Wikipedia, l’Enciclopedia libera (e contaminata) oggi compie 25 anni!

8 mins read
Wikipedia 25 anni

A 25 anni dalla nascita dell’enciclopedia libera Wikipedia, nel 2001, il problema è il suo sistema d’autorità che solidifica i bias della società e li riconsegna come conoscenza “neutrale”. Ma chi sta avvelenando i pozzi della conoscenza di Wikipedia? Quali sono i meccanismi nascosti che perpetuano i pregiudizi, gli stereotipi, le “etichette”, i giudizi di valore e molto altro – che bersagliano le minoranze?

Il rispetto acritico dell’autorità è il più grande nemico della verità — Albert Einstein, lettera a Jost Winteler, 1901

Nasceva il 15 gennaio 2001 Wikipedia, l’enciclopedia rivoluzionaria

Wikipedia, 25 anni.

Il suo fondatore Jimmy Wales, che ai tempi di Bomis frequentava i bordi più disinibiti del web commerciale, la immaginava come il trionfo della libertà: conoscenza aperta, nessun editore, nessun ministero della verità (Foto: Brian Feinzimer / Wikimedia Commons -CC0-).

Gli attuali 25 Anni di Wikipedia sembrano aver in qualche modo tradito lo scopo originale, ma hanno contribuito a cambiare il mondo della conoscenza e la sua definizione. Ad oggi, in effetti, è difficile trovare qualcuno che non abbia consultato almeno una volta Wikipedia. Anche solo di straforo, per controllare una data, una biografia, una definizione. È diventata il “primo clic” del nostro rapporto con il sapere: studenti, giornalisti, funzionari pubblici, politici, fino ai sistemi di intelligenza artificiale che vi accedono con dei bot (algoritmi automatizzati, come dei robot). Tutti, direttamente o indirettamente, bevono dai suoi pozzi. Ebbene, quei pozzi, ed è più che un’opinione — è un’accusa di un wikipediano che vi contribuisce da un decennio con oltre duemila “editazioni” — sono avvelenati!

È giusto farle gli auguri. D’altronde, Wikipedia ha avuto un ruolo enorme nel democratizzare l’accesso all’informazione. Ma proprio per questo, nel momento in cui si spengono le 25 candeline, è legittimo chiedersi che cosa stiamo festeggiando esattamente. Perché l’idea che l’Enciclopedia Libera per eccellenza sia solo “conoscenza libera scritta da tutti” è una mezza verità. E come tutte le mezze verità, è pericolosa.

Non a caso, questo quarto di secolo, paradossalmente, ha finito per tradire il sogno originario e, allo stesso tempo, per cambiare in profondità il mondo della conoscenza. Doveva essere il trionfo dell’anarchia cooperativa, “la conoscenza libera fatta da tutti”; è diventata una gigantesca macchina di filtraggio in cui policy, gerarchie interne e criteri di attendibilità delle fonti decidono che cosa può essere detto con tono enciclopedico e che cosa no.

Eppure, proprio questo tradimento ha avuto un effetto collaterale enorme: ci ha costretti a mettere sul tavolo la domanda che nessuno voleva più farsi, che cos’è, oggi, la conoscenza? Chi ha il diritto di definirla? Quali saperi entrano nel canone e quali restano fuori, anche quando riguardano minoranze, periferie, voci scomode? In questo senso Wikipedia non ha solo cambiato il modo in cui cerchiamo informazioni: ha ridisegnato i confini stessi di ciò che consideriamo “sapere legittimo”.

Dal “chiunque può scrivere” al “pochi decidono cosa possa restare”

Il racconto ufficiale è noto: una comunità di volontari, regole condivise, “punto di vista neutrale”, fonti affidabili, controlli incrociati. Tutto bene, sulla carta. Ma chiunque abbia frequentato un po’ di pagine di discussione sa che il vero cuore di Wikipedia non sta nei contenuti, bensì nel suo sistema d’autorità. Ci sono policy, linee guida, gerarchie interne, utenti che esercitano più potere di altri (in gergo ‘gli admin’), procedure di cancellazione e di blocco. Nulla di scandaloso in sé: qualsiasi progetto umano ha bisogno di regole. Il problema è un altro: queste regole non cadono dal cielo, né sono il prodotto di una razionalità pura, quanto di più lontano da una classica redazione di professionisti di qualsivoglia enciclopedia. Riflettono, spesso inconsapevolmente, i rapporti di forza del mondo reale.

Se nel mondo accademico contano di più le grandi università anglofone, è naturale che abbiano più peso le pubblicazioni in inglese. Se l’informazione mainstream ha dei bias sulle minoranze (per stare larghi), quei bias rientrano dalla finestra quando si stabilisce quali siano le “fonti autorevoli”. Il risultato è che Wikipedia, invece di correggere le distorsioni del sistema, tende a cristallizzarle.

La neutralità che fa ammalare la conoscenza

Il principio-chiave di Wikipedia si chiama “Neutral Point of View”: punto di vista neutrale (NPOV). Detto così è ineccepibile: chi vorrebbe un’enciclopedia faziosa? Il problema nasce quando la neutralità viene trattata come se fosse un dato naturale, anziché un compito critico.

Neutralità, in pratica, significa: attenersi a ciò che dicono le “fonti affidabili”. Ma “affidabili” per chi? Secondo quali criteri? Con quali esclusioni? Dietro questa parola apparentemente innocua si nasconde un intero mondo di gerarchie implicite: tra lingue, tra discipline, tra editori, tra centri e periferie del sapere.

Il rischio è quello che potremmo chiamare neutralità tossica: un’apparente equidistanza che in realtà prende come neutro il punto di vista del più forte. Le minoranze — religiose, etniche, linguistiche, ma anche scientifiche — finiscono per essere raccontate attraverso lo sguardo delle maggioranze. E quando provano a correggere la narrazione, si sentono rispondere: “Non è enciclopedico”, “manca una fonte affidabile”, “violazione del NPOV”.

25 Anni di Wikipedia, se ci pensiamo bene, corrispondono ad una generazione. Non c’è nemmeno bisogno della malafede organizzata: basta la forza d’inerzia dei sistemi complessi. Ma gli effetti, sul piano gnoseologico, sono devastanti. La conoscenza comune viene avvelenata alla sorgente: ciò che nasce da conflitti, stereotipi, campagne mediatiche diventa racconto ufficiale, marchiato come “fatto neutro”. E su questo palcoscenico non agiscono solo istituzioni e poteri forti: si muovono anche i frustrati dell’infosfera, che non trovando spazio nel mercato del lavoro si rifanno un destino come guardiani del tempio. Passano le giornate a distruggere, denigrare, sentenziare, bocciare, cassare, emendare. E, forti di una posizione di potere regolamentare, finiscono per recitare la parte degli dèi del sapere, seduti sull’Olimpo delle linee guida, mentre decidono chi merita di esistere dentro l’enciclopedia e chi deve restarne fuori.

Un’infrastruttura dell’infosfera

Da anni la filosofia dell’informazione, penso al lavoro del prof. Luciano Floridi, ci invita a guardare all’ambiente digitale come a una vera e propria infosfera: un ecosistema dove gli oggetti informazionali sono ormai parte costitutiva della nostra realtà. Non viviamo più “online” o “offline”: viviamo “onlife”.

In questo contesto, Wikipedia non è un sito tra tanti. È un’infrastruttura di base. Quando cerchiamo qualcosa su un motore di ricerca, la voce di Wikipedia scivola in cima ai risultati. Coi motori che integrano un po’ di intelligenza artificiale le cose vanno persino peggio perché sono stati “addestrati” assorbendo le voci di Wikipedia prese tout court per buone. Quando un algoritmo deve farsi un’idea di un concetto, spesso attinge alle stesse fonti. Quando un ragazzo scrive una tesina, Wikipedia è il primo riferimento.

Questo significa che gli errori, i bias, le asimmetrie che si sedimentano lì non restano confinati in una pagina. Vengono amplificati in tutta l’infosfera: nei media, nella scuola, nella politica, nella magistratura. È un gigantesco effetto eco epistemico.

Per questo il problema non è più solo “correggere una voce sbagliata”. È chiedersi come sia progettato il sistema che decide, ogni giorno, chi ha diritto a entrare nel perimetro del sapere enciclopedico e chi no.

Le minoranze come cartina di tornasole

Se vogliamo capire fino a che punto un sistema di conoscenza è equo, è sufficiente guardare come tratta le minoranze. Una religione non maggioritaria e che non è dentro il sistema di potere, un popolo senza Stato, una comunità linguistica marginale, una minoranza sessuale: su questi temi, Wikipedia mostra tutta la tensione tra il suo ideale di apertura e le perfide strettoie del suo sistema d’autorità.

  • Le fonti prodotte dalla minoranza stessa vengono spesso considerate “non neutrali”.
  • I media che l’hanno raccontata in chiave sensazionalistica o stigmatizzante, invece, passano il vaglio più facilmente.
  • Termini come “setta”, “controverso”, “pseudo-qualcosa” aderiscono alle minoranze con una facilità che raramente ritroviamo quando si parla di maggioranze consolidate.

È in questi casi che la neutralità si rivela per quello che è: uno spazio contestato, dove a vincere è chi ha più forza simbolica, più tempo, più competenze tecniche per far valere le regole a proprio vantaggio.

Il bias del principio d’autorità

Il cuore del problema è il pregiudizio del principio d’autorità: invece di chiedersi se un’idea è vera, il sistema chiede prima di tutto chi la sostiene e da dove parla. Se non hai alle spalle una grande università, una rivista indicizzata, una bibliografia già consolidata, vieni trattato come rumore di fondo.

Ma la storia della scienza è piena di persone che, nel momento in cui hanno proposto le loro intuizioni decisive, non avevano ancora nessuna autorità riconosciuta: Galileo che sfida la cosmologia ufficiale, Semmelweis che chiede semplicemente di lavarsi le mani e viene deriso, Mendel che scopre le leggi dell’ereditarietà nel silenzio di un monastero, Wegener che parla di deriva dei continenti e viene liquidato come fantasioso.

È facile immaginare che, se si fossero confrontati con un sistema come quello di Wikipedia, così ossessionato dall’aderenza alle “fonti autorevoli” già consolidate, le loro tesi sarebbero state bollate come ricerca originale non accettabile, prive di fonti secondarie, marginali rispetto al consenso dominante, quindi da ridimensionare o relegare in nota, magari accompagnate da avvertenze di scetticismo. In altre parole, molte delle voci che oggi celebriamo nei manuali avrebbero incontrato, in tempo reale, lo stesso destino che conobbero nel loro tempo: ridicolizzati, silenziati, trattati come deviazioni dal sapere legittimo – con la differenza che l’etichetta di “non enciclopedico” avrebbe sigillato la loro esclusione dallo spazio pubblico della conoscenza.

Non buttiamola, ma smettiamo di idolatrarla!

Tutto questo significa che dovremmo abbandonare Wikipedia? Ovviamente no. L’enciclopedia libera rimane un esperimento straordinario, una palestra di partecipazione e un patrimonio che sarebbe folle liquidare con un’alzata di spalle. Ma proprio perché è così centrale, è arrivato il momento di smontare il mito dell’innocenza enciclopedica. Wikipedia non è un oracolo neutrale, e nemmeno un semplice specchio della società. È una macchina di trasformazione che prende informazione dal mondo, la filtra attraverso le sue regole e la riconsegna al mondo come conoscenza certificata.

Se ignoriamo questo passaggio, continueremo a discutere di “fake news” su social marginali, mentre la vera battaglia per la qualità del sapere si gioca altrove: dentro le grandi infrastrutture apparentemente rispettabili, dove i bias non si presentano come errori ma come standard.

L’occasione ideale per porre domande scomode

Forse, allora, il miglior augurio che possiamo fare a Wikipedia per i suoi 25 anni non è un applauso, ma una serie di domande scomode:

  • Può la sua comunità ripensare i criteri di “fonte affidabile” alla luce delle ingiustizie epistemiche che colpiscono le minoranze?
  • È possibile rendere più visibile, per il lettore, il percorso conflittuale che porta alla versione “stabile” di una voce?
  • Come evitare che la neutralità si trasformi in un paravento per riproporre, con tono enciclopedico, stereotipi vecchi di decenni?
  • Perché l’anonimato è glorificato quando si ha la consapevolezza che spesso è indicatore primario di agenti de-responsabilizzati?

Sono questioni che non riguardano solo i wikipediani. Riguardano tutti noi, come cittadini dell’infosfera. Perché se è vero, come dice Floridi, che siamo ormai “animali informazionali”, allora la qualità delle infrastrutture da cui ci informiamo non è un dettaglio tecnico: è una questione di salute pubblica del pensiero.

Ecco perché oggi, a Wikipedia, dico: buon compleanno, davvero. Ma adesso sediamoci a tavola e parliamo seriamente del veleno nei pozzi del sapere.

Leggi anche:

Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sitoInstagramFacebook e LinkedIn

Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

“Io sono notizia”: quando l’ignoranza si finge “cultura” a spese degli italiani!

Next Story

Micro-case vendute a peso d’oro: la casa ha smesso di essere un diritto?

Latest from Blog