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III Lezione

Antichita romane unimi 2022

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ANTICHITÀ E ISTITUZIONI

ROMANE

III lezione

Dalla monarchia alla res publica


Il racconto della tradizione
«Lucio Tarquinio Superbo regnò venticinque anni. La monarchia in Roma dalla
fondazione della città fino alla sua liberazione durò duecentoquarantaquattro
anni. Quindi furono eletti nei comizi centuriati, convocati dal prefetto della
città, secondo le disposizioni lasciate da Servio Tullio, due consoli: Lucio
Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino [---] L’inizio della libertà si deve
ricercare, più che in una qualche diminuzione della potestà regale, nell’essere
limitato a un anno il potere consolare. I primi consoli infatti mantennero
tutte le prerogative e tutte le insegne di comando dei re (omnia iura, omnia
insignia primi consules tenuere); solo si volle evitare che apparisse
raddoppiata la minaccia dell’autorità, se entrambi i consoli avessero
portato i fasci. Bruto per concessione del collega tenne per primo i fasci».
(Tito Livio 1.60.3-4; 2.1.7-8)
Il racconto della tradizione
«Si instaurò quindi una forma aristocratica di governo, quando rimanevano ancora
quattro mesi per giungere alla fine di quell’anno, e i primi consoli che assunsero i poteri
propri del re furono L. Giunio Bruto e L. Tarquinio Collatino; i Romani, come ho
detto, li chiamano nella loro lingua consiglieri (ὕπατοι). [---] Dopo aver risolto questi
problemi i consoli, temendo, come io sospetto, che il popolo avesse una falsa
impressione della nuova forma di governo e si immaginasse che due re fossero diventati
padroni dello stato invece di uno, allora, dal momento che ciascuno dei consoli aveva
le dodici scuri, come i re, decisero di allontanare il timore dei cittadini e di farne
cessare l’odio per il loro potere, ordinando che uno dei consoli dovesse essere
preceduto dalle dodici scuri e l’altro da dodici littori, muniti soltanto di verghe o,
come alcuni narrano, anche di clave, e che essi ricevessero le scuri a turno (le scuri
sarebbero state a turno in possesso di ciascun console per un mese)».
(Dionigi di Alicarnasso 5.1.2, 2.1)
I fasti consulares
Consoli o pretori?
«Alcuni pretesero che questa stessa legge Orazia [che rendeva inviolabili i
tribuni della plebe, gli edili e i giudici decemviri] garantisse anche i consoli e i
pretori (questi infatti vengono eletti con gli stessi auspici dei consoli): infatti
anticamente i consoli erano chiamati giudici. Questa interpretazione non
regge, perché a quel tempo non era ancora uso chiamare il console giudice,
ma pretore (fuere, qui interpretarentur eadem hac Horatia lege consulibus
quoque et praetoribus, quia eisdem auspiciis quibus consules crearentur,
cautum esse; iudicem enim consulem appellari. quae refellitur interpretatio,
quod iis temporibus nondum consulem iudicem, sed praetorem appellari mos
fuerit)».

(Tito Livio 3.55.11-12)


Consoli o pretori?
«Vi è un’antica legge, scritta con caratteri e parole arcaiche, che ordina
al magistrato supremo di infliggere un chiodo alle idi di settembre;
essa era affissa nel lato destro del tempio di Giove Ottimo Massimo,
dalla parte dove è l’edicola di Minerva (lex vetusta est, priscis litteris
verbisque scripta, ut, qui praetor maximus sit, idibus Septembribus
clavum pangat; fixa fuit dextro lateri aedis Iovis optimi maximi, ex qua
parte Minervae templum est)».

(Tito Livio 7.3.5)


Consoli o pretori?
«Tarquinio fu così privato del potere, dopo aver regnato per 25 anni, e i
Romani si volsero a Bruto e lo scelsero come capo (ἄρχων). Affinché
poi il potere di uno solo non assomigliasse ad una monarchia, elessero
anche come suo collega (συνάρχων) il marito di Lucrezia, Tarquinio
Collatino, perché era ritenuto ostile ai tiranni per la violenza che era
stata fatta a sua moglie».
(Zonara 7.12)
Consoli o pretori?
«I consoli (si dice che questa fu la prima volta in cui essi vennero
chiamati consoli, essendo precedentemente noti come pretori; essi
erano Valerio e Orazio) [Οἱ δ᾽ ὕπατοι (τότε γὰρ λέγεται πρῶτον ὑπάτους
αὑτοὺς προσαγορευθῆναι, στρατηγοὺς καλουμένους τὸ πρότερον] allora
e in seguito favorirono la plebe e la sua causa contro i patrizi».

(Zonara 7.19)
I teoria: un magistrato unico
• Testimonianza liviana sul praetor maximus
• Passaggio graduale dalla monarchia alla repubblica testimoniato dai resti archeologici
(es. Regia)
• Interpolazione dei Fasti consolari (presenza di nomi plebei nei primi anni del V secolo)
- Fasti = lista con funzione calendariale riportante i magistrati eponimi

«Purtroppo la storia del nostro paese è stata deturpata da simili elogi. In essi sono registrati
dei fatti che non sono mai avvenuti: falsi trionfi, un numero di consolati superiore al reale,
perfino false genealogie e passaggi al ceto plebeo, quando uomini di bassa origine
volevano mescolare la propria stirpe con un’altra che portava il medesimo nome; come se
io affermassi di discendere dal patrizio Manlio Tullio, che fu console con Servio Sulpicio
dieci anni dopo la cacciata dei re».
(Cicerone Brutus 16.61-62)
II teoria: 2 magistrati diseguali
• Testimonianza di Cassio Dione/Zonara
• Ruolo militare preminente di uno solo dei due consoli ed esigenza di
avere unità nel comando delle operazioni
• Fasti = elenco dei dittatori e dei loro magistri equitum
- Dittatori del V secolo = comandanti della lega latina
• Praetor maximus = praetor maior
• Praetor maximus = magistrato superiore tra i due praetores e il
praefectus urbi
III teoria: tre praetores
• Testimonianza liviana sul praetor maximus
• Fase I = un praetor maximus e due praetores minores
• Fase II = due praetores uguali e un praefectus urbi
• Fase III = due consoli e un pretore urbano
Non consoli, ma condottieri
• Praetores = comandanti militari semi-indipendenti
- Casi famosi di condottieri: Spurio Cassio (486 a.C.), Spurio Melio
(439 a.C.), Coriolano, Manlio Capitolino, Aristodemo di Cuma,
Porsenna di Chiusi
• Non eserciti cittadini, ma bande di guerrieri/clienti
• Decemviri, tribuni militari e promagistrati frutto di una successiva
elaborazione annalistica
Il lapis Satricanus

(---)iei steterai popliosio valesiosio


suodales mamartei
Il Decemvirato
«Fu deciso di nominare dei decemviri con potere senza possibilità di
appello, e di non eleggere in quell’anno altri magistrati. Si discusse a
lungo se dovevano essere ammessi anche dei plebei, ma infine i tribuni
cedettero ai patrizi su questo punto, a patto che rimanessero in vigore la
legge Icilia circa l’Aventino e le altre leggi sacrate. L’anno 302 dopo la
fondazione di Roma cambiò nuovamente la forma di governo, e il
potere passò dai consoli ai decemviri, come prima dai re era passato
ai consoli».
(Tito Livio 3.32.6-33.1)
Il Decemvirato
«Appio Claudio propose di eleggere un collegio di dieci senatori scelti tra
coloro che godevano di maggior prestigio. Essi avrebbero governato per
un anno a partire dal giorno della loro elezione con lo stesso potere che
era ora dei consoli e che era stato prima dei re; tutte le altre cariche
dovevano essere abolite per tutta la durata del governo dei dieci. Essi
dovevano formulare le leggi, scegliendo quanto di meglio esse
contenessero e quanto di meglio si adattasse al mondo romano; se poi il
senato avesse approvato le leggi scritte dai dieci, e il popolo le avesse
ratificate, esse sarebbero state valide per sempre e, da quel momento in poi, i
magistrati eletti avrebbero regolato in base ad esse i rapporti privati, e
amministrato la cosa pubblica».
(Dionigi di Alicarnasso 10.55.4-5)
Il Decemvirato
«Al ritorno dell’ambasceria inviata in Grecia, i Romani abolirono tutte
le magistrature, inclusa quella dei tribuni, scelsero otto uomini tra i
più distinti ed elessero Appio Claudio e Tito Genucio pretori con
poteri assoluti per quell’anno (στρατηγοὶ αὐτοκράτορες). Li
incaricarono di compilare delle leggi e inoltre votarono che nei loro
confronti non ci fosse possibilità di appello – un potere che in
precedenza non era stato garantito ad alcun magistrato, eccetto il
dittatore. Questi uomini esercitavano il potere a giorni alterni,
assumendo a turno la dignità del governo».
(Zonara 7.18)
Il secondo decemvirato
«Si diffuse poi la voce che mancassero ancora due tavole, aggiunte le quali tutto il corpo del
diritto romano sarebbe potuto dirsi completo. Questa attesa, alla vigilia della data fissata per
le elezioni, suscitò il desiderio di eleggere un nuovo decemvirato. Ormai la plebe, a parte il
fatto che aveva preso ad odiare il nome dei consoli non meno che quello dei re, non cercava
nemmeno più l’appoggio dei tribuni, dato che i decemviri cedevano spontaneamente in caso
di appello a un collega. [---] Ap. Claudio presiedette all’elezione dei nuovi decemviri e
dopo aver fatto sì, per mezzo di coalizioni elettorali, che non riuscissero eletti uomini illustri,
nominò decemviri uomini la cui rinomanza era assai inferiore, e se stesso in primo luogo».
(Tito Livio 3.34.7-8, 35.9-11)
«Alla fine dell’anno i Decemviri rinunciarono al loro potere, ma ne furono scelti altri
dieci. Essi detenevano tutti lo stesso potere insieme...(πάντες γὰρ ἅμα ἀπὸ τῆς ἴσης
ἦρχον)».
(Zonara 7.18)
Il secondo decemvirato e le tabulae iniquae
«Pertanto dall’ingiustizia di costoro sorse subito la più grave
rivoluzione e lo sconvolgimento di tutto lo Stato; essi infatti con
l’aggiunta di due tavole di leggi inique, con le quali stabilirono
mediante una norma quanto mai inumana, la quale venne poi
abrogata dal plebiscito Canuleio, che i plebei non avessero diritto di
connubio con i patrizi, connubio che si suole riconoscere anche ai
popoli estranei, governarono il popolo con ogni sorta di arbitri, di
durezze e di avidità».
(Cicerone de re publica 2.63)
Le leggi Valerie Orazie (449 a.C.)
«Prima di tutto, essendo controversia la questione di diritto se i patrizi erano tenuti o
meno ad osservare le deliberazioni della plebe, i consoli fecero approvare dai comizi
centuriati una legge secondo la quale le deliberazioni prese dalla plebe nei comizi
tributi vincolavano tutto il popolo, la qual legge offrì un’arma potentissima alle
proposte dei tribuni. Inoltre un’altra legge consolare, quella sul diritto di appello al
popolo, il più sicuro presidio della libertà, soppressa dal governo decemvirale, non solo la
ristabilirono, ma anche la garantirono per il futuro, istituendo una nuova legge secondo la
quale nessuno poteva nominare un magistrato con potere inappellabile; chi avesse
nominato un tale magistrato poteva legittimamente venire ucciso, e quell’omicidio non
era passibile di pena capitale. Dopo aver assicurato una valida protezione alla plebe, da un
lato col diritto di appello, dall’altro con l’intercessione tribunizia, vollero che anche ai
tribuni fosse di nuovo riconosciuta l’inviolabilità, prerogativa di cui ormai si era
perduto il ricordo».
(Tito Livio 3.55.3-6)
Le leggi Valerie Orazie (449 a.C.)
1) Lex de plebisciitis
2) Lex de tribunicia potestate e lex de senatus consultorum custodia
3) Lex de provocatione

«Del resto anche i libri pontificali testimoniano che esistesse il diritto d’appello
dai re al popolo, ed anche i nostri libri augurali lo ricordano, e del pari le dodici
tavole indicano con parecchie leggi che era lecito appellarsi in merito ad ogni
sentenza e pena; ed il fatto che si ricordi che i decemviri, che avevano formulato
quelle leggi, erano stati eletti a giudicare senza appello, dimostra abbastanza
chiaramente che non ci furono magistrati senza diritto d’appello».
(Cicerone de re publica 2.31.54)
La lex Canuleia de conubio patrum et plebis
(445 a.C.)
«Il tribuno della plebe Gaio Canuleio presentò una proposta di legge circa il diritto di
matrimonio fra patrizi e plebei, con la quale i patrizi giudicavano che si sarebbe contaminato
il loro sangue e che sarebbero stati sconvolti i diritti gentilizi. [---] Essendo venuti anche i
consoli a parlare davanti all’assemblea, e dopo i lunghi discorsi la discussione essendo
degenerata in alterco, al tribuno che domandava perché un plebeo non dovesse diventare
console, fu risposto forse con verità, ma certo poco opportunamente in quel momento di
tensione, che nessun plebeo aveva il diritto di auspicio, e perciò i decemviri avevano
vietato i matrimoni misti, perché gli auspici non fossero turbati nel caso di incerta
discendenza. A queste parole l’indignazione della plebe giunse al colmo, sentendosi negare la
capacità di prendere auspici, quasi fosse in odio agli dèi immortali. E la disputa non prese fine,
avendo la plebe trovato nel tribuno un tenacissimo sostenitore, ed essa stessa andando a gara
col tribuno in ostinazione, se non quando i patrizi finalmente vinti acconsentirono che fosse
presentata la legge sul matrimonio, pensando che così i tribuni o avrebbero abbandonata
interamente la lotta circa l’elezione di consoli plebei, o l’avrebbero differita a dopo la
guerra, e intanto la plebe soddisfatta del diritto di connubio sarebbe stata disposta alla leva».
(Tito Livio 4.1.1-2, 6.1-4)
I tribuni militum consulari potestate
(445 a.C.)
«Ma avendo Canuleio acquistata grande autorità grazie alla vittoria riportata sui patrizi e al
favore della plebe, gli altri tribuni incoraggiati alla lotta combattono per la loro proposta con
grande energia. [---] I consoli, non potendo far prendere alcuna deliberazione dal senato a
causa del veto dei tribuni, riunivano in casa a consiglio i capi patrizi. [---] Attraverso queste
discussioni si giunse alla decisione di concedere che fossero eletti dei tribuni militari con
potere consolare scelti indifferentemente fra i patrizi e i plebei, ma di non mutare le
norme per l’elezione dei consoli: di questa soluzione i tribuni e la plebe furono contenti.
Vennero indetti i comizi per l’elezione di tre tribuni con potere consolare. [---] Dietro le
pressioni dei capi più autorevoli, anche i patrizi presentarono la propria candidatura, perché
non sembrassero rinunciare al governo della cosa pubblica. L’esito di quelle elezioni
dimostrò che diversa è la disposizione degli animi quando lottano per la libertà e per l’onore,
da quando le ire si sono placate e giudicano a mente serena; infatti il popolo elesse tribuni
tutti i patrizi, accontentandosi che fosse stata accolta la candidatura dei plebei».
(Tito Livio 4.6.5-11)
I tribuni militum consulari potestate
(445 a.C.)
«Alcuni dicono che della nomina di tre tribuni militari, con poteri e
insegne di consoli, sarebbe stata causa la guerra coi Veienti, aggiuntasi a
quella coi Volsci e cogli Equi e alla ribellione di Ardea, poiché due soli
consoli non bastavano a far fronte contemporaneamente a tante
guerre, e non fanno menzione della proposta di legge sulla nomina di
consoli plebei».
(Tito Livio 4.7.2)
I tribuni militum consulari potestate
(445 a.C.)
«Durante il consolato di M. Genucio e Gaio Curzio, patrizi e plebei entrarono in conflitto.
I plebei volevano infatti ottenere il consolato, dal momento che i patrizi riuscivano a farsi
eleggere tribuni della plebe passando di ordine, ma i patrizi si opponevano tenacemente.
Alla fine i nobili cedettero ai plebei la sostanza dell’autorità, sebbene non gli
consentissero di condividerne il nome: al posto dei consoli essi nominarono i tribuni
consolari. Fu deciso che tre tribuni sarebbero stati nominati da ognuno dei due ordini al
posto dei consoli. Ad ogni modo, il nome di console non fu completamente perduto, ma
ogni tanto venivano eletti i consoli e ogni tanto i tribuni consolari. Questa è la
tradizione che è pervenuta fino a noi. Tuttavia non solo i consoli nominavano i dittatori,
sebbene fossero a loro inferiori, ma questo lo facevano ogni tanto anche i tribuni
consolari. Si dice inoltre che nessuno di questi tribuni celebrò mai un trionfo, sebbene
molto di loro ottenessero vittorie militari».
(Zonara 7.19)
I tribuni militum consulari potestate
(445 a.C.)
«Più ammirato di tutti nel trionfo fu Cosso, che portava le opime spoglie del re ucciso; in suo onore i
soldati cantavano rozze canzoni paragonandolo a Romolo. Egli affisse in dono le spoglie con la
dedica rituale nel tempio di Giove Feretrio, accanto alle spoglie riportate da Romolo, che per prime
erano state chiamate opime, le uniche fino a quel tempo. [---] Seguendo tutti gli storici che mi
hanno preceduto ho riferito che Aulo Cornelio Cosso portò le seconde spoglie opime nel tempio
di Giove Feretrio avendo il grado di tribuno militare. Però, a parte il fatto che sono considerate
di regola spoglie opime solo quelle che un comandante supremo ha tolto ad un altro
comandante, e noi non riconosciamo come comandante nessun altro se non colui sotto i cui
auspici si conduce la guerra, l’iscrizione stessa che si trova su quelle spoglie dimostra contro la
versione di quegli storici e la mia stessa che Cosso le conquistò essendo console. Quando io
appresi che Cesare Augusto, fondatore e restauratore di tutti i templi, entrato nel tempio di Giove
Feretrio, fatto ricostruire perché rovinato dall’azione del tempo, lesse personalmente questa iscrizione
sulla corazza di lino, mi parve quasi un sacrilegio togliere a Cosso e alle sue spoglie la testimonianza
di Cesare, restauratore del tempio stesso. Per quale motivo siano poi in errore tanto gli antichi annali
come i libri dei magistrati, quelli lintei custoditi nel tempio di Giunone Moneta, frequentemente citati
come fonte da Licinio Macro, quando recano come console Aulo Cornelio Cosso solo sei anni dopo
insieme con Tito Quinzio Peno, questo lascio decidere a ciascuno come gli pare».
(Tito Livio 4.20.3-9)
Le leggi Licinie Sestie (367 a.C.)
«Sestio e Licinio, insieme con una parte dei colleghi e con uno dei tribuni militari,
Fabio, chiedevano se avevano il coraggio di pretendere che fosse loro lecito il
possedere più di cinquecento iugeri di terreno, mentre alla plebe si assegnavano
nelle distribuzioni due iugeri a testa, e che uno solo di loro possedesse la terra di
quasi trecento cittadini, mentre un plebeo nel suo campo aveva appena lo spazio
bastante per una casa e una tomba. Volevano forse che la plebe, anziché assolvere
al suo debito col rimborso del solo capitale, strozzata dall’usura esponesse il suo
corpo ai ceppi e ai supplizi, e che a schiere ogni giorno i plebei venissero condotti
via dal foro aggiudicati come schiavi. Affermavano poi che i patrizi non avrebbero
giammai avuto freno nell’occupare le terre e nel massacrare con l’usura la plebe, se
la plebe non avesse nominato un console plebeo, a tutela della sua libertà».
(Tito Livio 6.36.10-37.2)
Le leggi Licinie Sestie (367 a.C.)
«Dopo accanite contese il dittatore e il senato furono sconfitti, e le proposte
dei tribuni approvate; si tennero i comizi per l’elezione dei consoli,
nonostante l’ostilità dei patrizi, ed in essi Lucio Sestio primo fra i plebei
fu eletto console. Ma neppure a questo punto ebbero termine le contese.
Poiché i patrizi negavano di riconoscere la validità dell’elezione, vi era la
minaccia di una secessione della plebe e di altre terribili lotte civili, quando
infine per opera del dittatore la discordia fu sedata con la conclusione di un
accordo: la nobiltà cedette alla plebe sulla questione del console plebeo,
mentre la plebe concedette all’aristocrazia che si eleggesse un pretore
patrizio, il quale amministrasse la giustizia in città».
(Tito Livio 1.42.9-11)

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