Capitolo undicesimo
La pedagogia di Dio
Quando parliamo di “pedagogia di Dio” dobbiamo
intenderla proprio nel suo significato soteriologico (la modalità con
cui Dio entra in relazione con l’uomo per comunicare la sua
dottrina della salvezza, la liberazione del male) e non tanto “come
un arsenale di obiettivi, contenuti, metodi già prefissati”, quasi che
osservando l’agire di Dio nell’Antico Testamento o di Gesù nel
Nuovo (ad es. verso i bambini), noi dovessimo trarne un prontuario
pedagogico da imitare e un metodo educativo (è utile anche
questo, ma non è decisivo).
Dio, sin dall’inizio, ha condotto il suo colloquio con gli
uomini con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le
opere compiute da Dio nella storia della salvezza manifestino e
rafforzino la dottrina e la realtà significata dalle parole, e le parole
dichiarino le opere e chiariscano il mistero in esse contenuto.
Con provvida gradualità, Dio ha svelato il mistero del
suo amore, muovendo gli uomini attraverso la storia e l’antica
alleanza verso l’incontro con Cristo. La salvezza della persona, che
è il fine della Rivelazione, si manifesta come frutto di una originale
ed efficace “pedagogia di Dio” lungo la storia.
Ha soccorso gli uomini con eventi e parole ad essi
familiari, parlando al suo popolo secondo il tipo di cultura
proprio delle diverse situazioni storiche, mostrando la sua
“condiscendenza” al massimo grado nel Figlio suo fatto carne”.
“Dio nella Sacra Scrittura viene visto come un padre
misericordioso, un maestro, un saggio che assume la persona –
individuo e comunità – nella condizione in cui si trova, la libera dai
legami del male, la attrae a sé con vincoli di amore, la fa crescere
progressivamente e pazientemente verso la maturità del figlio
libero, fedele e ubbidiente alla sua parola. A questo scopo, come
educatore geniale e lungimirante, Dio trasforma le vicende della
vita del suo popolo in lezioni di saggezza, adattandosi alle diverse
età e situazioni di vita” (Direttorio generale per la catechesi).
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La connessione eventi e parole. Essa significa il
comunicarsi di Dio entro la storia umana, alla maniera umana e
secondo la modalità comunicativa umana. Questo dice come Dio, di
fatto, si incarni progressivamente, non scavalchi i ritmi storici, né
modifichi le situazioni in maniera magica. Sta al modo di stare al
mondo umano.
Proprio questa obbedienza alla storia comporta la
gradualità, cioè l’accettazione dei ritmi che la struttura umana, con
i suoi limiti ed i suoi condizionamenti e, più semplicemente, come
struttura umana, richiede. La gradualità indica che Dio ha pazienza
e integra le lentezze umane. Dio diviene lento per l’uomo.
Tale lentezza è, sì, dovuta alle chiusure umane, ma anche
ai limiti della condizione umana. È la struttura umana che si
distende nel tempo e quindi ne subisce la successione. Tale
gradualità provvida riguarda tutto: a) - le conoscenze; 2) - la
maturazione degli atteggiamenti; 3) - i comportamenti.
La terza caratteristica è la particolarità culturale. Dio
accetta di farsi ebreo. Stare dentro la storia e starci in maniera
umana significa accettarsi in una specificazione e dire l’universale
nel particolare. Dio, facendosi carne, ha legato la sua auto-
comunicazione alla cultura ebraica. Poi il vangelo ha subìto una
seconda inculturazione: quella greca. Oggi è il tempo della terza
inculturazione: si tratta di inculturare il Vangelo in maniera non-
religiosa, dentro una mentalità secolare.
Dio ha saputo dire l’infinita ricchezza del proprio mistero
intra-trinitario in un modo storicamente connotato. Ce lo ricorda
San Gregorio Nazianzeno in un bel testo che spiega il filo
conduttore dell’azione progressiva di Dio nella storia della salvezza
in relazione al mistero della Trinità delle divine persone nell’unità
della divina sostanza: “In effetti – diceva quel grande Padre della
Chiesa – l’Antico Testamento predicava manifestatamente il Padre,
e più oscuramente il Figlio; il Nuovo Testamento ha manifestato il
Figlio e ha suggerito la divinità dello Spirito Santo… Non era
prudente, infatti, quando la divinità del Padre non era ancora
confessata, predicare apertamente il Figlio, e quando la divinità
del Figlio fosse riconosciuta, imporci in sovrappiù lo Spirito Santo”.
Tutto si svolge sul filo della pedagogia divina che educa gli uomini
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alla conoscenza e al riconoscimento dei più alti misteri: la Trinità,
l’Incarnazione del Verbo, la venuta dello Spirito Santo.
Possiamo, dunque, vedere questo stile di auto-
comunicazione di Dio già nell’Antico Testamento. Nell’AT Dio
mostra di entrare nella storia riformulandosi, cambiando a seconda
dei contesti:
a) - interviene facendo storia (Esodo);
b)- suscita la parola profetica che interpreta gli avvenimenti, i
segni della fedeltà di Dio;
c) - mostra le esigenze dell’Alleanza;
d)- suscita il saggio che aiuta a vedere e vivere l’azione di Dio nella
quotidianità, a riconoscerne le tracce nella terra, nella natura, nei
fatti di ogni giorno, e a vivere le esigenze della legge.
Ma è massimamente in Gesù che si manifesta il suo modo
di porsi con noi. La pedagogia di Dio si lascia vedere nel modo di
relazionarsi di Gesù.
La pedagogia di Gesù
Possiamo notare, osservando trasversalmente i vangeli,
come in Gesù la pedagogia di Dio fatta carne, esprima
effettivamente questi principi, mostrando la sua condiscendenza al
massimo grado.
Lo facciamo osservando come di fatto Gesù impari dai
differenti incontri che egli ha con la gente a porsi rispetto a se
stesso, al contenuto del suo messaggio e ai destinatari in modi
differenti.
Una spia interessante per osservare la pedagogia di Gesù
sta nel vedere come cambia linguaggio nel corso del suo ministero.
Possiamo riconoscere quattro tappe:
a) - il kerigma, agli inizi della sua predicazione;
b) – la forma parabolica della sua predicazione;
c) – la didaké, come linguaggio didattico ai discepoli;
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d) – il silenzio, il linguaggio della croce.
Il linguaggio kerigmatico
Da buon giudeo, attraverso le scritture, Gesù ha preso
coscienza delle attese dell’AT e dei suoi contemporanei. Prende
anche coscienza che la sua persona ha a che fare con tali attese: è
lui il realizzatore. Allora lo esplicita. La forma che usa è il kerigma,
è il linguaggio kerigmatico: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù
si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: “Il
tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete
al vangelo” (Mc 1, 14-15).
Contenuto di tale linguaggio è il Regno di Dio, annunciato
dalla Scritture (Isaia), immagine attorno a cui si sono coagulate le
attese dei vari gruppi a cui Gesù si rivolge. Il linguaggio del
kerigma è immediato, luminoso. È quello dell’evidenza. Un
annuncio e dei gesti che lo mostrano (i miracoli). La novità
dell’evento annunciato diventa appello alla conversione. Non c’è
l’esplicitazione del contenuto. Si basa su un punto dato per
scontato: la convergenza tra l’annuncio e le attese.
Il linguaggio parabolico
Il cambio del linguaggio presuppone una presa di
coscienza di Gesù: gli uditori non hanno colto l’essenziale del
kerigma. Cominciano le obiezioni. Gli orizzonti di chi parla e di chi
ascolta sono differenti: l’immagine di “regno di Dio” evoca
contenuti diversi (un avvento clamoroso, la fine della dominazione
romana…).
Come risolve il problema Gesù che constata che gli uditori
hanno un orizzonte diverso dal suo? Prende coscienza, non
aggredisce (“non capiscono niente”), non si colpevolizza (“ho
sbagliato tutto io”). Semplicemente riformula se stesso, cercando
di mettere in comunicazione i due orizzonti.
Il linguaggio parabolico ha come caratteristica quella
della dialogicità e del confronto. Nel racconto i due orizzonti sono
messi insieme (quello di Gesù e quello degli ascoltatori). In tale
modo l’ascoltatore è portato da solo a riconoscere che l’orizzonte
di Gesù è quello più adeguato. È da notare lo stato emotivo
differente che si crea. Nell’opposizione iniziale, lo stato emotivo è
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di crisi ed irritazione, dalle due parti. Il linguaggio parabolico
disinnesca la carica di emotività, perché non affronta direttamente
l’oggetto del conflitto, ma porta l’attenzione su un oggetto “terzo”
rispetto al quale l’emotività si placa.
Gesù è costretto a rimettere in discussione il suo modo di
comunicare e ad integrare l’insuccesso. Il destinatario appare nella
sua alterità, viene realmente inserita la differenza. Il contenuto è
sempre annunciato, ma non chiuso nel modo di formularlo
dell’annunciatore: viene messo nelle mani del destinatario, che lo
fa parlare a seconda della propria prospettiva.
La didaké (1)
Finito il momento dell’entusiasmo e delle dispute che
suscitavano le parabole, si presenta una situazione nuova: Gesù
accetta che ci sia gente che si allontana e che il suo annuncio
raggiunga i pochi: i discepoli. Accetta che il suo messaggio sia
messo in minoranza.
C’è un’autocoscienza nuova che affiora in Gesù: la
consapevolezza della fine drammatica del suo destino, espressa
attraverso gli annunci della sua passione. Il contenuto cambia: non
più il Regno di Dio che viene nei segni, né il volto di Dio espresso
nelle parabole, ma il Regno di Dio che si compie nel suo destino.
Nei destinatari sorgono nuovamente difficoltà: si veda la
reazione di Pietro. Allora Gesù rimprovera e istruisce. La didaké
suppone un rapporto più stabile tra colui che annuncia la Parola di
Dio e il destinatario; il contenuto non è più astratto: è un vissuto
comunicato, che tende a provocare nel vissuto di chi lo accoglie
delle nuove prospettive di vità (la didaké è per la vita). Tali
prospettive trovano delle reazioni: Gesù persevera e pazienta.
L’attitudine è quella della pazienza e del continuare e fare
riecheggiare la speranza. Gesù adesso comunica la sua vicenda.
La relazione soggetti-contenuto-destinatari è nuovamente
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cambiata: consiste nel fa riorientare dei vissuti, il che non è
indolore.
Il silenzio, il linguaggio della croce
Anche questa riformulazione di Gesù porta all’insuccesso.
Gesù resta solo (“ E tutti abbandonatolo, fuggirono”). L’ultimo
linguaggio che gli resta è quello della croce. È una nuova
riformulazione della propria autocoscienza (“La vita nessuno me la
toglie, io la do liberamente”); è una nuova comprensione rispettosa
del destinatario (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che
fanno”); è un nuovo contenuto: l’autocomunicarsi definitivo di Dio
nel suo Figlio dato per noi.
È l’ultimo linguaggio che gli resta, il più muto e il più
parlante. Là dove le parole si esauriscono per l’incomprensione del
destinatario, l’unica cosa che resta è l’autenticità della vita, la
fedeltà a se stessi.
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(1) “La didaké è un compendio di catechesi morale, prassi liturgica e organizzazione
ecclesiastica, scritta verosimilmente tra gli anni 80 e 100, probabilmente ad Antiochia di Siria,
quasi sicuramente da un giudeo-cristiano. Attraverso questo documento si risale alla tipologia
dell’insegnamento, del culto e del servizio ministeriale della prima generazione cristiana. Da
qui l’interesse e l’importanza della Didaké come testimonianza dell’antica tradizione della
Chiesa nel vivere la comunione della fede, nella vigilante attesa dell’incontro definitivo col
Signore” (Mons. Ravasi). L’opera si presenta come divisa in due parti: 1^ L’insegnamento
delle due vie (la via della vita/luce e la via della morte/delle tenebre); 2^ La vita interna della
comunità.
Gesù, vero educatore
Il vangelo costituisce il codice della pedagogia cristiana. È
lì che il cristiano apprende a vivere e a comportarsi come seguace
di Cristo. Così hanno fatto i santi di ieri e di oggi.
Volendo individuare alcuni dei capitoli più significativi
della straordinaria e sempre attuale pedagogia di Gesù, possiamo
elencare i seguenti:
Gesù accoglie i poveri e gli emarginati;
Perdona e converte i peccatori;
Guarisce gli ammalati;
Onora le donne;
Accoglie i bisognosi e difende i piccoli e di deboli;
Insegna a perdonare e ad amare i nemici;
Chiama alla sequela;
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Rivela il Padre ricco di misericordia e insegna a pregarlo con
l’invocazione “Padre nostro”;
Educa con l’esempio ad affrontare la persecuzione, la
passione e la morte;
Ci insegna, infine, a vivere nella gioia della resurrezione.
Illustriamo solo alcuni di questi capitoli di pedagogia
cristiana.
Gesù onora le donne
Gesù, da vero educatore, era molto disponibile
all’accoglienza. Per questo suo comportamento egli è stato
considerato un esempio di vera umanità. La testimonianza
evangelica è univoca nell’affermare che Gesù accolse le donne, le
stimò, le rispettò, le valorizzò. Egli visse in una società e cultura
androcentrica e discriminatrice nei confronti delle donne,
avversate e umiliate nei loro diritti fondamentali di persone: le
donne erano proprietà prima del padre e poi del marito; non
avevano diritto a testimoniare, non potevano apprendere la Torà.
In questo ambiente prevenuto, Gesù agì senza animosità,
ma con libertà e coraggio. Egli avvicina le donne, le guarisce, non
discrimina le straniere (risana la figlia della donna sirofenicia – Mc
7, 24-30), supera i tabù della loro impurità legale (guarisce
l’emoroissa – Mc 5, 34), le porta come esempio (elogia la povera
vedova – Mc 12, 41-44), ne coltiva l’amicizia (è in familiarità con
Marta e Maria, sorelle di Lazzaro – Lc 10, 38-42; Gv 11).
Una novità inconsueta è data dall’atteggiamento
misericordioso di Gesù verso quelle donne che erano disprezzate
perchè peccatrici o adultere, come la pubblica peccatrice che entra
nella casa del fariseo per ungergli i piedi di olio profumato (Lc 7,
37-47) o la donna sorpresa in flagrante adulterio (Gv 8, 3-11).
Un esempio significativo è dato dal suo colloquio con la
samaritana. Si tratta di una donna non ebrea e notoriamente
peccatrice, dal momento che aveva avuto cinque mariti e quello
con il quale conviveva non era suo marito. È una situazione
particolarmente grave, tanto che anche i discepoli “Si
meravigliarono che stesse a parlare con una donna (Gv 4, 27).
Nonostante ciò, Gesù si intrattiene con lei, le manifesta il mistero
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del Padre, quello della adorazione trinitaria e il segreto della sua
persona.
Le donne con Gesù ridiventano maggiorenni e vincono
l’apartheid della loro cultura. Furono esse ad accompagnarlo fino
alla croce senza tradirlo (Mt 27, 55). Per questa fedeltà Gesù diede
loro la gioia di essere le prime annunciatrici della sua
resurrezione. Apparendo alla Maddalena, Gesù affida a lei il primo
gioioso messaggio: “Maria di Magdala andò subito ad annunciare
ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto” (
Gv 20, 18).
Il paralitico della piscina Betzata
Trovandosi a Gerusalemme, Gesù entrò nella piscina
Betzata, dai cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di
infermi, ciechi, zoppi e paralitici. “Si trovava là un uomo che da
trentotto anni era malato. Gesù vedendolo disteso e sapendo che
da molto tempo stava così, gli disse: “Vuoi guarire?”. Gli rispose il
malato: “Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina
quando l’acqua si agita. Mentre, infatti, sto per andarvi, qualche
altro scende prima di me”. Gesù gli disse: “Alzati, prendi il tuo
lettuccio e cammina”. E all’istante quell’uomo guarì e, preso il suo
lettuccio, cominciò a camminare (Gv 5, 5-9).
In questo paralitico si può vedere l’umanità colta nella
estrema emarginazione della malattia e della solitudine. Il
paralitico vede ogni giorno gli altri ammalati, che vengono
accompagnati all’acqua per guarire. Egli, invece, resta solo e
immobile. Nessuno si cura di lui. Le grandi città e le loro folle
anonime nascondono spesso drammi silenziosi di emarginazione di
solitudine. A tutti Gesù viene incontro offrendo la sua acqua di vita
in molti modi: con la parola del vangelo, la sua presenza
eucaristica nella comunità ecclesiale, con l’accoglienza, l’aiuto e la
solidarietà di uomini buoni e virtuosi. È questo uno straordinario
antidoto alla solitudine e alla emarginazione di poveri, ammalati,
anziani, stranieri, disoccupati e disperati.
La pedagogia divina, azione dello Spirito Santo in ogni
cristiano
“La pedagogia di Dio si può dire compiuta quando il
discepolo perviene “allo stato di uomo perfetto, nella misura che
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conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13). Per questo non si
può essere maestri e pedagoghi della fede altrui se non si è
discepoli convinti e fedeli di Cristo nella sua Chiesa” (Direttorio
Generale per la Catechesi).
Quando l’uomo può dirsi vero discepolo di Cristo e della
sua Chiesa? Quando l’uomo avrà capito – ed in questo il papa
Giovanni Paolo II ha dato una grande lezione a tutto il mondo – che
Dio educa l’uomo a fare della presenza del male (fisico,
intellettuale, morale) uno strumento di stimolo e provocazione per
un aumento di perfezione morale, di redenzione.
Quando l’uomo avrà capito questa pedagogia di Dio, allora
può succedergli di essere lieto nella sofferenza: “Geme il vero
giusto nei patimenti, e di questo suo gemito non che si lamenti,
anzi si fa tutto lieto per una vita che si ritrova nascosta: e quanto è
più giusto, fassi più lieto (Rosmini, Teodicea) .
Se tutto serve al bene, allora non crea scandalo il fatto che
talvolta la storia umana nel suo insieme e la vita singola in
particolare siano segnate da vicende drammatiche. Quei dolori,
quelle sofferenze, quelle cose orribili, si trasformano, nelle mani di
un Dio buono e saggio che rispetti la libertà delle creature, in
altrettanti strumenti di bene: sono dolori di parto che nascondono
il bene di cui sono gravidi.
“Beato l’uomo che tu istruisci, Signore, e che ammaestri
nella tua legge” (Salmo 94, 12). Alla scuola della parola di Dio,
accolta nella Chiesa, grazie al dono dello Spirito Santo inviato da
Cristo, il discepolo cresce come il suo Maestro in “sapienza, età e
grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52) ed è aiutato a
sviluppare in sé “l’educazione divina” ricevuta, mediante la
catechesi e le risorse della scienza e dell’esperienza. In questo
modo, conoscendo sempre più il mistero della salvezza, imparando
ad adorare Dio padre e “vincendo nella verità secondo la carità”
cerca di “crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo”
(Ef 4, 15) (Direttorio Generale per la Catechesi).
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