Bad Blood
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Bad Blood
ISBN: 9780312949112
Category: Media > Books
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Language: English
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manoscritte, nell'Archivio di Stato di Milano, e s'intitolano: I donn de
Milan ricorren al sur Maresciall Bellegard contra el decret miss fœura
al Teatrin della Canobbiana che no se possa palpignà i c.... Questo
scherzo basta col solo titolo a darci un'idea della serafica
compostezza di quelle veglie. Le licenze di simili veglioni teatrali
erano flagellate da un curioso almanacco, che porta per titolo: Le
galanti scarselle della cortigiana Frine. È roba d'un anonimo, nemico
giurato della moda: e fa parte della raccolta dell'Ambrosiana.
Ed ora largo, o monache e religiosi poco religiosi: largo a Meneghino
che irrompe fra voi con la voce del popolo giudice.
Carlo Maria Maggi, già nostra conoscenza, è colui che il Redi
chiamava
Lo splendor di Milano, il savio Maggi,
e al quale dobbiamo il saporito principio d'una vera letteratura
popolare milanese, in pieno dominio spagnuolo tirannico, cupo, tutto
gelido sussiego. Eppure il Maggi era segretario del solenne Senato e
illustre professore di eloquenza greca e latina; il che contrastava con
quel suo spirito famigliare, vivace, precursore dei nuovi tempi. Carlo
Maria Maggi fu il creatore di Meneghino. Ne fece un figlio sviscerato
di Milano sua, come si può vederlo nel bell'addio a Milano nelle
commedie Il barone di Birbanza che fa pensare al Mercadet del
Balzac. Il Maggi eternò Meneghino in tutte le quattro commedie che
gli dobbiamo: I consigli di Meneghin, Il barone di Birbanza, Il manco
male e Il falso filosofo. E di Meneghino egli fa sempre un servitore.
Però Carlo Porta, nel Meneghin birœu di ex monegh (eccoci arrivati),
lo rinnova: gli affida una parte ardita: quella di flagellatore dei
costumi del suo tempo, nientemeno!
Anche in quella poesia, il Porta fa indossare, è vero, a Meneghino
l'antica livrea del servitore. Egli non serve più i potenti in soglio:
serve quattro monacone soppresse dall'inesorabile decreto
napoleonico; monache, che vivono insieme, in una famiglia, raccolte
da un baciapile in una sua casa; e là convengono ex frati, preti,
teologhi, confessori. Esse pagano il fitto sì, ma.... a furia di rosari.
Potrebbero vivere contente, quelle quattro monacone; poichè due
converse le servono senza salario; poichè, fra altri vantaggi, e
comodi, riscuotono le brave rendite dei loro possessi; poichè infine
ricevono (quando la ricevono) la pensione governativa. In seguito
alla soppressione dei conventi fatta da Napoleone, ai religiosi di
ambo i sessi era fissata infatti una pensione di cinquanta lire milanesi
circa: ma la si lasciava sempre arretrata di mesi e mesi, non ostante
i reclami; lamenti al deserto. Non pochi monaci e monache, vecchi e
acciaccosi, senza sostegni languivano in miseria. Ma le quattro
monacone, ricche del proprio, potevano vivere mille volte meglio
ch'el Papa a Romma; invece, ecco, esse si crucciano, si macerano
per questo, per quello. Ora, s'inquietano perchè nel sabato grasso, si
balla oltre la mezzanotte, quand'è cominciata la quaresima; ora si
stizziscono per le donne che vanno a passeggio, col collo e le braccia
e il seno nudo (se vedessero un po' oggi!...), o con le vesti, secondo
la moda, aderenti alle anche e ad altre curve; ora s'inquietano
perchè a monsignor Cerina (costui era un frate francescano fatto
vescovo da Napoleone) fu tolto l'ufficio d'amministrare la cresima; e
si arrabbiano perchè si permettono spettacoli teatrali in Quaresima, e
perchè a Monza (questa è graziosa) vogliono nominare arciprete un
nano, per il quale bisognerà accorciare tutte le pianete (si trattava
d'un prete Bussola piccolissimo) e via via. [47]
La vita pettegola, astiosa del convento rivive in quel ricovero
sussidiario. Ma la scena piega verso la satira, allorchè da una lettera
strabiliante venuta da Roma, si apprende la storia scandalosa d'un
Governatore pontificio, del quale la satira del Porta non fa il nome.
Chi era?
Fra i manoscritti del Porta, che nella vasta collezione delle carte
italiane, trovai alla Biblioteca Nazionale di Parigi, lessi questa risposta
autografa del poeta stesso:
«Il nipote del cardinale Pacca, giovane prelato, che rappresentava il
governo papale nella commissione diplomatica di Milano; poi
governatore di Roma; fuggito in America per debiti, con
manomissione del denaro pontificio». Nella sua satira, Carlo Porta lo
fa fuggire fra i Turchi; lo fa diventar turco.
Gli ex frati e preti, tutti quanti raccolti presso le quattro ex monache,
vogliono cercare l'arcana ragione del criminoso procedere dell'illustre
prelato governatore. Ed ecco un ex domenicano, don Samuele, vi
vede la mano di Dio che punisce la stessa sua Chiesa, perchè ha
abolita la Santa Inquisizione (con relativa tortura, s'intende):
El giurava che l'eva per reson
D'avè abolii la Santa Inquisizion!
Chi fra que' preti ed ex frati afferma che simili scandali sono
conseguenza dei peccati che si commettono; altri pensano che la
vera causa risieda nelle candele magre, sottili sottili, offerte ai
sacerdoti nei battesimi e nei funerali. Ma un pretaccione si alza e,
guardando di tanto in tanto fisso Meneghino, spiffera tutta una
filippica sulla cagion vera degli scandali; e la cagione (egli dice, o
meglio tuona) sono gli operai, col loro biasimevole contegno: i beoni,
gli oziosi, i mariti imbecilli che lasciano ogni libertà e licenza alle
mogli, e via via.... Una requisitoria in piena regola sui mancamenti,
sui vizi del popolo. E il terribile censore finisce col vibrare
un'occhiataccia a Meneghino, che pare voglia avvelenarlo. Ma
Meneghino gli risponde fierissimo per le rime, enumerando tutti i vili
mercimoni dei preti; fra altri i prezzi pei rintocchi delle campane che
suonano l'agonia dei morenti.
I rintocchi di campane per accompagnare un agonizzante all'altro
mondo valevano, infatti, tanti soldi per ciascuno. Non tutte le chiese
potevano però sonare le agonie. Nello almanacco Milano sacro erano
segnate quelle che godevano del lugubre e lucroso privilegio.
Peccato che Meneghino, in un'altra poesia del Porta, faccia sì
deplorevole figura! Nel Brindes de Meneghin a l'ostaria egli inneggia,
col bicchiere in mano, all'imperatore d'Austria, Francesco I, il nuovo
padrone dispotico di Milano, gridando a squarciagola:
Viva semper Franzesch nost patron!
E arriva a chiamarlo:
Quel patron caregh râs de vertù (colmo di virtù).
Ma egli è all'osteria, si badi. Dev'essere brillo per lo meno, con tutti
quei vini che ingolla. Manco male che egli, sopra tutti i vini stranieri,
esalta, con patriotico slancio, i vini nostrani; nel suo indiavolato
ditirambo, che per vivezza pittoresca di frasi e impeto e furor
bacchico e loquacità allegra, propria dei beoni di buon cuore, si
lascia indietro lo stesso modello classico, Bacco in Toscana del Redi,
e, più ancora, El vin friularo, ditirambo del poeta veneto Pastò,
probabilmente letto dal Porta durante il suo soggiorno a Venezia;
quel Lodovico Pastò, al quale si deve una piccante satira di depravati
costumi femminili: Le smanie de Ninetta in morte de Lesbin; la
quale, per il soggetto canino (Lesbin è un cagnetto....) si può
mettere accosto alle tenerezze della marchesa Travasa per la famosa
Lilla. Ma il Porta non discende sino alla malizia del Pastò. [48]
Meneghino, che Cesare Cantù riconosce sotto le vesti del povero
operaio, goffo, spavaldo, ben bastonato Bongee, comparisce nel
birœu di ex monegh, ardito, vivacissimo polemista. Non le piglia più,
le dà. Sono botte morali, poichè sono ancora lontane le Cinque
Giornate. Egli è ancora servitore, semplice servitore, come una volta;
ma in mezzo alle monache cui serve, in mezzo ai preti, alza la testa,
la fa da padrone; di più, è quasi rivoluzionario. In un conciliabolo di
religiosi che rappresentano il passato, egli rappresenta i nuovi tempi.
Birœu non significa altro che servitore; peggio, servitoraccio. E
birœu de la festa era il nome che si appioppava a que' servitori che
certe signore di poco conto o dame gonfie di fumo prendevano a
pagamento solo la domenica (onde Domenichino, Meneghino,
Meneghin) per condurselo dietro e comparire da qualche cosa.
La voce birœu in significato di domenichino viene da ciò, che
siccome il pirolo (birœu) tira su le corde del violino od altro
strumento a corda, così quel servitore tirava su e sosteneva lo
strascico della veste della padrona, quando questa scendeva
pomposamente lo scalone del palazzo o passeggiava riverita,
inchinata dai parrucconi suoi pari. Ed era comico il vederlo con tanto
di livrea e di spadino e di tricorno succedere al goffo campagnuolo
Baltramm de Gaggian: comico il sentirlo cicaleggiare coll'alta dama
sua padrona, riportando a lei i pettegolezzi del popolo e al popolo
quelli della società titolata, egli, come i trovatori del medioevo,
intermediario e anello di congiunzione fra chi splende in alto e chi
fatica oscuro al basso.
Ma un'altra volta ancora Carlo Porta fa parlare Meneghino: nella
«comi-tragedia» Giovanni Maria Visconti, composta insieme con
Tommaso Grossi. Gli muta il nome: lo chiama Biagio da Viggiuto.
Meneghino, cioè Biagio da Viggiuto, è «uomeno d'arme» di Lucchino
del Maino, e gli è fedel servitore. Il suo massimo piacere è quello di
giovare, sia pur menando le mani, al suo padrone. È pronto a tutto
lui, oggi, come nel passato. Il suo padrone può confidargli ogni
segreto, e non permette che egli ne dubiti.
E Lucchino del Maino (congiurato con due Trivulzi contro il crudele
Giovanni Maria Visconti duca di Milano), dopo di avergli domandato
perdono del dubbio, lo rassicura così: «Non sarà mai ch'io ti manchi
di gratitudine; ma appunto perchè sono grandi i sacrifici ch'io ho
finora da te ottenuti, non sapeva chiedertene uno nuovo, senza
tentare in prima le presenti disposizioni dell'animo tuo».
E Biagio, nel suo rustico linguaggio, pronto (si confronti il modo di
pensare dei domestici d'oggi):
«Sacrifizi el ghe dis? Scior no. Quist hin paroll de lor sciori, e nun
poveritt noj capissem. Nun femm i coss a la materiala, e no femm
tante reson.» [49]
E ricorda ch'egli e i suoi nacquero in casa del Maino; ch'egli fu tiraa
su grand e gross, mantegnu, soccorruu, e prorompe con impeto
generoso:
«E mi aveva di far nagott per lor? Sta vitta, sto sangu, sto fiaa che
respiri, hin robba sova, e ne hoo de spendi per lu, de dovraj a on
besogn?» [50]
Così parla Meneghino al suo padrone. È una perfetta dedizione la
sua. Sacrificarsi è un bisogno del suo cuore.
Ma della comi-tragedia, che si toglieva dal convenzionale, e degli altri
personaggi, c'intratterremo meglio nel momento più opportuno.
Il carattere di Meneghino, attraverso le commedie e le poesie
milanesi, non rimase sempre lo stesso: ogni autore volle
aggiungergli qualche cosa di suo.
Domenico Balestrieri, del Settecento, inventò un personaggio,
Sganzerlone, un sopracciò dal toscano spropositato, in contrasto con
Meneghino, del quale affetta di non sopportare le trivialità. Ma
Sganzerlone è un'ombra passata; Meneghino vive e vivrà, mercè il
Maggi e il Porta.
XIII.
Il capolavoro di Carlo Porta. — Dove la plebe andava a ballare. —
Un povero storpio innamorato. — Esame del Marchionn di gamb
avert. — Le donne del Goldoni e la Tetton di Carlo Porta. —
L'umorismo portiano. — Umoristi. — Carlo Porta grande stilista.
— La Ninetta del Verzee. — Carlo Porta ed Emilio Zola. — Come
nacque la Ninetta. — Giuseppe Bossi e il suo Pepp perucchee. —
Giudizio del Porta su questa novella. — Olter desgrazi de
Giovannin Bongee. — Postille del poeta.
Ma eccoci al massimo capolavoro del Porta: Lament del Marchionn di
gamb avert (Lamento di Melchiorre dalle gambe arcuate).
Nelle sere di carnevale, ne' primi anni del secolo passato, in una via
remota e deserta, detta Via Quadronno, infimi operai e sfaccendati
volgari si radunavano presso un certo Battista, che apriva una sala, a
ballare, a ridere. Il signor Battista era il deus loci, il conduttore,
direbbero oggi, di quei festin de rœuda (dal nome rœuda, capriola),
dove, per una misera moneta, ognuno aveva diritto di entrare e
ballare anche in maniche di camicia, col berretto in testa e magari
con tanto di zoccoli infangati. Niente di più plebeo di quelle riunioni.
Certe femmine da strapazzo v'erano collocate fin dalle prime ore
della sera per attirare gli allocchi e farli saltare come dannati. Le
chiamavano stellônn, per somiglianza ai zimbelli (in milanese
stellônn) che chiamano gli uccelli al paretaio. I suoni d'una misera
orchestrina accompagnavano quei balli confondendosi alle risate, agli
strilli di gioia e, spesso, agli alterchi iracondi, vivacissimi, per gelosie,
pretese mancanze di riguardi (caspita! in quella Corte dei Valois!)
che finivano con le botte, con le coltellate e con gli arresti.
Povero Marchionn di gamb avert! Nato forse in una di quelle tane,
buie, umide, senz'aria, dove la rachitide e la scrofola deformavano la
creatura umana, quando non la spegnevano; costretto a vivere nel
bugigattolo d'un ciabattino dove rattoppa scarpacce, va la sera, dopo
il lavoro, barcollando sulle gambe arcuate, nella sala di quel Battista,
là, in quel luogo di delizie, a sonare il mandolino nella piccola
orchestra; poichè, nei ritagli di tempo, il disgraziato coltiva con
passione, unico suo conforto, la musica. Per la sua breve statura, lo
chiamano il nano; è brutto, ha il viso bucherellato dal vaiuolo, che a
quel tempo imperversava diffuso, specialmente fra il popolo ribelle
all'innesto di Jenner, che, d'altra parte, le autorità non si curavano
d'imporgli, trattandolo da armento o quasi. Marchionn è un povero
scemo; e, fra le altre disgrazie, lo coglie la peggiore: d'innamorarsi di
una di quelle gemme di bellezza e di virtù, certa Tetton, così
chiamata dal seno colmo ch'ella ad arte sporge in mezzo agli
adoratori del lubrico festino. Egli stesso racconta le proprie sventure,
non dissimile in questo da Giovannin Bongee; le racconta per
isfogare la piena del dolore: dolore per gli inganni e il tradimento
infame del quale cade vittima in una trappola tesagli dalla Tetton,
dalla madre di lei e complici. Anche qui c'incontriamo ne' soldatacci
francesi, lesti nell'impossessarsi tutti quanti di quella facilissima
Tetton; più lesti di quell'infelice Melchiorre dalle gambe ad arco, che
arriva sempre in ritardo, in mal punto, e che, pien de lœuj
(svogliataggine) de fastidi e pien de corna, finisce in rovina e in
pianto.
Nelle commedie del Goldoni è la donna, sempre la donna, colei che
impera sull'uomo, sia con le grazie ritrose e pudiche di Mirandolina,
sia con l'astuta padronanza delle serve, delle donne inferiori. Il
raggiro, l'intrigo femminile è uno degli elementi delle commedie del
Goldoni, che il Manzoni metteva al di sopra del Molière. [51]
Ma gl'intrighi delle donne del Goldoni non sono mai scellerati: quelli
della Tetton del Porta rivelano un cuore cattivo e fanno meglio
risplendere l'ingenuità sempliciona del Marchionn, ch'ella avvince a
sè e inganna nel modo più vituperevole. Si sorride quando
Marchionn, il nano, si vanta d'essere stato un giorno lui il capo delle
gaie brigate, il beniamino di tutta Milano; non si sorride più
pensando ai grossi guai che ingoia, vittima d'una passione e per una
donnaccia che, bella e seducente in vista, adopera il filtro della stria
(strega), come Marchionn la chiama nella sua disperata confessione,
nel suo lament, che desta pietà.
L'Italia vanta capolavori imperituri dell'arte buffa: bastino il
Matrimonio segreto del Cimarosa, il Barbiere di Siviglia del Rossini, il
Don Pasquale del Donizetti; ma difetta di romanzi comici. Il Lament
del Marchionn di gamb avert è un piccolo romanzo comico irrorato di
lagrime. È il primo modello d'umorismo in Italia, nel senso vero della
parola, che include riso e dolori, qual'è la vita. Nella prosa fiorisce
mestamente, più tardi, il Manoscritto d'un prigioniero del livornese
Carlo Bini; emette pruni e spine l'Asino del Guerrazzi; ma, sopra
tutti, giganteggiano i Promessi sposi, che, sotto l'irradiazione
religiosa trionfale, nascondono un sentimento così amaro della vita,
che si rimane talora sbigottiti quanto, quasi, il verso funereo del
Leopardi. Anche in Carlo Porta il senso della vita è amaro. Così
doveva avvenire in una società di mutamenti rapidi e profondi che,
come le guerre, mandavano a galla il peggio. La passione di
Marchionn è descritta in tutto il suo svolgimento fatale. La psicologia
che il disgraziato fa di sè stesso ci mostra che la sventura gli ha
dato, come talora succede, una chiaroveggenza tarda sì, ma precisa
e inesorabile. La Tetton, sua madre, i suoi ganzi, i luoghi dove si
svolgono le svariate vicende, persino le figurine secondarie, tutto
appare vivo. Quando Marchionn, attanagliato dalla gelosia, corre al
veglione del teatro La Cannobbiana, vestito da turco, per iscoprire la
temuta infedeltà della Tetton, e sfoga la sua ira su gente mascherata
che balla allegra per proprio conto, e che non è, no, quella ch'egli
suppone (non è, infatti, la Tetton, nè il sarto, nè il sargente suoi
rivali, bensì persone a lui sconosciute); quando poi s'incontra
davvero nella Tetton e compagni, il comico, sorto dall'equivoco
cresce, scintilla.
Quale ritrattista il Porta!
Basterebbe la pittura delle bellezze della Tetton, di codesta Alcina di
Via Quadronno, per riconoscere un artista finissimo. Si pensa al
ritratto d'Alcina nel settimo canto dell'Orlando furioso. Il Porta
gareggia con l'Ariosto.
Il veneziano Pietro Buratti fu de' primi a trattare con artistico vigore
la novella in versi vernacoli; ma Carlo Porta lo vince nella sobrietà
dell'arte narrativa, nella finezza dei particolari psicologici, nella
profondità dell'ironia.
Grande stilista è il Porta. Il dialetto nativo non ha segreti per lui; egli
ne possiede le espressioni caratteristiche, gli scorci pittoreschi, le
maliziose acutezze, nella varietà dei metri; laddove il romanesco
Gioachino Belli non tratta che la forma del sonetto, il solo sonetto,
arma corta, nella quale il Porta resta, a dir vero, inferiore al Belli.
Il verso del Porta parla. Tutto il suo è un discorso parlato. Marchionn
chiama in cerchio tutti, ad ascoltare il suo dolente discorso: ha
irresistibile bisogno d'un libero sfogo nella sua desolazione,
pover'uomo!, e quel discorso è espresso con tal naturalezza e verità
che nulla più.
La Ninetta del Verzee, in ottave fluenti al pari delle strofe in
endecasillabi e settenarii del Lament del Marchionn di gamb avert,
s'accoppia a questo capolavoro per l'argomento e per l'effetto
sentimentale.
È anch'essa una storia di tradimento amoroso. Ma la vittima, questa
volta, non è l'uomo; è la donna, una pescivendola del Verzee
(mercato); il traditore è un parrucchiere. Costui abusa della passione
che accese nella Ninetta, la sfrutta, la spoglia di tutto, la spinge a
una vita di miseria, d'abbiezione, e la infama per giunta.
La passione della sventurata per quel farabutto arriva al tragico.
Ninetta si sa ingannata, si vede spogliata d'ogni suo avere, e non
può rompere la catena fatale che la serra, la stringe, la strugge.
Ci fa pensare all'arricchita mercantessa di Monsieur Alphonse,
commedia di Alessandro Dumas figlio. Colei, quando si scopre tradita
da Alfonso (che ha pure sedotto una signorina di buona famiglia
rendendola madre), ha un lampo rivelatore. S'accorge, benchè
troppo tardi, che il suo viso volgare e brutto non poteva piacere al
figuro elegante, che l'ha sfruttata e ingannata, ed esclama: «Ma il
cuore non sa com'è fatto il viso!»
Ninetta racconta la propria storia a un cliente, che va a trovarla.... Il
suo linguaggio è osceno. Ma ella, la pescivendola, doveva forse
adoperare il linguaggio della romantica Margherita Gauthier, vissuta
fra amanti signorili?
Anche dalla Ninetta del Verzee sgorga la pietà.
Carlo Porta, nel Giovannin Bongee, nel Marchionn, nella Ninetta, ci
rappresenta tre creature del popolo oppresso e calpestato. La
semplice e sola narrazione delle loro sciagure è una fiera condanna
degli scellerati; è più eloquente d'ogni espressa morale. Ivi risplende
più che un poeta: balena un vendicatore.
Prima che apparissero l'Assommoir e Nanà, Milano aveva adunque il
suo Zola nel Porta. Anche allora che soggetti osceni lo trascinano al
basso, il Porta, somigliante all'Anteo della favola, attinge forza dalla
terra e solidifica la strofa col contesto ben equilibrato delle frasi, dei
versi pittoreschi, nei quali parla la stessa Natura.
Ma come nacque la Ninetta del Verzee?... Nacque da un'altra novella
in ottave milanesi: da El Pepp perucchee del pittore-poeta Giuseppe
Bossi, grande amico del Porta; ma è il rovescio della medaglia. Nel
Pepp è lui, Giuseppe, l'ingannato; Ninetta è l'ingannatrice.
Il Bossi fa del Pepp una specie di funebre Jacopo Ortis del pettine,
cospargendo di patetica rugiada le ottave, come quando accenna
alle campane dell'Avemmaria all'alba:
Quand i campann fan tucc on cert lament
Che streng al cœur de la malinconia.
Fra le carte lasciate inedite dal Porta, trovo queste parole di
prefazione alla Ninetta del Verzee, parole che ne spiegano l'origine, e
che mostrano in qual modo l'occasione possa suscitare un'opera
d'arte; e poi si disprezza la poesia d'occasione come l'infima moneta
della poesia!
«Le seguenti stanze furono da me scritte in disinganno di chi aveva
attribuito a me la composizione di alcune ottave che furono da
ignota mano spedite al mio cugino Baldassare Maderni col mezzo
della posta. Con questo componimento l'autore incognito imita il
famoso e notissimo lamento di Cecco di Varlugo, e pone a posto di
Cecco il Pepp parrucchiere che si duole della infedeltà della Ninetta
del Verzaro sua bella. — Se non vi fossero state nominate con
disprezzo delle persone viventi e dei corpi troppo rispettabili per
episodio di questa composizione, non avrei avuto a male di esserne
io creduto l'autore, nè mi sarei trovato nella necessità, replicando, di
trattare un argomento che per natura sua non poteva contenersi nei
limiti della riservatezza.»
Vi è, infatti, nominato un marchese Villani, giocato da una baldracca.
Ma i «corpi troppo rispettabili» dove sono?... Sono evaporati?... Il
Porta non sapeva che il Pepp perucchee fosse del Bossi.
Il bellissimo successo suscitato da Desgrazi de Giovannin Bongee
eccitò il Porta a continuare il racconto di quelle disgrazie, che si
tirano l'una coll'altra, come le famose ciliegie di cui discorre in una
letterina il padre Cesari; e intitolò il suo componimento in rapide
ottave Olter desgrazi de Giovannin Bongee. A rovescio di quegli
scrittori che non riescono troppo felicemente nel dare continuazioni
a' propri capolavori acclamati, come F. A. Bon al suo Ludro, o Vittorio
Bersezio alle Miserie d'Monsù Travet, il poeta milanese riuscì
felicissimo nell'iliade del malcapitato panciuto che, stavolta, è
protagonista d'un'azione più vasta, e non è solo, chè la sua florida
metà, Barborin, esce in luce. Anche stavolta, il Bongee si sfoga con il
lustrissem scior, che noi non vediamo e che non gli risponde. È
un'altra pagina della brutta cronaca milanese e de' costumi del 1813,
anno in cui il poeta la ideò questa poesia. Nessun altro scritto del
Porta fu da lui annotato più di questo: le sue postille illustrano la
cronaca minima di quel tempo, che qui riassumiamo.
Nella primavera e nell'autunno del 1813 si rappresentò al teatro della
Scala, con clamoroso successo, un nuovo ballo spettacoloso
intitolato Prometeo, del famoso coreografo Salvatore Viganò; e nelle
Olter desgrazi esso è descritto nel linguaggio del Bongee, che ci
esilara scambiando egli cose e persone. Nel ballo, un mimo vestito
da avvoltoio — e il Bongee lo scambia per un tacchino (pollin)! —
compariva sul Caucaso e andava a rodere regolarmente il cuore
dell'incatenato Giapetide, ch'era rappresentato dal primo ballerino
Chouhous. E Carlo Porta nota: «In questo ballo vedevansi
rappresentati i segni dello Zodiaco e lo stesso Carro del Sole con
figure vive e naturali». E quante altre cose mirabolanti! Nell'opera
cantava una Correa, tarchiata, tozza e smorfiosa, che Giovannin
Bongee chiama l'«occa». E Carlo Porta annota: «La signora Correa,
espertissima cantante, ma quanto abile nella sua professione
altrettanto soggetta alle malattie dell'arte. In quell'anno (1813)
stancò veramente la sofferenza del pubblico, al quale alcuna sera
pareva cantare per far grazia ed alcun'altra per far dispetto.»
Ma alla povera moglie del Bongee, alla Barborin, che osservava col
marito dal loggione lo spettacolo, toccò una bene spiacente
avventura! Uno de' lumai, che stavano là di servizio, si permise un
pizzicotto sulle curve più procaci di lei. E intorno a questa audace
vicenda è tessuta tutta una farsa da ridere. Giovannin, il marito
offeso, finisce alla polizia e messo sotto chiave, peggio che non fosse
Giacomo Legorin. E il Porta spiega: «Legorin, famoso assassino, che,
in compagnia di parecchi malviventi, infestava i contorni del Milanese
nel secolo XVII».
Comiche scenette, figure buffe; un'altra pagina della Milano d'allora;
un'altra scena della vita popolare.
Se il Porta avesse frequentato la così detta alta società, chi sa quali
vive scene avrebbe copiate! Non fa motto nemmen di quelle che,
senza dubbio, deve aver conosciute per sentite dire.
Il cicisbeismo, putrefazione della cavalleria, non era spento del tutto
quando Carlo Porta satireggiava, e l'abbiam visto. Ma egli non lo
toccò. Ne resta, adunque, la gloria ad un altro Carlo, a Carlo Goldoni,
e al Parini. Il Goldoni, senza la satira che esagera, rappresenta i
cicisbei nella coraggiosa commedia Il Cavaliere e la Dama,
quattordici anni prima del Mattino e sedici anni prima del
Mezzogiorno del Parini.
XIV.
Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine
napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini Visconti e
Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena lascia Milano con la
borsa ricca. — I Comizi di Lione. — Solenne proclamazione della
Repubblica italiana: Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril
vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del deputato
Raffaele Arauco primo marito della moglie di Carlo Porta. —
Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna in ballo la
moglie del Cicognara. — Murat contro il Melzi. — Una Fossati
intrigante politica. — Finte collere di Napoleone. — L'ordine è
ristabilito. — Grandi innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una
poesia di Carlo Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria
dell'Arauco. — Le poesie dell'Arauco.
Per illustrare l'opera poetica di Carlo Porta, che respira dell'aura del
suo tempo, dobbiamo ripigliare il filo degli avvenimenti che
trasformarono di nuovo Milano.
Napoleone, che, alla vigilia d'invadere Venezia e di rovesciarne la
secolare gloriosa Repubblica, aveva brutalmente minacciato d'essere
un Attila pei Veneziani, che allora non potevano difendersi perchè
inermi, non eseguì alla lettera gli ordini infami del Direttorio
francese, il quale lo eccitava a infliggere al territorio milanese il
maggior male possibile, col «guastare anche i canali e le altre opere
pubbliche».
Ritornato padrone del Milanese mercè la portentosa vittoria di
Marengo, Napoleone, trovando necessario restaurare la Repubblica
cisalpina, sorresse la parte onesta e moderata contro gli esaltati e i
facinorosi, che avevano oppressa, oltraggiata la Repubblica, con lo
spogliarla da quei ladroni che erano: gatt in grand li chiamò il Porta;
incliti ladri li chiamò il Foscolo. Giovanni Battista Sommariva, prima
segretario, poi membro, quindi presidente del Direttorio, fu escluso
con suo pubblico disdoro dal secondo Direttorio; ma egli, da umile
stato, s'era ormai formato, con le ruberie, enormi ricchezze; parte
delle quali spese (manco male) nell'acquisto d'opere d'arte per
adornarne la sontuosa villa dei Clerici, da lui comperata
nell'incantevole Cadenabbia sul lago di Como, e caduta più tardi in
mani tedesche. I soli accademici bassorilievi del Trionfo d'Alessandro
del Thorvaldsen, che fasciano le pareti d'una sala della villa, il
Sommariva li pagò mezzo milione, cifra maiuscola allora!
Napoleone, non ostante la ben nota mediocre intelligenza del
leguleio Sommariva, lo aveva nominato, non si sa perchè, insieme
col marchese Visconti e con l'avvocato Ruga, marito della stupenda,
procace dea che abbiamo trovato alla Scala, a membro del Comitato
che concentrava le attribuzioni d'una disciolta Commissione di nove
membri, fra i quali Raffaele Arauco, primo consorte della moglie di
Carlo Porta; ma non tardò a conoscere quella buona lana del
Sommariva e lo colmò di sommo disprezzo. A dir vero, le male lingue
si esercitarono anche sul conto del Visconti e del Ruga: dicevano che
i due «cittadini» avevano ottenuto quei posti in grazia delle loro
mogli troppo sorridenti ai primari generali francesi.... Notissimo che
la Visconti era l'amante del generale Berthier; ma era uomo di
probità specchiata; e l'avvocato Ruga aveva spiegata virile, oculata
fermezza nella questione della vendita dei beni nazionali. Intanto, il
generale Massena se n'era andato da Milano, non senza aver prima
costretto la Municipalità a sborsargli 300,000 lire; e fu sostituito da
un Brune, che lasciò bastonare dai profughi cisalpini, rientrati, preti e
frati sugli scalini del Duomo.
Ma la seconda Repubblica cisalpina non finiva di piacere allo stesso
Napoleone, che rivolgeva nella mente vastissima innovazioni più
ampie.
Da questo momento, il Grande spiega meglio la sua prodigiosa
potenza di statista e di legislatore.
Per formare una seria repubblica, Napoleone, che intanto, per le
strepitose vittorie riportate, da generale era salito a primo console in
Francia, convocò a Lione una Consulta straordinaria di 452 notabili
(notabili moderati, si noti) dei ventiquattro dipartimenti onde la
Cisalpina era composta: Milano capitale.
La scelta stessa di Lione a sede della Consulta rassicurava. Lione, nel
1793, non era insorta contro la Convenzione nazionale, ligia qual era
alla monarchia?
Ma la stagione volgeva rigidissima. Nevi e nevi. Pure tutti mossero al
convegno solenne; tanta era la sete di uno stabile riordinamento.
L'arcivescovo di Milano, Filippo Visconti, colui che aveva incensato
l'eretico Suvaroff nel Duomo, rispose, benchè ottuagenario, anch'egli
alla chiamata. Giunse a metà dicembre a Lione; ma il povero vecchio
soccombette ai disagi del viaggio, al rigore dei geli, alla grave età,
alle vive emozioni. E, a Lione, morì un altro deputato, e dei migliori,
l'accennato Raffaele Arauco, poeta ed ex-ministro della Cisalpina.
I Comizi di Lione (così li chiamarono), furono preseduti dallo stesso
altero Napoleone; e non fecero che approvare, quasi senza
discussione, lo statuto che il Bonaparte aveva bell'e preparato e
portato con sè.
Un presidente elettivo, decennale, a cui spetta la nomina dei
ministri; tre Collegi elettorali, composti uno di possidenti, il secondo
di dotti, il terzo di commercianti; una Consulta di Stato di otto
cittadini, che eleggono il presidente, vigilano all'ordine interno e
curano le relazioni diplomatiche; una Commissione di Censura
composta di 21 cittadini, nominati in egual proporzione dai Collegi
elettorali, la quale deve eleggere i membri della Consulta, del Corpo
legislativo e dei Tribunali supremi; un Corpo legislativo formato di 75
cittadini, cui spetta di fissare le proposte di legge; un Consiglio
legislativo, composto almeno di dieci cittadini, il cui compito è quello
di compilare le proposte di legge e sostenerne la difesa di fronte al
Corpo legislativo; ecco qual era la nuova Costituzione. A presidente
fu eletto dai Comizi, quasi unanimi, Napoleone. E, per volontà di
questo, a vicepresidente Francesco Melzi «il Giusto».
Così la Repubblica si spogliò del nome screditato e restrittivo di
Cisalpina, e assunse quello di Repubblica Italiana.
Era il 26 gennaio 1802. [52]
E ora un aneddoto, che dimostra l'abilità astuta e pieghevole, in certi
casi, dell'uomo più dispotico e indomabile autoidolatra insieme, che
sia comparso nella storia moderna.
Leopoldo Cicognara, già membro del Gran Consiglio della Cisalpina,
ambasciatore della stessa a Torino, e deputato ai Comizi di Lione per
Ferrara, aveva negato il proprio voto a Napoleone quale presidente
della Repubblica. Napoleone lo seppe e, nell'uscire dal Consesso, gli
disse sorridendo: «Ah! Cicognara!... Vi ho nominato consigliere di
Stato».
Più tardi, Napoleone gli dirà:
«Cicognara! Non badate ai consigli di vostra moglie, altrimenti
cadrete nella mia disgrazia per sempre».
Noi conosciamo, e abbiamo già sentita la contessa Cicognara.
Dieci nazioni (come Napoleone chiamava le regioni italiane....)
formavano la Repubblica italiana: milanesi, mantovani, bolognesi,
novaresi, valtellinesi, romagnoli, bergamaschi, cremaschi, bresciani e
veneziani; ma anche i suoi giorni erano contati; giorni, peraltro, pieni
di febbrile lavoro civile.
Il Melzi, dopo quattro anni d'esilio, rivide il 7 febbraio la sua Milano,
che lo accolse con onore. Alla sera, quando al teatro alla Scala
s'affacciò a un palco fra i generali Pino e Murat (che, geloso di lui, gli
minava sotto il terreno), una salva d'applausi lo accolse. Una
clamorosa festa di ballo, gratuita (figurarsi quali coppie squisite!),
seguì allo spettacolo.
Solenne l'inaugurazione della Repubblica italiana. Si svolse il 14
febbraio, con altosonanti versi del Monti, che si leggevano sotto
improvvisati e simbolici bassorilievi. Napoleone vi era chiamato
«gallico eroe».
Furono nominati i ministri. Giuseppe Prina, novarese, forte
finanziere, venne chiamato alle finanze per volontà dello stesso
Napoleone, che lo aveva udito parlare saggiamente nei Comizi di
Lione. Chi mai avrebbe profetato all'infelice che, dodici anni dopo,
sulle vie di Milano....!?
Il Melzi si circondò d'uomini valenti e retti. Sfollò gli uffici pubblici da
orde d'impiegati accolti per favori, non per merito, e premiò il
merito. Il ladro Sommariva, rovesciato, tentava, sorretto dal Murat e
da una signora Fossati, con arti subdole, di rovesciare il Melzi, che
nel Moniteur svelò alla fine le sue ribalderie nella pubblica
amministrazione, e lo bollò per sempre con marchio di fuoco.
Quella signora Fossati, una intrigante sullo stampo della famigerata
moglie del famigerato avvocato Traversi, teneva conciliaboli contro il
«sistema francese». Napoleone lo seppe, e accusò i ministri di
trascurare il loro dovere, perchè non sopprimevano quei convegni, e
trascese in oltraggiosi dubbi sulle sorti della Repubblica. Ma era facile
capire che quelle sfuriate non si risolvevano che in un astuto
pretesto, per preparare la distruzione della Repubblica, pur fresca
creatura sua, e aprirsi la via al trono, come fu.
Intanto, l'ordine a poco a poco fu ristabilito. La religione, il culto e i
suoi ministri riebbero il pubblico rispetto. Rialzàti in onore gli studi e
gli studiosi; fondate nuove istituzioni civili; abolito il calendario
repubblicano francese, che imbrogliava cominciando col 22
settembre, e faceva ridere i buoni ambrosiani con quel brumaio,
nevoso, piovoso.... anche quando risplendeva il più bel sole d'Italia.
Un atto politico-religioso rilevantissimo non va pretermesso: il
concordato col papa. Lo volle Napoleone, che alla fine dichiarò la
religione cattolica religione dello Stato, e liberi gli ecclesiastici di
possedere. Ma, nel promulgare il concordato, Napoleone, obbedendo
alla voce imperiosa dell'innato dispotismo, ne fece una delle sue:
v'aggiunse alcuni capitoli che menomavano le prerogative
ecclesiastiche. Il papa, ch'era Pio VII (Chiaramonti), successo allo
straziato Pio VI, del quale doveva seguire la sorte con la violenta
deposizione dal potere temporale, non volle, per quel motivo,
pubblicarlo; e in quel momento (non poi) fu degno del suo soglio.
La Repubblica italiana pensò alla salute pubblica. Il vaiuolo faceva
strage ogni anno. Fu quindi emanato l'ordine sull'innesto
obbligatorio, con pene ai medici che si fossero rifiutati a praticarlo,
gratuitamente, a tutti coloro che lo richiedevano.
Milano non fu tra le prime città che accogliessero l'innesto del
vaiuolo. Non ostante l'apostolato del dottor Sacco, le pubblicazioni di
Emanuele Timone (1713), di Giovanni Calvi (1762), di Giammaria
Bicetti de' Buttinoni (1765), dei versi del Parini sull'innesto indirizzati
appunto al dottor Bicetti e a' quali il Manzoni, da giovane, voleva far
seguire un poema rimato, L'innesto del vaiuolo, di cui si conoscono
solo due mirabili versi; non ostante gli sforzi di altri che cercavano di
vincere i pregiudizi contro l'invenzione benefica, questi duravano.
Anche più tardi, e per un bel pezzo, le madri si mostravano restie a
concedere i propri bambini ai vaccinatori. Carlo Porta trovò il punto
comico di codeste titubanze delle madri, e, come spirito liberale,
cercò di dissipare i pregiudizi ridicoli col ridicolo. Un suo sonetto si
finge diretto a un pezzo grosso, al solito illustrissimo. È malizioso,
salace, arguto:
A proposet, lustrissem, de vaccinna, [53]
Ch'el senta, s'el vœur rid, questa ch'è chì,
Ch'el sarà on mês che la m'è occorsa a mì
In del fà vaccinnà la Barborinna.
Gh'era in cà del dottor ona mamminna
Che l'eva in d'on fastidi de no dì
Per scernì fœura el sit de fà insedì
I varœul a ona sova piscininna.
Minga chì, perchè chì el dà tropp in l'œucc,
Minga là, perchè là se vedarà,
Chì nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
Tira, bestira on mondo de reson;
Fin ch'el medegh, per falla quïettà,
Femmegh l'inest, el dis, in sui garon?
Oh, che tocc de mincion!
(La sclama sta sciorinna a l'improvvista),
Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
E Milano si divertiva. Nella sera del 3 marzo il Melzi diede un ballo
ufficiale, con tremila invitati. Quale sfoggio di sfolgoranti, affollate
uniformi militari, e abbigliamenti femminili, bianchi, rosei, procaci;
quali bellezze e brio!
Si proclamavano le benemerenze acquistate verso la patria. Si
assegnavano pensioni ad artisti, a figli di militari, a vedove di
cittadini benemeriti. E altre feste allora!
Fra le benemerenze proclamate dal vicepresidente Melzi, vi fu quella
in nome di Raffaele Arauco, morto a Lione. Il Melzi lo dichiarò
benemerito della patria, e assegnò una pensione, non piccola per
quel tempo, con decreto del 30 novembre 1802, alla graziosa
vedovella Vincenza Prevosti:
«Alla cittadina Vincenza Prevosti vedova di Raffaele Arauco,
membro della Commissione di Governo, deputato ai Comizi di
Lione, ed ivi mancato di vita, lasciando di sè alla patria, dopo
lunghi servigi, nella sua povertà, onorata memoria, il Governo
italiano accorda la pensione annua di lire tremilacinquecento.
Melzi». [54]
Raffaele Arauco era verseggiatore applaudito, e improvvisava
volenteri nelle brigate eleganti. Una sera, Napoleone volle che
improvvisasse davanti a lui un sonetto e gli fissò le rime tutte
bizzarre e tutte tronche.
Da' versi inediti dell'Arauco, che trovo fra vecchie carte, rilevo come
cantasse facilmente a Clori, a Mirtillo, a Cloe, a tutti quelli idoletti
arcadici, insomma, che Carlo Porta derise con la satira contro un
poetino bergamasco, il conte Suardi:
Puresin (pulcino) che in Parnassin
Pien d'estrin fa frin frin col ghittarin.
In una sola poesia l'Arauco tocca il cuore, quando deplora la morte
del Parini.
Ma l'Arauco, meglio che nei versi, si segnalò nel governo della cosa
pubblica. Questo arcade era uomo politico non volgare. Sedette
ministro della Cisalpina, poi fu de' nove componenti della accennata
Commissione di governo, e deputato ai Comizi di Lione. Il Melzi
nutriva di lui alta stima per il suo carattere e per lo zelo nel compiere
il proprio mandato. Mentre altri rubava a man salva, l'Arauco seguiva
rigido i dettami dell'onestà.
Nel 1802, appena giunto a Lione per assistere ai Comizi, il povero
deputato moriva, nella casa d'un negoziante, a soli quarantacinque
anni, lasciando la terza parte de' propri beni al padre e il resto alla
moglie Vincenza; il che prova che egli non era in «povertà», come
diceva il decreto del Melzi.
XV.
Nozze di Carlo Porta. — La moglie. — I figli. — Lettere del poeta
alla moglie. — Le feste degli amici Casiraghi e Vincenzo Monti. —
La versione della Pulcella d'Orléans del Voltaire compiuta dal
Monti. — Il ministro delle finanze Prina affida incarichi di fiducia a
Carlo Porta. — Il poeta e sua suocera. — Nella pace domestica.
— Carattere famigliare del Porta descritto da Tommaso Grossi. —
I due grandi amici. — Espansioni. — Commovente scena in una
famiglia. — Lettere fra il Grossi e Carlo Porta. — Il Porta è
proclamato poeta morale. — Giansenisti. — Giovanni Torti.
Nel 29 agosto 1806 rispuntava il sorriso sulle labbra della vedova
Arauco.
In una silenziosa cappelletta a Torricella presso Carpèsino, paesello
della Brianza, si celebravano le seconde nozze di lei, che contava
ventinove anni, con Carlo Porta di trentuno. Una colta vecchietta,
madre del venerato Adalberto Catena, prete ricco di Dio, la quale
abitava in quei luoghi, si ricordava di quegli sponsali modesti, quasi
romiti, e ne riferiva, ne' suoi ultimi anni, i particolari: la villa di
Torricella era di proprietà del poeta.
La Prevosti-Arauco-Porta poteva vantare illustri amicizie per parte del
primo marito conosceva gli usi della buona società; eppure non
amava il fasto, non imitava altre milanesi smaniose di emozioni sino
al punto di giocare la propria onestà. Vera madre di famiglia, attese,
umile e buona, alla casa, al marito e ai figliuoli. Ne ebbe tre dal
Porta: due femmine, Anna Alessandrina, e Maria Carolina Violante, e
un maschio, Giuseppe, avvocato, banchiere e paesista, morto nel
carnevale del 1872, proprio nell'ora in cui si trascinava per i corsi di
Milano, in mezzo al generale baccano, un carro addobbato a festa
che rappresentava l'apoteosi del padre suo!
Scrivendo alla moglie, che nei mesi caldi villeggiava a Borgomanero,
ovvero a Monza o a Senago, o nella memore villa di Torricella, il
Porta usava il frasario allegro. Si firmava: «Carolus magnus».
Le scriveva da Genova: «Oh, che popolata città che è questa
Genova! Ella è piena di gente, colma come un uovo fresco. Credo
che per ogni uomo vi siano dieci donne, tre frati e un mulo». Le
conduceva comitive briose, perchè non si annoiasse. Anche dopo
parecchi anni di matrimonio, la trattava con ogni riguardo. «Fa' ciò
che meglio ti conviene, le diceva, poichè io dichiaro a lettere di
scatola che ho gusto di tutto quello che ti fa gusto».
Egli si lasciava vincere qualche volta da svogliatezza: la penna gli
pesava fra le dita, e la lasciava volentieri da parte. «Oh, io non
iscrivo a nessuno (mandava a dire alla moglie impensierita del suo
silenzio) perchè mi è caro il far nulla, e procuro di coltivarmi più ch'è
possibile questa nobile passione». Ma guai se Vincenzina tardava a
scrivergli! Si adirava.... e scherzava così:
«Carissima moglie,
Finalmente ho ricevuto tue lettere; ed ho avuto il conforto di sapere
da te che ti trovavi ancora a questo mondo. Per la mia parte ero
certamente scusabile se mi esibivo per marito a qualche bella
ragazza. Basta: lasciamola lì. Certo è che mi consola non poco il
conoscere che tu stia meglio, e che la mamma si vada anch'essa
ricuperando. Quanto alla mamma poi provo un altro gusto dippiù,
dacchè non ho saputo che era ammalata, se non quando fu
giudicata fuori di pericolo di far l'ultima corbelleria. Insomma me ne
rallegro, ma proprio proprio davvero. Salutamela, e dille che la
raccomanderò ancor io al Signore, e che ho fiducia che Dio mi
conceda la grazia che gli domando per ragione anche ch'io sono uno
che lo incomoda assai rare volte.