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Leopardi Appunti

Giacomo Leopardi, nato a Recanati in una famiglia nobile decaduta, sviluppa un'intelligenza superiore ma vive una vita segnata da malattie e isolamento, portandolo a una profonda depressione. Il suo pensiero evolve attraverso fasi di pessimismo individuale, storico e cosmico, culminando in una visione della vita come una lotta contro una natura indifferente, ma trova conforto nella solidarietà umana. Le sue opere, tra cui le 'Operette morali' e 'I canti', riflettono questa complessa visione esistenziale, evidenziando la bellezza della speranza e della fratellanza.
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Leopardi Appunti

Giacomo Leopardi, nato a Recanati in una famiglia nobile decaduta, sviluppa un'intelligenza superiore ma vive una vita segnata da malattie e isolamento, portandolo a una profonda depressione. Il suo pensiero evolve attraverso fasi di pessimismo individuale, storico e cosmico, culminando in una visione della vita come una lotta contro una natura indifferente, ma trova conforto nella solidarietà umana. Le sue opere, tra cui le 'Operette morali' e 'I canti', riflettono questa complessa visione esistenziale, evidenziando la bellezza della speranza e della fratellanza.
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GIACOMO LEOPARDI

Nasce a Recanati in una famiglia nobile ma economicamente decaduta a causa degli


sprechi del padre Monaldo, la direzione della casa viene presa dalla madre Adelaide
Antici. Giacomo cresce senza affetto perchè la madre è troppo presa da problemi
pratici, l’unico affetto gli viene dato dai fratelli, in particolare dalla sorella Paolina. Lui aveva
un alto quoziente intellettivo, superiore alla media, e soffriva di cifosi e di problemi agli occhi;
lui studia moltissimo, per un lungo periodo (7 anni di studio matto e disperatissimo).
All’età di 10 anni non aveva più niente da imparare dai suoi precettori, aveva imparato da
solo il latino, il greco e l’ebraico. Alla fine di questi 7 anni di studio intensissimo Leopardi si
trovò impossibilitato a continuare gli studi perché la sua malattia agli occhi si era aggravata
ed era diventato quasi cieco. in una profonda disperazione tentò la fuga dalla sua casa, il
padre lo fermò e lui cadde in una grave forma di depressione, da lui definita “noia”. La noia
a cui si riferisce non è la stessa noia a cui facciamo riferimento noi moderni; per noi la noia è
un sentimento che dura abbastanza poco, basta che ci allontaniamo dalle persone o dalle
cose che ci portano questo umore. Nel caso di Leopardi invece parliamo di quella che noi
definiamo depressione, cioè uno stato d’animo cupo e pessimista, in cui manca la volontà di
cambiare le cose. Questa depressione nel corso dei secoli viene indicata dagli autori della
letteratura in molti e differenti modi; in epoca medievale la depressione e la mancanza di
volontà per risolvere le cose viene indicata da Dante e Petrarca con il nome di accidia, con
cui si indica uno dei sette peccati capitali riconosciuti dalla religione cristiana. Questo
peccato viene punito da Dio nell’inferno di Dante, anche Petrarca pensa di commettere
questo peccato, infatti ne parla nel Secretum in cui, confessandosi con Sant’Agostino, dice
di sapere benissimo che dovrebbe rivolgere tutto il suo amore a Dio, ma purtroppo gli manca
la volontà di fare tutto ciò e di conseguenza si lascia fuorviare dal suo amore per Laura e la
poesia. Questo stato d’animo nel 500 diventa la “melancòlia” di cui parla Torquato Tasso; la
parola etimologicamente significa “bile nera” e indica anche questa uno stato d’animo cupo
a prescindere dalle circostanze esterne. Questa parola in epoca moderna è diventata la
parola malinconia che ha più o meno lo stesso significato.

Decadentismo:
Nel 900 in cui si sviluppa la corrente letteraria del decadentismo, questo stato d’animo
viene indicato con l’espressione “male di vivere” creata da Montale, a partire dalla fine
dell’800 la depressione viene anche fatta oggetto degli studi e delle cure di Freud, padre
della psicoanalisi della mente. Leopardi era profondamente triste e insoddisfatto perché
aveva un’intelligenza superiore, era un nobile e aveva gravi problemi fisici, tutto ciò lo
rendeva isolato rispetto al resto della gioventù di Recanati. Gli altri infatti, o lo invidiavano
per le sue doti, oppure lo deridevano per la sua spiccata sensibilità e timidezza e per i suoi
problemi di salute che lo rendevano gobbo. Da parte sua, Leopardi, o era vittimista, o era
titanista, cioè o si sentiva maltrattato e disprezzato da tutti, oppure a sua volta era portato a
disprezzare tutti quanti, perché li riteneva inferiori a lui come sensibilità e intelligenza. Un
altro motivo di insoddisfazione era il fatto di vivere a Recanati, una città delle Marche che
all’epoca faceva parte dello stato pontificio, ciò significava che in questa città circolavano
idee conservatrici e arretrate, che ignoravano completamente i nuovi pensieri e qualsiasi
mentalità aperta al progresso e alla novità. Oltra a ciò, il padre aveva idee politiche e sociali
molto arretrate e ristrette, addirittura ancora legate agli ideali della Restaurazione. Leopardi
era convinto che la sua depressione e il suo disagio dipendessero da tutte queste
circostanze elencate, era infatti convinto che il mondo e l’umanità fossero belli e felici e che
anche lui sarebbe diventato felice se solo si fosse allontanato da Recanati, dalla sua famiglia
e dal popolo di recanati; questa prima fase del suo pessimismo si chiama “pessimismo
individuale”. A questo punto della sua vita, Leopardi che fu costretto a convivere con
delle condizioni di vita economicamente precarie, riuscì ad avere i soldi e il permesso di
recarsi a Roma, che all’epoca era una città grande e frequentata da molti uomini di cultura.
L’entusiasmo di Leopardi però si spense quando il poeta capì che a Roma il mondo della
cultura era di bassissimo livello, sicuramente inferiore a quello che lui aveva immaginato; in
questa occasione definì i letterati di Roma “archeologi” e le donne “stomachevoli”. L’unico
suo conforto lo trova visitando la tomba di Torquato Tasso, questo accade perché
Torquato Tasso è un autore molto vicino alla sensibilità di Leopardi e la sua malinconia è
molto vicina alla noia leopardiana. La delusione di Leopardi è talmente forte che per un
lungo periodo smetterà di scrivere poesia e scriverà solamente prosa, infatti di questo
periodo sono le “operette morali”: Quest’ opera contiene il passaggio di Leopardi dal
“pessimismo individuale” al successivo “pessimismo storico” e poi al “pessimismo cosmico”
(dialogo della natura e di un islandese). In questa fase quindi Leopardi sviluppa il proprio
pessimismo storico, il poeta si rende conto che non solo lui è infelice, ma tutta l’umanità è
infelice. Questo, secondo Leopardi, succede perché l’umanità dopo un primo periodo di vita
primitiva a contatto con la natura si allontana da essa e comincia un cammino di progresso
che facilita la vita materiale ma ne causa la sua infelicità. La prima fase dell’umanità,
secondo lui, comincia con le prime forme di uomini primitivi e termina con la caduta
dell’impero romano d’occidente (476 d.C.); in questa prima fase l’umanità vive a stretto
contatto con la natura, che viene considerata da noi una madre benevola, inoltre questa è la
fase in cui gli uomini sono pieni di illusioni e sono convinti che la loro vita sarà felice e priva
di dolori. Nella seconda fase l’uomo si rende conto che la vita è fatta di dolore e “noia”, il
pessimismo in questa fase si chiama storico perché è legato a un preciso periodo della
storia che va dal 476 d.C. all’epoca di Leopardi. Lui stabilisce un preciso parallelismo tra il
corso della storia e il corso della vita di ogni singolo individuo, infatti anche ogni singolo
individuo attraversa le stesse fasi. Dalla prima infanzia fino alla fine dell’adolescenza (18
anni) ogni singola persona attraversa una fase di felicità e di fiducia nelle illusioni e nelle
speranze di una vita felice, dai 18 anni in poi ogni individuo comprende che la vita è fatta
principalmente di dolore e che tutte le illusioni sono crollate, l’uomo conosce “l’arido vero”.
Successivamente Leopardi supera anche il “pessimismo storico” e approda così al
“pessimismo cosmico”: il termine cosmico significa universale. In questa terza ed ultima
fase di pessimismo, giunge alla conclusione che tutti gli esseri viventi sono infelici in
qualsiasi epoca e qualsiasi condizione, cioè che l’infelicità riguarda piante, animali e uomini,
sia nell’età più primitiva, sia nell’età moderna. Le piante e gli animali non si rendono conto di
questo dolore, gli esseri umani, si, si rendono conto della loro infelicità e quindi il loro destino
è più triste. Bisogna anche sottolineare che anche in questa fase di pessimismo Leopardi
rimane convinto che fino all’età di circa 18 anni comunque non si è infelici, in quanto la
giovane età consente comunque di mantenere intatte illusioni e speranze in un futuro
migliore e quindi felice. Nella fase del pessimismo cosmico, per Leopardi la natura non è più
una madre benevola, ma una matrigna cattiva che partorisce i suoi figli e poi si disinteressa
di essi, abbandonandoli al caso. Come si nota, Leopardi ha una cultura illuministica, cioè
non crede in Dio e nell’esistenza di una vita ultraterrena in cui i peccati vengano puniti e le
virtù premiate; la sua è una cultura materialista ed è convinto che tutti gli esseri viventi
nascano, crescano e muoiano e che oltre alla morte del corpo non ci sia nulla. Le operette
morali in cui compaiono il pessimismo storico e il pessimismo cosmico sono un’opera in
prosa molto variegata; esse comprendono dialoghi, favole, resoconti di fatti storici e brevi
testi filosofici; i personaggi sono molto vari (personaggi storici, mitologici, fantastici,
personaggi della cultura di tutti i tempi, classica e contemporanea). Tra queste operette
morali, una delle più importanti è “dialogo della natura e di un islandese”, in cui si spiega
efficacemente l’essenza del pessimismo cosmico. In questa operetta morale si parla di un
islandese che vive nella sua isola una vita di dolore e per questo motivo decide di
allontanarsi, perché spera che altrove sia più felice, ma nonostante lui si sposti
continuamente, si rende conto che in qualsiasi luogo della Terra è soggetto a dolori fisici e
spirituali, anche quando cerca di starsene isolato e di accontentarsi di poco; in altre parole
anche quando cerca di intralciare il meno possibile reazioni e volontà degli altri. Ad un certo
punto del proprio viaggio, l’islandese si trova nel centro dell’Africa e incontra la “natura”, che
viene raffigurata come una sfinge con il volto di donna bello e terribile; e le racconta la sua
storia e le chiede perché dia tanti dolori all’uomo. La natura risponde che il mondo con tutte
le sue componenti positive e negative non è stato creato per favorire l’uomo; allora
l’islandese chiede chi è che trae vantaggio dei dolori dell’uomo, visto che, a quanto pare,
l’uomo stesso non ne ricava niente. La natura lo risponde e l’islandese viene ucciso e
divorato dai leoni che grazie a questo pasto vivono qualche giorno in più, oppure muore
travolto da una tempesta di sabbia che lo trasforma in una statua. La fase successiva al
pessimismo cosmico è la fase finale, cosiddetta “ottimismo di Leopardi”. Bisogna dire che
per lui, gli unici momenti di vera felicità per l’uomo sono quelli in cui si progetta qualcosa per
il futuro oppure quelli in cui si aspetta un evento futuro, pensando che appunto sia un evento
felice. Nell’operetta morale “dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez” i due
esploratori parlano appunto della felicità che si prova nell’attesa di giungere ad una meta
difficile e sofferta, come può essere la scoperta di una nuova terra. Nella poesia “il sabato
del villaggio” come in molte altre, Leopardi invece parla della felicità portata all’uomo dalla
speranza e dai preparativi per la giornata festiva dell’indomani; naturalmente la giornata
festiva indica non solo la Domenica in sé per sé, ma indica un pò’ tutti i traguardi che un
individuo si pone e per i quali lavora con entusiasmo. Tornando alla tematica dell’ottimismo, i
critici hanno identificato nel pensiero di Leopardi una tematica finale del suo pensiero, in cui
lui dichiara le seguenti cose: la battaglia tra la natura cattiva e gli esseri viventi è una
battaglia che gli uomini sono destinati a perdere sempre, esattamente come le piante e gli
animali. Leopardi pensa però che ci sia un modo per rendere questa triste fine meno
dolorosa; questo modo è rappresentato dal fatto di essere uniti, solidali e fratelli, in modo da
creare una barriera per difendersi dagli attacchi della natura. Questo sistema non eviterà la
sconfitta ma almeno renderà tutti gli uomini più sereni nell'affrontare essa, perché saranno
confortati dall’affetto e dall’aiuto reciproco. Questo concetto viene espresso soprattutto nel
“dialogo di Plotino e Porfirio” e nella poesia “la ginestra”. Nel dialogo Porfirio discepolo di
Plotino dice al suo maestro che decide di suicidarsi perché la vita di un uomo è costituita
solo di dolori; Plotino gli risponde che tutto ciò è giusto e razionale, ma che non bisogna farlo
perché con il suicidio si interrompe la catena di solidarietà tra gli uomini, che è l’unica difesa
possibile contro gli attacchi della natura, per quanto non consenta in alcun caso la vittoria
sulla natura. Nella “ginestra” la natura viene paragonata al Vesuvio, che con la sua lava
distrugge tutta la vegetazione; la ginestra che fa parte di questa vegetazione rappresenta
l’uomo che sicuramente verrà distrutto dalla natura. La ginestra però è una pianta molto
resistente e subito dopo la distruzione dalle sue radici nascono nuovi germogli; la ginestra
simboleggia l’uomo che nonostante i colpi della natura, risorge e rinasce, soprattutto grazie
a quella che Leopardi definisce “social catena”, cioè quel legame di fratellanza e solidarietà
che tiene unita tutta l’umanità. Dobbiamo notare che in questa nella finale del suo pensiero,
Leopardi paradossalmente arriva a condividere un pensiero tipicamente cristiano, cioè
proprio quello della fratellanza fra gli uomini. Tutte le poesie di Leopardi sono contenute in
una raccolta intitolata “i canti”; le primissime poesie di questa raccolta sono poesie che
ricalcano le note letterarie del tempo e cioè fondamentalmente l’illuminismo e il
neoclassicismo. Successivamente Leopardi scriverà le due canzoni cosiddette “del
suicidio”: Bruto Minore e L’ultimo canto di Saffo; queste due poesie esprimono lo stato
d’animo di Leopardi successivo al suo tentativo di fuga da casa e alla nascita della sua
“noia”, come sappiamo poi lui scatterà il suicidio come soluzione all’infelicità. Bruto minore è
uno dei cesaricidi, il quale si uccide per non essere preso da coloro che volevano vendicare
la morte di Cesare; Saffo è la poetessa greca nata deforme, che si suicida perché ama il
giovane Faone e non è ricambiata in questo suo amore. Successivamente a queste poesie
troviamo i cosiddetti “idilli”, queste poesie prendono il nome dall’espressione “eidolos”
(piccola immagine). La poesia idillica era molto sviluppata nell’antica letteratura greca ed era
costituita da brevi descrizioni di scenette di vita quotidiana o campestre, il linguaggio era
molto semplice con un uso di parole comuni e facili. Leopardi riprende questo modello in
molte sue celebri poesie ma aggiunge qualcosa, infatti i suoi idilli di solito si aprono con una
semplice descrizione di luoghi e situazioni ordinarie, ma poi prendendo spunto da queste
condizioni si dilunga su tematiche molto più profonde, relative alla vita e al destino
dell’universo, degli esseri viventi e degli uomini. (Alcuni titoli di questi idilli: il sabato del
villaggio, l’infinito, la sera del dì di festa, il passero solitario, a Silvia). Secondo Leopardi i
vocaboli non sono tutti uguali e non tutti sono adatti per scrivere poesie, infatti fa una
precisa distinzione tra “parole” e “termini”; le parole sono adatte alla poesia, i termini sono
adatti alla scienza e alla tecnologia. Le parole sono quello che hanno un significato
personale, infinito e indefinito (amore, dolore, immensa, anima); i termini hanno un
significato oggettivo e impersonale (quadrato, ferro, prisma, tre).

IL POSITIVISMO
Nella seconda metà dell’800 si registra un grande progresso nell’ambito di tutte le attività
umane legate alla scienza e alla tecnica. Tantissime sono le invenzioni che facilitano la vita
(la fotografia, il cinema, l’elettricità, il motore a scoppio, l’aereo), ci sono poi grandissimi
progressi nell’ambito della medicina (vaccini, antibiotici, penicillina, il chimino che curava la
malaria, costruzione di ospedali più razionali ed efficaci). E’ il cosiddetto periodo della
seconda rivoluzione industriale, in cui il numero delle industrie cresce moltissimo e
naturalmente aumentano gli operai che vi lavorano; continua anche il fenomeno
dell’urbanizzazione, cioè il trasferimento di molti contadini in città per diventare operai.
Questi operai però vivono nei “quartieri dormitori”, quei quartieri urbani molto miseri con
abitazioni insufficienti e gravemente carenti da un punto di vista igienico-sanitario. La classe
operaia comincia a pretendere una soluzione ai propri problemi, parliamo infatti di giornate
lavorative di 12/14 ore, di paghe misere che diventano ancora inferiori quando a lavorare
sono donne e bambini, parliamo appunto di lavoro minorile, della mancanza di permessi per
malattia, se ci si infortunava sul lavoro si perdeva il posto. Questi gravi problemi furono
affrontati già a partire dalla fine del 700 ma in modo molto graduale e molto lento.
I problemi della classe degli operai e dei contadini viene presa in considerazione nel
manifesto del partito comunista scritto nel 1848 da Marx ed Engels. I due filosofi parlano di
proletariato cioè di quella parte di società che ha come unica ricchezza la prole, cioè i figli.
Il termine proletariato in verità riguarda soprattutto gli operai e non tanto i contadini, ma
sicuramente stiamo parlando soprattutto di questi due settori della società. Secondo questi
due filosofi, nella storia ci sarebbe stato un avvicendamento del potere, nel passato il potere
era stato nelle mani del re, poi nelle mani dei nobili e ancora dopo nelle mani della
borghesia, sarebbe arrivato il momento in cui il proletariato avrebbe preso il potere nella
società. Marx parla infatti di dittatura del proletariato, questa che sembrava una utopia
cioè un progetto non realizzabile, trovò invece la sua realizzazione con la rivoluzione
d’ottobre del 1917 in Russia. La russia degli zar si liberò del potere degli imperatori e degli
aristocratici e divenne appunto una società governata dal proletariato; la proprietà privata fu
abolita e tutti i beni e le ricchezze dello stato furono messe in comune tra tutto il popolo. Si
parla di unione sovietica perché alla base della nuova società c’erano i soviet cioè le
organizzazioni operaie; ciascun soviet amministrava i beni e distribuiva le ricchezze in
maniera egualitaria siano essi strumenti da lavoro o sia esso salario. Tutto ciò portò al
miglioramento delle condizioni di lavoro degli operai e dei contadini (orari di lavoro più brevi,
miglioramento dei salari, pensioni, pagamento periodo di malattia). Per avere queste
migliorie passò ancora molto tempo cioè si dovette arrivare al 20esimo secolo, nella
seconda metà dell’800 le condizioni dei lavoratori erano ancora molto difficili.
Il positivismo si basa sulle teorie di 3 scienziati. Il primo è Comte il quale sostiene che la
razionalità e il metodo scientifico devono essere utilizzati come base di qualsiasi attività
umana, sia essa scientifica che tecnologica, sia essa artistica o letteraria, insomma non si
può fare nulla senza il sostegno della ragione e del metodo scientifico. Taine sostiene che
tutte le manifestazioni della vita dell’uomo siano esse azioni, pensieri o sentimenti sono
causati da 3 principali elementi: l’ambiente in cui l’individuo nasce e agisce (mileu) la razza a
cui appartiene (race) e il momento storico in cui vive (moment). Come si vede anche nella
teoria di Taine nei sentimenti degli uomini non c’è nulla di casuale ma si tratta
semplicemente della somma matematica di quelli che si potrebbero definire gli elementi di
partenza degli individui stessi. Darwin fonda la teoria dell’evoluzione in basa alla quale gli
esseri viventi tutti devono confrontarsi fin dall’origine del mondo con gli ambienti in cui
vivono, l’ambiente agisce sugli esseri viventi effettuando la cosiddetta “selezione naturale”,
cioè solamente gli individui più forti sono destinati a sopravvivere perchè riescono ad
adattarsi all’ambiente circostante a cambiare opportunamente le loro caratteristiche sia
fisiche che psichiche. Darwin sostiene che gli individui più forti non sono quelli che
rimangono sempre uguali a se stessi ma sono quelli che riescono più abilmente ad adattarsi
ai cambiamenti. Il discorso che fa Taine sulla razza e il discorso che fa Darwin sulla
selezione naturale negli anni successivi portò a una forte strumentalizzazione e
manipolazione; si cominciò a dire che una razza era superiore ad un’altra e che quindi
doveva essere la padrona del mondo e sottomettere tutte le altre, inoltre si pensò di
sostituirsi alla natura effettuando una selezione tra individui ed individui mediante l’uccisione
di quelli ritenuti inferiori (Hitler e la persecuzione degli ebrei).

IL NATURALISMO E IL VERISMO
Le idee di Comte, Taine e Darwin furono come fondamento anche della produzione letteraria
della seconda metà dell’800. In questo periodo troviamo 3 diverse correnti letterarie più
importanti di altre: il naturalismo, il verismo e la letteratura realistica russa. Il romanziere
deve scrivere le proprie opere utilizzando lo stesso metodo dello scienziato cioè deve
descrivere concretamente e realmente le cose che lo circondano e per fare ciò deve
utilizzare un rigoroso metodo scientifico. Ciò significa che prima della descrizione vera e
propria ci deve essere un accurato esame della realtà che si vuole descrivere, esame fatto
con metodo sperimentale cioè come se fosse in un laboratorio e si esaminasse qualcosa al
microscopio. Gli scrittori di questo periodo quando descrivono dei personaggi sanno che le
caratteristiche fisiche caratteriali e morali sono il risultato del momento storico della razza e
dell’ambiente sociale come diceva Taine, ma anche della ereditarietà. Cioè i personaggi
sono descritti come individui che hanno ereditato caratteristiche fisiche ma anche vizi e virtù
dei loro antenati. Questo aspetto è molto importante tanto è vero che molti scrittori di questo
periodo amano scrivere cicli di romanzi cioè gruppi di romanzi in cui per esempio il primo
narra le vicende del bisnonno, il secondo narra vicende del nonno, il terzo del padre, il
quarto del figlio, il quinto del nipote e il sesto del bisnipote. Un'altra caratteristica di questi
scrittori è l’impersonalità, questo significa che lo scrittore deve sforzarsi di fare una
descrizione assolutamente obiettiva di vicende e persone senza mai esprimere il proprio
punto di vista le proprie idee, la propria simpatia o antipatia per tutto ciò che viene narrato. Il
linguaggio utilizzato in questo tipo di letteratura è un linguaggio estremamente realistico e
molto legato alle caratteristiche dei diversi personaggi. Ciò significa che se in un romanzo
sta parlando un personaggio con una vasta cultura lo scrittore utilizza un linguaggio
elegante, raffinato e colto, se invece sta parlando una persona del popolo allora lo scrittore
utilizza un linguaggio semplice, sgrammaticato e povero; molto spesso per dare impressione
di maggiore realismo viene utilizzato moltissimo il dialetto. La realtà descritta in questi
romanzi o in questi racconti e novelle è nella maggior parte dei casi quella relativa al mondo
degli operai e dei contadini o anche delle persone che addirittura sono ai margini della
società come i mendicanti e i barboni. Non mancano comunque talvolta anche descrizioni di
ambienti dell’aristocrazia e della borghesia. Inoltre nella maggior parte dei casi questi
scrittori si fermano soprattutto su aspetti della vita molto brutti e descrivono con grande
precisione, malattie, vizi, casi di arretratezza, casi di miseria estrema. Nell’ambito della
tendenza realistica che attraversa tutta la letteratura della seconda metà dell’800 dobbiamo
però fare delle distinzioni; bisogna dire che la letteratura realistica russa segue dei criteri,
delle tematiche un po’ diverse da quelle del resto d’europa in mondo da renderla una
letteratura particolare. Il naturalismo ha come padre fondatore Emile Zola. Questo scrittore
era anche giornalista e in Francia si distingueva per il suo impegno politico e sociale, per
esempio scrisse un celebre articolo sul giornale Le figaro in cui difendeva l’ufficiale Dreyfus
dell'esercito francese dall’accusa di tradimento. Zolà voleva dimostrare che questa accusa
era stata mossa a Dreyfus solamente perché lui era ebreo, quindi lui dimostrò che in questo
caso la Francia aveva dimostrato solo ed unicamente razzismo. A causa di questa vicenda
Zola si fece molti nemici ed ebbe anche molti guai. Questa vicenda ci fa capire che il
naturalismo francese ed in particolare le opere di Zola dimostrano un forte impegno nel
sociale e nel politico. Spesso questi romanzi sono dei documenti di vera e propria denuncia
delle tristi condizioni degli operai e dei contadini francesi, anche se nel naturalismo i
personaggi che rappresentano degli operai sono molti di più di quelli che rappresentano i
contadini, questo perché il grande sviluppo industriale della seconda metà dell’800 si ebbe
soprattutto in Francia e in Inghilterra. I naturalisti inoltre sono quelli che maggiormente
riescono a rispettare l’obbligo dell’impersonalità, come quelli che davvero descrivono uomini
ed ambienti come se si trattasse di uno scienziato che esamina qualcosa in laboratorio.
La concezione naturalista e verista della realtà viene portata avanti da questi scrittori anche
tramite l’uso di una nuovissima tecnologia appena inventata: la fotografia. Non a caso
Giovanni Verga ed Emile Zola avevano come hobby la fotografia; questi due scrittori
avevano l’abitudine di girare per i paesi della Sicilia e per le vie di Parigi alla ricerca di
personaggi e scenari da riportare nei loro romanzi. Tutto ciò evidentemente rendeva molto
più facile fare una descrizione veritiera dei soggetti di cui si voleva parlare. Dedicarsi alla
fotografia nella seconda metà dell’800 significava fare un grande lavoro faticoso e pieno di
inconvenienti; infatti gli apparecchi fotografici dell’epoca non erano certo precisi e veloci
come quelli di oggi.

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