa di ciechi mortali con il ministero de genii nemici.
– Or sapete, disse Giove, quel che definisco di costui, per evitar ogni possibile futuro scandalo? Voglio che vada via a basso; e comando che perda tutta la virtù di far de bagattelle, imposture, destrezze, gentilezze ed altre maraviglie che non serveno di nulla; perché con quello non voglio che possa venire a destruggere quel tanto di eccellenza e dignità che si trova e consiste nelle cose necessarie alla republica del mondo; il qual veggio quanto sia facile ad essere ingannato, e per conseguenza inclinato alle pazzie e prono ad ogni corrozione ed indignità. Però non voglio che la nostra riputazione consista nella discrezione di costui o altro simile; perché, se pazzo è un re, il quale a un suo capitano e generoso duca dona tanta potestà ed autorità per quanta quello se gli possa far superiore (il che può essere senza pregiudicio del regno, il quale potrà cossì bene, e forse meglio, esser governato da questo che da quello); quanto più sarà insensato e degno di correttore e tutore, se ponesse o lasciasse nella medesima autorità un uomo abietto, vile ed ignorante, per cui vegna ad essere invilito, strapazzato, confuso e messo sotto sopra il tutto; essendo per costui posta la ignoranza in consuetudine di scienza, la nobilità in dispreggio e la villania in riputazione!
– Vada presto, disse Minerva; ed in quel spacio succeda la Industria, l’Esercizio bellico ed Arte militare; per cui si mantegna la patria pace ed autoritade; si appugneno, vincano e riducano a vita civile ed umana conversazione gli barbari; si annulleno gli culti, religioni, sacrificii e leggi inumane, porcine, salvatiche e bestiali; perché ad effettuar questo tal volta per la moltitudine de’ vili ignoranti e scelerati, la quale prevale a’ nobili sapienti e veramente buoni, che son pochi, non basta la mia sapienza senza la punta de la mia lancia, per quanto cotali ribaldarie son radicate, germogliate e moltiplicate al mondo.
Giordano Bruno. Spaccio de la bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato dal Nolano. Milano, G. Daelli e comp. editori, 1863. Fonte: Internet Archive https://it.wikisource.org/wiki/Spaccio_de_la_bestia_trionfante
La expulsión de la bestia triunfante
En seguida preguntó Neptuno:
“¿Qué haréis, oh dioses, de mi favorito, de mi bello predilecto, de aquel Orión digo, que hace, por miedo (corno dicen los etimologistas), orinar el cielo?”
Entonces respondió Momo:
“Dejadme proponer a mí, ob dioses. Nos ha echado, como es proverbio en Nápoles, el macarrón en el queso. Esto, porque sabe hacer maravillas y, como sabe Neptuno, puede caminar sobre las olas del mar sin hundirse, sin bañarse los pies; y con esto, consecuentemente, podrá hacer otras muchas bellas gracias. Mandémoslo entre los hombres y hagamos que les dé a entender todo lo que nos parece y place, haciéndoles creer que lo blanco es negro, que el intelecto humano, donde les parece que ven mejor, es una ceguera; y lo que según la razón parece excelente, bueno y óptimo, se trata de algo vil, perverso y extremadamente malo; que la naturaleza es una puta ramera; que la ley natural es una chapucería; que la naturaleza y la divinidad no pueden concurrir en un mismo buen fin, y que la justicia de la una no está subordinada a la justicia de la otra, sino que son cosas contrarias, como la luz y las tinieblas; que la entera divinidad es madre de griegos, y es como una madrastra enemiga de las demás razas; de donde se desprende que ninguno puede ser grato a los dioses si no es grequizando, esto es haciéndose griego: porque el más gran perverso y holgazán que haya en Grecia, por pertenecer a la progenie de los dioses, es sin comparación mejor que el más justo y magnánimo que haya podido salir de Roma en el tiempo que fue república, y de cualquier otra generación, aunque sea mejor en costumbres, ciencias, energía, juicio, belleza y autoridad. Porque éstos son dones naturales, despreciados por los dioses, y abandonados a aquellos que no son capaces de mayores privilegios: es decir, de los sobrenaturales que otorga la divinidad, como aquél de saltar sobre las aguas, de hacer bailar a los cangrejos, de hacer dar volteretas a los cojos, de hacer ver a los topos sin anteojos y otras innumerables bellas finezas. Persuadirá con esto que la filosofía, toda contemplación toda magia que pueda hacerlos semejantes a nosotros, no es otra cosa que locura; que todo acto heroico no es nada más que bellaquería; y que la ignorancia es la más bella ciencia del mundo, porque se adquiere sin fatiga y no vuelve al ánimo afecto a la melancolía. Con esto quizá podrá reclamar y restaurar el culto y honor que hemos perdido y aún aventajarlo, haciendo que nuestros bribones sean considerados dioses por ser o griegos o grequizados. Pero con temor, oh dioses, os doy este consejo: porque alguna mosca me susurra en el oído: dado que podría ser que este hombre, al fin , encontrándose la presa en la mano, no la retenga para él, diciéndole y haciéndole creer más allá, que el gran Júpiter no es Júpiter, sino que Orión es Júpiter; y que todos los dioses no son otra cosa más que quimeras y fantasías. Por tanto, me parece igualmente conveniente que no permitamos, que per fas et nefas. como dicen, quiera hacer tantas destrezas y demostraciones, por cuantas pueda hacerse nuestro superior en reputación.”
En esto respondió la sabia Minerva:
“No sé, oh Momo, con qué sentido dices tú estas palabras, das estos consejos, preparas para la batalla estas cautelas. Creo que tu discurso es irónico; porque no te considero tan loco como para que puedas pensar que los dioses mendigan con estas mezquindades la reputación entre los seres humanos; y por lo que toca a estos impostores, cuya falsa reputación, la cual está fundada sobre la ignorancia y la bestialidad de quienquiera que los considera y estima, sea más pronto su honor que la confirmación de su indignidad y sumo vituperio. Importa al ojo de la divinidad y presidente verdad, que uno sea bueno y digno, aunque ninguno de los mortales lo conozca; pero el que otro llegase falsamente a ser estimado dios por todos los mortales, no por esto se le añadirá dignidad a él, porque solamente vendrá a ser hecho por el destino instrumento y señal por la cual se vea la tanto mayor indignidad y locura de todos aqueUos que lo consideran, cuanto ése es más vil, innoble y abyecto. Si, por consiguiente, se toma no solamente a Orión, el cual es griego, y hombre de algún mérito, sino alguno de la más indigna y putrefacta raza del mundo, de la más baja y puerca ·naturaleza y espíritu, el cual sea adorado por Júpiter, ciertamente jamás llegará él honrado en Júpiter, ni Júpiter despreciado en él: dado que él, enmascarado e incógnito obtiene aquella plaza y trono, pero antes bien otros serán vilipendiados y deshonrados en él. Por tanto, jamás podrá un malhechor ser capaz de honor por esto, que sirve de remedo y mofa de los ciegos mortales con la ayuda de númenes enemigos.”
“Ahora, ¿sabéis”, dijo Júpiter, “lo que resuelvo de este hombre para evitar cualquier posible escándalo futuro?
Quiero que se marche abajo, y ordeno que pierda toda la virtud de hacer ilusiones, engaños, juegos, habilidades y otras maravillas que no sirven para nada; porque no quiero que con ello pueda llegar a destruir aquel tanto de excelencia y dignidad que se encuentra y consiste en las cosas necesarias a la república del mundo; el cual veo cuán fácil es poder engañarlo, y por consecuencia inclinado a las locuras y propenso a toda corrupción e indignidad. Empero, no quiero que nuestra reputación resida en la discreción de este hombre u otro semejante; porque, si un rey está loco, el cual da a uno de sus capitanes y generoso duque tanto poder y autoridad por los cuales se le pueda hacer superior (lo que podría ocurrir sin daño del reino, el que podrá tan bien, o quizá mejor, ser gobernado por éste que por aquél), cuanto más insensato será y djgno de corrector y tutor, si pusiese o dejase en la misma autoridad a un hombre abyecto, vil e ignorante, por el cual llegue a ser envilecido, maltratado, turbado y trastornado el todo; habiendo puesto esta persona la ignorancia en calidad de ciencia, la nobleza en desprecio y la villanía en reputación.”
“Que se vaya sin tardar”, dijo Minerva, “y que lo reemplace en ese espacio la Industria, el Ejercicio bélico y el Arte militar, por el cual conserve la patria paz y autoridad; se ataquen, venzan y reduzcan a la vida civil y a la humana conversación a los bárbaros; se supriman los cultos, religiones, sacrificios y leyes inhumanas, porcinas, salvajes y bestiales; porque para realizar esto, quizá por la multitud de los viles ignorantes y perversos, la cual aventaja a los nobles sabios y verdaderamente buenos, que son pocos, no basta mi sabiduría sin la punta de mi lanza, por cuanto tales pillerías están arraigadas, fructificadas y multiplicadas en el mundo.”
Traducción del italiano: Bruno, Giordano, La expulsión de la bestia triunfante, traducción de Ernesto Schettino y Martha Lilia Rojas, editorial Cien del Mundo. Mexico D.F. 1991.
L’expulsió de la bèstia triomfant
Tot seguit preguntà Neptú:
“Què fareu, oh déus, del meu favorit, del meu bell predilecte, d’aquell, vull dir, Orió, que fa, per por (com diuen els etimologistes), orinar el cel?”
Llavors respongué Momus:
“Deixeu-me proposar a mi, oh déus. Ens ha tirat, com és proverbi a Nàpols, el macarró dins del formatge. Això, perquè sap fer meravelles i, com sap Neptú, pot caminar sobre les ones del mar sense enfonsar-se, sense mullar-se els peus; i amb això, consegüentment, podrà fer moltes altres belles gràcies. Enviem-lo entre els homes i fem que els faci entendre tot el que ens sembla i plau, fent-los creure que el blanc és negre, que l’intel·lecte humà, on els sembla que veuen millor, és una ceguesa; i allò que segons la raó sembla excel·lent, bo i òptim, es tracta d’una cosa vil, perversa i extremadament dolenta; que la natura és una puta; que la llei natural és una espifiada; que la natura i la divinitat no poden concórrer en un mateix bon fi, i que la justícia de l’una no està subordinada a la justícia de l’altra, sinó que són coses contràries, com la llum i les tenebres; que l’entera divinitat és mare dels grecs, i és com una madrastra enemiga de les altres races; d’on se’n desprèn que ningú no pot ésser agradable als déus si no és grecaitzant, això és fent-se grec: perquè el més gran pervers i dropo que hi hagi a Grècia, per pertànyer a la progenie dels déus, és sense comparació millor que el més just i magnànim que hagi pogut sortir de Roma en el temps que fou república, i de qualsevol altra generació, encara que sigui millor en costums, ciències, energia, judici, bellesa i autoritat. Perquè aquests són dons naturals, menyspreats pels déus, i abandonats a aquells que no són capaços de majors privilegis: és a dir, dels sobrenaturals que atorga la divinitat, com aquell de saltar sobre les aigües, de fer ballar els crancs, de fer fer tombarelles als coixos, de fer veure els talps sense ulleres i altres innumerables belleses i fineses. Persuadirà amb això que la filosofia, tota contemplació, tota màgia que pugui fer-los semblants a nosaltres, no és altra cosa que follia; que tot acte heroic no és res més que vilania; i que la ignorància és la ciència més bella del món, perquè s’adquireix sense fatiga i no torna l’ànim afecte a la malenconia. Amb això potser podrà reclamar i restaurar el culte i l’honor que hem perdut i encara avantatjar-lo, fent que els nostres brivalls siguin considerats déus per ésser o grecs o grecitzats. Però amb temor, oh déus, us dono aquest consell: perquè alguna mosca em xiuxiueja a l’orella, ja que podria ser que aquest home, al capdavall, trobant-se la presa a la mà, no la retingui per a ell, dient-los i fent-los creure més enllà, que el gran Júpiter no és Júpiter, sinó que Orió és Júpiter; i que tots els déus no són altra cosa més que quimeres i fantasies. Per tant, em sembla igualment convenient que no permetem que, amb raó i sense ella, com diuen, vulgui fer tantes destreses i demostracions, per les quals pugui fer-se el nostre superior en reputació.”
En això respongué la sàvia Minerva:
“No sé, oh Momus, amb quin sentit dius tu aquestes paraules, dónes aquests consells, prepares per a la batalla aquestes cauteles. Crec que el teu discurs és irònic; perquè no et considero tan boig com per poder pensar que els déus pidolen amb aquestes misèries la reputació entre els éssers humans; i pel que fa a aquests impostors, la falsa reputació dels quals, que està fundada sobre la ignorància i la bestialitat de qualsevol que els consideri i estimi, sigui més aviat el seu honor que no pas la confirmació de la seva indignitat i del seu summe vituperi. Importa a l’ull de la divinitat i presidenta veritat, que l’home sigui bo i digne, encara que cap dels mortals no ho conegui; però que un altre arribi falsament a ser tingut per déu per tots els mortals, no per això se li afegirà dignitat a ell, perquè únicament vindrà a ésser fet pel destí instrument i senyal per la qual es vegi la tant major indignitat i follia de tots aquells que el consideren, com més vil, innoble i abjecte sigui ell. Si, per consegüent, hom pren no solament Orió, el qual és grec, i home d’algun mèrit, sinó algun de la més indigna i putrefacta raça del món, de la més baixa i porca naturalesa i esperit, el qual sigui adorat per Júpiter, certament mai no arribarà ell honorat en Júpiter, ni Júpiter menyspreat en ell: atès que ell, emmascarat i incògnit, obté aquella plaça i tron, però més aviat altres seran vilipendiats i deshonrats en ell. Per tant, mai no podrà un malfactor ésser capaç d’honor per això, que serveix de burla i escarni dels cecs mortals amb l’ajut de númens enemics.”
“Ara, sabeu”, digué Júpiter, “el que resolc d’aquest home per evitar qualsevol possible escàndol futur?
“Vull que se’n vagi avall, i mano que perdi tota la virtut de fer il·lusions, enganys, jocs, destreses i altres meravelles que no serveixen per a res; perquè no vull que amb això pugui arribar a destruir aquell tant d’excel·lència i dignitat que es troba i consisteix en les coses necessàries a la república del món; la qual veig com és de fàcil poder-la enganyar, i, per conseqüència, inclinada a les bogeries i propensa a tota corrupció i indignitat. Tanmateix, no vull que la nostra reputació resideixi en la discreció d’aquest home o d’un altre semblant; perquè, si un rei és boig, el qual dóna a un dels seus capitans i generós duc tant poder i autoritat pels quals se li pugui fer superior (cosa que podria esdevenir-se sense dany del regne, el qual potser podrà tan bé, o encara millor, ser governat per aquest que no pas per aquell), quant més insensat serà i digne de corrector i tutor, si posés o deixés en la mateixa autoritat un home abjecte, vil i ignorant, per culpa del qual arribi a ser envilit, maltractat, torbat i trastornat el tot; havent posat aquesta persona la ignorància en qualitat de ciència, la noblesa en menyspreu i la vilania en reputació.”
“Que se’n vagi sense tardança” digué Minerva, “i que el substitueixi en aquell espai la Indústria, l’Exercici bèl·lic i l’Art militar, pels quals es conservi la pàtria pau i autoritat; s’ataquin, se’n vencin i es redueixin a la vida civil i a la conversa humana els bàrbars; se suprimeixin els cultes, religions, sacrificis i lleis inhumanes, porcines, salvatges i bestials. Perquè per a realitzar això, potser, per la multitud dels vils ignorants i perversos, la qual sobrepassa els nobles savis i veritablement bons, que són pocs, no basta la meva saviesa sense la punta de la meva llança, ja que tals trapelleries són arrelades, fructificades i multiplicades en el món.”
Traducció de l’italià: Bernat Caro Murillo
The Expulsion of the Triumphant Beast
Then Neptune asked:
“What will you do, oh gods, with my favorite, my beautiful predilect, with Orion, I mean, who, out of fear (as the etymologists say), makes the sky urinate?”
Then Momus replied:
“Let me propose, oh gods. He has thrown us, as the proverb goes in Naples, the macaroni into the cheese. This is because he knows how to perform wonders and, as Neptune knows, he can walk on the waves of the sea without sinking, without bathing his feet; and with this, consequently, he will be able to perform many other beautiful tricks. Let us send him among men and make him explain to them everything that seems and pleases us, making them believe that white is black, that the human intellect, where it seems to them to see best, is blindness; and that what according to reason seems excellent, good, and optimal, is something vile, perverse, and extremely evil; that nature is a whore; that natural law is a botched job; that nature and divinity cannot concur in the same good end, and that the justice of the one is not subordinate to the justice of the other, but are contrary things, like light and darkness. darkness; that the entire divinity is the mother of Greeks, and is like a stepmother, the enemy of other races; from which it follows that no one can be pleasing to the gods unless he is Greekizing, that is, becoming Greek: because the greatest wicked and lazy person in Greece, because he belongs to the offspring of the gods, is incomparably better than the most just and magnanimous person who could have come out of Rome during its time as a republic, and of any other generation, even if he is better in morals, science, energy, judgment, beauty, and authority. For these are natural gifts, despised by the gods, and abandoned to those incapable of greater privileges: that is, of the supernatural ones bestowed by divinity, such as leaping across water, making crabs dance, making the cripple do flips, making moles see without glasses, and countless other beautiful deeds. By this, he will persuade us that philosophy, all contemplation, all magic that can make them like us, is nothing but madness; that every heroic act is nothing but wickedness; and that ignorance is the most beautiful science in the world, because it is acquired without fatigue and does not turn the mind into melancholy. With this, perhaps, he will be able to reclaim and restore the worship and honor we have lost, and even surpass it, by having our rascals considered gods for being either Greek or Greekized. But with fear, O gods, I give you this advice: for some fly is whispering in my ear: for it may be that this man, at last, finding the prey in his hand, will not keep it for himself, telling him and making him believe beyond all doubt that great Jupiter is not Jupiter, but that Orion is Jupiter; and that all the gods are nothing but chimeras and fancies. Therefore, it seems to me equally fitting that we should not allow him, with reason or without it, as they say, to want to perform so many skills and demonstrations, by which he may make himself our superior in reputation.”
To this, wise Minerva replied:
“I do not know, oh Momus, with what sense you speak these words, give these counsels, prepare for battle with these precautions. I believe your speech to be ironical; for I do not consider you so mad as to think that the gods beg for reputation among human beings with such pettiness; and as for these impostors, whose false reputation, which is founded on the ignorance and bestiality of whoever considers and esteems them, is sooner their honor than the confirmation of their unworthiness and utter disgrace. It is important in the eye of divinity and president truth, that one should be good and worthy, even if none of mortals know him; but if another should falsely come to be esteemed a god by all mortals, his dignity will not be increased for this, for he will only be made by fate an instrument and sign by which to see the greater unworthiness and folly of all those who consider him, the more vile, ignoble, and abject he is. Therefore, not only is Orion taken, who is a Greek and a man of some merit, but someone of the most unworthy and putrid race in the world, of the lowest and most filthy nature and spirit, who is worshipped by Jupiter, will certainly never be honored by Jupiter, nor will Jupiter be despised in him: since he, masked and incognito, obtains that place and throne, but rather others will be vilified and dishonored in it. Therefore, no evildoer can ever be capable of honor for this, which serves as a mockery and ridicule to blind mortals with the help of hostile gods.”
“Now, do you know,” said Jupiter, “what I resolve concerning this man to avoid any possible future scandal?
“I want him to go down, and I order him to lose all power of making illusions, deceptions, games, skills, and other wonders that are good for nothing; because I do not want him to be able to destroy with this the degree of excellence and dignity that is found and consists in the things necessary to the republic of the world; which I see how easily deceived he is, and consequently inclined to madness and prone to all corruption and unworthiness. However, I do not want our reputation to reside in the discretion of this man or any other like him; for if a king is mad and gives one of his captains and a generous duke so much power and authority that he can be made superior (which could happen without harm to the kingdom, which could be governed as well, or perhaps better, by the latter than by the former), how much more foolish will he be, and a poor corrector and guardian, if he were to place or leave in the same authority a vile, base, and ignorant man, by whom the whole would be debased, ill-treated, disturbed, and overturned; this person having made ignorance a science, nobility a contempt, and villainy a reputation.”
“Let him go without delay,” said Minerva, “and let Industry, Warlike exercise, and Military art take his place in that place, by which the country may preserve peace and authority; the barbarians may be attacked, conquered, and reduced to civil life and human conversation; that inhuman, swine, savage, and bestial cults, religions, sacrifices, and laws be abolished; because to accomplish this, perhaps because of the multitude of vile, ignorant, and perverse people, who surpass the noble, wise, and truly good, who are few, my wisdom is not enough without the point of my spear, since such rascalities are rooted, fructifying, and multiplying in the world.”
Translation from italian: Bernat Caro Murillo
Portada: Andrea Mantegna. Trionfo della Virtú. Museo del Louvre, Paris. Fuente: WikiMedia Commons.
OpenEdition le sugiere que cite este post de la siguiente manera:
Bernat Caro Murillo (10 de septiembre de 2025). Spaccio de la bestia trionfante: La construcción de una ética renovada. Pasado Presente. Recuperado 16 de abril de 2026 de https://doi.org/10.58079/14opw