lunedì 20 maggio 2024
Giacomo Leopardi
Vita
Nasce nel 1798 nelle Marche da una famiglia della nobiltà dello stato ponti cio, è
conservatrice; l’iniziale formazione avviene tramite precettori ecclesiastici.
Egli può attingere conoscenza dalla biblioteca paterna (conte Monaldo), egli, il padre,
possedeva volumi della traduzione classica ma anche i volumi della più recente produzione
illuminista.
Leopardi scrisse lo “Zibaldone”, una sorta di diario in cui annotava considerazioni di vario
tipo.
1809-1816-> questi anni sono di “studio matto e speratissimo” - Leopardi si dedica ad
apprendere i classici e allo studio della lologia e loso a; inoltre inizia a stendere delle
composizioni.
Una delle prime opere è dedicata alla “Storia dell’astronomia”; questo fa comprendere la
vastità dei suoi interessi.
Parla di una conversione letteraria dall’erudizione al bello nel 1816.
In questa fase della sua vita ha molta importanza questo rapporto che istaura con Pietro
Giordani, un letterato classicista con il quale Leopardi da vita ad una tta corrispondenza
epistolare; Giordani rappresenta agli occhi di Leopardi una sorta di padre sostitutivo. Per
Leopardi Giordani diventa un con dente con il quale può condividere i suoi tormenti interiori
e le inso erenze di chi avverte immediatamente la natura so ocante del rapporto familiare e
non solo. Leopardi riconosce, dialogando con Giordani e facendo suoi gli insegnamenti,
riesce a superare le posizioni cattoliche reazionarie della prima formazione e quindi
approdare al classicismo che ha questa caratteristica: la convinzione che nel presente si
possano riproporre le virtù degli antichi.
Sempre in questi anni nel 1816-18 partecipa alla disputa tra classicisti e romanzi e invia alla
Biblioteca italiana due articoli (che non si sono pubblicati): “Lettera ai compilatori” con
l’intenzione di rispondere a Madame de Stael e “Discorso di un italiano intorno alla poesia
romantica” in risposta ad un famoso intellettuale del Conciliatore Ludovico di Breme. In
questi due articoli la sua posizione è anti-romantica, che vanno poi interpretate; Leopardi
sostiene la convinzione che la poesia sia espressione di una spontaneità originaria, quindi la
sua opposizione alla poesia romantica consiste nell’idea che fosse il frutto
dell’allontanamento, grazie al trionfo della ragione, nella società contemporanea dell’uomo
dalla natura ed è perché contrappone i modi diversi di fare la poesia: quella che lui sposa
che la poesia nasca dal mondo interiore fatto di immaginazione e fantasia e quello che
invece non gli aggrada è una poesia contemporanea in cui l’uomo allontanandosi dalla
natura a causa della ragione ha perso questo tipo di spontaneità; l’uomo contemporaneo è
come se avesse distrutto questo rapporto immediato tra l’uomo e la natura da cui nasce
l’emozione che si trasforma nell’opera d’arte. Convinzione che i letterati del presente
dovrebbero riuscire a ricreare quel rapporto con la natura imitando gli antichi (gli scrittori
dell’antichità), però Leopardi non sta dicendo che gli intellettuali contemporanei dovrebbero
meccanicamente ripetere i procedimenti dell’utilizzo della mitologia, Leopardi non è
sostenitore dell’ossequio pedante delle regole dei generi letterari; lui vede negli antichi una
poesia spontanea, immaginosa, viva e fresca, che poteva provocare un forte e etto sul
lettore. Si collega anche ad una funzione sociale della poesia e della letteratura, cioè,
riproponendo una poesia al modo degli antichi, quindi basata sulla illusione, per Leopardi
avrebbe consentito di poter far si che l’uomo avesse in mente la possibilità di poter
compiere nella contemporaneità le gesta magnanime [la spiegazione è diverso dall’utile di
Manzoni, però anche lui si pone il problema di una funzione sociale della poesia]. Il
ragionamento che lo ha portato ha preferire la letteratura degli antichi non è lontano
dall’approccio del romanticismo contemporaneo (magari non quello italiano, legato all’
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illuminismo) europeo: la celebrazione del mondo degli antichi come qualcosa di spontaneo,
ingenuo, primitivo, originario, non contaminato con la ragione cioè tendente a esaltare la
sfera dell’interiorità e della soggettività e quindi più lanciato a ciò che razionale non è ->
tendenza verso l’INFINITO. Esasperata esaltazione della soggettività che conduce verso
atteggiamenti titanici. Apparentemente la sua posizione sembra indirizzata verso il
classicismo, ma alla ne lo troviamo non allineato alle posizioni dei romantici e mostra
come alcuni punti di contatto siano con le nuove tendenze romantiche.
Questi anni sono importanti per l’evoluzione del pensiero loso co di Leopardi: grazie alle
sue letture si avvicina alla loso a illuminista, “Zibaldone dei Pensieri” -> diario in cui lui
appunta ri essioni di vario tipo e ci permette di ricostruire l’evoluzione del suo pensiero. Il
primo tema è l’infelicità dell’uomo e questa ri essione viene incasellata nel pessimismo
(pessimismo storico e cosmico sono le etichette usate dagli studiosi): l’uomo è stato non
infelice nelle fasi dell’evoluzione umana, ma ciò non signi ca che l’uomo fosse davvero
felice (fonti: Rousseau, da Lucrezio una visione riguardo al fatto che l’uomo non è in una
posizione privilegiata). Nella prima parte della ri essione Leopardi ragiona sul ruolo della
natura: madre natura per Leopardi non è responsabile dell’infelicità dell’uomo, anche se
nello Zibaldone Leopardi dice che il mondo non fu fatto per l’uomo e quindi l’uomo sulla
terra non è collocato in una posizione privilegiata e no esiste una condizione realmente
felice dell’uomo, però almeno nell’antichità la natura volgeva un ruolo positivo e bene co,
parla di madre natura che si prende cura dell’uomo e questa madre natura potrebbe
con nare con la divina provvidenza; il merito che riconosce alla natura nel mondo antico è
quello di creare illusioni e quello che gli antichi avevano la capacità di fare è ritenere che
fossero possibili le azioni magnanime ispirate all’antica virtù. Ciò che ha spento le virtù è la
ragione, la colpa dell’infelicità in cui l’uomo si viene a trovare è la ragione perché ha
squarciato il velo e ha messo dinanzi all’arido vero: ha strappato le illusioni, costretto
l’uomo a guardare in faccia la realtà (non ha detto che l’uomo era intrinsecamente
ontologicamente infelice, ma almeno c’era la natura benigna a remare le illusioni come
madre benevola che tiene al riparo dal percepire la naturale infelicità).
Leopardi collega la ri essione sulla TEORIA DEL PIACERE: la felicità coincide con il piacere
sensibile e materiale, però il problema dell’uomo è che aspira ad un piacere in nito che
nella realtà non esiste perché nessun piacere può essere eterno, immenso e quindi il
desiderio del piacere termina con la morte e in tutta l’esistenza umana continuiamo a
ricercare questo piacere in nito ma non riusciamo mai a soddisfarlo; fa l’esempio del
cavallo: io desidero un cavallo e sono convinto di desiderare un cavallo (penso che il
desiderio sia quel singolo piacere), ma quando lo otteniamo siamo davanti ad un mancato
appagamento: non è il singolo piacere che ci soddisfa e quindi visto che siamo sempre in
questo senso di mancato appagamento ne deriva un senso di vuoto e infelicità e allora
Leopardi si chiede quale sia la via di uscita (ciò on signi ca che non esista
nell’immaginazione).
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