Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi nacque nel 1798, a Recanati (Marche). Giacomo non era in armonia
all’interno della sua famiglia, La madre è clericale e Bigotta, vive di regole e superstizione. Il
padre invece è un reazionario molto interessato alla cultura, con un’immensa biblioteca nella
quale all’età di 11 anni Giacomo darà inizio ai “7 anni di studio matto e disperatissimo”, che gli
permetteranno di guardare al di fuori dal piccolo paesino in cui vive che è molto arretrato
culturalmente per via del dominio dello stato della chiesa.
La parola Chiave della Letteratura Leopardiana è LA NOIA, intesa come insoddisfazione o
“fastidio”. L’essere umano prova noia perché l’immensità esterna non riesce a colmare la sua
l’immensità interna. Ciò non va vista come una cosa brutta, perché ci rendiamo conto della
nostra immensità in un sistema di misura “infinito”.
Fino al 1816 lui legge a fondo la Libreria di suo padre, che gli fece un enorme regalo mettendo
nella libreria libri a stampo illuminista e materialista mettendogli allo stesso tempo
un’enorme pressione addosso. Dopo questa lettura (in particolare la lettura di Omero,
Virgilio e poeti Classici) capisce che ciò che legge è talmente bello che si sente ispirato a
scrivere bellezze, si ha quindi la prima delle sue Conversioni, dall’ERODUZIONE AL BELLO
Conversione dall’ERODUZIONE al bello (1815/1816)
A seguito dello studio, ispirato dal puro rapporto con la natura degli autori greci e latini,
inizierà a scrivere delle poesie e a tenere traccia di tutto ciò che gli passa nella testa nello
“ZIBALDONE”, una sorta di diario giornaliero che letto in ordine può aiutare a capire cosa
passasse per la testa di Giacomo mentre scriveva le poesie.
Nel 1819 Leopardi proverà a scappare senza successo:
Sostiene (in una lettera che lasciò al padre prima del tentativo di scappare) di doversene
andare da Recanati per via della sua intelligenza, che gli avrebbe permesso di “fare
scalpore”.
Aveva 21 anni, che all’epoca rappresentavano la maggiore età, e lui sembrerebbe l’unico a
non avere libertà, nessuno aveva mai investito nel suo talento. Non aveva ancora mai avuto
modo di far cambiare idea al padre sulla possibilità di poter fare qualcosa con il suo
talento, quindi scappando ha deciso di voler mettere uno stop, ed è proprio al momento di
questa fuga che ci fu la sua seconda conversione.
Conversione dal bello al vero (1819)
A seguito di questo fallimento, inizierà per giacomo un periodo di prostrazione ed aridità, in
cui ha una lucidissima percezione della nullità di tutte le cose, ed il centro del”pessimismo”
leopardiano. Passò dal fare poesia al fare filosofia. Con il passaggio al vero (che esiste come
scientifico, filosofico e matematico) noi perdiamo il senso di mistero di fronte alla realtà,
pensando di essere in grado di spiegarla nella sua immensità. Questo periodo del vero è
contrapposto al momento del bello, associato alla poesia, all’immaginazione e all’illusione.
In questo periodo scriverà le operette morali, ossia dei dialoghi tra personaggi mitici
contenenti appunto morali filosofiche.
Fuori da Recanati
Nel 1822 lasciò Recanati per recarsi a Roma ospitato dallo zio con alte aspettative. Ma Roma si
rivelò una grande delusione: gente mediocre, caos e letteratura vuota e meschina.
Dopo un breve ritorno a Recanati nel ‘23, dal ‘24 al ‘28 cambiò 4 città:
1) Milano, dove pubblicò le prime opere da editore per Stella
2)Bologna, dove soggiornò da una donna di cui si innamorò
3) Firenze
4) Pisa
Nel ‘28 fu costretto per condizioni di salute ed economiche a tornare a Recanati, dove passò 16
mesi di notte orribile, vedendo il ritorno a casa come un fallimento. Rimase a Recanati fino al ‘30,
dove andò a Firenze per una generosa offerta dei suoi amici. Qui troviamo l’esperienza di
passione amorosa per FANNY TARGIONI TOZZETTI, alla quale dedicò il ciclo di Aspasia (terre di
Pericle), nel 33 si stabilì a Napoli da antonio Ranieri, dove morì nel 37 dopo aver scritto la ginestra.
L’infinito
1819, monte tabor, colle di Recanati nel quale vi è una siepe. Ritmo incalzante
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
PESSIMISMO storico e cosmico
Secondo la teoria del. Piacere leopardiana, ciò che rende infelice l’uomo è il desiderio del
piacere/della felicità. Il tipo di piacere che noi cerchiamo è un piacere INFINITO, che è
chiaramente impossibile, ciò causa in noi perenne inquietudine ed insoddisfazione. La
natura però, donandoci fin dai tempi dei greci e latini illusioni, ci permette di
sopportare quest’infelicità a cui siamo legati, assumendo quindi il ruolo di una madre
benevola che si preoccupa per noi. Leopardi nota però anche come il progresso e la
modernità abbiamo cancellato queste illusioni donate dalla natura, facendoci
piombare nell’infelicità e privandoci del rapporto con il mondo. Questa è un’infelicità
data dal corso della storia e dal progresso, che viene denominata PESSIMISMO
STORICO. La madre benevola che era la natura si fa quindi ora matrigna, poiché le
illusioni non creano felicità ed è quindi come se la natura non si curasse di noi e
diventasse la causa stessa dell’infelicità secondo una visione materialistica e
meccanicistica.
Dialogo di Malambruno e Farfareo.
Il dialogo di malambruno e farfarello è uno dei dialoghi contenuti nelle operette morali:
I due protagonisti (ed interlocutori) del brano sono MALAMBRUNO, uno stregone che
evoca presenze dagli inferi di cui il nome deriva probabilmente da un’altra opera e
Farfarello, un diavoletto.
Una volta evocato, Farfarello garantisce a malambruno l’esaudirsi di una sua richiesta, che si
rivela la richiesta di essere felice. Farfarello, rispponderà che non è possibile, neanche solo per
un momento, e che non è nemmeno possibile togliere dalla sua vita l’infelicità.
Siccome l’uomo prova amor proprio supremamente andrà sempre cercando la felicità, intesa
come piacere infinito, ma siccome è irraggiungibile ciò ti renderà sempre infelice (ciò è
provocato dall’amore proprio:
L’assenza di infelicità non è raggiungibile fino alla morte, siccome l’infelicità si ferma solo
quando si “dorme senza dormire”, perché i sogni ci darebbero illusioni.
La felicità che andiamo cercando
Durante la sua vita giacomo si fa tante domande, ma quella a cui cerca di più una risposta è:
“COS’È LA FELICITÀ?”
Sempre secondo la teoria del piacere, la felicità è associata al piacere infinito destinato a
colmare l’infinito che noi abbiamo dentro.
L’immagine di felicità che c’é a Recanati, è la domenica, meglio detta “dì di festa”, un po’ come per
noi oggi potrebbe essere il sabato sera.
Giacomo però si accorge che oltre a passare troppo in fretta il dì di festa non è infinito e non
sempre è felice come ci aspettiamo, la vera gioia sta più nell’attesa della domenica. Soprattutto
nel periodo tra i 14 ed i 18 anni, dove noi attendiamo speranzosi che qualcosa nella nostra vita
possa cambiare.
La sera del dì di festa
Primavera 1829 Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.
Dialogo di un nditore di almanacchi e di un paeggere
Riprende il concetto del piacere dell’attesa.
Gli almanacchi sono una sorta di calendario con l’oroscopo per l’anno successivo, per farsi
un’idea di cosa aspettarsi dall’anno nuovo.
In questo dialogo vediamo un venditore(che rappresenta l’uomo comune)di questi calendari ed un
passeggere(che si fa filosofo ponendo degli interrogativi)che si ferma, chiedendogli se l’anno
prossimo sarà felice come quest’anno.
“Molto di più” risponderà il venditore.
Qui vediamo l’acquirente che pone domande provocatorie al venditore: domande come “vorresti
che il prossimo anno assomigliasse a uno passato?”. Leopardi si identificherà in questo
passeggere perché lui sa già che la felicità è
Il venditore spiega che non rivivrebbe nessun anno passato, perché la felicità non si trova nella
vita passata, ma nell’attesa di un anno ignoto che verrà sperando che sia un buon anno.
A silvia
A silvia è la prima poesia (canzone) che leopardi scrive dopo il periodo dedicato alla
filosofia., è la poesia di cui parla alla sorella in una delle sue lettere dove annuncia di star
ricominciando a scrivere.
La protagonista della storia è Silvia, nome usato per riferirsi a Teresa Fattorini, che era
la figlia di un lavoratore di casa leopardi. In questa poesia lei è associata alla giovinezza,
che ricordiamo essere per leopardi il momento di attesa e felicità. Silvia morirà molto
giovane per via di una malattia, per giacomo questa PERCHÉ una doppia ingiustizia:
1. Per l’esistenza delle illusioni
2. La sua vita termina prima che queste illusioni possano svanire e prima di poter provare il
piacere legato all’attesa.
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
Da FILOSOFIA A POESIA
Allo scoprire della verità, durante la conversione dal bello al vero, tutte le illusioni associate alla
bellezza, alla poesia e all’immaginazione spariscono. Ma verso il 1829/1830 annuncia alla sorella in
una delle sue lettere di aver ricominciato a scrivere a seguito di un’ondata di ispirazione.
Le poesie che scriverà a seguito di quest’ispirazione sono però totalmente diverse da quelle
che scriveva durante il periodo del “bello”, perché nel mezzo dei due periodi giacomo si è
cimentato nella filosofia e le domande più profonde dell’essere umano. Si mostra determinato
ora ad unire le “due cose inconciliabili”, la poesia e la filosofia che rappresentano bellezza e
verità.
Lui descrive ciò con la frase “esse sommi filosofi moderni poetando perfettamente”, non vi
sono barriere e tutto è matematico.
Questa unione verrà fuori nei “grandi idilli”, dal greco piccolo quadro, tra cui il canto notturno
di un pastore errante dell’Asia, ispirata ad un passo dello zibaldone, che meglio incarna la
citazione.
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.
Nascel’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.
Carducci, malinconia, tramite il ricordo rievoca scenari dell’infanzia. Altra tematica importante delle sue
opere è il dolore: dal dolore per Carducci non esiste alcuna fuga (ode chiamata davanti a. San guido 1886).
Carducci fu testimone dell’unità d’Italia, da questa in poi nelle sue opere emerge un’ideologia laica e
anticlericale. Entusiasmo democratico ed atteggiamento un po’ ribelle, come nell’inno a satana del 1863.
Inoltre dal 61 in poi si riscontra un’esaltazione del popolo, spesso chiamato in causa all’interno delle sue
opere. Mette in atto una polemica contro la monarchia, però si assiste anche al declino dei suoi ideali
risorgimentali in questo periodo. Carducci vive parecchio, nel corso della sua vita queste posizioni così
draste si moderano al punto di arrivare all’accettazione convinta della monarchia di Umberto I, che
muore nel 1900.
CONCEZIONE DELLA OPOESIA
Poesia DEPURATA da tutte quelle parole che venivano considerate volgarismi, utilizzate nel quotidiano.
Perfetta nella sua immobilità classica la poesia deve elevare gli animi, perciò avere valore aulico.
Le opere vengono sistemate in maniera definitiva tra il 1889 e il 1905, suddividendole in diverse raccolte:
distribuisce le poesie in base al genere e alla tematica.
ODI BARBARE
Le odi barbare presentano 3 redazioni:
1. 1877
2. 1882
3. 1889
L’elemento che unifica la raccolta di queste poesie è la scelta della METRICA BARBARA: Carducci cerca un
adattamento musicale alle strofe della poesia classica, utilizza forme latine e greche fondate sulla
quantità breve (o lunga) delle sillabe. Pascoli invece cerca di ripristinare artificiosamente nell’italiano
moderno la quantità delle sillabe.
Il verso delle odi barbare mantiene il lucido equilibrio ella poesia classicista e si propone come modello
supremo di semplicità e di eleganza