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Alfieri

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13.

Alfieri: la vita e la Vita

É il più grande classico della letteratura italiana del ‘700. La terza e la più grande figura del
cosiddetto Settecento maggiore, in senso stretto cioè Goldoni, Parini ed Alfieri. E nello stesso
tempo il più grande maestro di ciò che Francesco De Sanctis ma anche Benedetto Croce
avevano chiamato la letteratura italiana nuova. De Sanctis ha chiamato l’Alfieri “l’uomo
nuovo in veste antica”, mentre il Croce aveva detto che era l’Alfieri attaccare quelle colle che
vibreranno lungo tutto Ottocento. Alfieri ha esercitato un enorme influenza sia sui grandi
romantici, Foscolo, Leopardi, Manzoni fino a Carducci; sia sui grandi patrioti del
Risorgimento dal Giobetti al Gazzini.
Alfieri ha creato una grandissima sintesi di idee dell’illuminismo di forme del Classicismo e
di sentimenti protoromantici o preromantici, infatti, ed i post illuminista. Cioè l’Alfieri è fra
illuminismo e risorgimento, fra classicismo e romanticismo. É una specie di ponte fra
Settecento e Ottocento. Con Alfieri è nato il liberalismo italiano, il liberalismo nazionale che
sarà il sentimento dominale nell’Ottocento e infatti al centro di tutta l’opera e tutta la
personalità alfieriana sta una grandiosa idea di libertà che però l’Alfieri aveva espresso in
forma agonistica, di lotta, cioè rivolta contro la tirannide, motivo anti-tirannico
(zsarnokellenes) - tirannicida-zsarnokölő tirannicidio-zsarnokölés
Con le sue opere ha lottato contro la tirannide che, secondo lui, ogni forma di potere assoluto
e arbitrario, ogni offesa della libertà individuale. Alfieri è un grande individualista, cioè crede
nell’individuo libero. E questa la grande idea che sta alla base di tutta l’opera e di tutte le
opere di Alfieri. Opera significa anche életmű. Ha coltivato vari generi letterari. É il più
grande tragiografo e il più grande autobiografo della letteratura italiana. Ma è grandissimo
anche come poeta lirico e come trattatista anzi è molto significativo anche come autore
satirico.
La vita
É nato nel 1749 nella città piemontese di Asti – Alfieri in Italia viene spesso chiamato
L’Astigiano. É nato da una famiglia nobile, era conte di Cortemilia. Sulla nobiltà sua, lui
aveva un'opinione complessa, da un lato nel suo famoso trattato, Della tirannide e in una sua
satira intitolata I grandi, aveva criticato la nobiltà come sostegno della tirannide, i nobili
come servi dell’oppressione, oppressori anche loro, però nel suo altro grande trattato, Del
principe e delle lettere, aveva detto che, nonostante ciò, dalla nobiltà può venire quell'uomo
libero, quello scrittore libero che può combattere contro la tirannide, qui pensava a sé stesso.
Dice che i nobili sono relativamente liberi anche nella tirannide, perché sono indipendenti. In
Alfieri c’era sempre un certo aristocratismo ma non sociale, ma morale.
Ha perduto molto presso il padre, era ancora piccolissimo (è morto di polmonite -
tüdőgyulladás, e anche lui morirà in polmonite).
Sua madre era di origine francese, è piuttosto severa, e anche lui, come in genere i bambini,
non era educato direttamente dalla madre ma da precettori, preti, educatori.
Aveva dato giustizio sostanzialmente negativo sulla sua infanzia, 9 anni di vegetazione,
aveva chiamato così, però con i primi sintomi di un carattere appassionato. All’età di 7 anni
voleva suicidarsi.
All’età di 9 anni come giovane nobile viene iscritto all’Accademia Militare di Torino. Lui
chiama “Gabbia”, e chiama questi anni: 8 anni di ineducazione. Ha criticato duramente
l’educazione qui, ha detestato, odiato quasi fanaticamente, spesso fuggito e veniva
incarcerato nella sua stanza.
Alfieri ha sempre odiato militarismo, nella Della tirannide ha scritto che più ancora della
nobiltà e del plebo l’esercito è la vera base della tirannide. Senza esercito non esiste tirannide.
All’età di 17 anni finalmente è uscito da questa “Gabbia” con il titolo di ufficiale d’esercito
regio. Cominciava a fare grandi viaggi, in quell’epoca e faceva parte dell’educazione dei
nobili fare dei grandi viaggi. A cavallo o in carrozza ha viaggiato in Italia, Francia,
Inghilterra, Olanda, Belgio, Austria, Germania, Russia, Danimarca, Svezia, Spagna,
Portogallo e anche in Ungheria, fino a Buda, ha viaggiato in quasi tutta d’Europa. Ci sono
pagine immortali del suo libro, sul mare o i deserti spagnoli, le immense selve. Ha visto
anche la mancanza della libertà, l’assolutismo,
Nel 1777 ha incontrato la sua bellissima musa, l’amore della sua vita, Luisa Stolberg
d’Albany. Una donna aristocratica, cosmopolita, la moglie di un pretendente al trono inglese.
La donna abbandonato suo marito e ha vissuto con Alfieri fino alla morte. Alfieri ha scritto
bellissime poesie a lei, adorava questa donna. Non si è mai sposato, perché diceva che l’uomo
libero nella tirannide deve essere indipendente.
Dal 1775 ha cominciato a scrivere le sue poesie e le prime tragedie. Per poter scrivere
liberamente senza la censura piemontese, ha dovuto disvassallarsi – alfierismo -
vazallustalanította magát. Abbandonato Piemonte, ha rinunciato i suoi feudi, ha regalato tutto
a sorella Giulia e si è trasferito a Firenze, poi a Roma. Ha scritto fino alla fine degli anni
Ottanta, gran parte dei suoi capolavori, soprattutto le tragedie, e ha pubblicato sé stesso. Nel
1787 e nel 1789 in due edizioni le sue opere in Germania e in Francia. Nel 1784 è stato a
Parigi, durante la Rivoluzione francese. Ha scritto la presa della Bastilla. Ha visto con i suoi
occhi. Ha scritto un'ode A Parigi sbastillato.
É morto a Firenze nel 1803.

14. Alfieri: I trattati

I trattati veri e propri sono due: Della tirannide e Del principe e delle lettere. C’è poi
un'orazione, panegirico (discorso celebrativo) di plimio e c’è un dialogo di virtù sconosciuta.
Della tirannide è un'opera fondamentale, anzi e forse L’opera fondamentale per capire
l’ideologia come è stato definito la filosofia di Vittorio Alfieri, dove troviamo la classica
definizione alfieriana di tirannide. Chiama tirannide ogni potere assoluto illimitato,
incontrollato, ogni potere che offende la libertà individuale. La sua definizione vale per ogni
tipo di tirannide, monarchica, aristocratica anche quel tipo di tirannide che esercita il potere
assoluto in nome del popolo ma senza la vera volontà o il vero controllo del popolo. Ogni
volta quando descrive la tirannide, ovviamente la sua descrizione sarà valida soprattutto per
l’assolutismo di tipo tradizionale, cioè monarchico della sua epoca, e dice che i re di sostegni
della tirannide sono l’esercito, il clero e la nobiltà. E la vera sostanza della tirannide è la
paura. Due tipi di paure: il tiranno ha paura del popolo ed il popolo ha paura del tiranno.
Come si può vivere nella tirannide, dice, descrivendo questa volta l’antagonista. In solitudine
l’uomo libero deve essere solitario per non rischiare la tutta dei suoi cari, e in solitudine deve
prepararsi per la rivolta contro la tirannide. In sostanza il tirannicidio. Più che un trattato
politico vero e proprio, come spesso viene definito della tirannide, si tratta di abbozzare
(fölvázolni) un contrasto di tipo drammatico e tragico cioè della tirannide è essenziale per
capire le tragedie di lui. C’è un gigante per male, il tiranno e c’è un gigante per bene, l’uomo
libero, eroe. Due grandi individui, solidari ma diversamente, che poi si scontreranno
fatalmente. Dentro questo trattato c’è tragedia, perché dice che anche se l’uomo libero può
morire liberamente, non può vivere nella tirannide e non può abbattere nella tirannide. Cioè il
trattato è negativo e tragico. La rivolta individualmente non può abbattere la tirannide.
Del principe e delle lettere è l’altro grande trattato di Alfieri, ancora più lungo di Della
tirannide, non meno importante, dove lui parla ormai non solo della tirannide ma anche della
letteratura, o meglio, concretizza la figura dell’eroe, dell’uomo libero nella tirannide nella
figura del libero scrittore. Cioè il tirannicidio non è qui uccisione del tiranno ma si intende
metaforicamente una rivolta anti-tirannica letteraria. Cioè il libero scrittore deve insegnare ai
lettori, al popolo i loro diritti, la loro dignità. Alfieri chiama anche questo scrittore libero
scrittore tribuno, chi rappresenta il popolo.
Lo scrittore libero obbedisce al suo impulso naturale, che definisce mirabilmente come un
bollore di cuore di mente, una sede insaziabile di ben fare e di gloria contro l'impulso
artificiale, che significa scrivere non liberamente ma da servo. Servire il potere assoluto.
Mentre secondo l’Alfieri la letteratura deve servire solo la libertà e offendere, attaccare il
potere assoluto.
Dunque, rifiuta categoricamente il mecenatismo principesco. In gran parte della letteratura
italiana, i grandi poeti che servivano i principi, re o papi. Per lui questo è insopportabile, la
chiama terribile protezione principesca. E dice che la letteratura potrebbe liberare gli uomini
in un secolo in cui Voltaire, il patriarca dell’illuminismo diceva: “I libri governano il
mondo”. Arriva a dire che dar tali nuove lettere nascerebbero a poco dei nuovi popoli, cioè la
letteratura potrebbe addirittura creare, educare un popolo nuovo, un rinnovamento di una
nazione può avvenire attraverso la letteratura. Lui ha iniziato a chiamare risorgimento.
Quindi una vera e propria apoteosi (istenné avatás, istenülés) dello scrittore della letteratura.
Dice che l’uomo più grande al mondo è il libero scrittore. E per lui il massimo era Dante, con
cui Alfieri inizia la grande scoperta di Dante. Da ora in poi Dante diventerà il simbolo, il
mito, il profeta della letteratura italiana. Quindi con Della tirannide nasce il liberalismo
nazionale italiano, e con Del principe e delle lettere nasce la poetica del romanticismo
risorgimentale, cioè letteratura come impegno, come beniurgo.
La terza opera trattatistica sembra una cosa paradossale, discorso celebratore di uno scrittore
romano, Plinio, a un imperatore, Traiano. Alfieri mette in bocca a un grande scrittore. Si
tratta di un discorso immaginato, fittizio, in cui lo scrittore romano vuole convincere
l’imperatore Traiano di rinunciare al trono. Però non ci riesce, il potere assoluto rimane nelle
mani di Traiano. Plinio e il senato e tutto il popolo sono rimasti servi. Cioè vuole suggerire
quest’opera che non si può convincere con parole il dominatore assoluto, come pensavano
Beccaria e gli altri. Si può educare con opere letterarie il popolo, ma non convincere il
tiranno.
Infine, un piccolo dialogo, La virtù sconosciuta. Immagina che una notte nella sua stanza si
presenta lo spirito del suo amico morto, Francesco Gori Gandellini. E loro tengono un
discorso. Dal loro dialogo emerge che Francesco ha scelto la resistenza passiva, restare
incontaminato, restando passivo. Alfieri invece ha scelto un'altra via, scrivere e usare la
penna come il brando (tőr). Cioè resistenza attiva. Vivere nella nostra epoca scrivere alla
nostra epoca ma pensare come gli antichi liberi e usare l’esempio dei grandi eroi del passato.
E questo che Alfieri realizzerà.

15. Alfieri: Le tragedie


Alfieri ha scritto le sue tragedie fra il 1775 e il 1787. In un decennio, sono 19 o 21, perché ha
riconosciuto pianamente ed ha pubblicato 19 tragedie ma in verità scriveva 21. Argomenti
vari ma soprattutto antichi, mitologici e storici, cioè la mitologia greca e romana e la storia
greca e romana. Però c’è anche argomento biblico, il Saul, c’è anche argomento medievale,
come la Rosmunda, o argomento moderno, come il Filippo.
Queste sono le più grandi tragedie della letteratura italiana. É il più grande tragediografo
italiano.
Perché per lui la tragedia non era semplicemente uno dei tanti generi letterari la cui coltivati,
ma apparentemente sì, ma in verità la tragedia era per Alfieri la quintessenza del suo
sentimento di vita e della sua concezione del mondo. Però per lui era necessario scrivere le
tragedie, visto come egli pensava e sentiva. Come nei trattati, ci sono due grandi figure, il
tiranno e l’eroe. Alfieri si concentra a questi due giganti. Il tiranno non può essere
pienamente tiranno, non può avere un potere assoluto fino a quando c’è un solo individuo
libero che gli si oppone. E l’uomo libero non può essere libero, non può vivere liberamente
fino a quando c’è un tiranno. Questo deve portare necessariamente ala collisione, al conflitto.
Uno non può vivere insieme con l’altro, non possono coesistere. Devono necessariamente
scontrarsi.
Si concentra a questo momento e la tragedia alfieriana è concentratissima perché si concentra
a quel momento supremo in cui entrambe queste figure raggiungono la pienezza di sé stessi,
cioè quando il tiranno è il più tiranno e quando eroe è il più eroe. Quando si scontrano.
Tutto un crescendo, tutto va verso le catastrofi, in cui qualcuno deve morire necessariamente,
non esiste tragedia senza morte, una perdita assoluta. Tutto questo veniva dall’intimo
dell’Alfieri, lui non ha studiato tutto questo perché corrispondeva al suo mondo interiore, e il
sentimento della vita. Però tutto questo coincideva così perfettamente von le leggi
aristoteliche della tragedia classica che non fosse conosciute nel secolo di lui.
Questa legge si trova in teoria, nella poetica di Aristotele: unità di tempo, unità di luogo,
unità di azione. L’azione della tragedia deve svolgersi sola una giornata, in un solo luogo,
questo è difficilissimo, generalmente un luogo pubblico, e una sola azione, non vari fili
intrecciati.
Circa 40-45 pagine stampate, in teatro circa un'ora e mezza. Ha descritto come ha lavorato:
ideare, stendere, verseggiare. Quando ha cavalcato, camminava, guardando qualcosa. Veniva
nella sua mente l’idea della tragedia, prendeva alcuni prezzi di carta e buttava giù la scema
della tragedia. Divideva l’azione in cinque atti, stabiliva il numero dei personaggi, pochi, poi
stendere, scriveva tutta la tragedia in prosa, e poi verseggiare. Queste fasi sono i tre respiri.
Aveva un servo fedele, Francesco e si faceva legare alla sedia. Ha detto, che qui sta l’atto
terzo, io devo verseggiare. Tu non mi puoi sciogliere, fino a quando non ho finito.

Bruto II
L’uccisione di Cesare. Qui al centro sta la tragedia di Bruto che viene a sapere che Cesare è
suo padre. Lui vorrebbe convincere cesare di abbandonare il trono, ma Cesare vuole il potere
assoluto, e vuole Bruto come suo erede. E quindi quando Bruto esclama o padre o Roma,
riassume tutta la tragedia sua fra il comandamento del sangue, della famiglia e il
comandamento della libertà politica. Quando i senatori uccidono Cesare, lui è l’unico che non
lo pugnala. Ma poi davanti al popolo assume tutta la responsabilità. Il cesaricidio solleva il
popolo, il popolo segue Bruto come se trionfasse la libertà.
Saul
Il re biblico e nello stesso tempo tiranno del suo popolo e c’è un tiranno ancora superiore a
lui, quell'inesorabile del Dio. Saul è vecchio, geloso con suo figlio, Davide, e scaccia lui.
Proibisce a tutti di dare protezione a Davide, ma i preti accolgono fra di loro, e quindi Saul
commette una strage fra i preti. I filistei uccidono il figlio di Saul, rimane solo la figlia Nicol.
Si suicida.

Mirra
É una principessa di Cipro, che secondo la leggenda si era innamorata di suo padre. Si
avvicina il giorno delle nozze di Mirra con un giovane principe di Creta, Pereo, che ama
Mirra. Ma lei non vuole sposarlo. Vuole morire. I genitori non capiscono perché Mirra non
vuole sposarsi. Alla fine, sconfessa suo terribile segreto.

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