Eroda

Eroda, o Eronda (in greco antico Ἡρώδας? o Ἡρώνδας, Herondas) (Alessandria d'Egitto o Coo, III secolo a.C. – Coo, inizio II secolo a.C.), è stato un poeta greco antico.
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Anche il nome del poeta non viene tramandato con assoluta certezza: il cartellino (sillybus) del papiro non si è conservato; uno solo di quelli che lo citano, Ateneo, offre Herondas (Ἡρώνδας), mentre tutti gli altri danno Herodas (Ἡρώδας) (o Herodes / Ἡρώδης). Masson sostiene la prima forma in quanto più rara e ricercata (questa citazione e quelle simili vengono spiegate nella bibliografia in basso), ma l'ultimo editore del poeta, Cunningham, preferisce Herodas insieme alla maggior parte degli editori più recenti, poiché più testimoni la supportano.
Si desume con verosimiglianza che egli abbia composto i suoi mimiambi intorno agli anni 275–265 a.C. e forse nel regno d'Egitto, principalmente per le menzioni, nel mimiambo 1, del tempio di Tolomeo II e Arsinoe (30) e del Museo[1], e nel mimiambo 4 dei figli di Prassitele[2] e di Apelle[3].
Nel mimiambo 8 [4], egli predice a se stesso la gloria, ma le cose andarono diversamente dalle aspettative. Infatti, pochi nell'antichità lo resero oggetto di lettura: sono stati riportati alla luce in Egitto due rotoli papiracei; lo loda Plinio il Giovane[5] e lo citano Ateneo, Stobeo[6], Zenobio[7], lo scoliasta a Nicandro e l' Etymologicum Magnum[8].
Mimiambi
[modifica | modifica wikitesto]Di Eroda ci sono giunti otto componimenti in parte lacunosi, più un nono del tutto frammentario, tornati alla luce nell'Ottocento grazie a ritrovamenti papiracei.
La conservazione del testo
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1891, Frederic George Kenyon rese pubblico un rotolo papiraceo acquistato due anni prima in Egitto dal British Museum. Questo volume, comunemente chiamato P, è ora conservato nella British Library con il numero Pap. 135[9]. Contiene nove mimiambi; si ipotizza che due noti da altre fonti, e forse altri ancora, siano stati portati via con la fine del volume. L'altezza del volume è di 12,4 cm, la larghezza delle singole colonne è di 8–8,5 cm. Si conservano 46 colonne, intatte o ricostruite da frammenti[10]; le prime 14 contengono 15–16 righe ciascuna, le restanti 17–19. Sembra essere stato scritto intorno al o poco dopo il 100 d.C., con una scrittura libraria piccola ma chiara, da confrontare con P. Oxy. 221 e P. Lit. Lond. 140. Dove si conserva integro, non c'è alcun dubbio sulla lettura, ma più frequentemente i tarli hanno rovinato il papiro o la superficie è abrasa o il papiro è strappato.
Lo scriba stesso ha scritto i titoli dei mimiambi e le coronidi finali. L'abitudine di scrivere ι al posto di ει, che rende in modo imperfetto, indica che egli ha utilizzato un esemplare d'epoca tolemaica. Egli stesso ha commesso molti errori, molti li ha senza dubbio prescritti fedelmente dall'esemplare; per le correzioni sue e del diorthota (correttore) si veda più avanti. Sono stati aggiunti pochi accenti, spiriti e segni di interpunzione, a quanto pare per chiarire le difficoltà. Gli spazi lasciati qua e là tra le lettere, contrariamente all'opinione di alcuni, non hanno alcun significato; infatti appaiono non solo tra le parole ma anche in mezzo alle parole. Le battute dei personaggi sono indicate soltanto da una paragraphos, che talvolta è omessa e raramente inserita per errore.
Nel 1954 E. Lobel ha reso pubblico un lembo del secondo volume erodiano rinvenuto ad Ossirinco[11], in cui Barigazzi ha riconosciuto la fine dei versi del mimiambo VIII, 67–75. In queste poche lettere questo papiro offre un testo leggermente peggiore rispetto a P[12].
Struttura
[modifica | modifica wikitesto]I componimenti di Eroda sono definiti "mimiambi" (μιμίαμβοι) cioè mimi composti in metro giambico nella forma di scazonti o coliambi.
Nel I, La mezzana, ovvero, la tentatrice (Προκυκλὶς ἢ μαστροπός), Metriche, seduta da sola in casa, riceve una visita da Gillide. Quest'ultima spiega perché non è venuta a trovarla per così tanto tempo ed espone, in modo indiretto, il motivo della sua visita: Mandri si trova in Egitto da quasi un anno e si è chiaramente stabilito lì; se Metriche non sta attenta, sarà vecchia prima di rendersene conto; dovrebbe godersi la vita finché può e l'occasione è a portata di mano: Grillo è disperatamente innamorato di lei; ella dovrebbe cedere, almeno per questa volta. Metriche rifiuta la proposta con fermezza, ma senza rabbia: è fedele a Mandri. Gillide accetta del vino e se ne va.
Il Mimiambo II, Il lenone (Πορνοβοσκός), è il discorso dell'accusa nella causa di Battaro contro Talete, per aggressione. L'oratore, è un πορνοβοσκός [prosseneta/ruffiano] (e non se ne vergogna, vv. 74 ss.), che vive come μέτοικος [meteco] a Cos. Si presenta come un uomo povero e umile, rispettoso della legge, che ha subito una grave ingiustizia da parte di Talete (il quale avrebbe fatto irruzione in casa sua, causando dei danni, e avrebbe tentato di portar via una delle sue πόρναι [prostitute]).
Il III, Il maestro di scuola (Διδάσκαλος), vede Metrotime che porta suo figlio, Cottalo, dal maestro di scuola, Lamprisco, perché venga punito. Ella racconta a lungo la sua cattiveria: gioca d'azzardo in cattive compagnie, trascura gli studi, danneggia il tetto e in generale conduce una vita pigra e priva di valore. L. conviene che la punizione sia necessaria e procede a infliggerla. Il ragazzo implora pietà e promette di fare il bravo, e alla fine viene rilasciato. Metrotime sostiene che non ne abbia avuta abbastanza e va a casa a prendere dei ceppi per legarlo.
Il IV mimiambo, ossia Le donne che sacrificano ad Asclepio (Ἀσκληπιῷ ἀνατιθεῖσαι καὶ θυσιάζουσαι), rappresenta due donne che, con le loro schiave, visitano un tempio di Asclepio per fare un'offerta di ringraziamento al dio, e osservano e descrivono le varie sculture e dipinti che vi si possono vedere, tra cui un gruppo di Apelle, il quale viene difeso dalle critiche; è evidente che il modello siano Le siracusane di Teocrito.
Più scabrosi i due mimiambi successivi: nel V, La gelosa (Ζηλότυπος), Bitinna, che vive con il suo schiavo Gastrone, lo accusa di infedeltà. Egli alternativamente nega l'accusa e implora il perdono, ma lei è determinata a punirlo e ordina che sia legato e condotto a essere flagellato. Poi ci ripensa e lo richiama: deve anche essere marchiato. Tuttavia, inizia a cedere e, quando Cidilla — un'altra schiava che le è più simile a una figlia — intercede per lui, accetta di condonargli la punizione, almeno per il momento. Nel VI, Le amiche a colloquio, ovvero, le donne impegnate in una conversazione privata (Φιλιάζουσαι ἢ ἰδιάζουσαι), è un discorso tra due donne che elogiano le qualità di un "oggetto di piacere" fabbricato con maestria da un calzolaio, che ritorna ne Il calzolaio (Σκυτεύς) con il nome di Cerdone, dove illustra le proprie merci ad alcuni clienti e premia la ragazza Metrò con un paio di calzature per avergli procurato due donne con cui fare affari[13].
Infine, il mimiambo VIII, Il sogno (Ἐνύπνιον), è il mimiambo più importante perché rappresenta l'investitura poetica di Eroda. Colui che parla, ovvero il poeta stesso, sveglia la servitù per le faccende del giorno e dice a uno dei suoi schiavi di ascoltare il racconto di un sogno che ha fatto. La narrazione e l'interpretazione del sogno occupano il resto del componimento. La mutilazione del testo rende oscuri molti dettagli del sogno: i fatti certi sono questi. Eroda stava trascinando una capra attraverso una gola; vi sono coinvolti dei caprai; la capra viene uccisa, scorticata e mangiata (questa è un'inferenza derivata dall'interpretazione); vi è coinvolto qualcuno vestito con una pelle di cerbiatto, una tunica, edera e stivaletti; c'è una gara di askōliasmos (salto sull'otre), che il poeta vince; un vecchio lo minaccia; egli risponde e si appella a un giovane, che forse risolve la disputa. La descrizione è chiaramente quella di una sorta di festa dionisiaca: la capra, l'abbigliamento e l' askōliasmos rinviano inevitabilmente a ciò. Nell'interpretazione si dice apparentemente che la capra sia un dono di Dioniso, cioè la sua poesia; l'atto di mangiare la capra significa che molti critici attaccheranno la sua poesia; l'interpretazione della vittoria del premio e della sua condivisione con il vecchio adirato è dubbia — viene menzionata la fama e, come finale, «... dopo Ipponatte l'antico... / cantare versi zoppicanti ai discendenti di Xuto».
Del nono componimento, Le donne a colazione, pubblicato successivamente, ci resta davvero poco. Il titolo e i miseri resti mostrano che si trattava di una scena domestica, in cui diverse donne facevano visita a un'altra per la colazione; vi si menzionano dei bambini. Il titolo (l'unica attestazione del verbo nel greco classico) richiama un mimo di Sofrone, Τaὶ συναριστῶσαι e le Συναριστῶσαι di Menandro.
Resta, poi, un frammento da un decimo mimiambo, Molpino[14]:
o Grillo, Grillo, muori e diventa cenere;
poiché cieco è il traguardo della vita al di là di quello:
già infatti la luce della vita si è offuscata.»
Il mondo poetico e concettuale di Eroda
[modifica | modifica wikitesto]Per quanto riguarda i mimiambi di Eroda, bisogna sfatare il comune mito di una produzione scurrile e poco curata, giudizio dovuto ad una lettura superficiale dell'opera del poeta alessandrino. L'immagine che di lui emerge dai mimiambi è quella di un tipico poeta ellenistico: uno che tratta un argomento in precedenza non affrontato nella poesia, distante da un pubblico erudito e per questo a esso interessato; un poeta che unisce ciò a una forma tradizionale e che riporta in vita un metro e un dialetto obsoleti ed i cui componimenti sono brevi: in breve, un degno compagno dei suoi contemporanei Teocrito e Callimaco, a cui egli si rifà continuamente, come nel quarto mimambo, che si ispira direttamente al mimo teocriteo de Le Siracusane.
Tuttavia, in varie opere recenti si troverà affermato che Eroda si sia tenuto al di fuori delle tendenze della sua epoca, anzi che fosse in aperta opposizione e in diretto conflitto con Callimaco e/o Teocrito. Tali teorie, nella misura in cui non derivano da una persistente fiducia nella visione del "realista antico", si basano sull'VIII mimo, il cui contenuto è del tutto diverso da quello degli altri, trattandosi di una dichiarazione personale di Eroda (posta sotto forma di sogno e della sua interpretazione) riguardo alla sua fiducia nel fatto che la sua poesia otterrà riconoscimento, a dispetto dei suoi critici.
Il linguaggio utilizzato da Eroda, pur rappresentando in alcuni casi, come nel mimiambo VI, una tematica facilmente soggetta allo scadimento nel volgare e nella risata sguaiata, mantiene sempre una raffinatezza ricercata che impedisce di soffermarsi su particolari scabrosi che ogni giambografo avrebbe sicuramente trattato. Come si può capire dal mimiambo riguardante il sogno di Eroda, egli si ispira sia metricamente che linguisticamente ai modelli di Ipponatte, autore di Efeso e inventore del trimetro giambico scazonte. Eroda quindi adotta un linguaggio vario, di registro sempre adeguato al tema trattato e mai troppo scurrile, come invece a lungo creduto. La sua lingua rappresenta una unione di base ionica con apporti dell'attico e da Ipponatte, da cui attinge anche il gusto per l'hapax legomenon, il significato ricercato e raro del termine, la metafora e le figure di parola, come nel tipico stile della poesia ellenistico-alessandrina.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ I, 31.
- ↑ IV, 23–26.
- ↑ IV, 76–78.
- ↑ Vv. 76 ss.
- ↑ IV, 3, 3 [ad Arrio Antonino]: «Io stesso sono rimasto così colpito quando di recente ho letto i tuoi epigrammi greci e i tuoi mimiambi. Quanta raffinatezza, quanta grazia vi ho trovato, come erano dolci, affascinanti, arguti, corretti! Credevo di avere tra le mani Callimaco o Eroda, o qualcosa di persino migliore».
- ↑ I versi I, 15–16 e 67–68; VI, 37–39; 10; 12; 13.
- ↑ III, 10.
- ↑ V, 32.
- ↑ Il numero è stato modificato nel 1934 in Pap. Egerton 1 [Catalogue of Additions to the Manuscripts in the British Museum 1931–1935, Londra 1967, 362].
- ↑ Col. 42–46, cfr. ad VIII.
- ↑ The Oxyrhynchus Papyri 22, 2326; ora conservato a Oxford nell'Ashmolean Museum.
- ↑ A. Barigazzi, in "Mus. Helv." XII [1955], pp. 113 ss.
- ↑ Su questo mimo, cfr. A. Sumler, A Catalogue of Shoes: Puns in Herodas Mime 7, in "Classical World", n. 103 (2010), pp. 465–476.
- ↑ Citati da Stobeo IV, 50b, 56 (v. 1042 H.).
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]Edizioni critiche
- Herodas. Facsimile of the papyrus 135 in the British Museum, <London, Printed by order of the Trustees, 1892>.
- Herondae mimiambi [...], quartum edidit Otto Crusius, Lipsiae, in aedibus B. G. Teubner, 1908 («Bibliotheca Teubneriana»).
- Hérondas, Mimes, texte établi par J. Arbuthnot Nairn et traduit par Louis Laloy, Paris, Les belles lettres, 1928; 2a. ed. 1960 («Collection des Universités de France» G 46).
- Eroda, I Mimiambi, testo critico e commento per cura di Nicola Terzaghi, Torino, Chiantore, 1948.
- Herodae mimiambi, introduzione, testo critico, commento e indici a cura di Giulio Puccioni, Firenze, La nuova Italia, 1950 («Biblioteca di studi superiori. Filologia greca» 10).
- Eroda, I mimiambi, edizione critica e traduzione a cura di Quintino Cataudella, Milano, Nuovo istituto editoriale italiano, 1982.
- Herodae mimiambi, cum appendice fragmentorum mimorum papyraceorum, edidit Ian C. Cunningham, Leipzig, B.G. Teubner, 1987 («Bibliotheca Teubneriana»).
- Eronda, Mimiambi, a cura di Lamberto Di Gregorio, v. 1: 1-4, Milano, Vita e Pensiero, 1997 («Biblioteca di Aevuum Antiquum» 9).
- Eronda, Mimiambi, a cura di Lamberto Di Gregorio, v. 2: 5-13, Milano, Vita e Pensiero, 2004 («Biblioteca di Aevuum Antiquum» 16).
- Herodas, Mimiambi, cum appendice fragmentorum mimorum papyraceorum, edidit I. C. Cunningham, Monachii et Lipsiae, in aedibus K. G. Saur, 2004 («Bibliotheca Teubneriana»).
Traduzioni italiane e saggi
- I mimi di Eroda, a cura di Giovanni Setti, Modena, E. Sarasino, 1893 (prima traduzione italiana).
- E. Merone, I diminutivi in Eroda, Napoli, Istituto della stampa, 1953.
- D. Bo, La lingua di Eroda, Torino, Accademia delle Scienze, 1962.
- Eronda, Mimiambi. Commediole dal III sec. a.C., a cura di Silvana Grasso, Palermo, S. F. Flaccovio, 1989 («Parco centrale» 4).
- Mimiambi, a cura di Valentina Barbieri, Milano, La vita felice, 2016.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Eròda, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Nicola Festa, ERODA, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932.
- Eròda, su sapere.it, De Agostini.
- (EN) Herodas, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (EN) Opere di Eroda, su Open Library, Internet Archive.
- Tullio Balzano, RICERCHE SU ERODA, Biblioteca dell'Istituto di Filologia Classica, Università di Trieste, 1959: Note testuali, interpretazioni e problema della rappresentabilità teatrale.
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