ANTICHITÀ E ISTITUZIONI ROMANE
VI lezione
Le assemblee del popolo e della plebe
I comizi curiati
I comizi curiati
• Lex curiata de imperio
«A un console non è consentito, senza la conferma di una legge
curiata, di assumere il comando di operazioni militari (consuli, si legem
curiatam non habet, attingere rem militarem non licet)».
(Cicerone de lege agraria oratio secunda 2.30)
• Adrogatio
• Gentis enuptio
• Testamentum calatis comitiis
• Inauguratio (rex sacrorum, flamini, pontefici)
I comizi centuriati
Le cinque classi di censo
Classe Centurie Censo minimo Armamento
I 80 100.000 assi Elmo, scudo rotondo,
(40 di iuniores, 40 di schinieri, corazza,
seniores) asta e spada
II 20 75.000 assi Elmo, scudo
(10 di iuniores, 10 di rettangolare,
seniores) schinieri, asta e spada
III 20 50.000 assi Elmo, scudo
(10 di iuniores, 10 di rettangolare, asta e
seniores) spada
IV 20 25.000 assi Asta e giavellotto
(10 di iuniores, 10 di
seniores)
V 30 11.000 assi Fionde e pietre da
(15 di iuniores, 15 di getto
seniores)
Le leges de bello indicendo
«Si discusse poi [427 a.C.] se la guerra si doveva bandire per
deliberazione del popolo, o se era sufficiente un decreto del senato; alla
fine i tribuni riuscirono ad ottenere, minacciando di impedire la leva,
che il console Quinzio presentasse al popolo la proposta della guerra:
tutte le centurie diedero voto favorevole (Controversia inde fuit utrum
populi iussu indiceretur bellum an satis esset senatus consultum.
Pervicere tribuni, denuntiando impedituros se dilectum, ut Quinctius
consul de bello ad populum ferret. Omnes centuriae iussere)».
(Tito Livio 4.30.15)
La convocazione dei comizi
«Nei Commentarii Consolari io ho trovato scritto quanto segue: «Il
console destinato ad assumere il comando di un esercito dirà al suo
aiutante: ‘Calpurnio, chiama qui da me tutti i Quiriti in assemblea’.
L’aiutante dirà: ‘Quiriti venite tutti a vedere l’assemblea davanti ai
magistrati’. ‘Gaio Calpurnio – dirà il console – chiama qui da me
all’adunata tutti i cittadini’. L’aiutante dice così: ‘Quiriti tutti, venite qui
all’adunata davanti ai magistrati’. Quindi il console dà quest’ordine
all’esercito: ‘Vi ordino di venire ai comizi centuriati nel luogo
apposito’».
(Varrone de lingua latina 6.88)
Il magistrato presidente
«Mentre da Pozzuoli si recava a Roma per i comizi, Fabio Massimo li
convocò per quel giorno che per primo ebbe a disposizione e subito dopo
la marcia senza entrare in città scese al Campo. Poiché quel giorno era
toccato in sorte di votare per prima alla centuria Aniense dei giovani,
ed essa eleggeva consoli T. Otacilio e M. Emilio Regillo, allora Q. Fabio,
intimato silenzio così parlò...Poiché T. Otacilio come una furia gridava
che egli voleva farsi dare ancora il consolato, e faceva schiamazzo, il
console lo fece raggiungere dai littori e, poiché non era entrato in
città essendosi recato nel Campo immediatamente dopo la marcia,
egli fece ricordare che davanti a lui erano portati i fasci con le scuri».
(Tito Livio 24.7.10-9.1)
Il voto
- Rogatio
Rogator
- Centuria praerogativa
- Comizi legislativi:
Vti rogas / Antiquor
Cista - Iudicia populi:
Absolvo / Condemno
- Astensione:
Tesserae Non liquet
Pontes
- Renuntiatio
Interruzione: auspicio oblativo (servare de caelo); intercessio; morbo comitialis; tramonto
Le leges tabellariae
- Lex Gabinia (139 a.C.):
comizi elettorali
- Lex Cassia (137 a.C.):
Iudicia populi
- Lex Caelia (107 a.C.):
Iudicia populi perduellionis
- Lex Papiria (131 a.C.):
comizi legislativi
Denarius di argento del 113/112 a.C.
(RRC 292)
Brogli nelle votazioni
«Poco tempo dopo (Mario) si presentò candidato alla pretura; poco mancò che
fosse respinto e, nominato ultimo di tutti, subì un processo per broglio. Ne era
sospettato perché uno schiavo di Cassio Sabacone era stato visto
all’interno dei recinti, mescolato ai votanti; Sabacone era infatti uno degli
amici più fidati di Mario. Convocato dai giudici, Sabacone disse che, avendo
sete a causa del calore, aveva chiesto acqua fresca e lo schiavo era entrato per
portargliene una coppa, poi si era ritirato subito dopo che egli aveva bevuto.
Sabacone fu comunque espulso dal Senato dai censori dell’anno
successivo e si pensò che avesse subìto giustamente tale punizione o per aver
testimoniato il falso o per non essere stato capace di sopportare la sete».
(Plutarco Vita di Mario 5.4-6)
La riforma del III secolo a.C.
«Diciotto di censo massimo. Quindi, separato il grande numero dei cavalieri da tutto l’insieme del
popolo, divise la restante popolazione in cinque classi e distinse i più anziani dai più giovani, e
quelle così disgiunse che i voti venivano a trovarsi non in potere di tutti, ma dei soli ricchi, e prese
cura, precauzione che sempre occorre tener presente in una costituzione, che i più non avessero peso
preponderante. Questa ripartizione, se vi fosse ignota, ve la illustrerei; ma ora voi vedete che
l’ordinamento era tale che le centurie dei cavalieri con le sei originarie e la prima classe,
aggiuntavi la centuria assegnata ai falegnami nell’interesse supremo della cittadinanza,
formavano ottantotto centurie; alle quali se si fossero aggiunte anche soltanto otto delle cento e
quattro centurie (tante infatti sono quelle che restano) si avrebbe la forza intera del popolo
romano; e la restante popolazione molto più numerosa, compresa nelle novantasei centurie, né
doveva essere esclusa dal voto, affinché non sembrasse una tirannia, né doveva avere eccessiva
potenza, per non essere pericolosa».
(Cicerone de re publica 2.39)
Servio Tullio: 193 centurie: 18 cavalieri + 80 prima classe + 20 seconda + 20 terza + 20 quarta + 30
quinta + 5 inermes. Maggioranza: 97 centurie
Post-riforma: 193 centurie: 18 cavalieri + 70 prima classe + 1 falegnami + 104 restanti.
Maggioranza: 97 centurie.
La riforma del III secolo a.C.
«Non c’è da meravigliarsi che l’ordinamento attuale, istituito dopo che fu
raggiunto il numero di trentacinque tribù, raddoppiato il loro numero
(duplicato earum numero) con le centurie degli iuniori e dei seniori, non
corrisponda al numero stabilito da Servio Tullio (ad institutam summam non
convenire)».
(Tito Livio 1.43.12)
«Questa forma di governo fu mantenuta dai Romani per molte generazioni, ma è
oggi diversa ed è cambiata in una forma più democratica a causa di alcuni
bisogni urgenti, che hanno portato non ad una abolizione delle centurie, ma a
un diverso modo di chiamarle…».
(Dionigi di Alicarnasso 4.21.3)
La riforma del III secolo a.C.
1) Riduzione del numero delle centurie della I classe: da 80 a 70.
2) Nuovo ordinamento numerico dettato da una connessione tra le
centurie e le 35 tribù (queste ultime raddoppiate).
3) Introduzione di un nuovo sistema per chiamare le centurie al voto.
4) Numero finale delle centurie votanti invariato: 193.
post 241 a.C. (quando fu raggiunto il numero di 35 tribù)
ante 218 a.C. (nella III decade Livio chiama già le centurie con il nome
delle tribù)
L’ipotesi del Mommsen (1888)
classi tributarische Gesammtstimmen
Centurialverbände centurien
(unità di centurie (totale centurie
tribali) votanti)
Cavalieri - 18 (12+6) +
1 falegnami
I classe 70 (35x2) 70
II classe 70 (35x2)
III classe 70 (35x2)
100
IV classe 70 (35x2)
V classe 70 (35x2)
La Tabula Hebana
(20 d.C.)
Testo di una legge ritrovato
nel 1947 presso la frazione Le
Sassaie del comune di
Magliano in Toscana, sede
dell’antica colonia di Heba
La Tabula Hebana (ll. 16-32)
utiq(ue) eo die in quem ex lege quam L(ucius) Valerius M[essalla Vole] / sus Cn(aeus) Cornelius Cinna Magnus
co(n)s(ules) tulerunt exue h(ac) r(ogatione) senatores et eq(uites) suffragi ferendi caussa adess[e debebunt is] /
adsidentibus pr(aetoribus) e(t) tr(ibunis) pl(ebis) cistas (quindecim) uimineas grandes poni iubeat ante tribunal suum in
quas tabel[lae suffra-]/giorum demittantur itemq(ue) tabellas ceratas secundum cistas poni iubeat tam multas quam
[opus esse ei] / uidebitur, item tabulas dealbatas in quib(us) nomina candidatorum scripta sint quo loco commo[dissime
legi] / possint ponendas curet; deinde in conspectu omnium magistratuum et eorum qui suffragi[um laturi] / erunt
se(d)entium in supsellis, sicuti cum in (decern) centurias Caesarum suffragium ferebatur sed[ebant, is] / trium et
(triginta) trib(uum) excepta Suc(usana) et Esq(uilina) pilas quam maxime aequatas in urnam uersatilem coici
et[ sortitio-]/nem pronuntiari iu(b)eat sortiri(q(ue)) qui senatores et eq(uites) in quamq(ue) cistam suffragium ferre
debea(n)t, du[m in centur(ias)] / primas quae C(ai) et L(uci) Caesar(um) adpellantur sortitio fiat ita uti in primam
(secundam) (tertiam) (quartam) cistas sortiatur bi[nas trib(us) in] / (quintam) cistam tres, in (sextam) (septimam)
(octauam) (nonam) binas, in (decimam) tres, in eas quae Germanici Caesaris appellantur so[rtitio fiat ita] / ut in
(undecimam) (duodecimam) (tertiam decimam) (quartam decimam) cistas sortiatur binas trib(us), in (quintam
decimam) tres trib(us); ita ut cum tribum unam cuius [cumq(ue) sors e-]/xierit citauerit senatores quibusq(ue) in senatu
sententiam dicere licebit qui ex ea trib(u) erunt[ ex ordine uocet] / et ad primam cistam accedere et suffragium ferre
iubeat; deinde cum ita t[uleri]nt suffra[gium et ad subsellia] / edierint ex eadem tribu uocet equites e[osq(ue) in]
eandem cistam suffragium fer[re iu]beat; deinde alteram et] / alteram tribum sortiatur et singularum[ uocet tribu]um
senatores, deinde eq(uites), it[aq(ue) i]n[ cistam in quam suffra-]/gium ferre debebunt suffragium fer[ant, dummodo
quod ]ad eorum suffragium perti[nebit.
La Tabula Hebana (ll. 16-32)
ll. 16-21: E in quel giorno in cui, secondo la legge fatta approvare dai consoli L. Valerio Messalla Volesone e Cn. Cornelio
Cinna Magno o secondo la presente rogazione, i senatori e i cavalieri saranno obbligati a presentarsi per porre il loro
voto, egli, con i pretori e i tribuni della plebe seduti dietro di lui, dovrà ordinare di far portare quindici larghe urne di
fronte al suo tribunale, nelle quali verranno poste le tavolette per il voto; e dovrà altresì votare che vengano poste di
fianco alle ceste quante tavolette egli riterrà necessarie; e dovrà inoltre provvedere che le tavole imbiancate, sulle quali
saranno stati scritti i nomi dei candidati, siano posizionate in un posto in cui siano facilmente leggibili.
ll. 21-32: Quindi, in piena vista di tutti i magistrati e di coloro che sono chiamati a votare, seduti sulle panche, dove erano
soliti sedersi quando il voto era effettuato per le dieci centurie dei Cesari, egli dovrà ordinare che le palle, il più presto
possibile, per le trentatré tribù – saranno infatti escluse la Succusana e l’Esquilina – siano gettate in un’urna girevole
e dichiarare aperta la selezione per sorteggio e l’assegnazione effettuata in base alla quale senatori e cavalieri
sapranno in quale urna dovranno deporre il loro voto; è previsto che la selezione per sorteggio per le prime centurie,
che sono state nominate per C. e L. Cesare, verrà effettuata in modo che due tribù siano assegnate alla prima, alla
seconda, alla terza e alla quarta urna, tre [tribù] alla quinta urna, due [tribù] alla sesta, settima, ottava e nona urna,
e tre [tribù] alla decima; e per quelle che sono state nominate per Germanico Cesare la selezione per sorteggio verrà
effettuata in modo che due tribù siano assegnate alla undicesima, dodicesima, tredicesima e quattordicesima urna e
tre [tribù] alla quindicesima; in questo modo, quando egli chiamerà una tribù, la cui urna sarà stata sorteggiata, dovrà
chiamare in ordine i senatori e coloro che hanno diritto di esprimere un’opinione in senato ad avvicinarsi alla prima urna e a
esprimere il loro voto; quindi, quando essi avranno espresso il loro voto e saranno ritornati ai banchi, egli dovrà chiamare i
cavalieri della stessa tribù e ordinare loro di riporre i voti nella stessa urna; quindi dovrà selezionare tramite sorteggio
un’altra tribù e chiamare al voto i senatori di ogni tribù e quindi i cavalieri, ed essi dovranno tutti deporre il loro voto
Il voto secondo la Tabula Hebana
15 centurie
10 centurie per C. e L. Cesari 5 centurie per Germanico
2 2 2 2 3 2 2 2 2 3 2 2 2 2 3
33 tribù
I concilia plebis tributa
La lex Hortensia (287 a.C.)
Nello stesso libro di Lelio Felice trovo scritto che così pure non si debbono propriamente chiamare leggi,
bensì plebisciti quelli che sono approvati su presentazione dei tribuni della plebe, alle quali
deliberazioni i patrizi non furono tenuti finché il dittatore Quinto Ortensio fece approvare una legge in
virtù della quale ciò che la plebe aveva legalmente stabilito doveva essere osservato da tutti i Quiriti».
(Aulo Gellio Notti Attiche 15.27.4)
«Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base
alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisioni di quella».
(Plinio il Vecchio Naturalis Historia 16.10[15].37)
«In seguito, quando nella città c'erano <già> la Legge delle Dodici Tavole e il diritto civile, e c'erano anche le
azioni di legge, avvenne che la plebe venisse a discordia con i patrizi, facesse una secessione e statuisse
diritto (iura) per sé, diritto a cui si dà il nome di "plebisciti". Subito dopo che la plebe fu richiamata, poiché
su questi plebisciti nascevano molte discordie, con la legge Ortensia parve bene che anch'essi fossero
osservati come leggi: e così fu fatto, che tra i plebisciti e la legge fosse diverso il modo di statuirli,
mentre fosse identica la potestà (potestas autem eadem esset)».
(D. [Link])
Le leges Publiliae Philonis (339 a.C.)
«Il dittatore fu popolare, sia per i discorsi tenuti contro i patrizi, sia perché
presentò tre leggi assai vantaggiose per la plebe e contrarie alla nobiltà: la prima,
che le deliberazioni della plebe vincolassero tutti i cittadini romani; la
seconda, che i senatori convalidassero le leggi presentate all’approvazione dei
comizi centuriati prima dell’inizio della votazione; la terza, che dovesse essere
eletto sempre almeno un censore plebeo».
Dictatura popularis et orationibus in patres criminosis fuit, et quod tres leges
secundissimas plebei, adversas nobilitati tulit: unam, ut plebi scita omnes
Quirites tenerent; alteram, ut legum quae comitiis centuriatis ferrentur ante
initum suffragium patres auctores fierent; tertiam, ut alter utique ex plebe – cum
eo ventum sit ut utrumque plebeium fieri liceret – censor crearetur.
(Tito Livio 8.12.14-16)
Plebisciti e leggi tra il 339 e il 287 a.C.
1) lex Publilia: plebisciti soggetti ad auctoritas patrum dopo il voto;
leggi comiziali sottoposte ad auctoritas patrum preventiva.
lex Hortensia: auctoritas patrum preventiva anche per i plebisciti.
2) lex Publilia: auctoritas patrum preventiva per leggi e plebisciti.
lex Hortensia: eliminazione dell’auctoritas patrum per i plebisciti.
3) lex Publilia: obbligo per i magistrati dotati di ius agendi cum populo
di sottoporre all’approvazione dei comizi tutti quei provvedimenti
approvati dalla plebe e sanciti dall’auctoritas patrum.
lex Hortensia: eliminazione di questo vincolo.
Plebisciti e auctoritas patrum dopo il 287 a.C.
«Quinto Fabio Massimo, console per la seconda volta, mentre il collega Spurio Carvilio se ne
stava tranquillo, si oppose per tutto il tempo che poté al tribuno Gaio Flaminio, che in
contrasto con l’autorità del senato si apprestava a distribuire per testa l’agro Piceno e
Gallico (agrum Picentem et Gallicum viritim contra senatus auctoritatem dividenti)».
(Cicerone Cato Maior 11)
«Flaminio era malvisto dai senatori anche a causa della nuova legge che il tribuno della plebe
Q. Claudio aveva presentata contro il parere del senato e con il favore del solo senatore G.
Flaminio (Q. Claudius tribunus plebis adversus senatum atque uno patrum adiuvante C.
Flaminio tulerat) secondo la quale nessun senatore o figlio di senatore poteva possedere una
nave atta a percorrere il mare, della portata di più di trecento anfore».
(Tito Livio 21.63.3)
«Essendo rimasto unico console G. Servilio dopo che l’altro console G. Flaminio era caduto al
Trasimeno, con l’approvazione del Senato era stata avanzata proposta di legge alla plebe e
la plebe aveva deciso (ex auctoritate patrum ad plebem latum plebemque scivisse) che, fino a
quando la guerra durasse in Italia, al popolo sarebbe appartenuto il diritto di rinominare consoli
quelli e quante volte volesse, che avevano già ricoperto la carica di console».
(Tito Livio 27.6.7)
I comizi tributi
«Flavio era stato eletto edile dal partito della plebe cittadina, cresciuta in potenza
con la censura di Appio Claudio; questi per primo aveva contaminato il senato
ammettendovi dei figli di liberti, e poiché nessuno aveva ritenuta valida quella
scelta, ed egli non era riuscito ad ottenere in senato quella potenza politica cui
aspirava, distribuì fra tutte le tribù la popolazione cittadina di umili natali,
corrompendo così il foro e il Campo Marzio. Da allora la città fu divisa in due
partiti (duas partes): da un lato la parte incorrotta del popolo, che sosteneva e
rispettava i cittadini più elevati, dall’altra la plebaglia del foro (forensis factio),
finché furono nominati censori Quinto Fabio e Publio Decio, e Fabio, sia a fine di
concordia, sia per non lasciare i comizi in mano della bassa plebe, separò tutta la
plebaglia forense (turba forensis) e la racchiuse in quattro tribù, che chiamò
urbane».
(Tito Livio 9.46.10-)
Democrazia a Roma?
«In conseguenza di ciò, è lecito domandarsi quale sia mai la parte lasciata al popolo nel sistema politico, dal momento
che il Senato ha il controllo su tutte le questioni particolari delle quali abbiamo parlato e che – l’aspetto più importante –
regola tutte le entrate e le uscite, mentre i consoli, da parte loro, hanno i pieni poteri sui preparativi di guerra e autorità
assoluta sul campo. Ebbene, anche al popolo viene lasciata una parte, e assai rilevante. Solo il popolo, infatti, in
questa costituzione, ha il controllo degli onori e delle pene, le sole cose dalle quali sono tenuti uniti gli imperi, gli stati
e, in una parola, tutta la vita degli uomini. Dove tale distinzione o non è conosciuta o, pur essendo conosciuta, è praticata
male, infatti, nessuna questione può essere regolata con criterio: e come potrebbe, visto che i buoni sono valutati allo
stesso modo dei cattivi? Il popolo, dunque, spesso giudica una causa che prevede sanzioni in denaro, quando
l’ammenda per il reato sia considerevole, e soprattutto giudica coloro che hanno ricoperto cariche importanti. È il
solo a giudicare le cause capitali. Riguardo a quest’uso, avviene presso di loro una cosa degna di lode e menzione. A
coloro che vengono giudicati in una causa capitale, infatti, appena vengono condannati, il costume vigente presso di loro
concede la facoltà di allontanarsi apertamente se resta anche solo una tribù, tra quelle che emanano il giudizio, a non aver
ancora votato, condannandosi all’esilio volontario. Gli esuli sono al sicuro nelle città di Napoli, Preneste e Tivoli, e nelle
altre con le quali hanno patti giurati. Per di più, il popolo assegna le cariche a chi ne è degno: questa, in uno stato, è la
più bella ricompensa per la rettitudine di un uomo. Esso esercita la sua autorità anche sull’approvazione delle leggi e –
l’aspetto più importante – è il popolo a decidere della pace e della guerra. Per giunta, riguardo a un’alleanza, a un
trattato di pace e alla conclusione di patti, è il popolo a ratificare e rendere operante o meno ciascuno di questi atti. Così,
anche da ciò si potrebbe a buon diritto concludere che il popolo ha una parte importantissima e che il sistema politico è
democratico».
Democrazia a Roma?
«Se nella storia della Repubblica il popolo sembra avere una parte
secondaria, ciò dipende dal fatto che il popolo, a voler essere precisi, è
un’astrazione: e che nella realtà esistevano ceti differenziati, come i
piccoli agricoltori, i commercianti, i pubblicani, le clientele dei nobili, le
clientele dei commercianti e dei pubblicani, il proletariato urbano
indipendente. Ciascuno di questi gruppi aveva le proprie esigenze, e
andava per la sua strada, di solito attraversando le strade altrui. Ma
è certo che i nobili romani, pur avendo il monopolio del potere,
dovevano tener conto di questo mondo vasto, complesso e agitato che li
circondava».
(Filippo Cassola, I gruppi politici romani nel III secolo a.C., 1962)