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Nedda

Nedda è una novella di Giovanni Verga ambientata in Sicilia, pubblicata nel 1874, che racconta la vita di una giovane bracciante, Nedda, e le sue difficoltà dopo la morte della madre. La storia esplora temi di povertà, amore e sofferenza, evidenziando l'umanità e il patetismo della vita contadina. La narrazione è caratterizzata da un forte intervento del narratore, che esprime partecipazione emotiva e critiche alla società, distaccandosi dal verismo puro.

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Nedda

Nedda è una novella di Giovanni Verga ambientata in Sicilia, pubblicata nel 1874, che racconta la vita di una giovane bracciante, Nedda, e le sue difficoltà dopo la morte della madre. La storia esplora temi di povertà, amore e sofferenza, evidenziando l'umanità e il patetismo della vita contadina. La narrazione è caratterizzata da un forte intervento del narratore, che esprime partecipazione emotiva e critiche alla società, distaccandosi dal verismo puro.

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GIOVANNI VERGA da Nedda

T Il mondo contadino: umanitarismo, patetismo, idillio


Nedda è una lunga novella di ambiente siciliano, pubblicata nel 1874. In apertura del racconto, il narratore si
abbandona alle sue fantasticherie dinanzi al caminetto accesso, e la sua memoria evoca un’altra fiamma vi-
sta tanti anni prima in una fattoria alle falde dell’Etna. Intorno ad essa sorgono varie figure, tra cui Nedda, una
giovane bracciante, di cui viene raccontata la storia. È una storia di povertà e patimenti: Nedda lavora dura-
mente per guadagnare quel poco che le consente di vivere, insieme con la madre malata. Questa muore, la-
sciandola sola. Nedda accetta la corte di un altro giovane bracciante, Janu.

Le ragazze del villaggio sparlarono di lei perché andò a lavorare subito il giorno dopo la morte del-
la sua vecchia, e perché non aveva messo il bruno; e il signor curato la sgridò1 forte, quando la dome-
nica successiva la vide sull’uscio del casolare, mentre si cuciva il grembiule che aveva fatto tingere in
nero, unico e povero segno di lutto, e prese argomento da ciò per predicare in chiesa contro il mal uso
5 di non osservare le feste e le domeniche. La povera fanciulla, per farsi perdonare il suo grosso pecca-
to, andò a lavorare due giorni nel campo del curato, acciò dicesse la messa per la sua morta il primo
lunedì del mese; e la domenica, quando le fanciulle, vestite dei loro begli abiti da festa, si tiravano in
là sul banco, o ridevano di lei, e i giovanotti, all’uscire di chiesa, le dicevano facezie grossolane, ella si
stringeva nella sua mantellina tutta lacera, e affrettava il passo, chinando gli occhi, senza che un pen-
10 siero amaro venisse a turbare la serenità della sua preghiera; – ovvero diceva a sé stessa a mo’ di rim-
provero che si fosse meritato: – Son così povera! – oppure, guardando le sue due buone braccia: – Be-
nedetto il Signore che me le ha date! – e tirava via sorridendo.
Una sera – aveva spento da poco il lume – udì nella viottola una nota voce che cantava a squarcia-
gola, e con la melanconica cadenza orientale delle canzoni contadinesche: Picca cci voli ca la vaju’ a
15 viju – A la mi’ amanti di l’arma mia2.
– È Janu! – disse sottovoce, mentre il cuore le balzava dal petto come un uccello spaventato, e cac-
ciò la testa fra le coltri.
E il domani, quando aprì la finestra, vide Janu col suo bel vestito nuovo di fustagno, nelle cui ta-
sche cercavano entrare per forza le sue grosse mani nere e incallite al lavoro, con un bel fazzoletto di
20 seta nuova fiammante che faceva capolino con civetteria dalla scarsella3 del farsetto, il quale si gode-
va il bel sole d’aprile appoggiato al muricciolo dell’orto.
– Oh, Janu! – diss’ella, come se non ne sapesse proprio nulla.
– Salutamu! – esclamò il giovane col suo più grosso sorriso.
– O che fai qui?
25 – Torno dalla Piana4.
La fanciulla sorrise, e guardò le lodole che saltellavano ancora sul verde per l’ora mattutina.
– Sei tornato colle lodole.
– Le lodole vanno dove trovano il miglio, ed io dove c’è del pane.
– O come?
30 – Il padrone m’ha licenziato.
– O perché?
– Perché avevo preso le febbri5 laggiù, e non potevo più lavorare che tre giorni per settimana.
– Si vede, povero Janu!
– Maledetta Piana! – Imprecò Janu stendendo il braccio verso la pianura.
35 – Sai, la mamma!... – disse Nedda.
– Me l’ha detto lo zio Giovanni6.

1. sgridò: perché non osservava l’obbligo del 3. scarsella: tasca. “Zio” è appellativo comune in Sicilia, e non
riposo festivo. 4. Piana: di Catania. implica relazioni di parentela.
2. Picca ... mia: poco ci vuole che io vada a 5. febbri: la malaria.
vederla – l’amante dell’anima mia. 6. zio Giovanni: un vicino caritatevole.

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Giovanni Verga Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria – Paravia 1
Ella non aggiunse altro, e guardò l’orticello al di là del muricciolo. I sassi umidicci fumavano; le goc-
ce di rugiada luccicavano su di ogni filo d’erba; i mandorli fioriti sussurravano lieve lieve e lasciava-
no cadere sul tettuccio del casolare i loro fiori bianchi e rosei che imbalsamavano7 l’aria; una passera,
40 petulante e sospettosa nel tempo istesso, schiamazzava sulla gronda, e minacciava a suo modo Janu,
che aveva tutta l’aria, col suo viso sospetto, di insidiare al suo nido, nel quale spuntavano fra le tego-
le alcuni fili di paglia indiscreti. La campana della chiesuola chiamava a messa.
– Come fa piacere a sentire la nostra campana! – esclamò Janu.
– Io ho riconosciuto la tua voce stanotte – disse Nedda facendosi rossa, e zappando con un coccio di
45 terra della pentola che conteneva i suoi fiori.
Egli si volse in là, ed accese la pipa, come deve fare un uomo.
– Addio, vado a messa! – disse bruscamente la Nedda, tirandosi indietro dopo un lungo silenzio.
– Prendi, ti ho portato codesto dalla città – le disse il giovane sciorinando il suo bel fazzoletto di seta.
– Oh! com’è bello! ma questo non fa per me!
50 – O perché? Se non ti costa nulla! – rispose il giovanotto con logica contadinesca.
Ella si fece rossa, come se la grossa spesa le avesse dato idea dei caldi sentimenti del giovane, gli
lanciò, sorridente, un’occhiata fra carezzevole e selvaggia, e scappò in casa; e allorché udì i grossi scar-
poni di lui sui sassi della viottola, fece capolino per accompagnarlo cogli occhi mentre se ne andava.
Alla messa le ragazze del villaggio poterono vedere il bel fazzoletto di Nedda, dove c’erano stam-
55 pate delle rose che si sarebbero mangiate, e su cui il sole, scintillante dalle invetriate della chiesuola,
mandava i suoi raggi più allegri. E quand’ella passò dinanzi a Janu, il quale stava presso il primo ci-
presso del sacrato, colle spalle al muro e fumando nella sua pipa intagliata, ella sentì un gran caldo
al viso, e il cuore che le faceva un gran battere in petto, e sgusciò via alla lesta. Il giovane le tenne die-
tro fischiettando, e la guardava a camminare svelta e senza voltarsi indietro, colla sua veste nuova di
60 fustagno che faceva delle belle pieghe pesanti, le sue brave scarpette, e la sua mantellina fiammante.
– La povera formica, or che la mamma stando in paradiso non c’era più a carico, era riuscita a farsi
un po’ di corredo col suo lavoro. – Fra tutte le miserie del povero c’è anche quella del sollievo che ar-
recano le perdite più dolorose al cuore!
[Nedda e Janu lavorano insieme al dissodamento di alcuni poderi, e la domenica tornano insieme al pae-
65 se. Un giorno Nedda, vinta dall’ardore della campagna assolata, si abbandona a Janu. Avuto sentore del
suo fallo, tutto il paese la evita. I datori di lavoro ne approfittano per diminuirle la paga. Nedda attende
che Janu, andato a lavorare lontano, torni con il gruzzolo per il matrimonio. Però Janu torna senza un sol-
do, perché ha avuto la malaria. L’indomani riparte per un altro lavoro, la potatura degli ulivi].

Tre giorni dopo udì un gran cicaleccio8 per la strada. Si affacciò al muricciolo, e vide in mezzo ad un
70 crocchio di contadini e di comari Janu disteso su di una scala9 a piuoli, pallido come un cencio lavato,
e colla testa fasciata da un fazzoletto tutto sporco di sangue. Lungo la via dolorosa, prima di giunge-
re al suo casolare, egli, tenendola per mano, le narrò come, trovandosi così debole per le febbri, era ca-
duto da un’alta cima10, e s’era concio a quel modo. – Il cuore te lo diceva – mormorava con un triste
sorriso. – Ella l’ascoltava coi suoi grand’occhi spalancati, pallida come lui, e tenendolo per mano. Il do-
75 mani egli morì.
Allora Nedda, sentendo muoversi dentro di sé qualcosa che quel morto le lasciava come un triste
ricordo, volle correre in chiesa a pregare per lui la Vergine Santa. Sul sacrato incontrò il prete che sa-
peva la sua vergogna, si nascose il viso nella mantellina e tornò indietro derelitta.
Adesso, quando cercava del lavoro, le ridevano in faccia, non per schernire la ragazza colpevole, ma
80 perché la povera madre non poteva più lavorare come prima. Dopo i primi rifiuti, e le prime risate, el-
la non osò cercare più oltre, e si chiuse nella sua casipola, al pari di un uccelletto ferito che va a ran-
nicchiarsi nel suo nido. Quei pochi soldi raccolti in fondo alla calza se ne andarono l’un dopo l’altro, e
dietro ai soldi la belle veste nuova, e il bel fazzoletto di seta. Lo zio Giovanni la soccorreva per quel po-
co che poteva, con quella carità indulgente e riparatrice senza la quale la morale del curato è ingiu-
85 sta e sterile, e le impedì così di morire di fame. Ella diede alla luce una bambina rachitica e stenta;
quando le dissero che non era un maschio pianse come aveva pianto la sera in cui aveva chiuso l’uscio

7. imbalsamavano: profumavano. 9. scala: funge da barella.


8. cicaleccio: chiacchierio. 10. cima: di un olivo, lavorando alla potatura.

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Giovanni Verga Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria – Paravia 2
del casolare dietro al cataletto11 che se ne andava, e s’era trovata senza la mamma; ma non volle che
la buttassero alla Ruota12.
– Povera bambina! Che incominci soffrire almeno il più tardi che sia possibile! – disse. Le comari la
90 chiamavano sfacciata, perché non era stata ipocrita, e perché non era snaturata. Alla povera bimba
mancava il latte, giacché alla madre scarseggiava il pane. Ella deperì rapidamente, e invano Nedda
tentò spremere fra i labbruzzi affamati il sangue del suo seno. Una sera d’inverno, sul tramonto, men-
tre la neve fioccava su tetto, e il vento scuoteva l’uscio mal chiuso, la povera bambina, tutta fredda, li-
vida, colle manine contratte, fissò gli occhi vitrei su quelli ardenti della madre, diede un guizzo, e non
95 si mosse più.
Nedda la scosse, se la strinse al seno con impeto selvaggio, tentò di scaldarla coll’alito e coi baci, e
quando s’accorse ch’era proprio morta, la depose sul letto dove aveva dormito sua madre, e le s’ingi-
nocchiò davanti, cogli occhi asciutti e spalancati fuori di misura.
– Oh! benedette voi che siete morte! – esclamò – Oh! benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tol-
100 to la mia creatura per non farla soffrire come me!

11. cataletto: la bara della madre. vano i bambini all’orfanotrofio, in modo che ri-
12. Ruota: arnese girevole dove si consegna- manesse sconosciuto chi li abbandonava.

ANALISI DEL TESTO


T
Nedda non dà inizio A lungo Nedda fu considerato l’inizio del Verismo verghiano, perché abbandonava gli ambienti
al verismo verghiano eleganti e le passioni complicate dei primi romanzi e rappresentava gli umili e le loro miserie, sul-
lo sfondo dell’ambiente regionale siciliano. Ma oggi è stato messo in chiaro che non è la scelta di
particolari contenuti a qualificare il verismo di Verga, bensì il metodo e la forma, il modo di porsi
di fronte alla realtà e di rappresentarla (di questo Verga sarà poi ben consapevole, e lo proclamerà
con molta chiarezza a più riprese). Qui ci sono sì dei contenuti che saranno tipici delle opere suc-
Assenza dell’impersonalità cessive, ma mancano i due tratti distintivi fondamentali del verismo verghiano, la rinuncia pessi-
mistica al giudizio e l’impersonalità, che ne è la traduzione formale. Non c’è traccia, in Nedda, di
“eclisse” dell’autore, di regressione del narratore all’interno del mondo rappresentato. Al contra-
Interventi del narratore rio, il narratore si pone in primo piano in apertura, sottolineando come tutto il racconto scaturisca
da un moto della sua memoria: i due piani, quello dell’intellettuale e quello del popolo, sono netta-
mente distinti. Poi, nel corso del racconto, il narratore interviene frequentemente: ora con escla-
mazioni che rivelano partecipazione sentimentale alle sventure dell’umile protagonista («la pove-
ra formica»; «fra tutte le miserie del povero c’è anche quella del sollievo che arrecano le perdite più
dolorose al cuore!»), ora con similitudini dalla forte carica patetica («al pari di un uccelletto ferito
che va a rannicchiarsi nel suo nido»), ora con giudizi polemici contro l’insensibilità della società
(«quella carità indulgente e riparatrice senza la quale la morale del curato è ingiusta e sterile»; «Le
comari la chiamavano sfacciata, perché non era stata ipocrita, e perché non era snaturata»). Que-
sti interventi rivelano nell’autore l’atteggiamento “umanitario” dell’intellettuale illuminato, che si
sdegna dinanzi alle miserie della povera gente, condanna le storture sociali, e al tempo stesso si
Il patetismo sentimentale commuove e si china verso i miseri con pietà sentimentale e paternalistica. Ne nasce una rappre-
sentazione melodrammatica e patetica: si pensi alla morte della neonata affamata nel gelo del
tugurio, mentre nevica; tutto è costruito in modo da imporre la reazione emotiva, da strappare le
lacrime. Siamo agli antipodi rispetto al duro pessimismo del Verga successivo e all’impersonalità
rigorosa che ne deriva. Piuttosto una narrazione del genere si colloca esattamente nel clima e nel
tono dei suoi romanzi preveristi (come conferma anche la cronologia, visto che Nedda è del ’74).
In più vi è un gusto tutto romantico per la rievocazione, attraverso l’abbandono nostalgico alla
memoria, di una realtà esotica e diversa, quella della campagna siciliana, che a tratti appare, al
Evocazione idillica di là del problema sociale, in una luce idillica, quasi un Eden perduto di primitiva spontaneità e
della campagna ingenuità. Si veda lo sfondo di natura, liricamente evocato, su cui si svolge l’incontro tra Janu e

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Giovanni Verga Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria – Paravia 3
Nedda: le gocce di rugiada che luccicano sui fili d’erba, i mandorli fioriti che sussurrano lievi, l’aria
profumata, il canto degli uccelli, la campana che chiama alla messa; e si veda lo sguardo inteneri-
to con cui il narratore contempla il rituale contadino del corteggiamento, col dono del fazzoletto. Il
vagheggiamento romantico del mondo rurale siciliano è una componente che perdurerà ancora in
Vita dei campi, ma ormai in conflitto con tutt’altre tendenze, come dimostra un racconto come Ros-
so Malpelo.

T PROPOSTE DI LAVORO

Ritrovare nel testo tutte le Individuare il sistema dei per- Qual è l’atteggiamento del
1 espressioni che denunciano 2 sonaggi rappresentato nella 3 narratore nei confronti del
lo stile “alto” del narratore. novella. Confrontare anche il personaggio?
mondo del villaggio dove vi-
ve Nedda con quello che cir-
conda i Malavoglia ad Aci In che misura il personaggio
Trezza. 4 di Nedda anticipa il tema
della diversità e dell’emargi-
nazione poi trattato da Verga
in Jeli il pastore ed in Rosso
Malpelo?

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