RINASCIMENTO
PIERO DELLA FRANCESCA
Piero della Francesca (1416-1492), uno dei più grandi artisti del Rinascimento, fu uno
straordinario intellettuale, di grande apertura mentale. Con la sua opera aprì nuove
possibilità espressive, sia sviluppando gli studi sulla prospettiva e sulla matematica, sia
fondendo la visione “armonica” e spaziale del Rinascimento italiano con quella fiamminga,
atomistica e rivolta allo studio della luce e del colore.
L’uomo inteso come elemento centrale del mondo, “misura di tutte le cose”, che con la
ragione può controllare ogni aspetto della realtà, è un princìpio che si rispecchia in pieno
nelle sue opere, sia in pittura, sia nei suoi puntuali trattati di matematica e di pratica artistica.
Sono libri pieni di insegnamenti, osservazioni ed esempi molto chiari e precisi.
Flagellazione di Cristo
La tavola con la Flagellazione di Cristo (1460) è l’opera che, meglio di altre, può servire a
chiarire il senso della prospettiva e della proporzione nell’arte di Piero. La scena si svolge
all’interno di un’architettura classica più greca che romana (non ci sono archi ma solo
architravi) con soffitti cassettonati e pavimento geometrico: l’andamento rettilineo degli
elementi architettonici permette una chiara e perfetta realizzazione dell’impianto
prospettico.
Nel quadrato centrale, dove è posta la colonna della tortura, si inscrive una circonferenza
esattamente rapportabile alla colonna posta al centro dell’ambiente.
Per evitare che, nella parte alta, per mancanza di riferimenti, si verifichi l’effetto ottico di
schiacciamento della colonna verso lo sfondo, Piero colloca sul capitello una statua.
Cristo davanti alla colonna è anch’esso “colonnare” ed è privo di espressioni dolorose così
come dimostrano immobilità e indifferenza tutti gli altri personaggi.
L’immobilità è immutabilità, dunque perfezione, idea matematica.
La Flagellazione è uno dei quadri maggiormente enigmatici della storia dell’arte, poiché,
nonostante le varie ipotesi, misteriose restano le figure in primo piano. Eccone alcune:
Per molti anni si è pensato che i tre uomini fossero Oddantonio da Montelfeltro (il giovane
al centro), fratellastro di Federico assassinato nella congiura dei Serafini nel 1444,
Manfredo Pio e Tommaso dell’Agnello (i suoi malvagi consiglieri), e che la scena della
flagellazione fosse un’allusione al martirio del giovane principe.
In tempi più recenti si è pensato che l’uomo con la barba sia un sapiente greco e l’altro
l’imperatore Paleologo.
Secondo altri critici il quadro sarebbe una semplice narrazione evangelica sebbene
risulterebbe anomala la collocazione della flagellazione in secondo piano e resterebbero
sconosciuti i personaggi in primo piano che sono, indubbiamente, i protagonisti del dipinto.
Secondo una nuova ipotesi, forse più credibile, la flagellazione simboleggerebbe la
travagliata condizione della Chiesa dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e nel
gruppo di personaggi sulla destra sarebbero rappresentati alcuni dei partecipanti al Concilio
di Mantova indetto per organizzare una crociata.
Tutto è studiato in modo scientifico, la luce, il colore, la sottile linea di contorno. Lo spazio
è diviso in due parte attraverso la sezione aurea, da Piero ben conosciuta ed utilizzata. La
forma del dipinto, invece, è il rettangolo irrazionale “radice di 2” (1,4142 = costante di
Pitagora).
Si tratta di un rettangolo che ha i lati con lo stesso rapporto che c’è tra il lato di un quadrato
e la sua diagonale. La proporzione radice di 2 è presente anche nel disegno prospettico del
pavimento.
Battesimo di Cristo
Probabilmente è degli stessi anni o poco precedente il Battesimo di Cristo (1440-1450). Il
dipinto appare costruito su precisi rapporti matematici e geometrici. Lungo l’asse
centrale si trova la colomba (che simboleggia lo spirito santo ed è al centro del cerchio), la
scodella del Battista e la figura di Cristo. La luce del dipinto è chiara e omnidirezionale.
I tre angeli a sinistra dell’albero e i personaggi con vesti orientali in secondo piano hanno
fatto pensare ad un riferimento al Concilio di Firenze del 1439 che tentava la
riunificazione delle Chiese d’Oriente e d’Occidente.
Dittico con i ritratti dei coniugi di profilo
Negli anni tra il 1465 e il 1470 Piero dipinge per Federico da Montefeltro un dittico con i
ritratti dei coniugi di profilo, secondo una disposizione tradizionale. Tale posizione
consente di evitare l’introspezione psicologica inevitabile nei ritratti di tre quarti e di
concentrarsi sulla geometria delle forme stagliate sul cielo.
La cura dei particolari (i gioielli della duchessa Battista) e i dettagli realistici (il naso
gobbo del duca e le verruche sulla sua guancia) dimostra la conoscenza di Piero della
pittura fiamminga. Questa però viene riletta in chiave “italiana” attraverso il controllo
razionale di spazio, forma, luce e colore.
Sacra Conversazione
Realizzata nel 1472, la Sacra Conversazione (detta Pala Brera) è l’ultima opera nota di
Piero e presenta una complessità straordinaria dove tutto è studiato e portatore di
molteplici significati.
ll Bambino celebra la nascita di Guidobaldo, figlio di Federico da Montefeltro ma anche il
sacrificio di Cristo poiché la posizione è quella della Pietà e perché il Bambino ha al collo
un rametto di corallo che richiama il sangue versato dal costato. Federico è l’uomo
inginocchiato a destra mentre a sinistra manca sua moglie Battista, deceduta cinque mesi
dopo il parto. I rimandi storico-simbolici sono tantissimi e culminano con l’uovo di struzzo
(uccello simbolo dei Montefeltro) sospeso alla conchiglia, simbolo di nascita.
SANDRO BOTTICELLI
Alessandro Filipepi (1445-1510), detto Botticelli, nasce a Firenze dove avrebbe
frequentato presto la bottega di un orefice. Verso il 1464 Sandro Botticelli si sposta a Prato
ed entra nella prestigiosa bottega del pittore Filippo Lippi.
Nel 1467 torna a Firenze e comincia a frequentare la bottega di Andrea del Verrocchio
dove conoscerà altri artisti di talento, tra cui Leonardo da Vinci, di sette anni più giovane di
lui. In seguito avrà importanti contatti anche con Piero del Pollaiolo, altro maestro fiorentino.
A partire dal 1470 è autonomo, apre la sua bottega e ben presto ottiene incarichi di prestigio,
lavora soprattutto per la potente famiglia dei Medici a Firenze. Dopo un soggiorno a Roma,
tra 1481 e ‘82, per dipingere gli affreschi sulle pareti della Cappella Sistina, torna a Firenze
e vi rimane stabilmente fino alla sua morte, avvenuta nel 1510.
Le caratteristiche fondamentali dello stile di Botticelli sono:
- la ricerca di un armonioso equilibrio compositivo, in cui sceglie soprattutto composizioni
sciolte, ritmiche;
- un disegno sottile e dinamico, con una linea precisa e on- dulata che modula i contorni
delle figure e le alleggerisce.
La linea per Botticelli è fondamentale, perché tutto nelle sue opere è basato sui percorsi e i
movimenti sinuosi del suo disegno. Alla linea subordina tutto: il colore, la prospettiva, le
orme, i volumi. Nella sua pittura tende a prevalere il principio di astrazione: non c’è ricerca
di volumi, di masse, né di profondità o di chiaroscuro. Le forme appaiono leggere, senza
peso, sembrano ritagliate da contorni sottili e incisivi. Gli sfondi non hanno profondità,
sembrano pareti disegnate o ricamate. I colori sono spesso freddi e innaturali: anche questi
sono astratti.
La pittura di Botticelli è quella di un mondo immaginario, mentale, ed è piena di riferimenti
e significati intellettualistici molto complessi, legati all’elite culturale mediceo, che oggi
risultano misteriosi e quasi indecifrabili.
La Primavera
La Primavera di Sandro Botticelli oltre ad essere un’opera in cui lo stile dell’artista raggiunge
un altissimo livello qualitativo, è uno dei capolavori più celebri del Ri-nascimento
italiano, ed è conservata a Firenze, alla Galleria degli Uffizi. Realizzata verso il 1478 per
l’amico e protettore dell’artista, Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici
- il cugino del ‘Magnifico’- questa tavola sembra che fosse destinata alla sua villa di Castello.
Il pittore presenta una grande allegoria, ispirata a diverse fonti letterarie, sia classiche,
come ad esempio il De rerum Natura di Lucrezio e le Metamorfosi di Ovidio (entrambe del I
sec. a. C.) sia contemporanee, come il poema delle Stanze per la giostra, scritto da Angelo
Poliziano, in occasione di un torneo avvenuto nel 1475, vinto da Giuliano de’ Medici.
La figura centrale che domina la composizione è Venere. Sopra di lei svolazza Cupido, un
putto alato e bendato, mentre sta tirando una freccia verso le tre Grazie danzanti, simboli di
bellezza ed eleganza.
All’estrema sinistra il ragazzo con il mantello rosso è Mercurio, il messaggero divino. E’ a
guardia del bosco sacro e impegnato a scacciare via le nuvole che non devono turbare
l’eterna primavera del giardino di Venere. In mano ha il caduceo, simbolo di pace. A destra
il personaggio azzurro è Zefiro, il vento di ponente che annuncia la primavera. Entra in
scena volando, con le guance gonfie per soffiare. Raggiunge la ninfa
Clori che sta fuggendo. L’incontro dei due personaggi, secondo il racconto che fa Ovidio nei
Fasti, provoca il germogliare dei fiori dalla bocca di Clori. La loro unione porta alla
trasformazione della fanciulla in Flora, dea della giovinezza e della fioritura, patrona dei
lavori agricoli e della fertilità femminile. Flora è la donna rappresentata poco più a destra,
con il vestito bianco a fiori e piena di ghirlande mentre spande rose nel giardino.
La vegetazione è molto rigogliosa e dipinta con diverse tonalità di verdi molto intensi. Lo
spazio è circondato da un aranceto, le cui piante presentano insieme sia fiori che frutti. Al
centro del boschetto di aranci si apre con una perfetta forma di arco, uno spazio, in cui si
riconosce la pianta del mirto, sacra a Venere.
Questo luogo perfetto rappresenterebbe Cipro, la mitica isola in cui, secondo gli antichi si
trovava il giardino di Venere.
Piante, colori e ambiente sono scelti da Botticelli in virtù di particolari significati che rinviano
alla filosofia neoplatonica e alle riflessioni di Marsilio Ficino.
Nascita Di Venere
Nella Nascita di Venere, tela di grandi dimensioni realizzata fra il 1484 e il 1485 dopo un
soggiorno a Roma, prendono forma i sofisticati ideali di bellezza del neoplatonismo, per
il quale la perfezione este-riore era manifestazione di quella interiore, come viene espresso
nell’estetica del filosofo Marsilio Ficino, fondatore del neoplatonismo.
Venere, nata dal mare, raggiunge l’isola di Cipro su una conchiglia sospinta dal vento Zefiro
e dalla brezza Aura ed è accolta da una delle Ore, le ninfe che presiedono le stagioni, che le
offre un mantello fiorito per coprirsi.
L’inconfondibile espressione malinconica sul volto della dea è quella che caratterizza tutte
le figure femminili di Botticelli: rappresentata come la Venere pudìca classica, è
l’incarnazione dell’humanitas, cioè degli aspetti spirituali e razionali dell’animo, e dell’amore
sublime, nonché simbolo della purezza dell’anima. Concentrato sull’intento allegorico e
filosofico e sul raggiungimento di una forma raffinata e astratta che lo manifestasse, Botticelli
infatti non si interessò mai veramente alla resa spaziale in senso prospettico e al volume
delle figure, che per questo ci appaiono evanescenti e quasi
“ritagliate” su un fondale bidimensionale. Botticelli riesce a rendere la sostanza corporea con
un minimo di materia, alleggerendo gli elementi plastici e giungendo alla massima purezza
di forme senza smaterializzarle del tutto.
L’iconografia della Venere richiama quella dell’ellenistica Venere pudìca, della quale
esistono molte copie di età romana.
La fama di quest’opera è paragonabile a quella di dipinti come il Cenacolo e la Gioconda di
Leonardo tanto che è stata più volte reinterpretata dagli artisti del ‘900.
DONATO BRAMANTE
Donato Bramante (1444-1514), pittore e architetto, nasce nel Ducato di Urbino, fervente
centro culturale dell’Umanesimo, ma la sua attività si svolge soprattutto a Milano e Roma. A
Milano, nel 1482, realizza la chiesa di Santa Maria presso San Satiro. Poiché l’edificio era a
croce commissa la chiesa sarebbe apparsa mozza e priva di abside. Bramante risolve il
problema con un finto coro in stucco fortemente convergente profondo solo 90 cm, ma
capace di creare l’immagine di un’abside monumentale, profonda e coperta da volta a
botte con cassettoni.
Tempietto di san pietro in Montorio
Il capolavoro dei primi anni romani è sicuramente il Tempietto di San Pietro in Montorio,
eretto nel cortile dell’omonima chiesa sul colle del Gianicolo. L’edificio è un piccolo tempio
rotondo periptero di ispirazione romana. È il coronamento degli studi rinascimentali
sull’ideale di tempio a pianta centrale che, simmetrico in tutte le sue parti, rievoca la
perfezione degli elementi naturali, dell’infinito e della divinità.
Il tempietto avrebbe dovuto essere al centro di un vasto cortile circolare absidato che però
non venne realizzato per motivi finanziari.
L’immagine del cerchio inscritto nel quadrato caratterizza l’insieme planimetrico ed evoca
la notissima figura vitruviana dell’Homo ad circulum, divenuto un simbolo per i teorici e gli
artisti del ‘400.
È probabile che Raffaello si ispirò al tempietto già in costruzione nel dipingere il suo
Sposalizio della Vergine nel 1504.
Ma a sua volta Bramante potrebbe essersi ispirato, oltre che a monumenti classici, anche al
tempio circolare posto al centro del dipinto dal titolo “Città ideale” attribuito a Piero della
Francesca (1475).
ANTONELLO DA MESSINA
Antonello di Giovanni d’Antonio (1430-1479) detto Antonello da Messina è influenzato da
stili diversi e lontani: quello del Rinascimento toscano, quello di Urbino, con Piero della
Francesca, quello delle Fiandre di Van Eyck, ricco di dettagli e luminoso.
San Girolamo nello studio
Una delle opere che dimostrano questa commistione è San Girolamo nello studio (1474).
L’osservatore vede la scena all’interno di una finestra gotica. Il santo è seduto nello studiolo
ligneo inserito in uno spazio architettonico che presenta elementi gotici (la volta a crociera e
la bifora) ed elementi rinascimentali (il portico a destra). Le fonti di luce sono molteplici e
realistiche, i dettagli sono accurati e carichi di significati simbolici.
San Sebastiano
Pochi anni dopo dipinse il San Sebastiano (1478-79). Il martire è legato ad un albero ed è
al centro della composizione. Il punto di vista ribassato gli conferisce maestosità. La
prospettiva del pavimento crea uno spazio profondo e arioso.
Nonostante sia trafitto dalle frecce il suo sguardo è ispirato e sereno. La luce, proveniente
da sinistra, avvolge con un morbido chiaroscuro il corpo del santo. Sono presenti anche
alcuni elementi di puro virtuosismo come la colonna per terra e il soldato addormentato
entrambi rappresentati di scorcio.
Il santo presenta una bellezza classica e il tipico contrappunto delle membra
(ponderazione) ma non mostra la tensione muscolare e l’evidente anatomia delle statue
greche e romane.
Annunciata
Opera straordinaria e innovativa, certamente la più celebre del pittore messinese, tra le
icone dell’arte di ogni tempo, è la splendida Annunciata del 1475, dipinta dal maestro
siciliano durante il suo soggiorno a Venezia.
La mano alzata della Madonna non è scorciata esattamente, è piuttosto come storpiata. Il
manto azzurro gira invece nello spazio come se fosse in una nicchia: dà l’impressione
solida della scultura. Da rilevare che il leggio, sopra il quale la Vergine ha aperto il libro, è
ancora in stile gotico.
Rispetto alla tradizionale iconografia dell’annunciazione, tutto è compreso nella figura della
Vergine, non ci sono distrazioni che possano distogliere l’osservatore, l’assenza dell’Angelo
annunciante la peculiarità di tale impostazione.
ANDREA MANTEGNA
Uno degli artisti più originali del ‘400 è Andrea Mantegna (1431-1506), massimo
rappresentante in pittura del classicismo archeologico rinascimentale.
Si forma in bottega a Padova e mostra subito un forte interesse per l’antichità classica. Dal
1448 comincia a lavorare per conto proprio e dopo pochi anni affresca la Cappella Ovetari a
Padova (di cui restano pochi frammenti).
Intorno al 1460 di trasferisce a Mantova, alla corte dei Gonzaga (per i quali affrescherà la
famosa Camera degli Sposi a Palazzo Ducale) dove, a parte brevi viaggi a Roma e Firenze,
resterà fino alla morte.
Mantegna ha dipinto due volte la figura di San Sebastiano.
La prima tela, conservata al Museo d’arte di Vienna, è considerata quella conclusiva del
periodo giovanile (1456) e mostra il santo legato ad una colonna su un pavimento in
prospettiva, lo sfondo della città di Verona e delle curiose nuvole a forma di cavaliere. Una
scritta in greco recita “Opera di Andrea”.
Al Louvre è conservato l’altra tela, dipinta da Mantegna nel 1481. Anche in questo caso il
martire è legato ad una rovina classica e ai suoi piedi stanno frammenti di sculture antiche
che l’artista collezionava. Il santo e i suoi aguzzini mostrano una tipica accentuazione
chiaroscurale delle rughe del viso, un tratto distintivo delle opere della maturità.
Il realismo è più marcato del dipinto viennese con alcuni dettagli di grande virtuosismo
come la muscolatura del torace, la freccia che passa sotto la pelle della coscia o le carni
delle braccia strette dalle corde.
In lontananza un paesaggio montuoso piuttosto immaginario e le nuvole gonfie che
riempiono il cielo.
Cristo morto
Di qualche anno precedente è il Cristo morto (1475-78), conservato alla Pinacoteca di
Brera. L’opera è celeberrima per il vertiginoso scorcio prospettico della figura del Cristo
disteso. Mantegna strutturò la composizione per produrre un inedito impatto emotivo, con i
piedi di Cristo proiettati verso lo spettatore e la fuga di linee convergenti che trascina
l’occhio di chi guarda al centro del dramma. A sinistra, compressi in un angolo, si trovano tre
figure dolenti: la Madonna che si asciuga le lacrime, San Giovanni che piange e tiene le
mani unite e, in ombra sullo sfondo, la figura di una donna che si dispera, forse la
Maddalena.
Pierpaolo Pasolini, il famoso scrittore e regista del ‘900, era talmente appassionato all’arte
del Rinascimento che cita quest’opera in una scena del suo film Mamma Roma (1962).
Camera picta
La cosiddetta “Camera picta” fu affrescata da
Mantegna tra il 1465 e il 1474 nel palazzo Ducale di Mantova. Al centro è il famoso oculo
con una mirabile prospettiva “da sott’in su” che si apre nel cielo.