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Boccaccio

Giovanni Boccaccio, nato a Firenze nel 1313, trascorse parte della sua giovinezza a Napoli, dove sviluppò la sua vocazione letteraria influenzato dall'ambiente culturale e dalla tradizione classica. Tornato a Firenze nel 1340, affrontò la peste del 1348 e, sotto l'influenza di Petrarca, si dedicò a una letteratura più impegnata, ritirandosi nel 1362 per dedicarsi allo studio. Le sue opere, tra cui il Decameron, riflettono le sue esperienze e la sua evoluzione artistica, spaziando dalla tradizione cortese a una concezione naturalistica dell'amore.

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Boccaccio

Giovanni Boccaccio, nato a Firenze nel 1313, trascorse parte della sua giovinezza a Napoli, dove sviluppò la sua vocazione letteraria influenzato dall'ambiente culturale e dalla tradizione classica. Tornato a Firenze nel 1340, affrontò la peste del 1348 e, sotto l'influenza di Petrarca, si dedicò a una letteratura più impegnata, ritirandosi nel 1362 per dedicarsi allo studio. Le sue opere, tra cui il Decameron, riflettono le sue esperienze e la sua evoluzione artistica, spaziando dalla tradizione cortese a una concezione naturalistica dell'amore.

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Giovanni Boccaccio

Giovanni Boccaccio nacque nel 1313, probabilmente a Firenze. Nel 1327 si recò a Napoli perché il
padre, che era un banchiere, dovette trasferirsi per motivi lavorativi. Qui vi rimase fino al 1340.
Intraprese l’attività del padre ed entrò in contatto con l’ambiente culturale napoletano. L’ambiente
culturale napoletano influenzerà successivamente la stesura del Decameron. Nella città partenopea
(Napoli), inoltre, poté entrare in contatto con la vita raffinata e gaudente dell’aristocrazia, protesa
verso un mondo splendido di costumi signorili e di magnanimi comportamenti, e della borghesia,
attenta alla realtà concreta della vita sociale. In questi anni napoletani in Boccaccio si afferma anche
la vocazione letteraria, destinata a trionfare ben presto sulle speranze del padre, che invece voleva
che intraprendesse la sua attività (banchiere) o diventasse un mercante.
In ambito letterario, inizialmente subisce il fascino della tradizione cortese, ma sotto l’influenza
della corte angioina comincia ad affermarsi in lui la devozione per i classici latini. Accanto ai
classici latini, Boccaccio ama anche i poeti stilnovisti come Dante e Petrarca.
Questa esistenza serena è troncata di colpo nel 1340, a causa della crisi della banca dei Bardi,
dove lavorava, ed è costretto a tornare a Firenze. Qui si trova nella condizione di dover trovare una
nuova occupazione. Nel 1348 vive l’esperienza della peste, che dopo aver colpito tutta l’Europa
arriva anche a Firenze, e ne trae spunto per la narrazione che successivamente lo coinvolgerà con il
Decameron. Sotto l’influenza di Petrarca, con cui stringe una importante amicizia, abbandona l’idea
di una letteratura volta solamente al diletto e coltiva un tipo di letteratura più impegnata. Come
Petrarca, anche Boccaccio, toccato da una profonda crisi spirituale, decide di intraprendere la
condizione di chierico. Questa decisione fu dettata anche dal fallimento di una congiura, nella quale
erano coinvolti amici di Boccaccio. Per questa ragione, nel 1362 si ritira a vita appartata e si dedica
unicamente allo studio e alla meditazione. Solo nel 1365 verrà riabilitato alla vita pubblica. Gli
ultimi anni della sua vita, casa sua divenne un luogo di incontro per letterati. La sua ultima opera è
un commento alla Commedia di Dante. Morì a Firenze il 21 dicembre 1375.

Le opere del periodo napoletano

Nelle opere scritte durante il soggiorno giovanile a Napoli, Boccaccio riprende sia i testi
classici che la tradizione napoletana. La prima opere è la Caccia di Diana, poemetto in terzine
anteriore al 1334. Le ninfe seguaci di Diana, casta dea della caccia, si ribellano alla dea e offrono le
loro prede a Venere, che trasforma gli animali in uomini, tra cui vi è anche l’autore (Boccaccio) che
diviene pieno di virtù.
Il Filostrato è un poemetto scritto in ottave. Presenta le vicende di personaggi del mito omerico
con vesti e psicologie medievali e cavalleresche. Il titolo significa “vinto d’amore”, ed è il nome
stesso che l’autore (Boccaccio) assume nel dedicare l’opera alla donna amata.
Il Filocolo risale probabilmente al 1336. Il titolo significa “pena” o “fatica d’amore”. Si tratta
di un’opera narrativa, ma in prosa. Riprende una vicenda tipica del romanzo medievale francese: la
storia delle peripezie di due giovani amanti già narrata nel poemetto il Cantare di Florio e
Biancifiore. L’intenzione di Boccaccio era quella di dare voce agli ignoranti, ai rozzi cantari.
Nonostante ciò, l’opera presenta una forma complessa ed elaborata.
Il Teseida delle nozze d’Emilia, scritto tra il ’39 e il ’40 del Trecento è un poema in ottave e
narra le guerre del mitico re Teseo contro le Amazzoni e contro Tebe. Con questo lavoro Boccaccio
si propone di dare alla letteratura italiana un poema epico all’altezza dell’Eneide virgiliana. Al
centro della vicenda spicca la narrazione di Arcita e Palemone, legati da profonda amicizia, che si
innamorano entrambi di Emilia, regina delle Amazzoni e cognata di Teseo.
Le opere del periodo fiorentino

Se nella Napoli cortese aveva scritto solo romanza, ora, Boccaccio compone opere sul modello
di Dante. La comedìa delle ninfe fiorentine. La Comedìa è una narrazione in prosa. Il protagonista
della vicenda è il pastore Ameto, che incontra le ninfe dei colli fiorentini, che rappresentano
allegoricamente la virtù, e grazie all’amore si trasforma da essere rozzo e animalesco in uomo. La
bellezza delle ninfe è un richiamo alla bellezza femminile che sarà propria del periodo
rinascimentale.
L’amorosa visione. È un poema in terzine di cinquanta canti. Sotto la guida di una donna gentile, il
poeta (Boccaccio) visita in sogno un castello, dove vede dipinti i trionfi della Sapienza, della Gloria,
dell’Avarizia, dell’Amore e della Fortuna. La visita al castello allude a un viaggio mistico a Dio.
L’elegia di Madonna Fiammetta. In quest’opera Boccaccio prende le distanze dall’esperienza
napoletana. Egli narra non dal proprio punto di vista, ma da quello di una donna napoletana
abbandonata dall’amante. Fiammetta attende invano il suo ritorno, mentre si strugge per la sua
passione impossibile e per la gelosia. Il tormento è accresciuto dal fatto che Fiammetta è sposata e
deve nascondere al marito il vero motivo della sua infelicità. Il marito, per confortarla, la conduce
proprio in quei luoghi della riviera napoletana che acuiscono la sua infelicità. È molto importante
che la parola sia data alla donna. Nella tradizione cortese, infatti, la donna era solo oggetto del
vagheggiamento (godimento) da parte dell’uomo. Qui vi è una concezione naturalistica dell’amore,
non più inteso come peccato ma istinto naturale.
Il Ninfale fiesolano. Si tratta di un poemetto in ottave, che rievoca le leggendarie origini di
Fiesole e Firenze. Al centro vi è l’amore di due giovani, il pastore Africo e la ninfa Mensola,
contrastato dalle leggi imposte dalla dea Diana, che costringe le ninfe alla castità. Anche qui, la
concezione dell’amore che vi domina è quella naturalistica

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