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Etruschi

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Disambiguazione – "Rasna" rimanda qui. Se stai cercando il comune della Repubblica Ceca, vedi Řásná.
Etruschi
Rasenna
𐌓𐌀𐌔𐌄𐌍𐌍𐌀
Cartina con i maggiori centri etruschi, l'Etruria padana e l'Etruria campana
 
SottogruppiEtruria (Etruria settentrionale, Etruria interna, Etruria meridionale), Etruria padana, Etruria campana.
Luogo d'origineterritori della fase villanoviana
Periododal X secolo a.C. al I secolo a.C. (950–27 a.C.)
PopolazioneEtruschi
LinguaEtrusco
ReligioneReligione etrusca
Distribuzione
ItaliaEtruschi
«È in verità impressionante il constatare che, per due volte nel VII secolo a.C. e nel XV d.C., pressoché la stessa regione dell'Italia centrale, l'Etruria antica e la Toscana moderna, sia stata il focolaio determinante della civiltà italiana.»

Gli Etruschi (in etrusco: 𐌀𐌍𐌍𐌄𐌔𐌀𐌓 ràsenna, 𐌀𐌍𐌔𐌀𐌓 rasna, oppure 𐌀𐌍𐌑𐌀𐌓 raśna) sono stati un popolo dell'Italia antica vissuto tra il IX secolo a.C. e il I secolo a.C. in una zona denominata Etruria, corrispondente all'incirca alla Toscana, all'Umbria occidentale e al Lazio settentrionale e centrale, con propaggini anche a nord nella zona padana, nelle attuali Emilia-Romagna, Lombardia sud-orientale e Veneto meridionale, all'isola della Corsica, e a sud, in alcune aree della Campania.

La fase più antica della civiltà etrusca è la cultura villanoviana, attestata a partire dal X secolo a.C.,[1][2][3][4][5] che deriva, a sua volta, dalla cultura protovillanoviana (XII - X secolo a.C.). Sull'origine e la provenienza degli Etruschi è fiorita una notevole letteratura; tuttavia il consenso tra gli studiosi moderni è che gli Etruschi fossero una popolazione autoctona.[6]
La civiltà etrusca ha avuto una profonda influenza sulla civiltà romana, fondendosi successivamente con essa al termine del I secolo a.C. Questo lungo processo di assimilazione culturale ebbe inizio con la data tradizionale della conquista della città etrusca di Veio da parte dei Romani nel 396 a.C.[N 1][7] e terminò nel 27 a.C., primo anno del principato di Ottaviano, con il conferimento del titolo di Augusto.

Lo stesso argomento in dettaglio: Tirreni.

Nella propria lingua gli Etruschi si designavano come Rasenna o, nella forma sincopata documentata nelle iscrizioni a partire dal V secolo a.C., Rasna (con la variante Raśna).[8] La forma Rasenna è trasmessa da Dionigi di Alicarnasso, che la collega al nome di un condottiero eponimo.[9][N 2] Nelle iscrizioni la forma rasna ricorre in contesti per lo più politico-istituzionali, come nei sintagmi tular rasnal ("confine del popolo") e meχl rasnal ("comunità del popolo"), a documentarne l'uso come nome collettivo.[10] Massimo Pallottino ha ipotizzato che rasna equivalga al latino populus;[11] Helmut Rix ha proposto di riconoscere nel sintagma meχ rasnal l'equivalente etrusco del latino res publica, con rasna nel senso di "popolo" (nell'accezione originaria, la sfera dei portatori d'armi).[12] L'etimologia ultima della parola resta comunque incerta.

I Greci designavano gli Etruschi come Tyrrhēnoí (attico Τυρρηνοί), Tyrsēnoí (ionico Τυρσηνοί) o Tyrsānoí (dorico Τυρσανοί): dalla forma attica derivarono il latino Tyrrheni e Tyrrhenia, e quindi l'italiano "Tirreni".[13] In latino gli Etruschi erano chiamati Tusci o Etrusci (da cui "Etruschi" ed "Etruria"). Tutte queste denominazioni poggiano sulla radice turs-; le forme latino-italiche presentano un ampliamento in -k- (*tursko-), attestato in umbro nelle Tavole eugubine (turskum nomen, "il nome etrusco") e alla base del latino Tusci.[14][N 3] L'origine dell'etnonimo resta incerta, ma è opinione prevalente che il nome sia stato dato agli Etruschi dai Greci e si sia formato in ambito egeo.[15][16][N 4] Si tratterebbe dunque di un nome attribuito agli Etruschi da altri popoli, distinto dall'autonimo Rasna.[16]

Un'ipotesi etimologica antica e di lunga fortuna, già accennata da Dionigi di Alicarnasso e ripresa in tempi recenti da Giuliano e Larissa Bonfante, connette la radice turs- al greco τύρσις ("torre", a sua volta ritenuto prestito da una lingua mediterranea preindoeuropea), interpretando i Tusci come "costruttori di torri"; si tratta però di un accostamento privo di riscontri fonetici regolari, che lascia scettica buona parte della linguistica storica attuale.[N 5]

La più antica menzione letteraria dei Tirreni si trova in Esiodo (Teogonia, vv. 1011-1016).[15][N 6] La più antica attestazione del nome è però di tipo indiretto: secondo la maggior parte degli studiosi essa è offerta dal gentilizio Tursikina, inciso sulla fibula aurea di Castelluccio di Pienza, nel territorio di Chiusi.[14][18] Il gentilizio riflette la radice turs- dell'etnonimo e presuppone un antenato del proprietario che, soggiornando a lungo fuori dall'Etruria, era stato designato con il nome che le popolazioni vicine usavano per gli Etruschi.[18][N 7] La fibula, in passato datata all'ultimo quarto del VII secolo a.C., è stata successivamente assegnata da Adriano Maggiani al secondo quarto dello stesso secolo.[16][19]

Necropoli del Crocifisso del Tufo, Orvieto
Lo stesso argomento in dettaglio: Ipotesi sull'origine degli Etruschi.
«In realtà, una volta strappata la maschera orientalizzante che li travestiva, (gli Etruschi) sono gli Italici di ieri e di oggi che ci appaiono in una impressione di allucinante consanguineità.»

Sull'origine e la provenienza degli Etruschi è fiorita una notevole letteratura, non solo storica e archeologica. Le notizie che ci provengono da fonti storiche, a partire dal V secolo a.C., ovvero 500 anni dopo le prime manifestazioni in Italia della civiltà etrusca, sono infatti piuttosto discordanti, cosa che dimostra come sull'argomento non vi fosse tra i Greci un'identità di visioni.[20][21] Considerate le strette relazioni commerciali e culturali tra Greci ed Etruschi è verosimile ritenere che gli stessi Etruschi non possedessero una propria tradizione su un'eventuale provenienza da altre aree del Mediterraneo o d'Europa; se tale tradizione fosse esistita, gli storici latini e greci l'avrebbero certamente riferita.

Nell'antichità furono elaborate diverse tesi, riassumibili in tre filoni principali: il primo che sostiene la provenienza orientale dal Mar Egeo, Tessaglia in Grecia o Lidia in Anatolia, riportata da Ellanico di Lesbo ed Erodoto,[22][23] storici greci vissuti nel V secolo a.C.; il secondo che sostiene l'autoctonia degli Etruschi elaborata dallo storico greco Dionigi di Alicarnasso vissuto nel I secolo a.C.,[24] e il terzo che sostiene la provenienza settentrionale elaborata sulla base di un passo di Tito Livio che mette in collegamento gli Etruschi con le popolazioni alpine, in particolare i Reti.[25]

La Necropoli di Populonia.

L'archeologo Massimo Pallottino, nell'introduzione del suo manuale Etruscologia, ha fatto notare come il problema dell'origine della civiltà etrusca non vada incentrato sulla provenienza, quanto piuttosto sulla formazione. Pallottino evidenziò come, per la maggior parte dei popoli, non solo dell'antichità ma anche del mondo moderno, si parli sempre di formazione, mentre per gli Etruschi ci si è posti il problema della provenienza. Secondo Pallottino, la civiltà etrusca si è formata in un luogo che non può che essere quello dell'antica Etruria; alla sua formazione hanno indubbiamente contribuito elementi autoctoni ed elementi culturali orientali e greci, per via dei contatti di scambio commerciale intrattenuti dagli Etruschi con gli altri popoli del Mediterraneo. Nella civiltà etrusca che andava sviluppandosi, lasciarono quindi la propria impronta i commercianti orientali (si pensi al periodo artistico cosiddetto orientalizzante) e i coloni greci che approdano nel Meridione d'Italia nell'VIII secolo a.C. (l'alfabeto stesso adottato dagli Etruschi è chiaramente un alfabeto di matrice greca, e l'arte etrusca è influenzata dai modelli artistici dell'arte greca).[26]

La critica moderna ha inoltre ridimensionato il valore storico delle tradizioni antiche. Dominique Briquel ha mostrato come i racconti sull'origine degli Etruschi, in particolare quello della migrazione dalla Lidia riferito da Erodoto, non siano il ricordo di un evento reale ma costruzioni elaborate in ambiente greco, prive di valore documentario per ricostruire le effettive origini del popolo etrusco.[4]

Sono stati gli studiosi di preistoria e protostoria a chiudere archeologicamente la questione: tutte le evidenze raccolte dall'archeologia preistorica e protostorica, dall'antropologia e dall'etruscologia sono favorevoli a un'origine autoctona degli Etruschi.[6][27][28][29][30][31][32][33] Archeologicamente e linguisticamente non sono state infatti trovate prove di una migrazione dei Lidi o dei Pelasgi in Etruria.[29][30][32][34] Studi recenti di linguistica hanno dimostrato una consistente affinità della lingua etrusca con la lingua retica parlata nelle Alpi.[35]

A confermare il dato archeologico è intervenuta l'archeogenetica. Gli studi genetici delle Università di Ferrara e Firenze, pubblicati nel 2013 e nel 2018, sul DNA mitocondriale di una trentina di campioni etruschi vissuti tra l'VIII secolo a.C. e il III secolo a.C., condotti grazie a tecnologie di nuova generazione di sequenziamento del DNA (NGS), danno ragione alla versione di Dionigi di Alicarnasso: gli Etruschi erano autoctoni.[36][37][38][39][40][41][42] Studi recenti del 2019 e 2021 di archeogenetica, basati sull'analisi del DNA autosomico, del cromosoma Y e del DNA mitocondriale di campioni di oltre 50 individui provenienti dalla Toscana e Lazio settentrionale vissuti tra il 900 a.C. e il 1 a.C., hanno confermato che gli Etruschi erano autoctoni e privi di tracce genetiche riconducibili all'Anatolia e al Mediterraneo orientale dell'età del Bronzo e del Ferro,[43] aggiungendo che gli Etruschi erano simili geneticamente ai Latini del Latium vetus e che entrambi si posizionavano nel novero europeo, a occidente della popolazione odierna dell'Italia settentrionale. Negli Etruschi, come nei Latini, erano presenti percentuali significative della componente ancestrale che deriva dalle popolazioni dell'Eneolitico della steppa pontico-caspica di Russia e Ucraina, considerate progenitori dei popoli di lingua indoeuropea (cultura di Jamna),[44][45][46][47][48] ma secondo i linguisti gli Etruschi parlavano una lingua non indoeuropea, considerata preindoeuropea e paleoeuropea.[49] Il 75% dei campioni di individui maschi etruschi è risultato appartenere all'aplogruppo R1b (R-M269), il più diffuso ancora oggi nella popolazione moderna dell'Europa occidentale, soprattutto R1b-P312 e, più a valle, il suo derivato R1b-U152 con il sottoclade R1b-L2, arrivati in Etruria dall'Europa centrale nell'età del Bronzo (cultura del vaso campaniforme/Bell Beaker). Per quanto riguarda gli aplogruppi del DNA mitocondriale, il più diffuso tra gli Etruschi era largamente H, il più diffuso ancora oggi tra gli europei moderni, seguito da J e T.[46]

Protostoria etrusca
(1200–950 a.C.)[50]
Età del bronzo finale
(1200–950 a.C.)
Protovillanoviano 1200–950 a.C.
Civiltà etrusca
(950–27 a.C.)[51]
Prima età del ferro
(950–720 a.C.)
Villanoviano I 950–830 a.C.
Villanoviano II 830–720 a.C.
Villanoviano III (per l'area bolognese) 720-680 a.C.[52]
Villanoviano IV (per l'area bolognese) 680-540 a.C.[52]
Età orientalizzante
(720–580 a.C.)
Orientalizzante antico 720–680 a.C.
Orientalizzante medio 680–625 a.C.
Orientalizzante recente 625–580 a.C.
Età arcaica
(580–480 a.C.)
Arcaico 580–480 a.C.
Età classica
(480–320 a.C.)
Classico 480–320 a.C.
Età ellenistica
(320–27 a.C.)
Ellenistico 320–27 a.C.

Età villanoviana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura villanoviana.
«Gli Etruschi stessi facevano risalire l'origine della nazione etrusca a una data corrispondente all'XI o al X sec. a.C.: Varrone (in Cens., Nat., XVII, 5-6 e in Serv., Aen., VIII, 526) riferisce che nei libri rituales risultava che la durata del nomen etrusco non avrebbe superato i dieci secoli; Servio ancora ricorda (Ecl., IX, 46) che, secondo Augusto, gli aruspici ritenevano che nel periodo del suo impero sarebbe iniziato il X sec., quello della fine del popolo etrusco.»
Vaso ossuario in bronzo con elmo risalente al IX secolo a.C., oggi conservato al Museo archeologico nazionale di Firenze.

La cultura villanoviana costituisce la fase più antica della civiltà etrusca, corrispondente alla prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.). Il nome deriva dalla località di Villanova, presso Bologna, dove nel 1853 il conte Giovanni Gozzadini mise in luce un sepolcreto caratterizzato da tombe a incinerazione con ossuario biconico d'impasto, in molti casi coperto da una scodella o, per le sepolture di rango militare, da un elmo.[54] Più che a un popolo, il termine «villanoviano» rimanda a un insieme coerente di consuetudini funerarie e materiali, in larga parte in continuità con la precedente fase protovillanoviana del Bronzo finale, con la quale condivide in particolare il rito dell'incinerazione.[54]

Urna cineraria con coperchio rinvenuta a Chiusi, risalente ai secoli IX-VII a.C.

Il tratto che meglio definisce questa fase è quella che gli studiosi hanno chiamato «rivoluzione villanoviana»: l'abbandono dei piccoli villaggi sparsi su altopiani di difficile accesso, tipici del periodo precedente e scelti con priorità difensiva, e la concentrazione della popolazione su ampi pianori, più adatti allo sfruttamento agricolo e al controllo delle vie di comunicazione.[55] Questi pianori, che potevano raggiungere un'estensione di circa 180 ettari e governare un territorio di alcune centinaia di chilometri quadrati, corrispondono ai siti delle future grandi città etrusche: il caso meglio studiato è quello di Tarquinia (il pianoro della Civita, con insediamenti satelliti sulle alture limitrofe), accanto a Vulci, Veio (dove il complesso di Piazza d'Armi si inserisce in un pianoro articolato in più contrade), Cerveteri, Vetulonia e Populonia. Il fenomeno interessò anche centri periferici come Pontecagnano, Fermo e Verucchio.[55] Tale processo di accentramento è all'origine della formazione dei centri protourbani da cui sarebbero nate le città etrusche.[55]

Sul piano economico la cultura villanoviana poggiò in misura rilevante sullo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie dell'Etruria - in particolare le Colline Metallifere e il giacimento di ferro dell'Isola d'Elba - e sui traffici a media e lunga distanza che ne derivarono, attestati dalla circolazione di manufatti tra le comunità tirreniche, laziali, campane e dalla precoce comparsa di oggetti di provenienza mediterranea orientale.[56]

I primi insediamenti etruschi

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La nuova forma di insediamento su pianori e colline rispondeva a esigenze prettamente economiche, legate a un più razionale sfruttamento delle risorse agricole e minerarie e alla scelta di posizioni prossime a vie di comunicazione naturali e ad approdi fluviali, lacustri e marittimi.[55] Dagli scavi il territorio appare organizzato in vasti comprensori articolati in gruppi di villaggi ravvicinati ma dotati di necropoli distinte, oggetto di studio in particolare da parte di Gilda Bartoloni e Giovanni Colonna.

Le abitazioni, realizzate con materiali deperibili, sono ricostruibili attraverso un numero limitato di tracce di fondazione (buche per pali, canalette) e attraverso le urne a capanna che ne riproducono in miniatura l'aspetto. Le capanne, di pianta ellittica, circolare, rettangolare o quadrata e di dimensioni variabili, erano sorrette da pali ed erano spesso dotate di un focolare centrale, di una porta sul lato breve e di aperture sul tetto per l'uscita del fumo. All'interno dei villaggi gli spazi vuoti tra le capanne erano probabilmente destinati ad attività agricole; le necropoli si collocavano in aree limitrofe a quelle abitate.

La società villanoviana

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Elmo crestato villanoviano da Tarquinia, VIII sec. a.C., British Museum

La struttura sociale delle comunità villanoviane si ricostruisce soprattutto a partire dai corredi funerari, considerati dagli studiosi una fonte primaria per l'analisi sociologica delle comunità protostoriche.[57] Gli oggetti del corredo consentono di norma di riconoscere il sesso del defunto: le deposizioni maschili sono contraddistinte da rasoi, fibule e, talora, armi - con l'occasionale copertura dell'ossuario mediante un elmo a indicarne la qualità di guerriero - mentre quelle femminili lo sono da ornamenti, fibule, fusaiole, rocchetti, fusi e conocchie.[57] Le sepolture, prevalentemente a incinerazione e di tipo a pozzetto o a fossa con varianti locali, riflettono una stratificazione sociale articolata su assi orizzontali (sesso, età) e verticali (status, rango).[57] I corredi del villanoviano più antico (IX secolo a.C.) sono in genere semplici e tendenzialmente omogenei, tanto da far ipotizzare una società ancora poco differenziata; va però tenuto presente che la sobrietà dei corredi può riflettere scelte ideologiche e rituali, e non necessariamente la reale struttura della comunità.[57] Non mancano comunque, già in questa fase, segnali di distinzione: a Tarquinia, nella necropoli di Poggio Selciatello, alcune deposizioni si segnalano per la qualità del corredo, e in varie sepolture maschili (a Bologna, Tarquinia, Cerveteri, Veio) sono state rinvenute verghe interpretate come «scettri», cioè come attributi di prestigio e di funzione.[57]

A partire dai decenni centrali dell'VIII secolo a.C. si colgono i segni di una crescente differenziazione sociale, premessa alla formazione delle aristocrazie.[58] Emergono deposizioni di rango, maschili e femminili, caratterizzate da corredi più ricchi e da una maggiore quantità e qualità di vasellame e di ornamenti; le tombe maschili più prestigiose presentano vere e proprie panoplie (elmi, scudi, spade, lance) e oggetti come le fibule «a drago» d'argento con filigrana d'oro, che preannunciano le sfarzose sepolture «principesche» dell'orientalizzante.[58] La gestione degli scambi con il Mediterraneo orientale appare prerogativa proprio di queste figure maschili connotate come guerrieri.[57] Le tombe a camera con più deposizioni (Populonia) e le tombe a circolo di pietre (Vetulonia) mettono in rilievo, accanto all'individuo, la famiglia e i gruppi parentali, identificabili per l'occupazione di settori distinti delle necropoli.[58]

In questa stessa fase, accanto al rito dell'incinerazione si afferma progressivamente quello dell'inumazione, che in Etruria diviene prevalente dalla fine dell'VIII secolo a.C., pur con la persistenza, specie nell'Etruria settentrionale, della cremazione; l'opposizione fra i due riti non è meramente formale ma coinvolge l'intera concezione del rapporto fra il defunto e il divino.[57]

Presenza etrusca a nord e a sud dell'Etruria tirrenica

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Lo stesso argomento in dettaglio: Etruria padana ed Etruria campana.

Gli Etruschi erano presenti, oltre che nell'Etruria tirrenica, anche nella Pianura Padana e in alcune aree della Campania, ma le due presenze rispondono a dinamiche storiche opposte. Per l'area padana la documentazione archeologica ha smentito il modello, fondato su una lettura letterale di Livio (V, 33), di una colonizzazione tardiva diffusasi dall'Etruria tirrenica al di là dell'Appennino: l'Etruria tirrenica e quella padana si formano in modo sostanzialmente simultaneo già dalle fasi iniziali dell'età del ferro, con un villanoviano «padano» di avvio pressoché sincrono rispetto a quello tirrenico e con centri protourbani - su tutti Felsina/Bologna, che Plinio il Vecchio ricorda come princeps Etruriae - attestati fin dal IX secolo a.C.[59][60][61] L'ipotesi di un apporto migratorio dall'esterno è perciò oggi fortemente ridimensionata: protagonisti del processo di formazione furono gli stessi Etruschi padani.[62]

Per la Etruria campana resta invece condiviso il modello della colonizzazione: a partire dal IX secolo a.C. gruppi di Etruschi provenienti dal Lazio - e forse da alcune località dell'Umbria - si insediarono stabilmente in Campania, particolarmente attorno ai centri di Capua e Pontecagnano, dove la civiltà etrusca del VII-VI secolo a.C. avrebbe poi dato ai villaggi villanoviani un assetto urbano e una più articolata organizzazione sociale. In Campania, dunque, a differenza dell'area padana, gli Etruschi giunsero dall'esterno.

Espansione marittima

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Lo stesso argomento in dettaglio: Navigazione etrusca.
Nave raffigurata sulla parete della Tomba della Nave, V secolo a.C., a Tarquinia, Lazio

La fase di massima proiezione marittima etrusca si colloca tra la fine del periodo orientalizzante e l'età arcaica, quando le città costiere tirreniche raggiunsero il loro apogeo. La tradizione greca e latina conservò a lungo la memoria di un dominio etrusco sul mare: il mar Tirreno prese nome dai Tirreni non perché ne bagnasse le coste, ma perché vi avevano esercitato una talassocrazia durevole,[63] e analogamente il mare «superiore» fu detto Adriatico da Adria, Tuscorum colonia, come ricordava Livio.[63] Si trattò però di un fenomeno plurale, fatto delle imprese delle singole città-stato tirreniche e dei centri adriatici di Adria e Spina, non di un'immaginaria nazione etrusca unitaria: i movimenti di uomini e merci nel Mediterraneo vanno riferiti alle singole città, soprattutto a quelle costiere, e analizzati in termini geografici più che etnici.[64] A differenza di Greci e Fenici, inoltre, gli Etruschi non fondarono colonie lungo le coste del Mediterraneo, salvo poche eccezioni.[64] Significativamente, il loro nome non compare neppure nella lista delle talassocrazie tramandata da Eusebio e ripresa da Diodoro.[63]

Espressione di questo dominio del mare fu lo scontro navale combattuto poco dopo la metà del VI secolo a.C. nelle acque del mare Sardo (intorno al 540 a.C.), quando una coalizione etrusca, alleata con Cartagine, affrontò i Focei stanziatisi ad Alalia, in Corsica. Lo scontro fu provocato dall'arrivo di nuovi profughi focei in fuga dalla conquista persiana dell'Asia Minore e dalle loro scorrerie, che avevano rotto gli equilibri tirrenici.[64] Secondo Erodoto, i prigionieri focei toccati in sorte agli abitanti di Caere furono da questi lapidati.[65] L'esito allontanò i Focei dalla Corsica, che entrò nell'orbita etrusca, e fissò linee di demarcazione abbastanza definite: gli Etruschi controllavano la Corsica, i Cartaginesi la Sardegna, i Greci d'Oriente l'alto e il basso Tirreno.[64] In questi anni la politica filo-cartaginese di Caere è documentata dalle lamine di Pyrgi, dedica congiunta a Uni-Astarte che suggella un accordo commerciale, e dalle tesserae hospitales con nomi punici incisi in etrusco.[64]

Nel corso del V secolo a.C. l'iniziativa marittima etrusca trovò un limite crescente nella potenza dei Greci di Sicilia. Dopo la sconfitta cartaginese a Imera (480 a.C.), la flotta etrusca fu battuta dai Siracusani di Gerone I nella battaglia di Cuma del 474 a.C., vittoria celebrata con la dedica di elmi etruschi a Olimpia, e di nuovo presso l'isola d'Elba nel 453 a.C.[64] I Siracusani bloccarono allora i porti dell'Etruria meridionale e fondarono una colonia sulla costa orientale della Corsica per controllare il Tirreno centrale.[64] Questi rovesci non segnarono però la fine della proiezione marittima etrusca, ma ne ridisegnarono la geografia interna: dopo Cuma, accanto a Caere, cui la tradizione attribuisce il ruolo principale, emersero a vario titolo Vulci e Tarquinia, che sul finire del secolo sembra assumere una guida sul mare, fino alla spedizione condotta a fianco degli Ateniesi contro Siracusa nel 413 a.C.[63] Intanto, mentre i porti tirrenici entravano in crisi, prosperava il commercio adriatico imperniato su Adria e Spina, approdo di grandi quantità di vasi greci e sbocco del grano padano.[64]

Nel IV secolo a.C. Dionisio I colpì ulteriormente gli interessi etruschi, saccheggiando nel 384 a.C. il santuario portuale di Pyrgi con il pretesto di liberare il Tirreno dai pirati etruschi,[64] e ne insidiò le posizioni nell'alto Adriatico con la fondazione di colonie (Ancona, Adria, Issa).[64] A questo dominio del mare si accompagnò infatti, come suo rovescio, la pirateria: i lestéria dei Tirreni sono uno dei topoi ricorrenti della tradizione greca e latina,[63] e nella stessa chiave fu letto il mito del rapimento di Dioniso da parte di pirati tirreni, allusione al tentativo etrusco, fallito, di sottrarre ai Greci il controllo del commercio del vino.[64]

Gli Etruschi fuori d'Etruria

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Vista del sito archeologico di Lattara (Lattes) in Linguadoca-Rossiglione, nella Francia sud-occidentale.

Gli studi distinguono la mobilità geografica di individui e piccoli gruppi provenienti dall'Etruria, rivelata da fonti letterarie, iscrizioni e manufatti significativi come gli ornamenti personali, dalla semplice circolazione commerciale di oggetti etruschi, documentata dal record archeologico complessivo.[66] La documentazione copre un lungo arco di tempo, dalla prima età del Ferro al V secolo a.C., e interessa la penisola italica, il Mediterraneo occidentale e orientale e l'Europa centrale.[67]

Già nella prima età del Ferro sono attestati casi di mobilità individuale: un guerriero proveniente con ogni probabilità da Veio fu sepolto verso la metà dell'VIII secolo a.C. nella necropoli latina di Osteria dell'Osa, presso Gabii, mentre lo stanziamento di cultura villanoviana del X-IX secolo a.C. scoperto sullo Spalmatore di Terra, presso l'isola di Tavolara in Sardegna, e la sepoltura di una donna di provenienza sarda nella tomba dei Bronzetti sardi a Vulci documentano relazioni stabili e bidirezionali tra Etruria meridionale e Sardegna.[68] I manufatti etruschi e italici di quest'epoca rinvenuti nei santuari greci, come Olimpia e Samo, si ritiene riflettano invece per lo più dediche di Greci di ritorno dall'Italia, non una vera mobilità etrusca verso l'Egeo.[69]

Dalla fine dell'VIII secolo a.C. le iscrizioni costituiscono il tracciante più efficace della presenza di individui etruschi fuori d'Etruria: oltre che in numerose località della penisola italiana, iscrizioni etrusche sono state rinvenute nel Mediterraneo occidentale a Lattes, Pech-Maho e Marsiglia in Francia, a Ampurias in Catalogna e a La Fonteta, presso Alicante nella Comunità Valenciana a sud della Spagna, a Mozia in Sicilia, in Nord Africa a Cartagine, Gouraya e Uadi Milian, anche se quest'ultime risalenti alla Romanizzazione.[70] In età arcaica scavi sistematici hanno accertato la presenza stanziale di Etruschi a Genova, Marsiglia e Lattes già dagli anni finali del VII secolo a.C.[71] Il traffico verso la Provenza e la Linguadoca, incentrato sul vino e sul relativo vasellame (anfore da trasporto, buccheri, bacili bronzei), fu controllato dapprima da Vulci e poi da Caere, e raggiunse oltre un centinaio di località costiere e dell'entroterra.[72] La frequentazione etrusca del Mediterraneo nord-occidentale non portò tuttavia alla fondazione di colonie: gli Etruschi operarono attraverso fondaci e scali negoziati in porti controllati da indigeni o da Greci, secondo un modello commerciale distinto sia da quello coloniale greco sia da quello fenicio.[73]

Nel Mediterraneo orientale personaggi etruschi di alto rango parteciparono al circuito delle dediche votive nei santuari greci: Pausania ricorda il trono dedicato a Zeus a Olimpia da Arimnestos (Arimno), «re dei Tirreni» e primo tra i barbari a offrire un dono nel santuario, episodio riferibile forse ancora al VII secolo a.C.[74] Il caso più significativo è la costruzione di due thesauroi nel santuario di Apollo a Delfi da parte delle comunità etrusche di Caere (seconda metà del VI secolo a.C.) e di Spina (dopo il 475 a.C.), privilegio mai concesso ad altre città non greche e probabilmente legato all'elaborazione delle leggende sulle origini pelasgiche delle due città.[75]

In Europa centrale la circolazione di fibule bronzee, specie femminili, documenta tra VIII e VII secolo a.C. la presenza di persone provenienti dall'Italia centrale tirrenica, mentre nel VI e V secolo a.C. si intensificò l'arrivo di vasellame bronzeo da banchetto, in particolare le oinochoai a becco allungato (Schnabelkannen) di produzione vulcente, attestate in oltre cento esemplari a nord delle Alpi.[76] Bronzi etruschi raggiunsero i siti principeschi della Heuneburg, dove una matrice fittile per applique rivela l'attività di un artigiano italico, del Mont Lassois-Vix e di Bourges, e in casi eccezionali la facciata atlantica, come a Huelva e a La Algaida in Spagna e a Barzan sulla costa francese.[77]

Gli Etruschi e i Greci

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Lo stesso argomento in dettaglio: Mitologia etrusca e Periodo orientalizzante.
Il Vaso François, cratere attico a figure nere firmato da Kleitias ed Ergotimos (570 a.C. circa), rinvenuto in una tomba etrusca presso Chiusi. Museo archeologico nazionale di Firenze

Il rapporto con il mondo greco fu uno dei fattori decisivi della civiltà etrusca. I primi contatti risalgono alla metà dell'VIII secolo a.C., con l'arrivo in Etruria delle prime ceramiche euboiche, probabilmente redistribuite attraverso gli empori campani di Pithecusa e Cuma: vasi destinati al consumo del vino, giunti verosimilmente insieme al vino stesso e alla pratica del simposio con la relativa ideologia aristocratica.[64] Fra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo a.C. dalla Grecia giunse anche l'alfabeto, adattato poi alla lingua etrusca, in quella che fu una vera e propria rivoluzione culturale.[64]

Il legame si fece più intenso nella fase detta «orientalizzante» (fine VIII-VII secolo a.C.), seguita, in analogia con le partizioni della storia greca, dalle fasi «arcaica», «classica» ed «ellenistica». In questo periodo le aristocrazie etrusche, in un momento di forte apertura agli scambi, adottarono beni di prestigio, modelli e costumi di ascendenza greca e vicino-orientale.[78] I contatti passarono soprattutto attraverso le colonie greche della Magna Grecia e della Sicilia, ma non mancarono rapporti diretti: la tradizione ricorda il trasferimento a Tarquinia del corinzio Demarato intorno alla metà del VII secolo, accompagnato da artigiani, e diversi vasai e pittori greci impiantarono botteghe nelle città etrusche, come Aristonothos a Caere.[64]

Il controllo del commercio greco verso l'Etruria passò nel tempo dagli Euboici ai Corinzi e ai Greci d'Oriente, e nel VI secolo a.C. l'Etruria divenne il mercato privilegiato della ceramica attica, prima a figure nere e poi a figure rosse, in larga parte vasellame per il vino.[64] La ceramica fu così oggetto sia di importazioni dirette sia di produzioni locali che recepivano tecniche e repertori greci. Il rapporto fu peraltro reciproco: prodotti etruschi, soprattutto bronzi e bucchero, furono dedicati nei grandi santuari panellenici di Olimpia e Samo e diffusi in tutto il Mediterraneo.[64] Non sempre è possibile stabilire se tali offerte fossero dedicate da Etruschi che frequentavano direttamente i santuari greci o da Greci che le avevano acquistate in Etruria; un segno di presenza più stabile è però la costruzione, da parte di Caere e di Spina, di un proprio tesoro (thesauros) nel santuario di Delfi, al pari delle città greche.[64]

Gli scambi investirono anche la sfera religiosa: in età arcaica le maggiori divinità etrusche furono progressivamente identificate con quelle greche (Tinia con Zeus, Uni con Era, Aita con Ade). Tali corrispondenze, tuttavia, vanno intese come comparazioni e reinterpretazioni e non come equivalenze, poiché raramente una divinità etrusca coincide esattamente con la corrispondente greca (vedi la sezione Religione).[78]

Gli Etruschi e la civiltà nuragica

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Lo stesso argomento in dettaglio: Civiltà nuragica.
Navicella nuragica dalla tomba del Duce di Vetulonia, museo archeologico nazionale di Firenze
Veduta dell'isolotto di Tavolara

I rapporti tra la Sardegna nuragica e l'Etruria risalgono alle fasi più antiche della civiltà etrusca: affondano le radici nei contatti marittimi che, fra la fine dell'età del bronzo e la prima età del ferro, collegavano i grandi distretti minerari del Mar Tirreno. La tradizione antica ne conservava un ricordo nella leggenda della fondazione di Populonia da parte dei Corsi (Servio, ad Aen., X, 172) e nelle notizie su incursioni di pirati sardi lungo le coste toscane e sulla presenza di Tirreni in Sardegna.[79]

Sul piano archeologico, quasi tutto il materiale nuragico rinvenuto nella penisola proviene da territori che sarebbero divenuti etruschi, con una netta concentrazione nei distretti minerari settentrionali di Vetulonia e Populonia e attestazioni minori nell'Etruria meridionale (a Tarquinia) e a Pontecagnano. Si tratta di ornamenti (bottoni, spilloni), di manufatti a forte valore simbolico (pendenti, navicelle votive, figurine), di armi, strumenti, brocche askoidi e vasellame bronzeo. La metallurgia del bronzo costituì il principale trait d'union fra le due sponde, e i rapporti privilegiati tra le genti sarde, in particolare quelle del distretto algherese, e l'Etruria settentrionale si fondarono su comuni interessi nello sfruttamento minerario, nella metallurgia e nelle imprese marittime.[80]

L'apice dei contatti, il cosiddetto periodo dei rapporti «sardo-villanoviani», si colloca nella transizione fra il Villanoviano I e II, tra la fine del IX e la prima metà dell'VIII secolo a.C. In questa fase numerose categorie di bronzi nuragici giunsero sulla penisola e i loro modelli furono imitati dalla metallurgia locale, soprattutto in oggetti minuti come bottoni e faretrine; un fenomeno analogo interessò le brocche askoidi, accolte nel repertorio villanoviano e in parte prodotte localmente, come hanno mostrato le analisi mineralogiche sugli esemplari di Vetulonia.[80][81] A riprova della bidirezionalità degli scambi, le fibule peninsulari, estranee al costume nuragico, conobbero in questa fase una breve ma intensa diffusione sull'isola; alla stessa rete appartiene il rinvenimento, sull'isolotto di Tavolara, della prima ceramica villanoviana documentata in Sardegna, riferita dalle analisi a centri dell'Etruria sia settentrionale sia meridionale.[81][82]

Gli studi recenti mettono però in guardia da letture semplificate. La presenza di bronzi nuragici nelle tombe villanoviane non implica una loro fabbricazione indiscriminata sull'isola, acquistata come merce qualsiasi: la riproduzione di oggetti dal forte valore simbolico e la loro deposizione in contesto funerario, anziché nei santuari come avveniva in Sardegna, presuppongono la condivisione di un retroterra culturale comune; la frequente associazione di oggetti nuragici a sepolture femminili, come nella «Tomba dei bronzetti sardi» di Cavalupo a Vulci, ha fatto avanzare l'ipotesi di matrimoni misti fra le due sponde.[80]

Questi rapporti privilegiati si interruppero nel corso dell'VIII secolo, quando lo stanziamento fenicio in Sardegna e quello euboico sulla penisola inserirono l'Etruria settentrionale nel più ampio circuito mediterraneo. La deposizione di oggetti nuragici di prestigio in contesti più tardi non riflette dunque scambi ancora in corso, ma il loro valore ideologico ormai consolidato: è il caso della spada tipo Monte Sa Idda e della navicella deposte, entro un rituale di fondazione, nel ripostiglio di Falda della Guardiola a Populonia (terzo quarto dell'VIII secolo), e soprattutto delle navicelle scelte per le maggiori sepolture orientalizzanti di Vetulonia attorno alla metà del VII secolo a.C., come nella Tomba delle Tre Navicelle e nella Tomba del Duce, quando ormai la loro produzione in Sardegna era cessata. In piena età orientalizzante, ribadire il legame con la tradizione nuragica era divenuto un fattore di affermazione dello status del princeps.[80]

Con lo stanziamento fenicio i rapporti proseguirono su basi nuove: fra l'VIII e il VI secolo a.C. la Sardegna ormai fenicia smistò verso l'Etruria, attraverso i propri porti, prodotti del mondo coloniale e orientale (fra cui oggetti di pregio in avorio e metalli preziosi, che contribuirono al linguaggio figurativo e all'ideologia del potere dei principes etruschi), mentre in senso inverso giunsero in Sardegna soprattutto manufatti legati al banchetto e al simposio (anfore vinarie, vasellame, bucchero).[83] Gli equilibri mutarono di nuovo nella seconda metà del VI secolo a.C., quando Cartagine prese il controllo della Sardegna e si alleò con Caere in funzione anti-focea: la battaglia del mare Sardo (intorno al 540 a.C.) costrinse i Focei ad abbandonare la Corsica, passata sotto l'egemonia etrusca, mentre la Sardegna divenne cartaginese.[83] In età punica gli scambi con l'Etruria, pur ridotti, non cessarono, come documentano vasellame da simposio, anfore vinarie etrusche rinvenute lungo le coste sarde e i piatti tipo Genucilia prodotti a Falerii e Caere. Vi si lega forse il nome degli Aesaronenses, popolo della costa orientale dell'isola ricordato da Tolomeo e ricondotto all'area etrusca, da mettere in relazione con il tentativo di colonizzazione etrusco-romana di quella costa nel IV secolo a.C. Ogni rapporto si chiuse con la conquista romana della Sardegna, nel 238 a.C.[83]

Gli Etruschi e la Sardegna fenicia e punica

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Necropoli punica di Tuvixeddu, Cagliari

Dopo la fase dei contatti con il mondo nuragico, il rapporto fra l'Etruria e la Sardegna proseguì con i Fenici stanziatisi sull'isola e, più tardi, con la Sardegna divenuta cartaginese. I Fenici, grandi navigatori del Mediterraneo arcaico interessati soprattutto ai metalli, furono i partner commerciali più antichi e a lungo principali dell'Etruria: prima della grande espansione del commercio marittimo etrusco, sul finire del VII secolo a.C., gli scambi nel Tirreno furono caratterizzati da una netta preponderanza dell'attività fenicia.[83] Fin dall'età orientalizzante giunsero così nelle tombe «principesche» d'Etruria coppe, avori e altri oggetti di pregio di manifattura fenicia e cipriota, che contribuirono a formare il linguaggio figurativo e l'ideologia del potere delle aristocrazie locali.[64]

Fra l'VIII e il VI secolo a.C. i prodotti entravano in Etruria dai centri fenici della Sardegna, oltre che dal più ampio mondo coloniale fenicio d'Occidente e d'Oriente; in senso inverso, i prodotti etruschi, in particolare il vasellame da simposio e il vino, raggiungevano la Sardegna attraverso i suoi porti, in prevalenza fenici.[83] Una parte di queste merci poteva tuttavia viaggiare per rotte che non toccavano l'isola, segno che il canale sardo, pur centrale, non era l'unico.[83]

Sul piano politico, il legame con Cartagine si saldò nella seconda metà del VI secolo a.C. in funzione anti-greca, con l'alleanza che condusse alla battaglia del mare Sardo (intorno al 540 a.C.) contro i Focei di Alalia. La politica filo-cartaginese di Caere è documentata da fonti eccezionali: le lamine di Pyrgi, lamine d'oro di fine VI secolo con un testo in etrusco e in fenicio che registra la dedica congiunta a Uni-Astarte da parte del re ceretano Thefarie Velianas, e le tesserae hospitales con nomi punici incisi in caratteri etruschi.[64][84]

Dal tardo VI secolo Cartagine si impadronì progressivamente della Sardegna, occupandone le città fenicie: i rapporti fra l'Etruria e l'isola, divenuta sempre più «punica», continuarono allora in forme in parte simili e in parte diverse, ma ridotti nel volume.[83] In questa fase dalla Sardegna e dal mondo cartaginese giunsero in Etruria oggetti di pregio in avorio e metalli preziosi, mentre vasellame da simposio e anfore vinarie etrusche raggiungevano l'isola e Cartagine stessa, dove però le grandi anfore da trasporto risultano assenti, segno che vi circolava soprattutto vino fenicio. I piatti tipo Genucilia prodotti a Falerii e Caere documentano la persistenza di questi scambi fino al IV secolo a.C.[83] Ogni rapporto si chiuse con la conquista romana della Sardegna, nel 238 a.C.[83]

Gli Etruschi e la Corsica

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Lo stesso argomento in dettaglio: Aleria.
La necropoli preromana di Aleria, nel dipartimento dell'Alta Corsica

La Corsica è separata dalla costa etrusca da un breve tratto di mare, tanto da essere visibile da gran parte del litorale tirrenico settentrionale, e le sue genti ebbero perciò rapporti privilegiati con i territori della futura Etruria fin dall'età del bronzo. Già nel Bronzo medio e recente la produzione ceramica corsa adottò forme e motivi decorativi di tradizione peninsulare (appenninica e di Grotta Nuova), mentre il settore meridionale dell'isola mostrava una comune matrice culturale con la vicina Sardegna nuragica.[85]

Fra il IX e l'VIII secolo a.C. i contatti con l'Etruria medio-tirrenica si rafforzarono, sostenuti da comuni interessi metallurgici e dalla circolazione di manufatti: giunsero in Corsica fibule e asce di tipo etrusco-settentrionale, e la stessa adozione di queste fogge nel costume locale, con le fibule come elemento principale dei corredi funerari corsi della prima età del ferro, testimonia l'intensità del rapporto. Nodo cruciale di questi traffici fu l'arcipelago toscano, il cui ingresso nell'orbita di Populonia assicurò a quest'ultima, insieme a Vetulonia, il ruolo di intermediario privilegiato verso Corsica e Sardegna.[85]

La svolta avvenne intorno al 565 a.C., quando coloni focei fondarono sulla costa orientale dell'isola la città di Aleria (Alalíe). L'arrivo di un secondo e più consistente contingente di profughi focei, sospinti dall'avanzata persiana, e la loro attività di pirateria provocarono la reazione di Etruschi e Cartaginesi: nella battaglia del mare Sardo, intorno al 540 a.C., una lega guidata da Caere affrontò i Focei, che pur vincendo la battaglia («vittoria cadmea») subirono perdite tali da dover abbandonare Aleria.[85] La città passò sotto controllo etrusco e l'episodio consentì agli Etruschi, in particolare a Caere, di dominare il Tirreno per circa un secolo, fino al blocco di Cuma del 474 a.C. La necropoli di Casabianda, ad Aleria, riflette questa fase con tipi tombali e rituali (tombe a camera con dromos, comparsa della cremazione individuale) di chiara impronta etrusca, in netta rottura con la tradizione isolana della sepoltura collettiva; i suoi corredi mostrano stretti legami con Populonia e l'inserimento di Aleria nella koiné del distretto minerario alto- e medio-tirrenico.[85]

Aleria resta tuttavia un caso eccezionale e non paradigmatico: l'influenza etrusca è marcata nella colonia e nelle aree vicine, ma altrove molto più debole. Nell'interno e nel sud dell'isola le comunità, pur in contatto continuo con le aree limitrofe, rimasero saldamente ancorate alle tradizioni locali, anche nel rito funerario dell'inumazione collettiva, fino alla piena età ellenistica.[85]

Gli Etruschi e i Falisci

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Lo stesso argomento in dettaglio: Falisci e Falerii.
Busto di Apollo in terracotta dal tempio dello Scasato di Falerii (310-300 a.C. circa), espressione della coroplastica falisca di tradizione etrusco-italica. Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma

I Falisci, stanziati nell'Ager Faliscus, il bacino del fiume Treja a nord di Roma, parlavano il falisco, una lingua affine al latino, documentata da iscrizioni a partire dal VII secolo a.C. Nonostante questa distinta identità linguistica, essi vissero in stretta simbiosi con il vicino mondo etrusco, di cui condivisero in larga misura cultura materiale, repertori artistici e religiosi.[86]

Il loro centro principale era Falerii (l'odierna Civita Castellana), che dall'inizio del VII secolo a.C. esercitò l'egemonia sul territorio circostante, dove sorgevano centri minori come Narce, Corchiano e Vignanello. Narce in particolare, posta a ridosso del confine, ha restituito tracce di una presenza etrusca tanto marcata da far ipotizzare una comunità etruscofona stabilmente insediata.[86] Confine naturale verso il mondo sabino e umbro era il Tevere, mentre il monte Soratte, sede del culto di Pater Soranus, era luogo sacro e di incontro condiviso da Falisci, Etruschi, Sabini e Capenati.[86]

L'integrazione dei Falisci nell'orbita etrusca è confermata dalla loro partecipazione, accanto alle città etrusche, all'assemblea del santuario federale del Fanum Voltumnae.[87] Proprio per questo legame essi furono coinvolti nei conflitti che opposero l'Etruria a Roma: dopo la caduta di Veio, Falerii fu attaccata insieme a Tarquinia e, dopo alterne vicende e una strenua resistenza, fu conquistata e distrutta da Roma nel 241 a.C.; una nuova Falerii (Falerii Novi) fu allora edificata nella pianura poco a ovest della città in rovina.[86][87]

Gli Etruschi e i Celti

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura di Golasecca e Celti.
Elmo di tipo Montefortino di produzione etrusca con iscrizione interna, da Canne, IV secolo a.C. Il tipo, di origine celtica, fu adottato da Etruschi e Italici e divenne poi l'elmo standard degli eserciti romani.

I rapporti tra Etruschi e Celti, dalla cultura di Golasecca alle invasioni galliche del IV secolo a.C., si caratterizzarono per scambi commerciali e culturali, conflitti e una significativa integrazione reciproca. La cultura di Golasecca (IX-V secolo a.C.), di matrice proto-celtica e sviluppatasi in Lombardia, Piemonte e Canton Ticino, mantenne intensi contatti pacifici con gli Etruschi del Nord Italia, ad esempio a Felsina (Bologna), Spina e Marzabotto, come attestano ceramiche etrusche e iscrizioni in alfabeto etrusco settentrionale rinvenute in necropoli golasecchiane, tra cui quella di Sesto Calende.

A partire dal V secolo a.C., le migrazioni celtiche culminarono con l’invasione gallica del IV secolo a.C., quando tribù come i Boi, i Cenomani e i Senoni devastarono centri etruschi quali Felsina e Marzabotto. Tuttavia, la convivenza fu frequente: a Felsina, i ritrovamenti dalle necropoli, rivelano una duplice presenza etnica, in cui l'elemento celtico convive con quello etrusco, ciascuno conservando la tipicità dei propri rituali funerari:[88] quello dei Boi prevedeva quasi sempre l'inumazione, con casi sporadici di incinerazione attestati solo dopo la fine del IV secolo a.C.[88]. Sempre durante l'occupazione celtica, i corredi funerari rinvenuti permettono di delineare la presenza di un'élite militare il cui alto status è testimoniato dall'influenza di pratiche simposiache e di cura del corpo di derivazione ellenistica[88]. L'incidenza di questa élite, pari a 1:7, è inferiore a quella riscontrabile nella necropoli di Monte Bibele, dove la componente guerriera incideva per un terzo (1:2)[88]. Ci sono anche esempi di tombe con corredi misti (fibule celtiche accanto a vasi etruschi) indicano fenomeni di integrazione culturale e probabili matrimoni misti; a Spina, la presenza di reperti celtici nelle necropoli suggerisce scambi commerciali e interazioni sociali. Studi archeogenetici recenti (es. Posth et al., 2021) hanno identificato individui con marcatori genetici celtici in sepolture etrusche, a conferma di fenomeni di integrazione biologica oltre che culturale.

La Stele di Busca (II secolo a.C.), rinvenuta presso Cuneo, commemora un Celta acculturato: portava un nome etrusco, aveva vissuto presumibilmente in Etruria tirrenica o padana gran parte della sua vita, tornato nei territori celtici, fu sepolto secondo le usanze etrusche.[89] A Marzabotto, tracce di continuità culturale dopo le distruzioni indicano ulteriori interazioni. Questo sincretismo, evidente nell’arte, nelle pratiche funerarie e nei rapporti sociali, continuò a caratterizzare l’Italia preromana fino alla progressiva romanizzazione (III-II secolo a.C.)

Gli Etruschi e i Veneti

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Lo stesso argomento in dettaglio: Veneti e Civiltà atestina.
La situla Benvenuti da Este (600 a.C. circa), capolavoro dell'arte delle situle della civiltà atestina, i cui modelli figurativi giunsero ai Veneti anche attraverso la mediazione etrusca. Museo nazionale atestino

A nord-est dell'area di espansione etrusca nella valle del Po vivevano i Veneti, portatori della civiltà atestina incentrata su Este: lo stesso Livio, nel descrivere il dominio etrusco «al di là del Po fino alle Alpi», ne eccettua esplicitamente l'angolo abitato dai Veneti (excepto Venetorum angulo), riconoscendoli come popolo distinto e confinante.[90]

I rapporti tra i due popoli furono soprattutto di natura commerciale e culturale. Snodo di questi contatti fu Adria, nel delta del Po, emporio adriatico in cui Etruschi, Greci e Veneti entrarono in relazione già dalla prima metà del VI secolo a.C., e la cui funzione di porto sull'Adriatico sarebbe in seguito passata alla città etrusca di Spina.[91] Attraverso questa rete adriatica e l'asse fluviale del Po transitavano i prodotti - ceramica attica, anfore vinarie greche - che gli Etruschi padani redistribuivano anche verso il mondo transalpino.[92]

Sul piano culturale, il contributo più significativo degli Etruschi padani fu la mediazione della scrittura: acquisito precocemente l'alfabeto, essi si fecero promotori della sua trasmissione alle altre popolazioni dell'Italia settentrionale, a ovest verso i Celti della cultura di Golasecca e a est verso i Veneti della cultura atestina, il cui alfabeto venetico deriva appunto dal modello etrusco.[93] Le relazioni culturali fra Etruschi, Veneti e Celti, insieme ai fenomeni di mobilità individuale che le accompagnarono, sono state oggetto di studi specifici.[89]

Gli Etruschi e i Romani

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Le origini di Roma

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Lo stesso argomento in dettaglio: Fondazione di Roma e Roma quadrata.

Roma sorse lungo il basso corso del Tevere, al margine meridionale del mondo etrusco e in un'area da tempo permeabile agli influssi latini ed etruschi. Nel corso dell'VIII secolo a.C. i villaggi insediati sui colli si aggregarono in un unico centro urbano, secondo un processo di formazione cittadina analogo a quello che interessava nello stesso periodo l'Etruria.[87] La posizione di confine fece sì che Roma intrattenesse fin dall'origine rapporti stretti con le città etrusche, culminati nel VI secolo a.C. nella fase monarchica dei Tarquini.[87]

Vestigia etrusche a Roma: i Tarquini (616-509 a.C.)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Tarquini.
Plastico della Roma dei Tarquini presso il museo della Civiltà Romana all'EUR

La tradizione greca e latina ricorda a Roma una serie di re di origine o ascendenza etrusca, le cui figure vanno però lette come tradizione storiografica più che come cronaca documentata. La fondazione di Roma a immediato contatto con il territorio etrusco, e il «secolo dei Tarquini», il VI secolo a.C., produssero una profonda etruschizzazione della città, sullo sfondo della quale sarebbe poi nata la Repubblica: latinizzazione e romanizzazione dell'Etruria ed etruschizzazione di Roma furono aspetti di un unico processo reciproco, durato oltre sette secoli.[87]

Secondo la tradizione, sotto i Tarquini furono intraprese a Roma grandi opere pubbliche, tra cui sistemi fognari, mura e templi. Tarquinio Prisco, nato a Tarquinia con il nome di Lucumone (dal diffuso prenome etrusco Lauchume, che i Romani ritenevano significasse «re»), divenne il quinto re di Roma; la tradizione gli attribuisce il drenaggio e la pavimentazione dell'area del Foro, la realizzazione del Circo Massimo tra Palatino e Aventino e il progetto del grande Tempio di Giove Capitolino, concepito secondo il modello etrusco a tre celle.[84][94]

Particolarmente significativa è la figura del successore, Servio Tullio. Una leggenda etrusca, conservata dall'imperatore etruscofilo Claudio e raffigurata negli affreschi della Tomba François di Vulci, lo identifica con Mastarna (Macstrna), eroe vulcente compagno dei fratelli Vibenna (Aulo e Celio), che sarebbe giunto a Roma con i resti di un esercito privato e ne avrebbe assunto la regalità cambiando nome. Il nome Macstrna, privato del suffisso -na tipico dei gentilizi etruschi, è accostato al latino magister, termine da cui deriva magistratus.[84] La tradizione romana attribuisce a Servio le Mura serviane e la riforma centuriata.[95]

L'ultimo re fu Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la tradizione pone il completamento del Tempio di Giove Capitolino, per il quale furono chiamati artigiani etruschi a realizzare la quadriga acroteriale in terracotta. All'età della monarchia risale anche il Vicus Tuscus, il quartiere etrusco di Roma situato presso il Foro, tra il Palatino e il Tevere, la cui antichità è confermata dalle iscrizioni etrusche rinvenute in città.[96]

Guerre contro i Romani

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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre romano-etrusche.

La battaglia del Cremera

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Cremera.

La battaglia del Cremera (intorno al 477 a.C.) è un episodio della prima storia romana, narrato soprattutto da Tito Livio, che oppose Roma alla città etrusca di Veio. Secondo la tradizione, la gens Fabia, che si era assunta da sola l'onere della guerra contro Veio, fu attirata in un'imboscata presso il fiume Cremera, affluente del Tevere, e quasi interamente sterminata. Il racconto, di carattere semileggendario, esalta il sacrificio della gens.

Le guerre tra Roma e Veio

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Lo stesso argomento in dettaglio: Roma e le guerre con Veio.

Veio, la più vicina a Roma fra le grandi città della dodecapoli etrusca, fu a lungo sua rivale, per ragioni in larga parte economiche legate alla contiguità dei territori e al controllo del basso corso del Tevere. Poco più di un secolo dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, la giovane Repubblica romana passò all'offensiva: Veio cadde nel 396 a.C., secondo Livio dopo un assedio decennale che gli autori antichi paragonarono a quello di Troia.[87] La città fu distrutta, il suo territorio confiscato a vantaggio dell'ager publicus romano e colonizzato, e i superstiti iscritti in quattro nuove tribù urbane, con un forte impulso economico per Roma.[87] Il trattamento riservato a Veio e la percezione della minaccia rappresentata dall'esercito romano provocarono la reazione delle altre città etrusche, dando avvio a oltre un secolo di nuovi conflitti.[87]

Espansione gallica nel nord e centro Italia, 400 a.C. circa

Il declino della potenza etrusca, tradizionalmente letto attraverso la sequenza delle sconfitte militari, è oggi interpretato dagli studiosi soprattutto come una profonda «crisi» del sistema delle città-stato, radicata nelle contraddizioni interne dell'ordine gentilizio e aristocratico e manifestatasi nel crollo della committenza e in forti tensioni sociali.[97] La crisi si manifestò precocemente nell'Etruria meridionale tirrenica, nel Lazio e in Campania già prima della metà del V secolo a.C., aggravata dalla sconfitta navale subita contro i Siracusani nella battaglia di Cuma del 474 a.C.; entro la fine del secolo essa travolse complessivamente il sistema.[97] A queste difficoltà interne si sommarono le pressioni esterne: in Campania l'avanzata dei Sanniti, con la conquista di Capua e di Cuma, l'occupazione della pianura pontina da parte dei Volsci e, nell'Italia settentrionale, l'espansione dei Celti.[97] Nel corso del IV e del III secolo a.C. le città dell'Etruria furono progressivamente assoggettate da Roma.

La scomparsa graduale della civiltà etrusca e la Romanizzazione dell'Etruria

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Rilievo con i popoli etruschi, rilievo marmoreo di età giulio-claudia (metà del I secolo d.C.), conservato nel Museo Gregoriano Profano dei Musei Vaticani (inventario 9942)

La fine della civiltà etrusca non fu un evento brusco ma un lungo processo di assimilazione, un «lungo crepuscolo» che si protrasse per secoli.[98] Dopo la conquista, le città dell'Etruria furono integrate nello Stato romano; la lex Iulia dell'89 a.C. estese la cittadinanza romana a tutta l'Etruria, formalizzandone l'integrazione giuridica. La lingua etrusca continuò a essere scritta fino alla metà del I secolo d.C., mentre la cultura etrusca sopravvisse a lungo all'interno di quella romana, incarnata da grandi famiglie aristocratiche di ascendenza etrusca - i Cilnii di Arezzo, da cui discendeva Mecenate, o i Caecinae di Volterra - e dallo stesso imperatore Claudio, autore di una storia degli Etruschi in venti libri (le Tyrrhenikà, perdute).[98]

Lo stesso argomento in dettaglio: Civiltà romana.

I Romani assorbirono in profondità la cultura religiosa etrusca. L'Etrusca disciplina - e in particolare l'arte degli aruspici: l'esame delle viscere, l'interpretazione dei fulmini e l'osservazione del volo degli uccelli - fu integrata nella religione pubblica romana, dove mantenne un ruolo di primo piano fino alla tarda antichità.[99] Di ascendenza etrusca era anche il tempio di tipo «tuscanico», a tre celle e con ampio pronao, la cui prima grande realizzazione fu il tempio capitolino eretto a Roma sotto i Tarquini. La triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva) costituisce però una formulazione propriamente romana e non va retroproiettata sul pantheon etrusco, nel quale Menrva non è presentata come figlia di Tinia e Uni.[100]

La tradizione antica attribuiva inoltre agli Etruschi l'origine di alcuni istituti e simboli della vita pubblica romana, fra cui le insegne del potere e gli ornamenti del trionfo (i fasci, la sella curule, la toga picta); analogamente, i giochi gladiatori sono stati a lungo ricondotti, in quanto in origine connessi al rito funerario, a un'origine etrusca, attribuzione oggi però discussa dagli studiosi.

Lo stesso argomento in dettaglio: Società etrusca e Vita quotidiana degli Etruschi.

Le città-Stato etrusche

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Lo stesso argomento in dettaglio: Dodecapoli etrusca e Urbanistica etrusca.
Arco Etrusco di Perugia

Gli Etruschi erano organizzati in città-Stato indipendenti, legate fra loro da vincoli soprattutto religiosi e culturali, che la tradizione antica raccoglieva in una lega di dodici popoli; secondo Strabone la sua origine risaliva al mitico fondatore Tirreno.[13] L'elenco delle dodici città non è fissato dalle fonti antiche ed è in larga parte una ricostruzione convenzionale moderna; vi figurano di norma Caisra (Cerveteri), Clevsin (Chiusi), Tarchuna (Tarquinia), Vei(s) (Veio), Velch (Vulci), Vetluna (Vetulonia), Pupluna (Populonia), Velathri (Volterra), Velzna (Orvieto), Curtun (Cortona), Perusna (Perugia) e Aritim (Arezzo).

I primi abitati erano costituiti da capanne a pianta circolare, ovale o rettangolare, con tetto fortemente spiovente in materiali deperibili. Le grandi città storiche sorsero per lo più su pianori tufacei naturalmente difesi e in posizioni favorevoli al controllo del territorio e delle vie di comunicazione, terrestri e marittime.

A lungo si è ritenuto che la città etrusca nascesse dal tracciamento di due assi perpendicolari, un cardo nord-sud e un decumano est-ovest, e da un reticolo regolare di isolati, e che in questo gli Etruschi avessero addirittura anticipato di secoli l'urbanistica ortogonale greca di Ippodamo di Mileto. La ricerca archeologica ha però ridimensionato il quadro. La pianta ortogonale regolare non è la forma originaria né generale della città etrusca, ma un fenomeno circoscritto e relativamente tardo: il suo esempio più compiuto è la città padana di Kainua (Marzabotto), organizzata su un'ampia strada principale e su assi minori paralleli secondo uno schema che corrisponde al modello ippodameo e che si data al V secolo a.C., dunque contemporaneo o successivo a Ippodamo, non anteriore.[101] Le grandi città dell'Etruria propria, come Tarquinia, Cerveteri, Veio e Vulci, si formarono invece in modo organico e irregolare, per progressiva aggregazione, e gli studiosi avvertono che è rischioso ricostruire una storia urbanistica unitaria valida per tutta l'Etruria, date le profonde differenze fra le diverse aree.[101]

Ciò che i Romani riconobbero esplicitamente come di origine etrusca non fu un impianto urbano, ma il rito di fondazione: la delimitazione e l'orientamento dello spazio sacro della città mediante l'aratura di un solco e l'osservazione augurale del cielo, secondo le prescrizioni della disciplina etrusca. Lo stesso mito di Tagete, nato dalla terra arata a Tarquinia, era collegato a queste pratiche, che Varrone e Plutarco dicevano adottate da Roma sul modello etrusco.[102]

Le città erano difese da mura, costruite con grandi blocchi di pietra locale, in genere squadrati e disposti a secco; il marmo era pressoché ignoto, e per le strutture e gli apparati decorativi si ricorreva alla pietra del posto e alla terracotta. A partire dall'età tardo-arcaica le porte urbiche assunsero forme monumentali ad arco, talvolta ornate di rilievi nei punti di maggior risalto, come nella Porta all'Arco di Volterra.

Unità culturale e particolarismi regionali

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Il Tempio del Belvedere a Orvieto, V secolo a.C., città identificata dagli scavi come la sede del Fanum Voltumnae, il santuario federale degli Etruschi

L'immagine di un'Etruria politicamente unitaria è estranea alla documentazione antica. La ricostruzione delle strutture politiche etrusche va condotta con riferimento ai singoli contesti locali: le città erano entità politiche autonome, paragonabili alle poleis greche, ciascuna con un proprio sviluppo istituzionale.[103] La lega dei dodici popoli, espressione di una solidarietà etnica legata al nomen Etruscum, era una struttura stabile ma fluida, capace di integrare nel tempo centri emergenti al posto di quelli decaduti o conquistati; le sue assemblee (concilia Etruriae), riunite presso il Fanum Voltumnae, potevano deliberare interventi militari a sostegno di una singola città, ma la pratica religiosa vi occupava un posto centrale e le scelte politiche restavano prerogativa delle singole comunità, che condussero politiche anche divergenti.[104] Le identità civiche erano del resto ribadite da segni concreti, come le cinte murarie, che delimitavano lo spazio urbano, e, dall'inizio del V secolo a.C., le monetazioni cittadine, come quelle di Populonia e Vulci, che rafforzavano la coesione delle singole comunità politiche.[105]

Il particolarismo investe anche la scrittura. La documentazione epigrafica distingue due grandi aree scrittorie: in quella settentrionale (Etruria settentrionale e padana) il segno san indicava la sibilante /s/ e il sigma la sibilante palatale, mentre in quella meridionale (Etruria meridionale e campana) i valori dei due segni erano invertiti; Cerveteri e Veio fecero a lungo eccezione, rinunciando in un primo momento a ogni distinzione grafica. Le due aree si distinguevano anche nella notazione della velare sorda /k/, resa al nord con il semplice k di matrice greca e al sud con un sistema più complesso a tre segni (la cosiddetta regola "kacriqu"), poi semplificato nel solo c.[106][N 8] In età ellenistica l'Etruria settentrionale elaborò inoltre alfabeti propri, distinti dalle scritture meridionali.[107]

A queste differenze grafiche corrispondevano in parte differenze di lingua. Le iscrizioni documentano una varietà settentrionale dell'etrusco caratterizzata dalla palatalizzazione della sibilante davanti a consonante o a contatto con /i/: una delle parole per "città" suona così špur- nelle varietà settentrionali e spur- in quelle meridionali, e il prenome Laris compare come lariš al nord e laris al sud; tipica dell'etrusco recente settentrionale è anche la perdita dell'aspirazione di /th/ in fine di parola (lart accanto a larθ-ial nella Tabula Cortonensis).[108] Al di là di questi tratti, tuttavia, la lingua appare nel complesso notevolmente omogenea su tutto il territorio e per l'intera durata della documentazione: le variazioni dialettali di carattere geografico, certamente esistite, sono attestate in modo troppo sparso perché se ne possa ricavare un quadro coerente e sistematico,[109] e gli studi recenti di dialettologia etrusca individuano tratti locali solo a scala cittadina, come a Volsinii, dove varianti fonetiche e morfologiche affiorano soprattutto nelle iscrizioni di committenza non aristocratica.[110]

Particolarismi cittadini e regionali segnano infine la cultura materiale e l'economia: dai riti funerari, con la lunga persistenza della cremazione nell'Etruria settentrionale interna, alle tradizioni artistiche locali, come i canopi di Chiusi, la scultura in nenfro di Vulci o la pittura funeraria concentrata a Tarquinia, fino alle diverse vocazioni economiche del distretto minerario settentrionale e delle città mercantili della costa meridionale. Le stesse imprese marittime, come si è visto, vanno riferite alle singole città più che a un'immaginaria nazione etrusca unitaria.[111]

Alte cariche dello Stato

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Ai vertici della città-Stato etrusca stava in origine un re, designato dal termine etrusco lucumone (etr. lauchume). Verso la fine dell'età arcaica molte città passarono dalla monarchia a magistrature elettive, in una fase di grande sperimentazione istituzionale in cui alcuni centri conservarono o reintrodussero a tratti la regalità, mentre altri si diedero un assetto repubblicano. La principale magistratura cittadina era lo zilath, carica annuale ed eponima (dava cioè il nome all'anno), riservata all'aristocrazia e che si poteva ricoprire più volte; per funzioni e prestigio gli studiosi la ritengono grosso modo equivalente alla pretura romana. Accanto allo zilath sono attestate altre magistrature, come il maru, oltre a varianti dello zilath con specificazioni che ne definivano l'ambito di competenza, e una carica di livello sovracittadino, lo zilath mechl rasnal, che parte degli studiosi interpreta come magistrato a capo della lega dei popoli etruschi.[84]

Secondo la tradizione antica le insegne del potere passarono dall'Etruria a Roma con il quinto re Tarquinio Prisco: gli anelli, lo scettro, il paludamentum, la trabea, la sella curule, le falere, la toga pretesta e i fasci littori; agli Etruschi si faceva risalire anche il primo trionfo celebrato su un cocchio dorato a quattro cavalli, con toga ricamata d'oro e tunica palmata.[112] L'archeologia conferma il legame tra queste insegne e le magistrature etrusche: lo zilath e gli altri magistrati comparivano nelle processioni cerimoniali con la sella curule e i fasci, di cui un modello in miniatura in ferro è stato rinvenuto nella Tomba del Littore di Vetulonia.[84]

Gli eserciti e l'organizzazione militare

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Lo stesso argomento in dettaglio: Organizzazione militare degli Etruschi.
Elmo crestato di epoca villanoviana, 900-800 a.C. circa, conservato al Metropolitan Museum of Art di New York City

In assenza di uno Stato unitario, gli Etruschi non disponevano di un esercito federale: le truppe erano levate su base cittadina e la loro composizione rispecchiava la struttura aristocratica e clientelare della società. Mancando istituzioni capaci di imporre la partecipazione alle armi, erano in larga parte i grandi aristocratici a reclutare i propri dipendenti, la classe semilibera legata alla famiglia e alla terra; l'equipaggiamento era spesso fornito dal clan o dalla città, come lasciano supporre i 125 elmi di tipo Negau rinvenuti a Vetulonia e iscritti con un solo gentilizio (haspnas). Composizione e armamento potevano perciò variare molto da città a città, e tra l'Etruria meridionale, dove centri come Tarquinia e Veio potevano schierarsi come entità cittadine, e quella interna e settentrionale, dove prevaleva la leva per iniziativa dei singoli aristocratici e dei loro clan. Accanto alla fanteria pesante, i combattenti aristocratici figuravano come cavalieri, arcieri e, alla maniera omerica, su carro.[113]

Dall'armamento greco gli Etruschi adottarono l'elmo (di tipo corinzio e soprattutto del tipo Negau, di cui Vulci fu un centro di produzione), la corazza anatomica, gli schinieri e, dalla metà del VII secolo a.C., il grande scudo rotondo (aspis). L'adozione di questo equipaggiamento non ne fece però dei veri opliti: gli studiosi sottolineano che gli Etruschi non combattevano nella falange serrata di tipo greco. Armi come la kopis e l'ascia erano adatte al duello individuale, e lo stesso ampio aspis si prestava a uno schieramento aperto; il loro modo di combattere era insomma opposto a quello degli opliti, e la frequente immagine dell'oplita sui cippi vale piuttosto come ideale eroico ellenizzante e segno di status che come prova di una reale classe oplitica. Alla fine del IV secolo a.C. gli eserciti etruschi risultano organizzati in manipoli e armati di giavellotto e spada, secondo la descrizione di Livio.[113][114][115]

Il ruolo della donna

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Lo stesso argomento in dettaglio: Donne nella società etrusca.
Testa femminile in calcare dipinto di donna etrusca, da Chiusi, 150-100 a.C. circa

La donna nella società etrusca godeva di una posizione e di una visibilità sociale notevolmente superiori a quelle della donna greca e, in parte, della donna romana, e non era confinata alle sole attività domestiche. Mentre l'elemento di base della società era a Atene il cittadino-soldato e a Roma il pater familias, nell'aristocrazia etrusca l'unità fondamentale era la coppia sposata, in cui la nascita nobile della moglie contava quanto quella del marito; la donna poteva trasmettere ai figli il proprio rango e, verosimilmente, la proprietà.[116]

Sul piano onomastico, la donna etrusca aveva un proprio nome individuale (come Thanchvil, Ramtha, Thana) ed era designata, al pari dell'uomo, da una formula bimembre composta da prenome e nome gentilizio, a differenza delle donne romane, individuate dal solo gentilizio (Cornelia, Lucretia).[116] Nelle iscrizioni funerarie etrusche, accanto al patronimico compare talvolta anche il matronimico, pur con frequenza minore, segno del peso riconosciuto alla famiglia materna: sul sarcofago di un Velthur della Tomba dei Partunu a Tarquinia (III secolo a.C.) il defunto è indicato come «figlio di Laris e di Thanchvil Culcnei».[117] La donna, inoltre, conservava il proprio nome anche da sposata, come mostra l'epitaffio di «Larthi Spantui, figlia di Larce Spantu, moglie di Arnth Partunus», sepolta nella tomba del marito ma designata con il proprio gentilizio paterno.[117]

Le iscrizioni di possesso su oggetti d'uso mostrano la donna, al pari dell'uomo, titolare di diritti reali sui beni fin dal periodo orientalizzante: su un piatto da Caere, per esempio, l'oggetto «parla» in prima persona dichiarandosi proprietà di una donna, Nuzinai.[118] Le stesse iscrizioni attestano che, nei ceti alfabetizzati, le donne sapevano leggere e scrivere: l'alfabetismo femminile è documentato anche dagli specchi bronzei istoriati, spesso recanti iscrizioni e scene del mito greco, che venivano donati alle spose. La donna risulta inoltre titolare di tombe, sarcofagi e urne, e non mancano corredi femminili di eccezionale ricchezza, come quello della cosiddetta Larthia della Tomba Regolini-Galassi di Caere, indizio diretto del prestigio e della ricchezza della defunta.[116]

Le donne non erano relegate alla sfera privata. La loro presenza in un ruolo pubblico è suggerita da un gruppo di iscrizioni da una tomba di Vulci che le qualificano con il titolo di hatrencu: se in passato il termine era stato interpretato come "sacerdotessa" (così Massimo Pallottino), uno studio recente vi riconosce piuttosto un titolo civico, forse una vera e propria magistratura assunta da donne etrusche in particolari circostanze storiche. Alle donne dell'aristocrazia erano comunque riconosciute anche competenze religiose e divinatorie, come lascia intendere il ritratto liviano di Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, «esperta, come lo sono di solito gli Etruschi, nell'interpretazione dei prodigi celesti».[116][119]

L'aspetto che più colpì gli osservatori antichi fu la partecipazione delle donne al banchetto. Aristotele annotava che gli Etruschi banchettavano con le mogli «sdraiati sotto la stessa coperta»,[120] e l'iconografia lo conferma: dal Sarcofago degli Sposi di Caere (VI secolo a.C.) alle pitture della Tomba dei Leopardi di Tarquinia, marito e moglie appaiono distesi insieme sulla stessa Klìne. Per i Greci, presso i quali alle mense e ai simposi erano ammesse solo le etere, questo costume era scandaloso: lo storico Teopompo (metà del IV secolo a.C.) lo descrisse come segno di dissolutezza, ma si trattava di un fraintendimento, dovuto alla lettura del costume etrusco attraverso il ben diverso e più rigido modello femminile della Grecia classica. Anche le donne romane accompagnavano i mariti ai banchetti, ma vi sedevano accanto al letto, senza distendersi come le etrusche.[116]

La libertà di movimento e il prestigio delle donne dell'aristocrazia sono confermati dalla presenza, in alcune deposizioni femminili, di carri e di elementi di finimenti equini, e dalla loro partecipazione a manifestazioni pubbliche: nella tarquiniese Tomba delle Bighe (fine VI-inizio V secolo a.C.), tra il pubblico delle gare atletiche raffigurato sulle tribune compaiono, accanto agli uomini, anche donne.[116]

Nonostante la maggiore libertà e autonomia di cui godeva, la donna etrusca non viveva tuttavia in una società matriarcale, bensì in una società che restava imperniata sull'autorità del marito come capo della famiglia: la tesi di un matriarcato etrusco, formulata nell'Ottocento da Johann Jakob Bachofen e a lungo influente, si è infatti rivelata infondata.[121][122]

Abitazioni etrusche

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Museo archeologico nazionale di Adria, modello in scala della casa di un artigiano etrusco.

Le abitazioni etrusche erano costruite in gran parte con materiali deperibili, legno, terra e mattoni crudi, per cui degli abitati di età villanoviana e orientalizzante resta poco: gran parte di ciò che sappiamo deriva dalle tombe, costruite in pietra e talora dipinte con scene di vita quotidiana, e dalle urne a capanna, che riproducono in piccolo le case dei vivi.[123]

Nell'età del ferro si viveva in capanne a pianta ovale, quadrata o rettangolare, con tetto spiovente su tutti i lati, della superficie di una decina di metri quadrati. Nel corso del periodo orientalizzante le capanne lasciarono il posto a case rettangolari a più vani, impostate su fondazioni in pietra e su un'orditura di pali lignei, con pareti in mattoni crudi oppure realizzate con la tecnica del pisé, comprimendo entro casseri un impasto di terra, ghiaia, sabbia e argilla. Dalla metà del VII secolo a.C. circa comparvero le coperture in tegole e coppi di tipo laconico o corinzio, e le case furono spesso dotate di un portico sul lato d'ingresso.[123]

Entro il VI secolo a.C. si afferma la casa ad atrio: il cortile interno viene racchiuso nell'edificio e dotato di un'apertura nel tetto (compluvium) che convogliava l'acqua piovana in una vasca ribassata (impluvium). Vitruvio attribuisce proprio agli Etruschi l'invenzione di questo tipo, l'atrium tuscanicum, che è il modello da cui derivò la più tarda domus romana e pompeiana. Un esempio compiuto è la cosiddetta Casa dell'Impluvium di Roselle, della prima metà del VI secolo a.C., con un ampio atrio dotato di compluvium e impluvium e un sistema di raccolta delle acque; la stessa articolazione si riflette nell'architettura funeraria, come nella Tomba degli Scudi e delle Sedie di Cerveteri (intorno al 600 a.C.).[123][124]

Un capitolo a sé sono i grandi complessi aristocratici organizzati intorno a una corte, distinti dalle case comuni e riccamente decorati con coperture fittili, antefisse, lastre di fregio e statue acroteriali. Il caso meglio noto è Poggio Civitate (Murlo), dove a un complesso di età orientalizzante (metà del VII secolo a.C.) seguì, dopo un incendio, un edificio arcaico ancora più monumentale della prima metà del VI secolo a.C., cui appartengono il celebre fregio in terracotta e le statue acroteriali, tra cui le figure maschili sedute con largo cappello a tesa. Un complesso analogo e coevo è quello di Acquarossa, presso Viterbo.[123][125]

Abbigliamento

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Urna etrusca policroma conservata nel Museo archeologico nazionale dell'Umbria.

L'abbigliamento etrusco non rimase immutato nel corso dei secoli. Oltre quello di fase villanoviana, Larissa Bonfante, nello studio di riferimento sull'argomento, ne ha articolato lo sviluppo in ulteriori quattro fasi: una fase orientalizzante (650-550 a.C. circa), in cui accanto alle fogge di ascendenza vicino-orientale e greca abbondano mode locali come il perizoma maschile; una fase «ionica» (550-475 a.C.), in cui l'influsso della Ionia investe chitoni, mantelli, calzature, copricapi e acconciature e dà forma a un riconoscibile aspetto etrusco, con il chitone ionico, il mantello arrotondato (la tebenna) e le calzature a punta (calcei repandi); una fase «classica» (475-300 a.C.), segnata dal prevalere dei modelli attici; e una fase ellenistica (300-100 a.C.), che si chiude con l'adozione del costume romano.[126]

Le calzature a punta, adottate verso la metà del VI secolo a.C. da entrambi i sessi sul modello delle mode dell'Anatolia occidentale, dai primi decenni del V secolo compaiono solo su figure femminili come segno di status, restando fino a età tarda attributo di divinità come Uni-Giunone Sospita.[127] Dal IV secolo a.C. gli abiti etruschi presentano inoltre chiare connessioni, nella forma o nel significato, con il costume romano, dal mantello figurato indossato da Vel Saties nella Tomba François di Vulci alla tunica con clavi della statua dell'Arringatore.[128]

I principali materiali tessili erano la lana, ricavata dalle pecore, e il lino, accanto a fibre vegetali minori come canapa e ortica e, per usi particolari come i sudari, perfino l'amianto. La produzione tessile, strettamente legata all'agricoltura, comprendeva la filatura con fuso e conocchia e la tessitura al telaio verticale a pesi, ed era in larga parte affidata alle donne: la lavorazione del filo è raffigurata sul trono ligneo di Verucchio e sul tintinnabolo della Tomba degli Ori di Bologna, e gli strumenti da filatura deposti in ricche sepolture femminili ne erano un simbolo di prestigio.[129]

Gli abiti etruschi erano spesso vivacemente colorati, come mostrano statue, vasi e pitture tombali. I tessuti venivano tinti con guado, robbia e altre piante tintorie, e in alcune sepolture ellenistiche di Perugia (Strozzacapponi) è oggi attestata anche la costosissima porpora di origine animale; i tessuti più sontuosi erano intessuti con filo d'oro, e i panni potevano essere finemente pieghettati. Lo stesso mantello etrusco è all'origine della toga romana, che ne conservò il bordo decorativo, talora tinto di porpora, come segno di rango.[129]

Alimentazione

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Vaso a forma di cinghiale, 600-500 a.C.; ceramica etrusca

L'Etruria era rinomata presso i Romani per la fertilità delle sue terre e l'abbondanza di grano, in particolare il farro: alimento base della dieta, fu all'origine del puls romano, e le città etrusche rifornirono Roma di cereali fin dal V secolo a.C. e durante le guerre puniche. Accanto ai cereali, consumati soprattutto sotto forma di polente e zuppe, la dieta comprendeva legumi come fave, piselli e ceci, oltre a castagne, e si avvaleva dei prodotti della vite, dell'olivo e del fico.[130]

La carne proveniva dal maiale, dalla pecora, dalla capra e dai bovini, oltre che dalla selvaggina, in particolare il cinghiale. Il suo consumo era legato a un'aristocrazia, come mostrano gli spiedi e gli schidioni in bronzo rinvenuti nelle ricche tombe di età orientalizzante; non si tratta dunque di una "forchetta" da tavola di uso individuale, come talvolta si è ritenuto, ma di strumenti per arrostire e servire le carni. Diffusa era anche la produzione di formaggio, documentata dalle numerose grattugie bronzee deposte nelle tombe principesche, mentre il consumo di pesce è attestato, tra l'altro, dalle pitture della Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia. Un posto centrale, anche rituale, spettava al vino. Cibo e bevande potevano del resto comunicare il rango: carne, formaggio, uova e vino erano anche segni di status sociale.[130]

Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina etrusca.

La medicina etrusca ebbe una forte componente religiosa: la conoscenza del corpo derivava più dalla devozione e dall'ispezione rituale delle viscere animali, l'aruspicina, che da un'indagine scientifica, e l'esame del fegato a fini divinatori non si tradusse in un vero sapere anatomico-medico. Sul piano pratico gli Etruschi conoscevano l'estrazione dei denti e la trapanazione cranica, praticata occasionalmente come trattamento di fratture e traumi del cranio. L'aspetto più notevole è però l'odontoiatria: si conosce una ventina di sepolture i cui crani recano ancora ponti e protesi dentarie in oro, tra i più antichi esempi noti, in origine collegati anche all'asportazione deliberata e cosmetica dei denti anteriori, attestata soprattutto in deposizioni femminili.[131]

Tra il IV secolo a.C. e l'età augustea si diffuse la consuetudine di offrire nei santuari votivi anatomici in terracotta: modelli di teste, arti e organi interni, deposti in oltre duecento luoghi di culto legati a riti di guarigione. Tra questi compaiono anche modelli di utero, talvolta con una protuberanza all'interno, messi in relazione con la salute riproduttiva e la fertilità femminile.[131] L'ipotesi che essi costituiscano la più antica raffigurazione della vita intrauterina è stata avanzata,[132] ma la letteratura specialistica vi riconosce piuttosto la resa stilizzata dell'utero, anche nella forma bicorne.[131]

Stazioni termali

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Lo stesso argomento in dettaglio: Scavi archeologici di San Casciano dei Bagni.
Veduta da sud del Complesso Sacro Termale Etrusco e Romano di Sasso Pisano cosiddetto "Il Bagnone"

Gli Etruschi sfruttarono le sorgenti termo-minerali della loro terra, scegliendo i luoghi di culto in funzione delle proprietà naturali, e probabilmente terapeutiche, dell'acqua calda. Santuari e depositi votivi connessi a sorgenti e vasche di acqua calda sono attestati in Etruria almeno dal VII secolo a.C., come ad Aquae Caeretanae presso Cerveteri e nel santuario di Aquae Apollinaris a Stigliano; fu da questa tradizione, comune anche alla Sabina e al Lazio, che Roma ereditò e trasformò l'uso terapeutico delle acque, aggiungendovi l'ipocausto per il riscaldamento artificiale. Nell'Etruria interna e nella Toscana meridionale la continuità d'uso è documentata in numerosi siti, come la sorgente dei Fucoli con il santuario di Sillene a Chianciano Terme e il complesso di Campo Muri a Rapolano Terme.[133]

Vapore che sale dalla vasca termale grande in San Casciano dei Bagni

L'unico complesso termale propriamente etrusco conservatosi fino a oggi è quello di Sasso Pisano (Castelnuovo Val di Cecina), in un'area di intensa attività geotermica lungo l'antica via tra Volterra e Populonia, alla confluenza delle valli del Cecina e della Cornia. Legato al culto di divinità salutari, comprendeva un portico d'ordine dorico in blocchi squadrati di calcare, riferibile alla fase più antica ellenistica (III secolo a.C.); intorno alla metà del II secolo a.C. il complesso fu ampliato con due edifici termali, dotati di vasche e di ambienti di servizio e alimentati da un articolato sistema di canalette in calcare, oltre che con numerosi vani per l'accoglienza dei visitatori e dei pellegrini. Il carattere sacro è confermato da statuette votive di impronta volterrana (una Menerva in piombo e stagno e un piccolo offerente in bronzo), mentre una tegola con bollo etrusco, spural huflunas («della città»), ne attesta la destinazione pubblica; il complesso è probabilmente identificabile con una delle Aquae (Volaterrae o Populoniae) indicate nella Tabula Peutingeriana. Una frana lo danneggiò sul finire del I secolo a.C. e ne seguì un abbandono protrattosi per circa un secolo; parzialmente ristrutturato, il complesso rimase poi attivo fino al termine del III secolo d.C. Secondo gli studi più recenti le sue origini risalgono al tardo V-IV secolo a.C.[133][134][135]

La testimonianza più importante emersa di recente è il santuario etrusco-romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni (Siena), al confine tra Toscana, Umbria e Lazio, in antico parte del territorio della città-Stato di Chiusi. Riportato alla luce a partire dal 2020, il santuario risulta frequentato già dalla fine del III secolo a.C. e rimase attivo fino agli inizi del V secolo d.C.: attorno a una sorgente di acqua calda (che sgorga a 41,5 °C) una vasca sacra etrusca fu monumentalizzata all'inizio del I secolo d.C. con un portico romano, più volte ricostruito e infine smantellato nel V secolo d.C. Lo spettro termo-minerale dell'acqua e del fango ha permesso la conservazione eccezionale di un deposito votivo intatto e stratificato all'interno della vasca.[133][136]

Accanto ai più comuni bronzetti votivi a figura umana, il deposito ha restituito eccezionali statue in bronzo a grandezza naturale e parti anatomiche (divinità, membri dell'élite, infanti in fasce, orecchie, mammelle e arti), databili tra la fine del III secolo a.C. e il I secolo d.C., insieme a offerte vegetali (pigne, legna tagliata ritualmente, semi), oltre cinquemila monete romane e iscrizioni etrusche che menzionano la divinità della sorgente (il flere di Havens), affiancate da iscrizioni latine coeve dedicate al Fons; ad altari di II-III secolo d.C. si legano i culti di Apollo, Fortuna Primigenia e Iside, mentre dalla vasca proviene anche una statuetta marmorea di Igea. Il rinvenimento, nella stessa vasca, di uno strumento chirurgico in bronzo e di lastre votive poliviscerali che riproducono torsi aperti documenta una pratica realmente medica, di tipo balneoterapico, in un contesto in cui religione e cura erano inseparabili. La scoperta delle statue in bronzo fu annunciata dal Ministero della Cultura nel novembre 2022.[133]

Giochi e passatempi

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Tra i passatempi etruschi vi era il cottabo (kottabos), gioco conviviale di origine greca in cui i banchettanti lanciavano dalla kylix gli ultimi sorsi di vino verso un sostegno metallico, cercando di colpire e far cadere con fragore il piattello in equilibrio alla sua sommità. In Etruria il gioco è documentato dai numerosi sostegni bronzei deposti nelle tombe come parte dei servizi da simposio, dalla fine del VI secolo a.C. all'età ellenistica, e da raffigurazioni vascolari di ambito dionisiaco, mentre compare solo raramente nelle scene di banchetto delle tombe dipinte tarquiniesi; vi rimase in uso fino al III secolo a.C., ben oltre il suo abbandono in Grecia.[137] Le pitture funerarie documentano anche il cosiddetto gioco del Phersu: nella Tomba degli Àuguri di Tarquinia (intorno al 520 a.C.) un uomo incappucciato e armato di clava è aggredito da un cane aizzato da un personaggio mascherato, chiamato appunto phersu, cioè «maschera», termine che corrisponde al latino persona. La scena, a lungo interpretata come una sorta di corrida, raffigura in realtà questo gioco cruento; l'ipotesi che vi si debba riconoscere il prototipo dei combattimenti gladiatori romani è respinta dagli studiosi, che ne collocano l'origine piuttosto in area campano-lucana.[138]

Lo stesso argomento in dettaglio: Religione etrusca e Mitologia etrusca.
I Cavalli Alati di Tarquinia (IV-III secolo a.C.), celebre altorilievo fittile che decorava il frontone del tempio dell'Ara della Regina; l'opera, oggi conservata al Museo archeologico nazionale di Tarquinia, costituisce una delle massime testimonianze della plastica templare etrusca collegata ai luoghi di culto.
(latino)
«Gens itaque ante omnes alias eo magis dedita religionibus quod excelleret arte colendi eas...»
(italiano)
«Era infatti un popolo più di tutti gli altri dedito alle pratiche religiose, perché eccelleva nell'arte di esercitarle...»

La religione occupava un ruolo centrale nella vita privata e pubblica degli Etruschi, al punto che Massimo Pallottino poté definirla l'aspetto meglio conosciuto della loro civiltà, poiché gran parte della documentazione archeologica e delle fonti antiche sugli Etruschi ha, in un modo o nell'altro, una connessione con la sfera religiosa.[139] La conoscenza che ne abbiamo è tuttavia diseguale e in larga parte indiretta, ed è soggetta al rischio di anacronismo, poiché molti elementi noti per le fasi più recenti non sono attestati in quelle più antiche.

Le fonti per la conoscenza

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Il Liber linteus Zagrabiensis conservato al Museo archeologico di Zagabria

Non è sopravvissuta alcuna letteratura etrusca, né poemi epici né testi religiosi o filosofici in lingua etrusca: la conoscenza della religione deriva quindi dai resti delle città e delle necropoli, dalla documentazione epigrafica e dalla tradizione letteraria greca e latina.[140] Le iscrizioni etrusche note sono circa 8600, datate fra il VII e il I secolo a.C. e per la maggior parte brevi (epitaffi e dediche); si distinguono in iscrizioni rituali, giuridiche, funerarie e votive, e sono direttamente connesse alla religione.[140] Nei periodi orientalizzante e arcaico la scrittura stessa ebbe un carattere sacrale e aristocratico.[140] I testi religiosi più estesi sono pochi e tardi: il Liber linteus Zagrabiensis, il più lungo testo etrusco conservato, in origine un libro rituale di lino di età ellenistica riutilizzato per bendare una mummia,[141] la Tabula Capuana e il Fegato di Piacenza.

Il corpo dottrinale della religione etrusca, che i Romani chiamarono Etrusca disciplina, è noto quasi esclusivamente attraverso la mediazione erudita romana. Nulla di ciò che riguarda i testi profetici o sacerdotali etruschi può essere fatto risalire con sicurezza a prima del I secolo a.C., quando la civiltà etrusca era ormai pienamente assorbita nella cultura romana dominante.[139] A tradurre e commentare gli antichi libri furono autori etruschi romanizzati o romani: Tarquizio Prisco, autore di un Ostentarium Tuscum e di una traduzione delle profezie della ninfa Vegoia; Nigidio Figulo, cui si deve un calendario brontoscopico sopravvissuto in traduzione greca; Aulo Cecina, autore di un De Etrusca disciplina; e Cornelio Labeone.[142] A questi si aggiungono le testimonianze di Cicerone (De divinatione), Seneca (Naturales quaestiones) e Livio. Poiché tali fonti filtrano la religione etrusca attraverso categorie romane, ogni loro lettura richiede cautela per evitare l'interpretazione romanizzante.

Sviluppo storico

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Le origini (età del ferro)

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Elemento di collana (?) in lamina d'oro su rame, di provenienza incerta (Bolsena?), databile al 720-675 a.C. circa e conservato al Museo del Louvre (Bj 2404). Il decoro a sbalzo, di prima età orientalizzante, accosta quattro svastiche alternate a borchie a cerchi concentrici e una fila di quattordici anatre stilizzate, motivo ornitomorfo che prosegue il repertorio di tradizione villanoviana.[143][144]

La documentazione relativa ai centri protourbani in fase villanoviana del IX e VIII secolo a.C. è reticente ma non del tutto assente. Nel repertorio decorativo della ceramica funeraria, del vasellame metallico e dell'armamento ricorrono motivi (dischi, spirali, la cosiddetta "barca solare") che rimandano a una religione di tipo uranico, legata all'astro diurno e al suo moto, in cui gli uccelli, frequentissimi, fungono da mediatori fra sfera celeste e terrestre; non mancano tracce di culti ctoni e in grotta, mentre il culto funerario lascia intravedere la credenza nel trasferimento del defunto in un mondo "altro".[145]

L'espressione più caratteristica di questa religiosità è l'iconografia della «barca solare ornitomorfa», il disco solare affiancato da protomi di uccelli acquatici, realizzata a sbalzo su un'importante serie di manufatti in lamina di bronzo: armi da parata (elmi a calotta e crestati, isolatamente uno scudo e una corazza), vasellame cerimoniale e da banchetto e perfino un'urna a capanna. I ventisette esemplari noti in Italia si concentrano soprattutto nell'Etruria meridionale, a Tarquinia, Veio e Bisenzio, e derivano lo stile dalle situle dell'area danubiano-carpatica della tarda età dei Campi di Urne, a documentare i forti legami delle officine villanoviane con l'Europa continentale. Contrariamente a una vecchia lettura che vi vedeva un motivo nordico degradato a puro ornamento, questo stile allusivo e rigidamente codificato è oggi inteso come un codice di comunicazione cerimoniale, la cui adozione sui segni distintivi di una ristretta élite alludeva forse a uno status concepito come ottenuto per intercessione divina.[146] Nel corso dell'VIII secolo a.C. questa simbologia di tradizione protostorica entrò in crisi: sui morsi equini e sul vasellame l'iconografia ornitomorfa cedette progressivamente il passo a quella del cavallo, concreta prerogativa del potere della nascente aristocrazia, mentre comparivano le prime, isolate figure umane, come quella ripetuta cinque volte sul bacile dalla tomba 23 della necropoli di Valle La Fata a Veio, la cui interpretazione resta discussa (personificazione del sole, oranti, antenati protettivi).[147] Quanto resti dell'originario significato religioso nelle progressive rielaborazioni del motivo, sempre più aperte al gusto decorativo, è questione dibattuta; costante è invece la sua funzione di segno di rango elevato, coerente con l'affermarsi di una classe aristocratica nell'Etruria dell'VIII secolo a.C.[148]

L'idea, di matrice ottocentesca, che gli Etruschi delle origini concepissero il soprannaturale solo come un insieme di forze oscure e poteri dai contorni indefiniti è oggi respinta: l'attribuzione di un nome a una divinità, che la rende individua e distinta, è in Etruria, come in Grecia e a Roma, un processo antichissimo. L'analisi dell'onomastica divina porta a datare la formazione di un pantheon strutturato almeno al IX secolo a.C.[149] Alla sfera del sacro di questa fase appartengono le figure femminili nude, spesso interpretate come entità soprannaturali protettrici del defunto, fra cui la statuetta d'avorio dal Circolo della fibula di Marsiliana.[149]

L'orientalizzante e l'antropomorfizzazione

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È tradizione che gli Etruschi siano stati i primi in Italia a dare forma umana agli dèi, pratica che avrebbero trasmesso ai Romani, privi di immagini divine prima dei re etruschi.[150] L'antropomorfizzazione viene comunemente ricondotta al contatto con la grecità, e ciò vale senz'altro per l'iconografia divina consolidatasi alla fine dell'orientalizzante; tuttavia le prime immagini di divinità si devono in realtà all'influsso della cultura figurativa e religiosa orientale, dove l'uso di raffigurare gli dèi in forma umana era millenario.[150]

L'identificazione con il pantheon greco (età arcaica e classica)

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Una rappresentazione di Tinia, terracotta, 300-250 a.C., conservato allo Staatliche Antikensammlungen di Monaco di Baviera

In età arcaica le maggiori divinità locali furono identificate con quelle greche (Tinia con Zeus, Uni con Era, Menrva con Atena, Turan con Afrodite), in un processo sincretistico promosso dall'istituzione del santuario e dal suo personale sacerdotale.[151] Decisiva, e contraria all'idea di una dipendenza dei culti etruschi dal modello greco, è l'osservazione dell'onomastica: malgrado l'enorme influsso greco in ogni campo, i teonimi di origine ellenica accolti nel pantheon etrusco sono pochissimi (essenzialmente Aritimi/Artumes da Artemide, Hercle da Eracle e, assai più tardi, Aplu da Apollo), perché lo spazio del sacro era già occupato da divinità indigene quando giunsero quelle greche, che imposero le proprie storie e iconografie ma non i propri nomi.[149] Un secondo nucleo di teonimi, consistente ma minoritario, è di prestito italico: Uni, Menerva e Nethuns derivano dal latino o italico Iuno, Minerva e Neptunus, e non viceversa.[149][152]

L'identificazione con il modello greco non fu mai completa: Tinia, ad esempio, conserva in alcuni contesti regionali tratti ctoni estranei allo Zeus greco, e a Pyrgi, sotto Thefarie Velianas (fine VI secolo a.C.), Uni fu identificata con la fenicia Astarte.[151] Accanto agli dèi maggiori esisteva inoltre una folla di divinità minori, una vera plebs deorum, spesso priva di corrispondenti precisi e raccolta in corteggio attorno a una divinità maggiore, come nel caso del seguito di Turan.[151]

La sopravvivenza nel mondo romano

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La fine dell'autonomia politica etrusca e la scomparsa della lingua (la più tarda iscrizione nota è un'urna bilingue da Arezzo di età tiberiana) non comportarono la fine della religione etrusca: l'Etrusca disciplina sopravvisse all'interno della religione romana e l'aruspicina, lungi dal decadere, conobbe anzi una diffusione senza precedenti in tutto l'Impero, attestata da oltre un centinaio di iscrizioni di aruspici (haruspices) pubblici, municipali, legionari e privati.[153] Consultati dal senato in età repubblicana e poi dagli imperatori, che disponevano di aruspici personali, gli specialisti etruschi erano organizzati nell'ordo sexaginta haruspicum, costituito probabilmente poco dopo la conquista di Volsinii nel 264 a.C.[154] Nel 47 d.C. l'imperatore Claudio ne promosse il rilancio, definendo la disciplina la più antica scienza d'Italia (vetustissima Italiae disciplina), per opporla alle externae superstitiones, i culti stranieri in espansione.[155]

La pratica persistette fino alla tarda antichità: aruspici accompagnavano Giuliano nella spedizione persiana, nel 408 si propose di ricorrere alla loro arte contro i Goti di Alarico, e Agostino ricorda di averne consultato uno a Cartagine.[156] La componente etrusca poté porsi come alternativa al cristianesimo per alcuni suoi caratteri peculiari: era una religione del libro e una religione rivelata, fondata sull'insegnamento dei profeti Tagete e Vegoia, era una scienza divinatoria capace di rispondere all'ansia per il futuro propria dell'epoca, e soprattutto offriva dottrine precise sull'aldilà, raccolte nei Libri Acheruntici, là dove la tradizione romana disponeva solo di nozioni vaghe.[157] Su questi temi si concentrò nel III secolo l'opera dell'erudito Cornelio Labeone.[158]

In questa fase la tradizione subì innesti tardi di matrice giudaico-cristiana: a essa fu attribuito, ad esempio, un racconto della creazione del mondo che ricalca la Genesi, conservato dalla Suda, mentre vi penetravano idee millenaristiche estranee alla dottrina originaria dei saecula.[159] Significativamente, mentre l'augurato, che in età repubblicana poteva apparire la controparte romana dell'aruspicina, perse ogni rilievo sotto l'Impero, l'aruspicina di tradizione etrusca rimase viva.[160]

Il pantheon etrusco è noto soprattutto per l'età classica ed ellenistica, attraverso la documentazione figurata (statuaria votiva, specchi bronzei iscritti, terrecotte architettoniche) e le iscrizioni. Le corrispondenze con le divinità greche e romane, qui indicate per comodità, vanno intese come comparazioni e non come equivalenze: raramente una divinità etrusca coincide esattamente con una greca o romana, ed è preferibile servirsi delle forme etrusche dei nomi per non introdurre assunti indebiti.[152] Un tratto caratteristico del pantheon etrusco, rispetto agli Olimpi greci e al pantheon romano, è la marcata componente ctonia: molte divinità sono potenti tanto nel mondo dei vivi quanto in quello dei morti.[161]

Le divinità maggiori

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Antefissa con Menrva (Minerva), proveniente da Bolsena, terracotta, prima metà del II secolo a.C., conservata al Museo archeologico nazionale di Firenze, Inv. 79074

La divinità suprema era Tinia (Tin), confrontabile con Zeus e Giove, raffigurato come giovane imberbe o come uomo barbato.[152] Sua sposa era Uni, confrontabile con Era e Giunone, divinità principale di importanti santuari come quello di Pyrgi, dove sotto Thefarie Velianas (fine VI secolo a.C.) fu identificata con la fenicia Astarte.[162] La terza grande divinità era Menrva, confrontabile con Atena e Minerva: le fonti non la presentano come figlia di Tinia e Uni, schema che ricalca la più tarda triade capitolina romana, ma la mostrano accanto a Uni e Turan come parte di una "famiglia degli dèi" raffigurata in armonia.[163]

A differenza dello Zeus greco, unico signore del fulmine, la folgore di Tinia era condivisa con altre divinità; lo stesso fulmine è inoltre attributo frequente di Menerva, documentato dalle manubiae minervales delle fonti e dai numerosi specchi che la raffigurano in volo, armata della folgore a forma di fiore.[164]

Altre divinità

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  • Aplu (Apulu), confrontabile con Apollo, in Etruria fortemente connesso con l'oltretomba: era il dio del Monte Soratte (in latino Apollo Soranus, Dis Pater), identificato da Giovanni Colonna con Śuri.[161]
  • Turms, confrontabile con Ermes e Mercurio, con funzione di psicopompo (attestato anche come Turms Aitas, "Turms dell'oltretomba").[163]
  • Turan, confrontabile con Afrodite e Venere, attorno alla quale si raccoglie un corteggio di figure minori, fra cui Turnu (il giovane dio alato dell'amore, confrontabile con Eros), il suo amato Atunis (Adone) e Alpan.[161][163]
  • Laran, dio della guerra (e non Maris, come ritenevano studiosi più antichi), confrontabile con Ares e Marte, il cui pendant femminile armato è Menerva.[163]
  • Fufluns, confrontabile con Dioniso e Bacco, anch'egli potente nell'oltretomba, ragione per cui la sua edera era dipinta nelle tombe.[161]
  • Nethuns, confrontabile con Poseidone e Nettuno, raffigurato con il tridente.[162]
  • Sethlans, confrontabile con Efesto e Vulcano.[162]
  • Aritimi o Artumes, confrontabile con Artemide e Diana, "signora degli animali" (in Etruria associata ai lupi) e dea delle assemblee umane.[163]
  • Maris, divinità connessa con l'infanzia, distinta dal dio della guerra.[163]
  • I Tinas Cliniar ("figli di Tinia"), confrontabili con i Dioscuri, particolarmente venerati in contesto funerario come aiutanti nel passaggio dalla vita alla morte.[163]
  • Vei, confrontabile con Demetra, divinità materna e ctonia che si prendeva cura dei defunti, forse identificabile con Cel Ati ("madre terra").[161]

Al vertice della lega dei dodici popoli etruschi stava Veltha o Voltumna (in latino Vertumnus), cui era dedicato il santuario federale del Fanum Voltumnae presso Volsinii.[165]

Le divinità cosmiche

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Un gruppo distinto è costituito dalle divinità legate agli astri e agli elementi: Usil (il sole, attestato anche sul Fegato di Piacenza), Thesan (l'aurora, confrontabile con Eos e Aurora, che ricevette culto), Tivr (la luna), Catha, Cel (la terra) e Culsans, dio bifronte connesso con le porte, confrontabile con Giano.[162][163]

Le divinità infere

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Gli Inferi erano governati da una coppia di sovrani: Aita (anche Calu), confrontabile con Ade, Dis Pater e Plutone, e la sua sposa Phersipnei, confrontabile con Persefone e Proserpina.[162] Accanto a queste divinità l'immaginario etrusco dell'oltretomba era popolato da numerose figure demoniache, trattate più ampiamente nella sezione dedicata all'oltretomba.

La divinazione e l'Etrusca disciplina

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Statua votiva di fanciullo nudo seduto, cosiddetto 'Putto Carrara', fine IV-inizi III sec. a.C., identificato con Tagete. Rinvenuta a Tarquinia nel 1770. Musei Vaticani, Museo Gregoriano Etrusco

La divinazione occupava nella religione etrusca un ruolo centrale, fondato sulla convinzione che ogni evento esprimesse la volontà divina. Seneca colse questa concezione, di "finalismo mistico", osservando che, mentre i Greci e i Romani ritenevano che i fulmini fossero generati dallo scontro delle nubi, gli Etruschi credevano che le nubi si scontrassero al fine di generare i fulmini: per loro il dio stesso predispone i fenomeni per comunicare agli uomini la propria volontà, e all'uomo pio spetta coglierne il messaggio per ringraziare la divinità o correre ai ripari con cerimonie espiatorie.[166]

(latino)
«Hoc inter nos et Tuscos, quibus summa est fulgurum persequendorum scientia, interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmina emitti; ipsi existimant nubes collidi ut fulmina emittantur. Nam, cum omnia ad deum referant, in ea opinione sunt tamquam non, quia facta sunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant.»
(italiano)
«Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi, che tengono in massima considerazione la scienza di tener dietro ai fulmini: noi crediamo che i fulmini siano provocati dallo scontro tra le nubi; essi ritengono che le nubi si scontrino al fine di provocare i fulmini. Infatti, poiché riconducono ogni cosa al divino, sono dell'opinione che le cose non abbiano un significato limitato al fatto di essere avvenute ma che accadano per portare un messaggio.»

Le fonti antiche distinguono l'origine profetica della religione, affidata a figure rivelatrici come Tagete e Vegoia, dalla sua pratica divinatoria, affidata ai sacerdoti che interpretavano i segni alla luce della dottrina rivelata.[167] Secondo il racconto di Cicerone, nelle campagne di Tarquinia un aratore tracciò un solco più profondo del solito, dal quale balzò fuori Tagete, un essere dall'aspetto di fanciullo ma dotato della saggezza di un anziano (la figura archetipica del puer senex); accorsa l'intera Etruria, egli dettò i precetti della scienza sacra, che furono subito messi per iscritto e considerati la fonte stessa della dottrina etrusca.[168] Alla ninfa Vegoia (in etrusco Lasa Vecuvia) si attribuiva invece la dottrina dei confini e parte di una cosmologia.[169] Il tema della trasmissione della dottrina (traditio disciplinae) è generalmente riconosciuto nello specchio di Tuscania, variamente datato fra la metà del IV e gli inizi del III secolo a.C., che raffigura una scena di estispicio con i sacerdoti Pava Tarchies e Avl Tarchunus.[170]

Il termine etrusco per "sacerdote" era cepen (anche cipen), attestato già nel VII secolo a.C. e frequente nel Liber linteus; le iscrizioni funerarie tramandano vari titoli sacerdotali, fra cui maru e, per le donne, hatrencu.[171] Il nome etrusco dell'aruspice era netsvis: l'iscrizione bilingue di un certo Larth Cafates accosta l'etrusco netsvis trutnvt frontac al latino haruspex fulguriator, mostrando che a un'unica figura latina corrispondevano due competenze etrusche distinte, quella sulle viscere e quella sui fulmini.[172] L'aruspice indossava un costume dai tratti arcaici, con una veste e un copricapo a calotta appuntita (apex) ricavati dalla pelle di una vittima, simile a quello dei flamines romani, e portava il lituo, il bastone ricurvo associato all'attività divinatoria.[173]

Gli aruspici costituivano un sacerdozio fortemente professionalizzato e di rango aristocratico, organizzato in collegi pubblici: un'iscrizione da Volsinii (Bolsena), databile al III secolo a.C., documenta un collegio di quattro netsviser (plurale di netsvis), e l'identità netsvis = haruspex è confermata dalla bilingue etrusco-latina di Pesaro.[174] La dottrina si trasmetteva in seno alle grandi famiglie, e il senato romano, per quanto riferisce Cicerone, imponeva alle aristocrazie delle città etrusche di avviare alcuni figli allo studio dell'Etrusca disciplina (Etruria principes disciplinam doceto).[175] Centro principale della religione etrusca fu Tarquinia, dove ancora in età imperiale fioriva, presso il santuario dell'Ara della Regina, l'ordine dei sessanta aruspici (ordo LX haruspicum).[176]

Il Fegato di Piacenza (fine II - inizio I secolo a.C.), modello in bronzo di un fegato ovino utilizzato dai sacerdoti (aruspici) come mappa religiosa e cosmologica, recante i nomi delle divinità etrusche suddivisi in sedici settori celesti.

L'aruspicina consisteva nell'interpretazione delle viscere degli animali sacrificati, in particolare del fegato (epatoscopia). Secondo il principio della corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, cardine della dottrina, il fegato rifletteva la mappa del cielo: lo documenta il Fegato di Piacenza, modello bronzeo la cui superficie reca lungo il margine sedici caselle iscritte con altrettanti teonimi, corrispondenti alle sedici regioni in cui era suddivisa la volta celeste.[151] Al modello bronzeo si affianca il fegato fittile di Falerii Veteres (Civita Castellana), conosciuto come Fegato di Falerii, rinvenuto nell'area del tempio dello Scasato e databile intorno al 300 a.C., oggi al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia: privo di iscrizioni, reca segni incisi assai precisi, due dei quali corrispondono alle linee dette Manzāzu («Presenza») e Padānu («Sentiero») dei modelli babilonesi e si riconoscono anche sul Fegato di Piacenza, a documentare insieme il legame con la tradizione vicino-orientale e l'elaborazione di un sistema nuovo, incentrato su una moltitudine di divinità.[177] I due esemplari etruschi restano gli unici modelli di fegato noti al di fuori del Vicino Oriente, dove il genere è ampiamente attestato fin dall'inizio del II millennio a.C.: letti un tempo come prova di un influsso diretto assiro-babilonese sull'aruspicina etrusca, sono oggi valutati con maggiore prudenza, in un quadro che resta comunque favorevole a contatti.[178] Le pratiche divinatorie diffuse in Mesopotamia fin dal II millennio a.C. diventano visibili in Etruria nel record archeologico intorno al 500 a.C.[179] Le prime raffigurazioni esplicite di aruspicina compaiono su specchi bronzei graffiti: la più antica è lo specchio vaticano con l'indovino omerico Calcante in veste di aruspice alato, colto nell'atto di esaminare un fegato con la gamba sinistra sollevata e puntata su una roccia (400 a.C. circa), stessa postura rituale del più tardo specchio di Pava Tarchies da Tuscania.[180]

La dottrina dei fulmini

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Il fulmine era considerato il segno divino più importante. A differenza dello Zeus greco, unico signore della folgore, presso gli Etruschi essa non era prerogativa esclusiva di Tinia ma era condivisa con altre divinità: una tradizione di studi più antica contava nove dèi folgoratori, oggi ritenuta troppo fragile.[164][172] Premessa all'interpretazione era la suddivisione del cielo in sedici regioni orientate secondo gli assi cardinali, ciascuna abitata da divinità diverse e perciò favorevole o infausta a seconda della provenienza del segno; era inoltre dottrina etrusca quella del reditus fulminis, secondo cui il presagio migliore si aveva quando il fulmine, nel suo tragitto di ritorno, rientrava nella regione da cui era stato lanciato.[181] L'operazione si articolava in tre momenti: ricerca, interpretazione ed espiazione del segno; secondo la dottrina trasmessa da Seneca, che attingeva all'opera del volterrano Aulo Cecina, si distinguevano almeno quaranta tipi di folgore per aspetto, colore ed effetti.[181] L'espiazione si concludeva con il seppellimento del fulmine: i resti degli oggetti colpiti venivano raccolti e nascosti in un pozzo, sigillato e recintato, su cui si scriveva fulgur conditum, creando un luogo sacro inviolabile (bidental).[164]

L'ornitoscopia

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Contrariamente a una diffusa convinzione, l'osservazione del volo degli uccelli (ornitoscopia) non era trascurata dagli Etruschi: le fonti antiche la collocano per importanza accanto all'aruspicina e alla dottrina dei fulmini, attestano libri illustrati sugli uccelli nel corpus sacro etrusco e una "ornitoscopia etrusca" (τυρρηνικὴ ὀρνιθοσκοπία).[172] Furono anzi i Romani a ereditare questa pratica, di tradizione anatolica e ittita, attraverso la mediazione etrusca.[182]

I libri della disciplina

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L'insieme delle dottrine religiose etrusche, che i Romani chiamarono Etrusca disciplina, era raccolto in una serie di libri sacri, derivati dalla rivelazione dei profeti Tagete (Libri Tagetici) e Vegoia (Libri Vegoici). Cicerone ne offre la tripartizione funzionale più chiara: i Libri haruspicini, relativi all'esame delle viscere; i Libri fulgurales, relativi ai fulmini; e i Libri rituales, di contenuto composito, dedicati ai diversi aspetti della vita religiosa e civile e probabilmente corredati di un'appendice di prodigi interpretati (ostentaria).[166] Ai Libri rituales la tradizione collegava anche i Libri Acheruntici, sull'oltretomba, e i Libri fatales, sulla scansione del tempo e la durata dei cicli vitali dell'uomo e degli Stati.[139]

Nessuno di questi testi sopravvive in originale: se ne conservano frammenti solo attraverso le traduzioni e i commenti redatti tra I secolo a.C. ed età imperiale da eruditi romani o etruschi romanizzati.[142] Un raro esempio superstite di questa letteratura divinatoria è il calendario brontoscopico, che prediceva gli eventi in base al tuono udito in ciascun giorno dell'anno: attribuito a Nigidio Figulo, si è conservato in traduzione greca nell'opera di Giovanni Lido.[142][183]

I saecula e la concezione del tempo

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La concezione etrusca del tempo, contenuta nei Libri fatales, non era lineare ma articolata in saecula, cicli di durata non fissa. Secondo la dottrina riferita da Censorino, che attinge a Varrone e, tramite lui, alle Historiae Tuscae, il saeculum "naturale" di una città corrispondeva alla vita più lunga fra gli uomini nati il giorno della sua fondazione: la morte del più longevo segnava la fine del primo saeculum, e così di seguito, sicché i saecula avevano durata diseguale.[184] Alla nazione etrusca le Historiae Tuscae assegnavano dieci saecula: i primi quattro di cento anni, il quinto di centoventitré, il sesto e il settimo di centodiciannove, l'ottavo allora in corso, mentre il nono e il decimo restavano da venire, al termine dei quali sarebbe sopraggiunta la fine del nomen Etruscum. Poiché gli uomini non potevano percepire da soli questi passaggi, gli dèi ne segnalavano la fine con prodigi.[184]

Il vero e proprio millenarismo, con cicli di mille anni e attesa escatologica, era estraneo alla tradizione etrusca genuina: compare solo in testi molto tardi e di matrice cristiana, come il racconto della creazione del mondo, ricalcato sulla Genesi, conservato dalla Suda.[185] Alla concezione ciclica del tempo si lega anche l'idea di un ritorno periodico degli stessi eventi, illustrata dal programma figurativo della Tomba François di Vulci.[186]

Gli spazi del sacro

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Templi e santuari

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Statua maschile offerta in dono al Santuario di Portonaccio, Veio, 420-400 a.C. circa

Fulcro della vita religiosa era il santuario, e al suo interno il tempio, concepito come casa del dio. I primi edifici sacri a servizio dell'intera comunità si riconoscono alla fine del VII secolo a.C., in forma di oikos (come a Piazza d'Armi a Veio); nella piena età arcaica si afferma il tempio detto tuscanico, la cui formulazione teorica fu poi codificata da Vitruvio, caratterizzato da tre celle parallele e da un ampio pronao colonnato. Questo tipo ebbe la sua prima grande realizzazione nella Roma dei Tarquini, nel tempio capitolino dedicato alla triade Tinia-Uni-Menrva.[187]

In base alla loro collocazione i santuari si classificano in urbani, che ospitano la divinità poliadica (come l'Ara della Regina a Tarquinia), talvolta su un'acropoli (come a Marzabotto); santuari lungo le mura, a controllo delle porte; santuari periurbani, immediatamente all'esterno della città e a essa strettamente collegati (l'esempio più noto è il Portonaccio a Veio); santuari extraurbani di campagna o di confine; e santuari portuali, come quelli di Pyrgi e di Gravisca.[188] Il luogo intorno al quale si svolgeva il patto fra l'uomo e la divinità era l'altare: su di esso si libava, si pregava e si compiva il sacrificio cruento, con la vittima propria di ciascuna divinità.[173]

Pratica centrale del culto era l'offerta votiva: nei santuari e nelle stipi i devoti deponevano statuette di bronzo raffiguranti offerenti, guerrieri e divinità, teste votive e modelli anatomici, questi ultimi connessi alla richiesta di guarigione (sanatio), oltre a vasi per le libagioni, offerte di cibo, monete e aes rude. Particolarmente diffusi erano i santuari legati alle acque e ai luoghi montani: l'esempio più cospicuo è il deposito votivo del Lago degli Idoli, sul Monte Falterona presso le sorgenti dell'Arno, da cui provengono centinaia di statuette di bronzo (offerenti, guerrieri, divinità), una trentina di teste votive e numerosi votivi anatomici, insieme a migliaia di pezzi di aes rude.[189]

Al centro dell'azione rituale presso l'altare stava il sacrificio. Le rappresentazioni figurate ne restituiscono la sequenza: la "presentazione" della vittima alla divinità, le libagioni e le offerte incruente che precedevano e seguivano l'immolazione dell'animale, abbattuto con un coltello o una corta spada. Nel culto pubblico il sacrificio era diretto da un sacerdote, distinto dagli attendenti incaricati dell'uccisione e delle altre mansioni; nel culto privato e funerario le due funzioni potevano coincidere in un unico officiante, anche un membro del gruppo familiare.[190]

Spazio rituale, confini e fondazione della città

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La concezione etrusca dello spazio sacro era strettamente legata alla suddivisione del cielo: il templum era uno spazio delimitato e inaugurato, riflesso terreno delle sedici regioni celesti, dal quale si osservavano i segni divini. Per questo i templi etruschi, a differenza di quelli greci, avevano un orientamento determinato in rapporto ai punti cardinali e alle dimore delle divinità.[191] I confini (in etrusco tular), tracciati con un solco arato o segnati da cippi iscritti, erano posti sotto la protezione di divinità come Selvans, signore dei confini, e Culsans, dio bifronte guardiano delle porte alla maniera di Giano.[191]

Il rito di fondazione della città era considerato dai Romani di origine etrusca (il ritus Etruscus), al punto che si riteneva che Romolo stesso avesse fatto venire dall'Etruria i sacerdoti per fondare Roma.[192] Esso prevedeva il tracciamento di due assi perpendicolari (cardo e decumano) e l'aratura del solco perimetrale, lungo il quale sarebbero sorte le mura, sollevando l'aratro in corrispondenza delle porte; la striscia consacrata lungo il perimetro era il pomerio, dove non era lecito edificare né coltivare.[193] Al rito si collegava il mundus, una fossa intesa come punto di comunicazione fra il mondo dei vivi e quello dei morti.[194]

La morte e l'oltretomba

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Il demone psicopompo Charun (Caronte), armato di martello, assiste al sacrificio dei prigionieri troiani. Affresco dalla Tomba François di Vulci (seconda metà del IV secolo a.C.).
La dea demone Vanth, raffigurata come una giovane donna alata con grandi ali piumate e calzari da viaggio, custode e guida benevola delle anime. Affresco dalla Tomba degli Anina di Tarquinia del III secolo a.C.

I riti funebri

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Dopo la morte il corpo del defunto era lavato, vestito e composto su un letto; aveva quindi inizio l'esposizione (in greco próthesis), cui partecipavano i parenti e le prefiche, donne pagate per compiangere il defunto con nenie accompagnate dalla tibia. Seguiva il trasferimento al sepolcro (ekphorá) in corteo. Nelle famiglie eminenti il funerale comprendeva esibizioni musicali, danze e giochi commemorativi (gare atletiche, corse di carri, giochi cruenti), documentati nella pittura funeraria, come nella Tomba degli Auguri a Tarquinia.

Parte integra delle esequie era il sacrificio cruento in onore delle divinità infere e degli antenati. Nell'ambito del culto privato e funerario il rito poteva essere condotto da un membro del gruppo familiare, investito temporaneamente del ruolo di sacrificante, e non necessariamente da un sacerdote.[190] Si riteneva inoltre che il defunto partecipasse al banchetto celebrato in suo onore, raffigurato in numerose tombe e urne.[195] Questo banchetto ideale simboleggiava non solo la continuità della vita aristocratica nell'aldilà e la coesione del clan familiare, ma anche il definitivo passaggio del defunto nel rango degli antenati eroizzati attraverso la condivisione rituale del cibo e del vino.[195]

Gli oggetti del corredo potevano essere ritualmente sottratti all'uso dei vivi: è il caso degli specchi iscritti con la parola śuθina («per la tomba»), incisa di norma sul lato riflettente così da cancellarne la funzione, pratica documentata da una trentina di esemplari concentrati soprattutto nel territorio di Volsinii;[196] più in generale, oggetti deposti in tombe e santuari potevano essere deliberatamente danneggiati o distrutti, in quanto non più destinati ai vivi ma trasferiti a un diverso livello di realtà, divino o funerario.[197]

Gli Etruschi immaginavano l'oltretomba non come uno spazio immateriale ma come un mondo reale, situato nel sottosuolo. La credenza in un viaggio del defunto verso un "altro mondo" è antichissima: già nelle tombe villanoviane modellini di carri e di imbarcazioni evocano i mezzi di quel tragitto.[198] Le rappresentazioni articolate dell'aldilà sono però soprattutto di età tardo-classica ed ellenistica (IV-I secolo a.C.): il viaggio verso il regno dei morti, accompagnato da demoni, comincia al momento del trapasso e prosegue il corteo funebre fino alla frontiera dell'oltretomba; in alcuni casi è concepito come una traversata per mare, in altri come un percorso per tappe (Tomba del Cardinale, Tomba del Tifone a Tarquinia).[199] Questa evoluzione iconografica riflette il clima di profonda crisi politica e militare che l'Etruria affrontò sotto la pressione romana, trasformando le serene visioni arcaiche in scenari progressivamente più cupi, dominati dall'angoscia per il distacco dai beni terreni e dall'ineluttabilità del giudizio finale.[199]

Sull'oltretomba esistevano libri sacri, i Libri Acheruntici. A essi si legava la dottrina dei dei animales, secondo la quale, mediante appositi sacrifici, l'anima del defunto poteva essere trasformata in una divinità (assimilata ai Penati romani); questa promessa di una sorte privilegiata dopo la morte conobbe particolare fortuna nella tarda antichità, quando la religione etrusca poté offrirla come alternativa al cristianesimo.[157][200] A una prospettiva di salvezza oltre la morte si collegavano anche i culti misterici di matrice dionisiaca, attestati a Vulci e altrove, in cui Fufluns Pachie (Dioniso Bakcheios) era inteso come dio liberatore dai vincoli della morte attraverso l'iniziazione.[201] Il devoto otteneva così la garanzia di un banchetto eterno al riparo dai tormenti infernali, una speranza ultraterrena che trovava corrispondenza nell'uso di deporre nelle tombe edera, crateri e altri simboli dionisiaci.[201]

Gli abitanti dell'oltretomba

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Gli Inferi erano governati da una coppia regale: il sovrano Aita, il cui antico nome etrusco era probabilmente Calu e la cui affinità con i lupi costituisce un tratto peculiarmente etrusco estraneo all'Ade greco, e la sua sposa Phersipnei.[202] Tratto caratteristico dell'immaginario etrusco è il ruolo dei demoni, spesso moltiplicati nelle scene figurate (a indicare classi di esseri e non singole entità): i più frequenti, Vanth (giovane donna alata, spesso con una torcia) e Charun (dalla pelle bluastra, armato di martello), non sono però figure terrifiche ma per lo più psicopompi benevoli che accompagnano il defunto. Fa eccezione Tuchulcha, demone dal becco rapace e dai serpenti, raffigurato con valore minaccioso nella Tomba dell'Orco di Tarquinia, dove sorveglia Teseo e Piritoo.[203] Nella stessa tomba compaiono varie figure del mito greco ambientate nell'oltretomba, fra cui l'indovino Tiresia (con la didascalia hinthial Teriasals, "ombra di Tiresia"), Agamennone e Aiace.[203] Il frequente inserimento di saghe greche serviva alle aristocrazie etrusche per nobilitare il proprio destino ultraterreno, proiettando le sofferenze e il rango dei defunti locali nello scenario epico ed eroico dei grandi miti panellenici.[203]

Lo stesso argomento in dettaglio: Numismatica etrusca.
Territori etruschi, zone d'influenza etrusche e i grandi assi di diffusione dei prodotti etruschi.

Plinio il giovane descrive l'Etruria, dalla sua residenza di Città di Castello in questo modo:

«[...] una piana vasta e spaziosa è cinta da montagne che hanno sulla sommità boschi antichi di alto fusto, la selvaggina vi è abbondante e varia, ai loro piedi, da ogni lato, si estendono, allacciati tra loro in modo da coprire uno spazio lungo e largo; al limite inferiore sorgono boschetti, le praterie cosparse di fiori producono trifoglio e altre erbe aromatiche tenere, essendo tutti quei terreni irrigati da sorgenti inesauribili. Il fiume attraversa la campagna e siccome è navigabile porta alla città i prodotti dei terreni a monte, almeno in inverno e primavera, perché in estate è in magra. Si prova un piacere grandissimo a contemplare l'insieme del paesaggio oltre la montagna perché ciò che si vede non sembrerà una campagna, ma un quadro di paesaggio di grande bellezza. Questa varietà, questa disposizione felice, ovunque tu posi lo sguardo, lo rallegra.»

Vari poeti hanno spesso decantato l'Etruria come un territorio opulento, fertile e ricco, per l'abbondanza di fauna, la ricchezza dei raccolti e delle vendemmie. Alcune aree costiere e interne erano tuttavia paludose e difficili da coltivare, e gli Etruschi svilupparono nelle opere idrauliche una perizia riconosciuta anche dagli antichi: reti di cunicoli sotterranei scavati nel tufo servivano a drenare i terreni acquitrinosi e a irrigare quelli aridi, accrescendo la superficie coltivabile;[204] la stessa tradizione antica riconduceva ai re etruschi di Roma il drenaggio e la pavimentazione dell'area del Foro.[205]

Produzione cerealicola

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Le fonti romane descrivono l'Etruria come terra di raccolti abbondanti, in particolare di farro, il cereale alla base della puls romana. Già dal V secolo a.C. l'Etruria rifornì di grano Roma in occasione di carestie e, nel 205 a.C., durante la seconda guerra punica, Cerveteri, Roselle, Volterra, Chiusi, Perugia e Arezzo fornirono grandi quantità di grano per la spedizione di Scipione.[206]

La coltivazione locale della vite da vino è documentata in Etruria già nella prima età del ferro, mentre per questa fase restano limitate le testimonianze archeologiche di una piena policoltura mediterranea di vite, olivo e cereali.[207]

Il vino occupò un posto centrale nella cultura e nell'economia etrusca, come bevanda d'elezione del banchetto aristocratico e come merce di scambio.[208] Esso divenne presto un'importante voce di esportazione: Vulci ne avviò il commercio verso la Gallia meridionale già alla fine del VII secolo a.C., seguita pochi decenni dopo da Caere, e le anfore vinarie etrusche, con il vasellame che le accompagnava, raggiunsero oltre un centinaio di località della Provenza e della Linguadoca.[72]

La coltivazione dell'olivo potrebbe risalire in Etruria a epoca molto antica, forse già alla fine dell'età del bronzo, e l'olio d'oliva costituì una componente importante della dieta, come nel resto del Mediterraneo. La notizia dell'annalista Fenestella, secondo cui l'olivo sarebbe stato introdotto in Italia solo sotto Tarquinio Prisco, è ritenuta inattendibile dagli studiosi.[209]

Il controllo dei giacimenti minerari e il commercio dei metalli furono tra le principali basi della ricchezza e dell'influenza etrusca, e già nell'antichità i prodotti metallurgici etruschi erano esportati e apprezzati nel Mediterraneo.[210]

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua etrusca e Lingue tirreniche.
Cippo di Perugia (III-II secolo a.C.)

L'Etrusco, attestato da circa 13.000 iscrizioni,[211] fu una lingua parlata e scritta in diverse zone d'Italia e precisamente nell'antica regione dell'Etruria (odierne Toscana, Umbria occidentale e Lazio settentrionale), nella pianura padana - attuali Lombardia ed Emilia-Romagna, dove gli Etruschi furono sconfitti e assimilati dai Galli, e nella pianura campana, dove furono poi assorbiti dai Sanniti. Tuttavia, il latino sostituì completamente l'Etrusco, lasciando solo alcuni documenti e molti prestiti linguistici nel Latino (per esempio, persona dall'Etrusco fersu), e numerosi toponimi, come Tarquinia, Volterra, Perugia, Mantova, (forse) Parma, e un po' tutti quelli che finiscono in "-ena" (Cesena, Bolsena, ecc.). Altri esempi di termini di probabile origine etrusca sono: atrium, fullo, histrio, lanista, miles, mundus, populus, radius, subulo. La lingua etrusca risulta attestata tra il VIII e il I secolo a.C.

Era una lingua, secondo la maggioranza degli studiosi, non indoeuropea, preindoeuropea, e paleoeuropea.[49] Giacomo Devoto propose e più volte sostenne la definizione della lingua etrusca come peri-indoeuropea.[212]

Molti studiosi, tra i quali il linguista tedesco Helmut Rix, collegano l'etrusco alla lingua parlata dai Reti nell'area alpina fino al III secolo d.C. Studi recenti hanno confermato l'esistenza di una consistente affinità tra l'etrusco e la lingua retica.[35] La lingua etrusca e quella retica, insieme alla lingua lemnia, costituiscono la famiglia linguistica tirrenica.[213]

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua etrusca § Alfabeto.

Gli Etruschi adottarono un alfabeto di matrice greca (euboica), riducendo al minimo gli adattamenti alla propria lingua.[214] Si distinguono due fasi:

  • arcaico: usato tra il VII e il V secolo a.C., è di stretta derivazione dall'alfabeto greco, appena modificato per adattarlo alla lingua etrusca;
  • recente, usato tra il IV e il I secolo a.C., deriva dall'alfabeto arcaico ed è l'alfabeto definitivo usato dagli Etruschi fino al loro completo assorbimento nella civiltà romana.

Nelle iscrizioni più antiche la scrittura procede in entrambe le direzioni, anche bustrofedicamente; verso la fine del VII secolo a.C. si stabilizza il verso sinistrorso, mentre le poche iscrizioni da sinistra a destra presentano i caratteri riflessi.[214] All'inizio le parole venivano scritte l'una di seguito all'altra senza segni di separazione, poi si iniziò a inserire da uno a quattro punti sovrapposti per separare le parole; non esisteva distinzione tra carattere maiuscolo e minuscolo.[214]

Lo stesso argomento in dettaglio: Arte etrusca.

La produzione artistica etrusca viene convenzionalmente suddivisa in cinque periodi:

  • periodo villanoviano (circa 900-720 a.C.);
  • periodo orientalizzante (circa 720-580 a.C.);
  • periodo arcaico (circa 580-480 a.C.);
  • periodo classico o «età di mezzo» (circa 480-320 a.C.);
  • periodo ellenistico (circa 320-27 a.C.).

Questa scansione, modellata sulle categorie elaborate per lo studio dell'arte greca, è un costrutto storiografico moderno i cui limiti cronologici variano da autore a autore.[215]

L'arte etrusca si sviluppa a partire dalla produzione villanoviana e si trasforma profondamente nel corso dell'età orientalizzante (VII secolo a.C.), quando l'aristocrazia delle città in formazione affida a un artigianato sempre più specializzato la manifestazione esteriore del proprio ruolo politico, assimilando i modelli di lusso che giungono dal Mediterraneo greco, fenicio e vicino-orientale attraverso gli scambi commerciali.[216] Gran parte della migliore produzione e delle importazioni era destinata ai corredi e agli apparati funerari, che costituiscono perciò la principale fonte sull'arte etrusca.

Le diverse arti non compaiono tutte nello stesso momento. La decorazione figurata è dapprima affidata all'ornato geometrico inciso sui vasi cinerari e sulle forme d'impasto delle tombe villanoviane (IX-VIII secolo a.C.); la grande pittura parietale di destinazione funeraria fa la sua comparsa soltanto nell'orientalizzante, con i più antichi esempi conservati a Veio (la tomba delle Anatre, databile intorno al 680-670 a.C., e la tomba dei Leoni Ruggenti), e conosce la sua massima fioritura in età arcaica, concentrandosi soprattutto a Tarquinia (tombe degli Auguri, delle Leonesse, dei Giocolieri).[217]

Lo stesso argomento in dettaglio: Architettura etrusca.
Incisione del 1640 raffigurante i dettagli strutturali e le proporzioni dell'ordine tuscanico.

Dell'architettura etrusca si conservano per lo più tracce essenziali (fondazioni, soglie, basi di colonna, frammenti di tegole), poiché gli elevati erano realizzati in materiali deperibili (legno e mattoni crudi) su zoccoli di pietra, con coperture di terracotta; le conoscenze derivano perciò dalla combinazione dei resti archeologici con le fonti letterarie, in primo luogo il De architectura di Vitruvio, autore tuttavia da usare con cautela in quanto teorico che proponeva modelli più che semplice descrittore di edifici osservati.[218] L'edilizia evolve dalle capanne dell'età del ferro alle dimore aristocratiche, dotate via via di zoccoli in pietra e tetti di tegole, fino alle città cinte da mura e, in alcuni casi, a impianti urbani programmati.[219]

La manifestazione architettonica più caratteristica è il tempio detto «tuscanico». La sua tipologia si canonizza nella seconda metà del VI secolo a.C., evolvendo da precedenti strutture a mégaron a pianta rettangolare ancora legate alle dimore gentilizie.[220] Due elementi lo connotano costantemente: l'alto podio e la scalinata centrale posta unicamente sulla fronte, che ne marca la frontalità rendendolo accessibile da un solo lato.[220] Secondo la descrizione di Vitruvio, la pianta è quasi quadrata e si ripartisce in uno spazio aperto anteriore (pars antica), il pronao, con le colonne disposte sugli assi delle pareti e delle ante, e in una parte posteriore (pars postica) divisa in tre ambienti affiancati, destinati a tre celle oppure a una cella centrale con due ali laterali (alae) aperte sul fronte; l'alzato era ligneo e il tetto a doppio spiovente.[221] A differenza del tempio greco e di quello romano, chiusi da un timpano, lo spazio frontonale del tempio etrusco era aperto, occupato e protetto dai rivestimenti fittili degli spioventi e delle testate delle travi principali (columen e mutuli).[222] Lo stesso Vitruvio ricondusse le colonne di questo tipo edilizio alle Tuscanicae dispositiones, un ordine «tuscanico» che egli percepiva come forma di ispirazione etrusca più che propriamente etrusca.[218]

L'apparato decorativo era costituito in larga parte da terrecotte architettoniche. Coperture fittili ornavano case ed edifici pubblici già dal terzo quarto del VII secolo a.C. (come attestano i siti di Acquarossa e di Poggio Civitate presso Murlo); nel VI secolo divennero un tratto distintivo i rilievi a stampo dipinti in rosso, bianco e nero applicati ad antefisse, acroteri, lastre di rivestimento e fregi figurati.[223] L'esempio più celebre è il tempio di Apollo del santuario di Portonaccio a Veio, della fine del VI secolo a.C., il cui tetto recava una ventina di statue acroteriali con episodi mitici incentrati su Apollo ed Eracle, attribuite a un artista noto come «Maestro dell'Apollo».[224]

Architettura funeraria e necropoli

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Lo stesso argomento in dettaglio: Tombe etrusche.
Tomba della Montagnola, VII secolo a.C., Sesto Fiorentino

Le sepolture etrusche, costruite in pietra o scavate nella roccia, si datano in prevalenza tra il VII e il II secolo a.C. e si sono conservate assai meglio degli abitati, dei santuari e delle case, realizzati in materiali più deperibili: per questo le necropoli costituiscono una delle principali fonti di conoscenza sulla civiltà etrusca.[225] Gli Etruschi si distinsero fra i popoli del Mediterraneo per le risorse impiegate nelle necropoli, nei monumenti sepolcrali e nel culto dei morti.[226]

Poste di norma fuori dalle mura cittadine (celebri quelle di Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Vetulonia, Populonia, Volterra, Chiusi e Orvieto), le tombe erano costruite con blocchi e lastre di pietra nell'Etruria settentrionale e scavate nel tenero tufo vulcanico in quella meridionale.[225] Le sepolture ipogee a tumulo riproducevano la disposizione e i dettagli dell'architettura domestica lignea, oggi quasi perduta (porte e finestre con cornici, soffitti, suppellettili e banchine ricavate nella roccia), configurandosi come una «casa dei morti» e riflettendo la concezione dell'aldilà come prosecuzione della vita terrena.[227] Nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri grandi tumuli e file di tombe «a dado» si dispongono lungo vie sepolcrali secondo un impianto pianificato; nell'Etruria interna meridionale (Sovana, Norchia, Castel d'Asso, San Giuliano, Blera, Tuscania) si diffusero invece le tombe rupestri a facciata, intagliate nelle pareti di tufo, dalle semplici nicchie ai complessi monumenti a forma di tempio.[228]

Le pareti di molte camere, soprattutto a Tarquinia, il principale centro di questa tradizione, con circa 140 tombe dipinte su un totale di circa 180 note in tutta l'Etruria, erano affrescate con scene di vita quotidiana (banchetti, giochi, danze), che insieme ai corredi costituiscono una fonte essenziale sulla vita degli Etruschi (v. Pittura). Nel corso del IV secolo a.C., con l'affermarsi di una nuova aristocrazia fondata sulla proprietà terriera, si diffusero inoltre vaste tombe gentilizie per più generazioni, dotate di facciate monumentali, in cui il capostipite e la consorte erano deposti in urne o sarcofagi, talora entro edicole a forma di tempietto.[229]

Lo stesso argomento in dettaglio: Scultura etrusca.
Sarcofago di Thanunia Seianti, British Museum, Londra

La scultura etrusca godette di grande fama presso gli antichi; fra gli scultori è ricordato per nome Vulca di Veio, chiamato, secondo Plinio, a Roma da Tarquinio Prisco per modellare in argilla la statua di culto del tempio di Giove Capitolino.[230] Fu lavorata soprattutto in terracotta (coroplastica) e in bronzo, oltre che in pietre locali come il nenfro di Vulci, mentre il marmo restò raro e in gran parte importato.[231]

La scultura in pietra di ambito funerario ebbe sviluppi regionali: a Chiusi, nell'orientalizzante, si diffusero i cosiddetti canopi, coperchi di ossuari modellati a forma di testa umana; a Vulci si produssero sculture funerarie in nenfro, in prevalenza figure di felini.[232] Dalla fine dell'età arcaica la produzione si orientò sempre più verso la terracotta, per usi architettonici, votivi e funerari.[233]

A partire dal VII secolo a.C. il culto degli antenati e la richiesta di immagini commemorative del defunto spinsero precocemente gli artisti etruschi verso il ritratto, sia pure entro le convenzioni artistiche del tempo: concentrando l'attenzione su testa e busto, essi ne accentuavano i tratti fisionomici, l'età e la «persona sociale». Otto Brendel giunse a considerare le più antiche di queste immagini i primi ritratti dell'arte occidentale.[234] Per tutta l'età arcaica, tuttavia, la resa del volto resta governata da convenzioni stilistiche e non costituisce un ritratto realistico: tratti come gli occhi a mandorla, il naso pronunciato e il profilo arrotondato del capo non riflettono le reali sembianze degli Etruschi, ma una formula figurativa con paralleli nel Mediterraneo orientale, priva perciò di valore per dedurne caratteri etnici o somatici.[235] Il passaggio dal ritratto «tipico» a quello «reale» si colloca, secondo Brendel, solo intorno al 350 a.C., pur restando incerto quanto le immagini cogliessero davvero le sembianze individuali.[234] La forma funeraria più caratteristica divenne quella del defunto giacente, modellato sul coperchio di sarcofagi e urne cinerarie.[234]

Lo stesso argomento in dettaglio: Pittura etrusca.
Affresco della Tomba François di Vulci (seconda metà del IV secolo a.C.), capolavoro della pittura etrusca di età ellenistica caratterizzato da un forte realismo e da complessi temi storici e mitologici.

La pittura etrusca costituisce, nell'ambito della pittura antica precedente all'età romana, il complesso di testimonianze più esteso sul piano cronologico (VII-II secolo a.C.) e tra i più rilevanti sul piano iconografico e stilistico.[216] Si articola su due binari distinti ma contigui: la pittura parietale, in prevalenza di destinazione funeraria, e la pittura vascolare (ceramografia), che nelle tombe accompagna spesso la decorazione delle pareti.[236]

Le pitture erano realizzate stendendo il colore su uno strato preparatorio argilloso applicato alla parete di tufo, con una gamma cromatica essenzialmente ridotta a quattro colori: rosso, giallo, nero e bianco.[237] I soggetti, tratti in prevalenza dalla vita reale, comprendono banchetti, giochi di abilità e gare atletiche, danze accompagnate da musica e scene all'aperto; con il decennio 530-520 a.C. le tombe degli Auguri e delle Leonesse, a Tarquinia, segnano la piena codificazione di questo repertorio e dell'occupazione integrale delle pareti con le immagini.[238]

La pittura etrusca, pur sviluppando una propria fisionomia, è profondamente influenzata dall'arte greca. Nella fase arcaica i pittori delle principali tombe tarquiniesi (degli Auguri, delle Leonesse, dei Giocolieri, della Caccia e della Pesca) rivelano una formazione di matrice greco-orientale e in particolare samia, vicina a quella dei ceramografi delle idrie ceretane, segno della presenza di maestranze immigrate; verso la fine del VI secolo a.C. a questo linguaggio ionico si affianca in misura crescente l'ispirazione attica, visibile ad esempio nella tomba del Barone.[239] Lo stesso doppio influsso, ionico e attico, caratterizza la pittura vascolare: dopo la fase etrusco-corinzia, le officine locali di Vulci (i cosiddetti Vasi Pontici, 550-520 a.C., il cui caposcuola, il Pittore di Paride, era un etrusco formatosi presso artigiani immigrati) e di Cerveteri (idrie ceretane) rielaborano modelli greco-orientali e attici.[239]

Proprio l'intensità di questi influssi è all'origine di un lungo dibattito storiografico sulla natura dell'arte etrusca, e della sua pittura in particolare: se cioè si tratti di un'espressione autonoma o di un'arte sostanzialmente greca destinata a una committenza non greca. La scuola di Ranuccio Bianchi Bandinelli ne diede una lettura in chiave di storia sociale, come «un'arte di tipo greco destinata a un pubblico non greco», riconducendone i caratteri allo status dei suoi committenti aristocratici; Massimo Pallottino ne rivendicò invece una relativa autonomia attraverso il modello della dialettica tra centro e periferia, mentre Otto Brendel, nella critica di lingua inglese, ne privilegiò l'analisi del linguaggio formale.[240]

Tra i sepolcri dipinti di età arcaica (VI-V secolo a.C.), i contesti di stile tardo-orientalizzante e ionico spiccano per la straordinaria vivacità cromatica e narrativa, come documentato a Tarquinia nelle tombe del Guerriero, della Caccia e della Pesca, delle Leonesse, degli Auguri, dei Giocolieri e del Barone.

Alla successiva età classica (V-IV secolo a.C.), segnata da una maggiore introspezione e dall'evoluzione prospettica, appartengono invece la celebre Tomba dei Leopardi, la Tomba dei Festoni, la Tomba dell'Orco e la Tomba degli Scudi.

All'evoluzione stilistica della pittura di età ellenistica (IV-III secolo a.C.), caratterizzata da un accentuato realismo e da una complessa iconografia escatologica e mitologica, si riconducono capolavori extra-tarquiniesi come la monumentale Tomba François di Vulci e la Tomba della Quadriga Infernale di Chiusi, quest'ultima celebre per l'inedita potenza espressiva del demone psicopompo Charun.

Alcuni cicli, staccati per preservarli (Tomba delle Bighe, del Triclinio, del Letto Funebre e della Nave), sono conservati nel Museo archeologico nazionale di Tarquinia.

La produzione ceramica etrusca comprende sia vasellame figurato sia una caratteristica classe di ceramica nera, il bucchero, talvolta definito la ceramica «nazionale» degli Etruschi. Sviluppatosi gradualmente dall'impasto dei tardi vasai villanoviani, il bucchero deve alla cottura in atmosfera riducente la sua tipica superficie nera e lucente, e molte sue forme imitano il vasellame metallico.[241] La pittura vascolare (ceramografia), fondata in origine sulla bicromia in rosso e nero, attraversò una fase etrusco-corinzia per poi fiorire, nella seconda metà del VI secolo a.C., con le officine di Vulci (Vasi Pontici) e di Cerveteri (idrie ceretane), che rielaboravano modelli greco-orientali e attici diffondendo presso la committenza locale i temi del mito greco.[242]

L'Etruria fu uno dei principali centri metallurgici del mondo antico, grazie ai ricchi giacimenti minerari della regione tirrenica e al controllo esercitato sulle aree estrattive e sul commercio dei metalli.[210] La sua produzione bronzistica (vasi, candelabri, statuette votive) godette di grande reputazione: già a metà del V secolo a.C. candelabri e altri oggetti etruschi in bronzo erano ricercati arredi nelle case greche più raffinate.[210] Tra i prodotti più caratteristici figurano gli specchi in bronzo, spesso incisi sul retro con scene mitologiche e iscrizioni che identificano i personaggi raffigurati: per questo costituiscono una delle principali fonti sulla mitologia e sulla lingua etrusche.[243]

Lo stesso argomento in dettaglio: Granulazione (oreficeria).
Pendente di collana etrusca raffigurante la testa di Acheloo, 480 a.C. circa

La gran parte dell'oreficeria etrusca proviene da contesti funerari, dove ornamenti in oro, argento, avorio e ambra erano deposti nel corredo come segni dell'identità e del rango del defunto.[244] Gli orafi etruschi padroneggiavano le principali tecniche di lavorazione dei metalli preziosi (repoussé, incisione, filigrana e granulazione); quest'ultima, introdotta nel periodo orientalizzante, consisteva nell'applicare minuscole sfere d'oro (granuli) a comporre decorazioni sui gioielli, e valse agli Etruschi fama di maestri dell'arte orafa.[245]

Musica e danza

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Lo stesso argomento in dettaglio: Musica nella civiltà etrusca e Danza nella civiltà etrusca.

La musica accompagnava molti momenti della vita etrusca (danze, banchetti, giochi e gare, cerimonie religiose) ed è documentata soprattutto dall'iconografia (in particolare le pitture funerarie), dai rari strumenti rinvenuti nelle tombe e da frammentarie notizie di autori greci e latini; non si è invece conservata alcuna notazione musicale.[246] Lo strumento più rappresentato nell'iconografia è l'aulós (il latino tibia, a doppia canna); accanto a esso compaiono strumenti a fiato come il cornu, il lituus e la tuba (il greco salpinx).[247] Una tradizione riferita da Claudio Eliano attribuiva inoltre agli Etruschi l'uso di attirare la selvaggina verso le reti per mezzo del suono del flauto.[248]

Gli Etruschi attribuivano grande importanza alla suddivisione e alla misurazione del tempo, entro una concezione del mondo incentrata sulla corretta disposizione dello spazio e del tempo e strettamente legata alla divinazione.[249] Le conoscenze dirette sul loro calendario sono tuttavia scarse: la fonte principale è il cosiddetto calendario brontoscopico attribuito a Nigidio Figulo e tramandato in versione greca da Giovanni Lido, che assegnava previsioni ai tuoni giorno per giorno lungo l'anno.[249] Alla concezione etrusca del tempo appartiene anche la dottrina dei saecula, i periodi in cui, secondo quanto riferisce Censorino, sarebbe stata scandita la durata della nazione etrusca.[250] L'influsso etrusco sul computo romano del tempo è testimoniato fra l'altro dal termine idus, che secondo Macrobio derivava da un verbo etrusco iduare, «dividere».[251]

Notizie letterarie tarde conservano inoltre, attraverso glosse latine, informazioni sui nomi dei mesi del calendario sacro.[250]

Storia degli studi

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Lo stesso argomento in dettaglio: Etruscheria ed Etruscologia.

L'interesse moderno per gli Etruschi nasce nel Rinascimento: già nel Quattrocento Annio da Viterbo costruì sui presunti Etruschi una genealogia in gran parte fantasiosa, mentre nel Cinquecento Leon Battista Alberti e Giorgio Vasari guardarono all'antichità etrusca come a una radice toscana, e ritrovamenti come la Chimera di Arezzo (1553) alimentarono la riscoperta.[252]

Nel Settecento l'attenzione si fece sistematica: la pubblicazione postuma del De Etruria regali libri septem di Thomas Dempster (1723-1726) diede impulso alla cosiddetta Etruscheria, la moda antiquaria per le cose etrusche, di cui fu centro l'Accademia Etrusca di Cortona, fondata nel 1726. Nel 1789 Luigi Lanzi pose basi più rigorose allo studio della lingua e dei monumenti etruschi.[253]

Nell'Ottocento, con le grandi esplorazioni delle necropoli dell'Etruria meridionale, presero forma le collezioni dei musei europei: il Louvre acquisì materiali provenienti dagli scavi di Luciano Bonaparte a Vulci e dalla collezione Campana, confluita in parte anche al British Museum. In questo clima l'inglese George Dennis percorse a piedi l'Etruria, descrivendone città e necropoli nell'opera The Cities and Cemeteries of Etruria (1848), mentre Ariodante Fabretti pubblicava nel 1867 il primo Corpus Inscriptionum Italicarum.[252]

Nel Novecento lo studio degli Etruschi assunse carattere pienamente scientifico, con campagne di scavo sistematiche a Caere, Veio, Tarquinia, Populonia, Acquarossa, Poggio Civitate (Murlo), Spina e Gravisca. Tra le scoperte di maggior rilievo vi furono le lamine di Pyrgi, rinvenute nel 1964: tre lamine d'oro con iscrizioni in etrusco e fenicio che costituirono un documento bilingue di eccezionale importanza. La disciplina trovò un punto di riferimento istituzionale nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma e nell'opera di studiosi come Massimo Pallottino.[254]

Gli Etruschi nella cultura moderna

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Il mito e l'immaginario

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Il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri (fine VI secolo a.C., età arcaica), conservato al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia; l'opera si è imposta nell'immaginario moderno come il simbolo per eccellenza della civiltà etrusca.

La civiltà etrusca ha esercitato fin dall'antichità una particolare suggestione, fondata sui topoi del lusso, della religiosità e della decadenza tramandati dalle fonti greche e latine. In età moderna questa immagine si caricò di toni romantici e malinconici: nella Geschichte der Kunst des Altertums (1764) Johann Joachim Winckelmann giudicò l'arte etrusca una goffa imitazione di quella greca e gli Etruschi un popolo di second'ordine, fissando un pregiudizio destinato a lunga fortuna.[255] Per altra via, l'immagine di un popolo dall'indole cupa e malinconica fu ripresa da Friedrich Nietzsche, che ne La nascita della tragedia (1872) evocò lo «schwermüthigen Etrurier», l'Etrusco malinconico, riprendendo una suggestione mediata dall'opera Die Etrusker (1828) di Karl Otfried Müller.[255]

Molti di questi stereotipi, il «mistero» delle origini, l'immagine di un popolo gioioso ma dominato dal pensiero della morte, la particolare considerazione della donna, o il contrasto fra un «uomo greco» libero e razionale e un «uomo etrusco» passivamente sottomesso al fato, si sono cristallizzati nella percezione comune e sono tuttora veicolati dai manuali scolastici italiani.[256] Alcune opere si sono infine imposte come vere e proprie icone della civiltà etrusca nell'immaginario collettivo, riprodotte di continuo in pubblicazioni, manuali, francobolli e oggetti d'uso: su tutte il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri, seguito dall'Apollo di Veio e dalla Chimera di Arezzo.[257]

Il mito del «matriarcato etrusco»

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A partire dall'Ottocento si diffuse l'idea che gli Etruschi avessero conosciuto una forma di matriarcato. La tesi fu formulata dal giurista svizzero Johann Jakob Bachofen, che in Il matriarcato (1861) e nel saggio Die Sage von Tanaquil (1870) lesse la condizione della donna etrusca come testimonianza di un antico «diritto materno».[122] La costruzione poggiava su basi fragili, come l'uso del matronimico, alcune desinenze e la scrittura sinistrorsa, e la ricerca successiva ha mostrato che la società etrusca era in realtà patrilineare; ciononostante la nozione ebbe larga fortuna nell'etruscologia del Novecento, prima di essere sottoposta a critica serrata.[122]

Le arti decorative e il gusto «all'etrusca»

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La Etruscan Dressing Room a Osterley Park (Londra), completata da Robert Adam nel 1775-1777; l'ambiente costituisce uno dei massimi esempi europei di applicazione dei motivi geometrici e figurativi vascolari al gusto decorativo neoclassico.

Nella seconda metà del Settecento la riscoperta dell'antichità etrusca alimentò una moda decorativa europea. Giovanni Battista Piranesi ne rivendicò il primato artistico, mentre l'architetto Robert Adam introdusse nelle dimore inglesi gli Etruscan rooms, ambienti decorati «all'etrusca».[258] Nel 1769 Josiah Wedgwood battezzò Etruria la sua nuova manifattura di ceramiche nello Staffordshire. Nell'Ottocento il cosiddetto Etruscan Revival interessò soprattutto l'oreficeria: la bottega dei Castellani presentò gioielli ispirati a modelli etruschi alla Great Exhibition di Londra del 1851.[258] A diffondere il gusto antiquario contribuì anche il fenomeno dei souvenir del Grand Tour.[259]

In Italia, la massima e più integra espressione di questa corrente si riscontra nel "Gabinetto Etrusco" del Castello Reale di Racconigi, progettato tra il 1833 e il 1834 dall'architetto Pelagio Palagi per il re Carlo Alberto di Savoia.[260] L'ambiente, concepito come studio privato del sovrano, costituisce un capolavoro del design d'interni romantico: Palagi non si limitò a copiare i motivi parietali desunti dai vasi fittili e dalle tombe tarquiniesi (all'epoca interpretati genericamente come "etruschi"), ma disegnò personalmente l'intero arredo mobiliare, realizzato dall'ebanista Gabriele Capello, le lampade, i bronzi e i pavimenti a mosaico, creando un'opera d'arte totale che rifletteva l'ideologia dinastica e culturale sabauda del tempo.[261]

L'influenza sull'arte del Novecento

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La suggestione dell'arte etrusca, quello che Massimo Pallottino definì il «romanzo etrusco», segnò profondamente la scultura e la pittura del Novecento. Marino Marini trasse dalla scultura funeraria etrusca un modello per le proprie figure, come nel Popolo (1929); analoghe suggestioni si colgono in Arturo Martini (Odalisca, 1928), in Alberto Giacometti e in Massimo Campigli, affascinato dalle «forme da sognare» dell'arte etrusca.[258] L'interesse non si è esaurito: mostre recenti, come quelle dedicate al rapporto tra Etruschi e arte moderna al Mart di Rovereto e alla Fondazione Luigi Rovati di Milano (2024-2025), hanno riproposto il tema di una vera e propria «etruscomania» novecentesca.[262]

Nella letteratura e nel cinema

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Claudia Cardinale in una scena del film Vaghe stelle dell'Orsa... diretto da Luchino Visconti e girato nel 1965 a Volterra

Sul piano letterario, Massimo Pallottino ha osservato come accanto all'«Etruria degli studiosi» sia esistita un'«Etruria dei letterati», nata in età romantica e nutrita dall'intuizione poetica più che dalla ricerca.[263] La suggestione del mondo etrusco ispirò Gabriele D'Annunzio, che nel romanzo Forse che sì forse che no (1910) ambientò a Volterra un episodio centrale, facendo del paesaggio e dell'immaginario etrusco una componente strutturale del racconto.[264] In ambito britannico, David Herbert Lawrence, nel diario di viaggio Etruscan Places (1932), contrappose la vitalità e la libertà etrusca all'avidità del mondo romano, identificandosi con una civiltà in gran parte frutto della propria immaginazione; di tono assai diverso fu la reazione, più intellettuale e inquieta, di Aldous Huxley.[263] Le tombe etrusche hanno un ruolo centrale anche nel prologo de Il giardino dei Finzi-Contini (1962) di Giorgio Bassani, dove la visita alla necropoli di Cerveteri introduce la riflessione sulla memoria e sulla morte che attraversa il romanzo: i Finzi-Contini vi sono descritti come «Etruschi moderni», isolati tra i contemporanei e legati al culto degli antenati, e Bassani adotta per la necropoli ceretana lo stesso registro lirico con cui descrive il loro giardino.[265] Il romanzo di Bassani diventa in seguito un film Il giardino dei Finzi-Contini diretto nel 1970 da Vittorio De Sica. Al Forse che sì dannunziano si ispirò direttamente Luchino Visconti per il film Vaghe stelle dell'Orsa... (1965, Leone d'oro alla Mostra di Venezia), ambientato a Volterra, in cui le rovine, le urne cinerarie e il paesaggio etrusco sono parte integrante della narrazione.[264] In più opere del Novecento il mondo etrusco viene così associato al tema della memoria e dell'identità ebraica: a partire dagli anni sessanta gli Etruschi furono talora rappresentati come un popolo vinto dai Romani e accostati, attraverso il ricordo della Shoah, agli ebrei del Novecento.[265] Accanto al cinema d'autore e alla letteratura, anche la narrativa e il cinema di genere hanno fatto ricorso all'immaginario etrusco, di norma in chiave funebre e perturbante, legata alla morte e alla profanazione dei sepolcri, come nei film L'etrusco uccide ancora (1972) e Assassinio al cimitero etrusco (1982), secondo lo stesso schema che presenta gli Etruschi come popolo «misterioso».[266]

Di segno opposto fu la ricezione tedesca: nonostante l'intensa attenzione scientifica e il successo delle grandi mostre, gli Etruschi rimasero quasi assenti dalla letteratura e dalla cultura tedesca, con un riuso creativo assai più limitato che in Italia, Gran Bretagna e Francia. Martin Miller collega questa assenza all'impostazione positivista e descrittiva dell'etruscologia tedesca dell'Otto e Novecento, votata alla catalogazione dei reperti più che all'interpretazione, e al persistere, nei manuali scolastici fino agli anni sessanta, di un'immagine cupa e «misteriosa» del popolo etrusco, ancora segnata dalla demonizzazione ideologica di età nazista.[267]

Nella cultura popolare

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Gli Etruschi compaiono anche nella cultura popolare e nel fumetto. Il primo fumetto italiano a soggetto etrusco fu Rasena (sceneggiato da Gino Gelardini De Barba e disegnato da Gianni De Luca), pubblicato su Il Vittorioso nel 1955-1956; in ambito francese gli Etruschi appaiono in un episodio della serie Alix di Jacques Martin (1968), mentre nel fumetto italiano un ampio ciclo etrusco-atlantideo fu sviluppato da Alfredo Castelli in Martin Mystère a partire dagli anni ottanta. Ricorrente è il motivo della civiltà misteriosa e del soprannaturale, talvolta legato all'idea di una «maledizione».[268]

Note esplicative

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  1. La datazione del 396 a.C. è convenzionale ed è il risultato della combinazione tra l'elenco dei magistrati romani fornito da Tito Livio (Ab Urbe Condita, V, 19, 1-2, ed. R.M. Ogilvie, Oxford Classical Texts, 1974) e il sistema di datazione olimpico/ateniese fornito da Diodoro Siculo (Bibliotheca Historica, XIV, 93, 1, ed. F. Vogel - C.T. Fischer, Bibliotheca Teubneriana, 1893).
  2. Non sembra trattarsi di una voce greca, dato che la formazione in -enna è ritenuta propria dell'ambiente etrusco e italico (cfr. Carlo Battisti, Per lo studio dell'elemento etrusco nella toponomastica italiana, in Studi Etruschi, vol. 1, 1927, pp. 327-349); la critica recente riconduce inoltre Rasna a una sincope di Rasenna (cfr. Giuliano Bonfante, Il nome degli Etruschi, in Studi Etruschi, vol. 65-68, 2002, pp. 203-204).
  3. L'umbro turskum è una delle attestazioni del tema *tursko-, accanto al latino Tusci e all'etrusco Tursikina, e non l'origine delle forme latine.
  4. Nella ricostruzione prevalente l'eteronimo si formò in ambito egeo e fu poi esteso dai Greci d'Occidente a designare gli Etruschi d'Italia. In questo quadro la storiografia ricorre talora alle espressioni "Tirreni d'Oriente" e "Tirreni d'Occidente": non per distinguere due popoli diversi, ma per indicare gli Etruschi in due momenti del contatto con i Greci, quello egeo (in cui il nome sarebbe stato coniato) e quello italico (a cui sarebbe stato successivamente esteso). Si tratta dunque di etichette di valore cronologico e geografico, non etnico. La natura di questo rapporto, e in particolare l'identità delle popolazioni egee designate come Tirreni, restano oggetto di un dibattito aperto da decenni: si veda la voce Tirreni.
  5. L'ipotesi risale almeno a Dionigi di Alicarnasso (I, 30) ed è ripresa da Giuliano Bonfante, Larissa Bonfante, The Etruscan Language. An Introduction, Manchester University Press, Manchester, 2002, p. 51; la derivazione del greco τύρσις da una lingua "mediterranea" è formulata da Paul Kretschmer (1934) e riproposta da Robert Beekes. Per la critica agli accostamenti basati sulla sola somiglianza fonetica cfr. de Simone 2011, cit.
  6. I versi finali della Teogonia, tra cui quelli sui Tirreni, sono da parte della critica ritenuti tardi rispetto al nucleo del poema: M. L. West considera secondaria la genealogia dei figli di Circe e Odisseo;[17] anche de Simone li considera un'aggiunta posteriore.[15] Altri studiosi ne sostengono invece la cronologia alta.[16]
  7. La connessione fra Tursikina e l'etnonimo, sostenuta tra gli altri da Heurgon, de Simone, Benelli e Marchesini, non è unanime: la respinge ad esempio Giuliano Bonfante (Il nome degli Etruschi, cit.), secondo cui l'etrusco *turse- non sarebbe documentato.
  8. Una parte degli studiosi articola ulteriormente il quadro distinguendo, accanto all'area settentrionale, un'area meridionale (Cerveteri e Veio) e un'area centrale (Tarquinia), sulla base della resa delle sibilanti e della velare: Wallace2016, pp. 205-206.

Note bibliografiche

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  1. Diana Neri, 1.1 Il periodo villanoviano nell’Emilia occidentale, in Gli Etruschi tra VIII e VII secolo a.C. nel territorio di Castelfranco Emilia (MO), Firenze, All'Insegna del Giglio, 2012, p. 9, ISBN 978-88-7814-533-7.
    «Il termine “Villanoviano” è entrato nella letteratura archeologica quando, a metà dell ’800, il conte Gozzadini mise in luce le prime tombe ad incinerazione nella sua proprietà di Villanova di Castenaso, in località Caselle (BO). La cultura villanoviana coincide con il periodo più antico della civiltà etrusca, in particolare durante i secoli X, IX e VIII a.C. e i termini di Villanoviano I, II e III, utilizzati dagli archeologi per scandire le fasi evolutive, costituiscono partizioni convenzionali della prima età del ferro»
  2. Gilda Bartoloni, La cultura villanoviana. All'inizio della storia etrusca, Roma, Carocci editore, 2012.
  3. Giovanni Colonna, I caratteri originali della civiltà Etrusca, in Mario Torelli (a cura di), Gi Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 25-41.
  4. 1 2 Dominique Briquel, Le origini degli Etruschi: una questione dibattuta fin dall'antichità, in Mario Torelli (a cura di), Gi Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 43-51.
  5. Gilda Bartoloni, Le origini e la diffusione della cultura villanoviana, in Mario Torelli (a cura di), Gli Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 53-71.
  6. 1 2 Enrico Benelli, Le origini. Dai racconti del mito all'evidenza dell'archeologia, in Etruschi, Rusconi Libri, 2021, pp. 9-24.
  7. Jolivet 2013, pp. 151-153.
  8. Giuliano Bonfante, Il nome degli Etruschi, in Studi Etruschi, vol. 65-68, 2002, pp. 203-204.
  9. Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 30, 3.
  10. (EN) Daniele F. Maras, Kings and Tablemates. The Political Role of Comrade Associations in Archaic Rome and Etruria, in Petra Amann (a cura di), Etruskische Sozialgeschichte revisited, Akten der 2. Internationalen Tagung der Sektion "Wien-Österreich" des Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, Vienna 2016, Vienna, 2018, pp. 91-108.
  11. Massimo Pallottino, Saggi di antichità, II, Roma, G. Bretschneider, 1979, p. 777.
  12. Helmut Rix, Etr. meχ rasnal = lat. res publica, in M. G. Marzi Costagli, L. Tamagno Perna (a cura di), Studi di antichità in onore di Guglielmo Maetzke, Roma, G. Bretschneider, 1984, pp. 455-468.
  13. 1 2 Strabone, Geografia, V, 2, 2.
  14. 1 2 Carlo de Simone, Etrusco tursikina: sulla formazione ed origine dei gentilizi etruschi in -kina (-cina), in Studi Etruschi, vol. 40, 1972, pp. 153-181.
  15. 1 2 3 Carlo de Simone, "L'origine degli Etruschi" ancora: recenti teorie, in Studi Etruschi, vol. 74, 2011, pp. 169-196.
  16. 1 2 3 4 Luca Cerchiai, I Tirreni, Lemno, gli Etruschi, in Emanuele Greco (a cura di), Pelargòs, supplemento di 1. Atti della Giornata di Studi (Napoli, 13 gennaio 2020). Efestia (Lemno) da "interfaccia tra Egeo e Anatolia" a cleruchia ateniese, Roma, Edizioni Quasar, 2023, pp. 147-152, ISBN 978-88-5491-432-2.
  17. Martin L. West, Hesiod, Theogony. Edited with Prolegomena and Commentary, Oxford, Clarendon Press, 1966, pp. 433-435.
  18. 1 2 Enrico Benelli, Iscrizioni etrusche. Leggerle e capirle, Ancona, Saci, 2007, pp. 188-190.
  19. Adriano Maggiani, La nascita della scrittura nell'Etruria settentrionale. Una nota, in Studi Etruschi, vol. 80, 2017, pp. 133-147.
  20. Christopher Smith, Gli Etruschi, Milano, Hoepli, 2018, pp. 9-12, ISBN 978-88-203-8562-0.
  21. Giovanna Bagnasco Gianni, Origine degli Etruschi, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 47-50, ISBN 978-88-203-4870-0.
  22. Erodoto, Storie, I, 94, 5-7
  23. Dionisio di Alicarnasso, Antichità Romane, 1, 28, 3
  24. Dionisio di Alicarnasso, Antichità Romane, I 26-30.
  25. Tito Livio, Ab Urbe condita, V, 33, 11.
  26. Etruscologia, pp. 51-117
  27. Graeme Barker, Tom Rasmussen, Gli Etruschi. Civiltà e vita quotidiana di un popolo aborigeno dell'Italia, traduzione di Ezio Rovida, I, Genova, Edizioni ECIG collana Dimensione, 2006, p. 50, ISBN 88-7544-059-X.
  28. (EN) Phil Perkins, DNA and Etruscan Identity, in Phil Perkins e Judith Swaddling (a cura di), Etruscan by Definition: Papers in Honour of Sybille Haynes, The British Museum Research Publications (173). London, UK, 2009, pp. 95-111, ISBN 978-0-86159-173-2.
  29. 1 2 (EN) Nancy Thomson de Grummond, Ethnicity and the Etruscans, in Jeremy McInerney (a cura di), A Companion to Ethnicity in the Ancient Mediterranean, Chichester, UK, John Wiley & Sons, Inc, 2014, pp. 405-422, DOI:10.1002/9781118834312, ISBN 9781444337341.
  30. 1 2 (EN) Jean MacIntosh Turfa, The Etruscans, in Gary D. Farney e Gary Bradley (a cura di), The Peoples of Ancient Italy, Berlino, De Gruyter, 2017, pp. 637-672, DOI:10.1515/9781614513001, ISBN 978-1-61451-520-3.
  31. (EN) Phil Perkins, Chapter 8: DNA and Etruscan identity, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlin: De Gruyter, 2017, pp. 109-118, ISBN 978-1-934078-49-5.
  32. 1 2 (EN) Lucy Shipley, Where is home?, in The Etruscans: Lost Civilizations, Londra, Reaktion Books, 2017, pp. 28-46, ISBN 9781780238623.
  33. Etruschi, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
    «Sull’origine degli Etruschi (gr. Τυρσηνοί, poi Τυρρηνοί; lat. Tusci o Etrusci; etrusco Rasna) sono state sostenute diverse tesi opposte: quella di una presenza in Italia fino da età antichissima (discendenza dai villanoviani e quindi dai palafitticoli e dai terramaricoli dell’età del Bronzo, ovvero, considerando i villanoviani italici immigrati, dalle locali genti neo-eneolitiche) e quella di una tarda migrazione dal Nord o per mare. Quest’ultima tesi si basa su motivi linguistici (iscrizioni dell’isola di Lemno, presso la Tracia, in una lingua forse affine all’etrusca) e archeologici (ispirazione orientale della prima arte etrusca). Poiché gli influssi orientali si riferiscono a epoca relativamente recente e possono meglio spiegarsi con rapporti commerciali, la tesi della migrazione dal Nord o dell’autoctonia sembrerebbero preferibili.»
  34. (EN) Rex E. Wallace, Italy, Languages of, in Michael Gagarin (a cura di), The Oxford Encyclopedia of Ancient Greece and Rome, I, Oxford, Oxford University Press, 2010, pp. 97-102, DOI:10.1093/acref/9780195170726.001.0001, ISBN 9780195170726.
    «Etruscan origins lie in the distant past. Despite the claim by Herodotus, who wrote that Etruscans migrated to Italy from Lydia in the eastern Mediterranean, there is no material or linguistic evidence to support this. Etruscan material culture developed in an unbroken chain from Bronze Age antecedents. As for linguistic relationships, Lydian is an Indo-European language. Lemnian, which is attested by a few inscriptions discovered near Kamania on the island of Lemnos, was a dialect of Etruscan introduced to the island by commercial adventurers. Linguistic similarities connecting Etruscan with Raetic, a language spoken in the sub-Alpine regions of northeastern Italy, further militate against the idea of eastern origins.»
  35. 1 2 Il retico, in Dipartimento di Studi Umanistici (DSU), Laboratorio di epigrafia dell'Italia antica, Università Cà Foscari di Venezia, su virgo.unive.it. URL consultato il 22 luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 22 dicembre 2018).
  36. (EN) Silvia Ghirotto et al., Origins and Evolution of the Etruscans’ mtDNA, in PLOS ONE, Public Library of Science, 6 febbraio 2013, DOI:10.1371/journal.pone.0055519, ISSN 1932-6203 (WC · ACNP), PMID 23405165. URL consultato il 16 marzo 2015.
  37. (EN) Francesca Tassi et al., Genetic evidence does not support an etruscan origin in Anatolia, in American Journal of Physical Anthropology, vol. 152, n. 1, New York City, John Wiley & Sons, settembre 2013, pp. 11-18, DOI:10.1002/ajpa.22319. URL consultato il 16 marzo 2015.
    «The debate on the origins of Etruscans, documented in central Italy between the eighth century BC and the first century AD, dates back to antiquity. Herodotus described them as a group of immigrants from Lydia, in Western Anatolia, whereas for Dionysius of Halicarnassus they were an indigenous population. Dionysius' view is shared by most modern archeologists, but the observation of similarities between the (modern) mitochondrial DNAs (mtDNAs) of Turks and Tuscans was interpreted as supporting an Anatolian origin of the Etruscans. However, ancient DNA evidence shows that only some isolates, and not the bulk of the modern Tuscan population, are genetically related to the Etruscans. In this study, we tested alternative models of Etruscan origins by Approximate Bayesian Computation methods, comparing levels of genetic diversity in the mtDNAs of modern and ancient populations with those obtained by millions of computer simulations. The results show that the observed genetic similarities between modern Tuscans and Anatolians cannot be attributed to an immigration wave from the East leading to the onset of the Etruscan culture in Italy. Genetic links between Tuscany and Anatolia do exist, but date back to a remote stage of prehistory, possibly but not necessarily to the spread of farmers during the Neolithic period.»
  38. (EN) Michela Leonardi et. al., The female ancestor's tale: Long‐term matrilineal continuity in a nonisolated region of Tuscany, in American Journal of Physical Anthropology, vol. 167, n. 3, New York City, John Wiley & Sons, 6 settembre 2018, pp. 497-506, DOI:10.1002/ajpa.23679, PMID 30187463. URL consultato il 27 ottobre 2018.
  39. Etruschi: confermata l'origine autoctona. Non provenivano dall'Anatolia, in Corriere della Sera, Milano, RCS MediaGroup, 7 febbraio 2013. URL consultato il 24 dicembre 2019.
    «Gli Etruschi erano una popolazione stanziata da tempo in Italia e non provenivano dall'Anatolia, l'attuale Turchia. Aveva quindi ragione Dionigi di Alicarnasso, che sosteneva la prima tesi già nel I secolo avanti Cristo, e torto il suo predecessore Erodoto, che riportava l'origine orientale nel V secolo a. C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Plos One, coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell’Università di Ferrara, e David Caramelli, docente di antropologia dell’Università di Firenze, e realizzato in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano.»
  40. La vera origine degli Etruschi, in Le Scienze, Roma, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A., 11 febbraio 2013. URL consultato il 24 dicembre 2019.
    «Il confronto fra il DNA mitocondriale dell'attuale popolazione toscana e quello estratto da ossa scoperte in alcune tombe antiche ha mostrato che gli Etruschi non sono arrivati dall'Anatolia, come invece sosteneva Erodoto, ma erano una popolazione autoctona italica, come sosteneva Dionigi di Alicarnasso. Oggi i discendenti di quella antica popolazione sono pochi e dispersi in alcune piccole comunità della Toscana»
  41. Il Dna degli Etruschi è ancora 'vivo', in ANSA, Roma, Agenzia Nazionale Stampa Associata, 8 febbraio 2013.
    «Il confronto con Dna provenienti dall'Asia dimostra inoltre, prosegue l'esperto, che "fra l'Anatolia e l'Italia ci sono state sì migrazioni, ma che sono avvenute migliaia di anni fa, nella preistoria. Quindi non hanno rapporto con la comparsa della civiltà etrusca nell'VIII secolo avanti Cristo. Viene così smentita l'idea di un'origine orientale degli Etruschi, ripresa alcuni anni fa, da studi genetici che però si basavano solo su DNA moderni".»
  42. (EN) Colin Haselgrove, Katharina Rebay-Salisbury, e Peter S. Wells, Europe in the Iron Age: Landscapes, Regions, Climate, and People, in Colin Haselgrove, Katharina Rebay-Salisbury e Peter S. Wells (a cura di), The Oxford Handbook of the European Iron Age, Prima edizione, Oxford, Oxford University Press, 2023, p. 79, DOI:10.1093/oxfordhb/9780199696826.001.0001, ISBN 978-0-19-969682-6.
    «Despite Herodotus’ claim of a Near Eastern origin for the Etruscans and the presence of Near Eastern mtDNA haplogroups in central Italy (Achilli et al. 2007; Vernesi et al. 2004), DNA analysis of ancient Etruscan and medieval skeletal remains in conjunction with modern individuals in fact points to a local origin for Etruscan culture (Ghirotto et al. 2013).»
  43. (EN) Chiara Barbieri e Paul Widmer, Advances in population genetics and language history: How large data sets and ancient DNA changed the picture, in Mark Hudson, Martine Robbeets (a cura di), The Oxford Handbook of Archaeology and Language, Oxford, Oxford University Press, 2025, p. 207, DOI:10.1093/oxfordhb/9780192868350.013.36, ISBN 9780192694553.
    «An informative case study is the one of the Etruscans, a population from central Italy who spoke a (now extinct) non-Indo-European language. According to historians of that time, the ancestors of the Etruscans belonged to the tribe of the Lydians. Because of extreme famine, a group of Lydians chosen by lot had to leave their homelands in western Anatolia and settled in Italy (Herodotus, 1.94.5-7). Recently, a large aDNA transect study showed that Etruscans lacked a recent Anatolian-related admixture. They had been assimilating local ancestries, possibly of Italic origin, and have been also sharing genetic profiles with neighbouring Romans (Posth et al. 2021). These genetic results would not support Herodotus' narrative of an Anatolian origin of the Etruscan language but would be compatible with local development with a few sources of admixture (Bonfante and Bonfante 2002).»
  44. Alla componente ancestrale Steppe i genetisti attribuiscono un ruolo nella diffusione delle lingue indoeuropee Cfr. David Reich, Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019.
  45. (EN) Margaret L. Antonio, Ziyue Gao e Hannah M. Moots, Ancient Rome: A genetic crossroads of Europe and the Mediterranean (abstract), in Science, vol. 366, n. 6466, Washington D.C., American Association for the Advancement of Science, novembre 2019, pp. 708-714, DOI:10.1126/science.aay6826.
    «We collected data from 11 Iron Age individuals dating from 900 to 200 BCE (including the Republican period). This group shows a clear ancestry shift from the Copper Age, interpreted by ADMIXTURE as the addition of a Steppe-related ancestry component (...) Interestingly, although Iron Age individuals were sampled from both Etruscan (n=3) and Latin (n=6) contexts, we did not detect any significant differences between the two groups with f4 statistics in the form of f4(RMPR_Etruscan, RMPR_Latin; test population, Onge), suggesting shared origins or extensive genetic exchange between them.»
  46. 1 2 (EN) Cosimo Posth, Valentina Zaro, Maria A Spyrou, Stefania Vai, Guido A Gnecchi-Ruscone, Alessandra Modi, Alexander Peltzer, Angela Mötsch, Kathrin Nägelee, Åshild J Vågene, Elizabeth A Nelson, Rita Radzevičiūtė, Cäcilia Freund, Lorenzo M Bondioli, Luca Cappuccini, Hannah Frenzel, Elsa Pacciani, Francesco Boschin, Giulia Capecchi, Ivan Martini, Adriana Moroni, Stefano Ricci, Alessandra Sperduti, Maria Angela Turchetti, Alessandro Riga, Monica Zavattaro, Andrea Zifferero, Henrike O Heyne, Eva Fernández-Domínguez, Guus J Kroonen, Michael McCormick, Wolfgang Haak, Martina Lari, Guido Barbujani, Luca Bondioli, Kirsten I Bos, David Caramelli, Johannes Krause, The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect (abstract), in Science Advances, vol. 7, n. 39, Washington, D.C., American Association for the Advancement of Science, 24 settembre 2021, DOI:10.1126/sciadv.abi7673. URL consultato l'8 maggio 2026 (archiviato il 25 settembre 2021).
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    «Tuttavia, da ormai oltre un trentennio risulta chiaro che la presenza etrusca in Val Padana non è un processo di occupazione tardiva, ma un dato strutturale. Le due Etrurie si formano simultaneamente sin dalle fasi iniziali dell’età del Ferro: il villanoviano tirrenico e quello padano presentano un inizio pressoché sincrono e sono espressione di un analogo processo socio-politico, che investe ugualmente due realtà al di qua e al di là dell’Appennino; in entrambi gli areali, infatti, si attivano processi di formazione di entità protourbane: per l’area padana, il caso di Bologna princeps Etruriae - pur con diverse premesse nel popolamento del Bronzo finale, archeologicamente assai meno visibile nel territorio- è per molti versi parallelo a quello delle principali entità protourbane dell’Etruria tirrenica (Sassatelli 2000: 170; Sassatelli 2005: 119-144; Sassatelli 2008). Tito Livio era dunque in errore nel ritenere che fosse avvenuto un vero e proprio processo di colonizzazione dall’Etruria tirrenica a quella padana;»
  60. Giuseppe Sassatelli, La fase villanoviana e la fase orientalizzante (IX-VI secolo a.C.), in Angela Donati e Giuseppe Sassatelli (a cura di), Storia di Bologna. Bologna nell’antichità, Bologna, Bononia University Press, 2005, pp. 119-155.
  61. Giuseppe Sassatelli, Gli Etruschi nella Valle del Po, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Annali della Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, La colonizzazione etrusca in Italia, Atti del XV Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria, Orvieto, 23-25 novembre 2007, n. 15, 2008, pp. 71-114.
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    «Si è giustamente pensato a un indigeno che non solo ha etruschizzato il proprio nome, ma ha voluto accostarvi un prenome squisitamente etrusco. Di lontana origine celtica, il nostro personaggio potrebbe aver etruschizzato il proprio nome in Etruria settentrionale o forse anche, perché no, in Etruria Padana visto che la disposizione della iscrizione entro rotaia arcuata si può accostare ad una stele di Bologna oltre che a quelle dell’Etruria settentrionale (Fig. 8). Di qui, con un itinerario analogo a quello del faber elvezio He-lico, il nostro personaggio sarebbe poi tornato alla sua terra d’origine dove sarebbe rimasto fino alla morte in occasione della quale, accanto alla sua origine “leponzia” intese esibire anche la sua acquisita etruschizzazione»
  90. Giuseppe Sassatelli, Gli Etruschi nella pianura padana, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, p. 161, ISBN 9788820348700.
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  252. 1 2 La riscoperta degli Etruschi[collegamento interrotto], su etruschi.unimi.it. URL consultato il 3 giugno 2026.
  253. Etruscologia, p. 10
  254. Massimo Pallottino, Etruscologia, Milano, Hoepli, 1984, ISBN 88-203-1428-2.
  255. 1 2 Francesco Roncalli, Gli Etruschi: nascita di un mito, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 217-231, ISBN 978-88-7140-822-4.
  256. Marina Micozzi, Gli Etruschi nei manuali scolastici italiani di storia e storia dell'arte, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 301-312, ISBN 978-88-7140-822-4.
  257. Vincenzo Bellelli e Andrea Ercolani, La civiltà etrusca nelle vignette filateliche, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 271-286, ISBN 978-88-7140-822-4.
  258. 1 2 3 Giovanna Bagnasco Gianni, Il gusto etrusco fra Sette e Ottocento, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 79-101, ISBN 978-88-7140-822-4.
  259. Laura Ambrosini, Souvenir etruschi del Grand Tour, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 141-150, ISBN 978-88-7140-822-4.
  260. Giuseppe Cirillo e Giovanni Godi (a cura di), Pelagio Palagi pittore e designer: dal classicismo al gusto etrusco, Parma, Grafiche Step, 1984, p. 112.
  261. Alessandro Mandolesi e Maria Chiara Ambrosio, Il gusto "all'etrusca" in terra sabauda, in Alessandro Mandolesi e Maurizio Sannibale (a cura di), Etruschi. L'ideale eroico e il vino lucente. Catalogo della mostra (Asti, Palazzo Mazzetti, 17 marzo-15 luglio 2012), Milano, Electa, 2012, pp. 175-183, ISBN 978-88-370-8985-6.
  262. Lucia Bellaspiga, Marino Marini e gli Etruschi, in Avvenire, 2021.
  263. 1 2 Maria Bonghi Jovino, Tra immaginario e conoscenza. Gli Etruschi nella letteratura britannica dall'Ottocento ai nostri giorni, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 63-77, ISBN 978-88-7140-822-4.
  264. 1 2 Maurizio Harari, Vaghe stelle a Volterra. I due fratelli etruschi di Visconti, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 203-213, ISBN 978-88-7140-822-4.
  265. 1 2 Martina Piperno, The Problem of Distance: Giorgio Bassani, the Etruscans and the Limits of Compassion, in Chiara Zampieri, Martina Piperno e Bart Van den Bossche (a cura di), Modern Etruscans. Close Encounters with a Distant Past, Lovanio, Leuven University Press, 2023, pp. 147-162, DOI:10.11116/9789461665232, ISBN 978-94-6166-523-2. URL consultato il 3 giugno 2026.
  266. Valentino Nizzo, Gli Etruschi senza mistero. Parte I: fortuna e mito, in Forma Urbis, XVIII, n. 5, maggio 2013, pp. 36-37.
  267. (EN) Martin Miller, The Demonisation of the Etruscans: From Alfred Grünwedel to German Schoolbooks, in Chiara Zampieri, Martina Piperno e Bart Van den Bossche (a cura di), Modern Etruscans. Close Encounters with a Distant Past, Lovanio, Leuven University Press, 2023, pp. 97-113, DOI:10.11116/9789461665232, ISBN 978-94-6166-523-2. URL consultato il 26 giugno 2026.
  268. Giuseppe Pucci, Gli Etruschi nel fumetto, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi nella cultura e nell'immaginario del mondo moderno, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XXIV, Roma, Edizioni Quasar, 2017, pp. 313-322, ISBN 978-88-7140-822-4.

Fonti storiografiche moderne

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Contributi in opere collettive

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  • (EN) Larissa Bonfante, Etruscan Inscriptions and Etruscan Religion, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
  • (EN) Nancy Thomson de Grummond, Introduction: The History of the Study of Etruscan Religion, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
  • (EN) Nancy Thomson de Grummond, Prophets and Priests, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
  • (EN) Ingrid E. M. Edlund-Berry, Ritual Space and Boundaries in Etruscan Religion, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
  • (EN) Ingrid Krauskopf, The Grave and Beyond in Etruscan Religion, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
  • (EN) Erika Simon, Gods in Harmony: The Etruscan Pantheon, in Nancy Thomson de Grummond e Erika Simon (a cura di), The Religion of the Etruscans, Austin, University of Texas Press, 2006, ISBN 978-0-292-70687-3.
  • Dominique Briquel, Il ruolo della componente etrusca nella difesa della religione nazionale dei Romani contro le externae superstitiones, in Patria diversis gentibus una? Unità politica e identità etniche nell'Italia antica, Cividale del Friuli, Fondazione Niccolò Canussio, 2007, pp. 115-133.
  • (EN) Nancy Thomson de Grummond, On Mutilated Mirrors, in Margarita Gleba e Hilary Becker (a cura di), Votives, Places and Rituals in Etruscan Religion. Studies in Honor of Jean MacIntosh Turfa, collana Religions in the Graeco-Roman World, 166, Leida-Boston, Brill, 2009, pp. 171-181, ISBN 978-90-04-17045-2.
  • (EN) Margarita Gleba, Textile Tools in Ancient Italian Votive Contexts: Evidence of Dedication or Production?, in Margarita Gleba e Hilary Becker (a cura di), Votives, Places and Rituals in Etruscan Religion. Studies in Honor of Jean MacIntosh Turfa, collana Religions in the Graeco-Roman World, 166, Leida-Boston, Brill, 2009, pp. 69-84, ISBN 978-90-04-17045-2.
  • Luca Fedeli, Ritrovamenti cultuali etruschi in Casentino e Valdichiana, in Hintial. Il Sacro in terra d'Etruria. Atti del Convegno (Soci, 17 ottobre 2009), Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2010, pp. 49-66.
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  • Giovannangelo Camporeale, La barca solare nella cultura villanoviana: evoluzioni iconografiche e semantiche, in Petra Amann (a cura di), Kulte - Riten - religiöse Vorstellungen bei den Etruskern und ihr Verhältnis zu Politik und Gesellschaft, collana Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 440, Vienna, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 2012, pp. 237-252, ISBN 978-3-7001-6886-7.
  • (EN) Larissa Bonfante, Luxury in Funerary Rituals in Ancient Italy: The Dress, in Petra Amann (a cura di), Kulte - Riten - religiöse Vorstellungen bei den Etruskern und ihr Verhältnis zu Politik und Gesellschaft, collana Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 440, Vienna, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 2012, pp. 335-344, ISBN 978-3-7001-6886-7.
  • Paola Falchi e Matteo Milletti, Sardegna ed Etruria tra la fine dell'età del Bronzo e la prima età del Ferro: importazioni e fenomeni di acculturazione, in Atti della XLIV Riunione Scientifica dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. La preistoria e la protostoria della Sardegna, IV (Posters), Firenze, Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, 2012, pp. 1613-1617, ISBN 978-88-6045-094-4.
  • Gilda Bartoloni, La formazione urbana, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
  • Gilda Bartoloni, L'architettura, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
  • Enrico Benelli, Lingua ed epigrafia, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 419-446, ISBN 978-88-203-4870-0.
  • Giuseppe Sassatelli, Gli Etruschi nella pianura padana, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 161-188, ISBN 9788820348700.
  • Marisa Bonamici, La scultura, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
  • Maria Donatella Gentili, Pittura e ceramografia, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
  • Maurizio Harari, Storia degli studi, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
  • Adriano Maggiani, La religione, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
  • Luca Cerchiai, La struttura economica e politica, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-4870-0.
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  • (EN) Ingrid Edlund-Berry, The Architectural Heritage of Etruria, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra, New York, Routledge, 2013.
  • (EN) Fulvia Lo Schiavo e Matteo Milletti, The Nuragic heritage in Etruria, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 216-230, ISBN 978-0-415-67308-2.
  • (EN) Rubens D'Oriano e Antonio Sanciu, Phoenician and Punic Sardinia and the Etruscans, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 231-243, ISBN 978-0-415-67308-2.
  • (EN) Matteo Milletti, Etruria and Corsica, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 244-258, ISBN 978-0-415-67308-2.
  • (EN) Hilary Becker, Political systems and law, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 351-372, ISBN 978-0-415-67308-2.
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  • (FR) Jean Gran-Aymerich, Entre Méditerranée et Atlantique: les bronzes étrusques dans les relations commerciales, in L'âge du Fer en Europe. Mélanges offerts à Olivier Buchsenschutz, Bordeaux, Ausonius éditions, 2024.

Contributi in riviste

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  • Dominique Briquel, Millenarismo e secoli etruschi, in Minerva, vol. 15, 2001, pp. 263-278.
  • Simona Rafanelli, La religione etrusca in età ellenistica. Rituale e iconografia fra tradizione e contaminazioni, in Bollettino di Archeologia on line, Volume speciale (XVII International Congress of Classical Archaeology, Roma 2008), 2010, pp. 44-53.
  • (EN) Laura Ambrosini, Candelabra, Thymiateria and Kottaboi at Banquets: Greece and Etruria in Comparison, in Etruscan Studies, vol. 16, n. 1, 2013, pp. 1-38, DOI:10.1515/etst-2013-0007.
  • Adriano Maggiani, Aruspici etruschi a Bolsena, in Studi Etruschi, LXXVI, 2010-2013 [2014], pp. 183-198.
  • Valentino Nizzo, La fabula etrusca di Tages: l'infante profeta dalla senile sapienza, in Forma Urbis, XXII, n. 9, settembre 2017, pp. 5-11.
  • (EN) Silvia Amicone, Kyle P. Freund, Paola Mancini, Rubens D'Oriano e Christoph Berthold, New insights into Early Iron Age connections between Sardinia and Etruria: archaeometric analyses of ceramics from Tavolara, in Journal of Archaeological Science: Reports, 2022.
  • Arnaldo D'Aversa, La donna etrusca, Firenze, Paideia Editrice, 1985, ISBN 88-394-0361-2.
  • Ivo Fossati, Gli eserciti etruschi, collana De Bello, Milano, E.M.I. Edizioni Militari Italiane, 1987.
  • Salvatore Pezzella, Gli Etruschi: testimonianze di civiltà, Firenze, Orior, 1989.
  • Antonia Rallo (a cura di), Le donne in Etruria, L'Erma di Bretschneider, 1989, ISBN 88-7062-669-5.
  • Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Mille anni di civiltà, Bonechi, 1992.
  • Pierluigi Albini, L'Etruria delle donne. Vita pubblica e privata delle donne etrusche, Viterbo, Scipioni, 2000, ISBN 88-8364-063-2.
  • Giovannangelo Camporeale (a cura di), Gli Etruschi fuori d'Etruria, Verona, Arsenale, 2001.
  • (EN) Larissa Bonfante, Etruscan Dress, 2ª ed., Baltimora, Johns Hopkins University Press, 2003, ISBN 0-8018-7413-0.
  • Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi in Provenza e in Linguadoca, in Gli Etruschi da Genova ad Ampurias. Atti del XXIV Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Marseille-Lattes, 2002), Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2006, pp. 13-20.
  • Enrico Benelli, Iscrizioni etrusche. Leggerle e capirle, Ancona, SACI Edizioni, 2007.
  • Mauro Cristofani (a cura di), Civiltà degli Etruschi, Milano, Electa, 1985, ISBN 88-435-1157-2. (catalogo della mostra, Firenze, Museo archeologico, 16 maggio-20 ottobre 1985).
  • Gilda Bartoloni, Filippo Delpino, Cristiana Morigi Govi e Giuseppe Sassatelli (a cura di), Principi etruschi tra Mediterraneo ed Europa, Venezia, Marsilio, 2000, ISBN 88-317-7603-7. (catalogo della mostra, Bologna, Museo Civico Archeologico, 1 ottobre 2000-1 aprile 2001).
  • Bernard Andreae, Heinz Spielmann, Die Etrusker, Monaco, 2004.
  • Laura Bentini, Marinella Marchesi e Laura Minarini (a cura di), Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna, Milano, Electa, 2019, ISBN 978-88-918-2830-9. (catalogo della mostra, Bologna, Museo Civico Archeologico, 7 dicembre 2019-24 maggio 2020).
  • Emanuele Papi, Riccardo Di Cesare, Carlo De Domenico e Germano Sarcone (a cura di), La stele di Kaminia, gli Etruschi e l'isola di Lemno, Monza, Johan & Levi, 2023, ISBN 9788831338165. (catalogo della mostra, Milano, Fondazione Luigi Rovati, 21 dicembre 2022-24 settembre 2023).
  • Giuseppe Sassatelli, Giulio Paolucci e Valentino Nizzo (a cura di), Tesori etruschi. La collezione Castellani tra storia e moda, Milano, Fondazione Luigi Rovati, 2023, ISBN 9788831338196. (catalogo della mostra, Milano, Fondazione Luigi Rovati, 25 ottobre 2023-3 marzo 2024).
  • Giuseppe Sassatelli e Laura Maria Michetti (a cura di), Vulci. Produrre per gli uomini. Produrre per gli dèi, Milano, Fondazione Luigi Rovati, 2024, ISBN 9788831338226. (catalogo della mostra, Milano, Fondazione Luigi Rovati, 20 marzo-4 agosto 2024).
  • Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Giulio Paolucci e Alessandra Tiddia (a cura di), Etruschi del Novecento, Monza, Johan & Levi, 2024, ISBN 9788831338264. (catalogo della mostra, Rovereto, Mart, 7 dicembre 2024-16 marzo 2025; Milano, Fondazione Luigi Rovati, 2 aprile-3 agosto 2025).

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