LETTERATURA CONTEMPORANEA
LA NOIA (ALBERTO MORAVIA)
Pubblicata nel 1960, “La noia” è una delle opere più espressive della produzione di Moravia.
Il romanzo può essere considerato il cardine di un’ideale trilogia, composta da “Gli indifferenti” e
“La vita interiore”, in cui l’autore affronta il problema della borghesia, dell’alienazione e della
reificazione, cioè spersonalizzazione dell’uomo e riduzione dei rapporti umani a rapporti tra cose.
Il titolo “La noia” è una sententiae dell’intera opera: Dino, nel prologo, dichiara di aver sempre
sofferto della noia “per quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria”; per lui la noia non
è assenza di divertimento, di distrazione, ma “è propriamente una specie di insufficienza o
inadeguatezza o scarsità della realtà”. Con una metafora raffigura la noia come “l’effetto
sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui
piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender
sonno veramente”.
Dino vede nella noia la causa di tutti i suoi mali, l’incapacità di comunicare, le “debolezze” a
scuola, persino la creazione: “In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio,
annoiandosi della noia, creò la terra, il cielo, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi,
annoiandosi a loro volta in paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò
dall’Eden; Caino, annoiato d’Abele, lo uccise; Noè, annoiandosi veramente un po’ troppo, inventò il
vino; Iddio di nuovo annoiato degli uomini, distrusse il mondo con il diluvio; ma questo, a sua volta,
l’annoiò a tal punto che Iddio fece tornare il bel tempo”
Il protagonista dell'opera è Dino, un giovane e ricco 35enne che risiede assieme alla madre in una
villa lungo la via Appia; egli trascorre le proprie giornate dipingendo, attività che, a causa del
sempre più soffocante senso di noia e indifferenza presente già da bambino, lo porterà a viversi in
modo sempre più insulso e passivo tutti gli aspetti della sua quotidianità. Convinto del fatto che la
causa di tutto ciò è la ricchezza, il pittore si allontana dalla madre (figura che rimarrà comunque
costante nella sua vita soprattutto per l’aspetto economico, simbolo cardine della borghesia, e per
questo apparentemente detestata) e va a trasferirsi in un palazzo a via Margutta, sempre a Roma. Il
suo vicino, il signor Balestrieri, è un anziano pittore appassionato di nudi femminili, che ritrae
ispirandosi alle numerose modelle che frequentemente riceve nel suo appartamento; una di loro
colpisce particolarmente Dino: lei è Cecilia, una giovane ragazza di diciassette anni che negli ultimi
tempi frequenta più assiduamente lo studio di Balestrieri fino a un giorno in cui (così l’intreccio dei
pettegolezzi narra) quest’ultimo sembrerebbe essere morto durante un amplesso sessuale con la
fanciulla, attività a cui erano particolarmente dedicati.
Dopo questo evento, la curiosità di Dino aumenta tanto da riuscire a mettersi in contatto con lei:
dopo aver parlato un po’ dell’ex pittore e essersi conosciuto un pochino, i due incominciano a
frequentarsi facendo nascere un’insolita relazione basata principalmente sul sesso. Le visite di
Cecilia si susseguono regolarmente, come le sue telefonate (telefono= strumento che
simboleggerà il simbolo di tentativo possesso) ma, con il passare del tempo, anche lei diventerà
uno dei tanti oggetti che circondano la vita di Dino: completamente apatica e inafferrabile,
inizialmente scatenerà nel protagonista lo stesso senso di noia (e quindi sensazione di estraneità,
incapacità di relazionarsi e inserirsi nella realtà circostante) dal quale ha sempre cercato di
distaccarsi, decidendo dunque di organizzare un appuntamento per annunciarle la sua volontà di
lasciarla. Ma la mancata presenza (senza nessun avviso) di Cecilia all’incontro scatena un senso di
gelosia mai provato, che porta il lettore nel limbo del flusso di coscienza del protagonista, che
incomincia quasi a impazzire al pensiero di un altro, di un antagonista, di un amante. La conferma
da parte della ragazza stessa del tradimento (all’interno dello studio di Balestrieri, un luogo pieno
di vita e morte, di pulsioni opposte ma complementari) alimenta sempre di più il senso di possesso
e desiderio, che si manifesta e dimostra in un evento particolare in cui durante un rapporto
sessuale Dino verrà preso da uno scatto d’ira dove l’intreccio amoroso si trasformerà in un vero e
proprio atto di mercificazione, offrendo dei soldi a Cecilia (la quale ne approfitterà svariate volte
senza pudore o preoccupazione).
Il momento in cui la possessione ha il suo culmine avviene quando, arrivati dopo un lungo viaggio
(che simboleggia la cavalcata inquietante e morbosa del desiderio che viene spinto verso il suo
obiettivo) alla villa della madre di Dino, egli le propone di sposarlo: il matrimonio però è
un’istituzione borghese che Cecilia non vuole proprio accettare, sia perché non ha voglia sia per la
presenza di Luciani. Dino non capisce e le offre dei soldi (con i quali le ricopre tutto il corpo) pur di
convincerla a rimanere con lui e non partire con l’altro uomo a Ponza, luogo di vacanza dove lei
sostiene che si lascerà del tempo per riflettere riguardo la proposta di matrimonio (spoiler: se ne
scorda palese il giorno dopo); dopo questa discussione (e anche il tentativo di un rapporto,
interrotto dall’arrivo della madre in camera, dove inoltre si mostra l’ambivalenza della ragazza che
non vuole sposare l’uomo ma gli offre comunque un rapporto), però, Cecilia non si preoccupa di
chiedere al giovane pittore del denaro proprio per i giorni che trascorrerà con Luciani: Dino allora
non si riesce a frenare, prendendola per il collo e sbattendola al muro, preso da un momento di
gelosia e ira in cui tenta quasi di uccidere Cecilia, non riuscendoci.
L’assenza della ragazza dalla sua vita non va a migliorare affatto le cose: Dino infatti, dopo aver
cominciato a spiare la nuova coppia e a registrare ogni loro minimo movimento, tenta di uccidersi
schiantandosi con l’auto contro un albero. L’epilogo del libro si apre proprio così, con il risveglio
dell’uomo all’interno dell’ospedale, tutto intero ma anche totalmente cambiato: come Balestrieri
anche lui guarda la morte come un orizzonte, con l’unica differenza che Dino è ancora vivo e vuole
sfruttare questa seconda chance come occasione di rinascita e nuovo inizio. Egli, infatti, riesce ad
accettare la sua condizione, trasformando la noia dall’impossibilità di connettersi alla realtà alla
contemplazione: dunque non vuole più possedere ma osservare. Infine, si accorge di essere
riuscito a rinunciare a Cecilia (la distrazione dal senso di noia) pur senza cessare di amarla:” e,
strano a dirsi, proprio a partire da questa rinunzia, Cecilia aveva incominciato ad esistere” per lui.
UN AMORE (DINO BUZZATI)
“Un amore” è un romanzo dello scrittore e giornalista Dino Buzzati, ideato nel 1959 e pubblicato
nel 1963. Attraverso la tecnica del monologo interiore (stream of consciousness) e uno stile legato
fortemente a un realismo fantastico pieno di mistero e meraviglia, l’autore analizza il protagonista
e il tema di contrasto che si genera tra il mondo borghese e la classe popolare.
La vicenda si svolge nella Milano del 1960, una città fredda e indifferente ma entusiasmante centro
del boom industriale in Italia, che mette da parte la classe popolare e favorisce la classe borghese
di cui, Antonio Dorigo, fa parte. Egli è un architetto alla soglia dei 50 anni che, per rallegrare la sua
monotonia e noia esistenziale, frequenta spesso la casa degli appuntamenti della signora Ermellina
(luogo pieno di ragazze, spesso e volentieri minorenni, che campano facendo le prostitute e
mercificando il proprio corpo per arrivare anche a guadagnare pochi spiccioli a serata).
Sarà proprio la gestrice a fissare l’appuntamento che gli darà modo di conoscere Laide (diminutivo
di Adelaide, nome associato a due simboli: 1) laidezza, sporcizia 2) la meretrice Taide di Terenzio),
una giovanissima prostituta e ballerina della Scala di cui Dorigo proverà, sin dall’inizio, fortissimi
sentimenti e passioni, nonostante la ragazza voglia mantenere la relazione meramente sul piano
sessuale senza coinvolgimenti emotivi. Il protagonista però incomincia ad attaccarsi sempre di più,
tanto diventarne ossessionato: un’ossessione che sfocia nella degradazione, in uno stato di
masochismo che arriva a livelli estremi, tanto da fomentare il suo desiderio immaginando lei che lo
tradisce con altri. Laide, intanto, ne approfitta e coglie la possibilità si lasciare la casa degli
appuntamenti e farsi mantenere da Antonio pur continuando a trattarlo con sufficienza,
considerandolo vecchio e troppo geloso; egli, però, continua a sopportare mortificazione e
umiliazione perché troppo innamorato, offrendo anche il suo aiuto in occasioni in cui lei lo sta
palesemente tradendo con Marcello desiderio triangolare (le dà un passaggio con la sua
macchina, simbolo di virilità in crisi, attraversando un viaggio in un ambiente naturale il
paesaggio diventa simbolo, emotività, amore verso l’oggetto del desiderio rivelazione di
sentimento della natura epifania= scoperta epifanica nel senso della natura in modo subitaneo
a mo di rivelazione= la bellezza della natura deriva dall’esistenza dell’amore).
Nonostante Laide provi a mentire davanti alle accuse di tradimento, rivendicando la sua
indipendenza e ribadendo che, secondo lei, tutti gli uomini ritengono le donne delle troie, questo
non nega che ella stia effettivamente frequentando Marcello. Lo prova, infatti, una scena
particolarmente tragicomica, in cui Antonio viene lasciato da solo a mangiare in compagnia della
cagnolina di Laide, lasciatagliela apposta perché lei impegnata a fare un giro della città in motorino
con l’amante: avviene una forte umiliazione dell’io, che si è fatto calpestare in modo plateale
simboleggiando un estremo senso di solitudine e che ormai non è nemmeno più capace di reagire (
riesce solo a immaginare un gesto di sfregio, pensando di abbandonarla spudoratamente).
La frequentazione fra Antonio e Laide prosegue ma l’ossessione di lui aumenta sempre di più: dalla
scena del flusso di coscienza in cui Dorigo, mentre passano i minuti di attesa per un appuntamento,
vive con estremo disagio il pensiero di un giudizio pubblico riguardo il suo stato da instupidito e
perso, a quella in cui entra in casa della “zia malata” di Laide per accertarsi, e poi confermare,
dell’avvenire di un ulteriore tradimento, il senso di tormento lo anima sempre di più e si esprime
nel perenne stato di sadomasochismo che entrambi vivono (Laide che gode nell’atto di produrre
sofferenza e Antonio nel riceverla).
LA BAMBOLONA (ALBA DE CESPEDES)
“La bambolona” è un romanzo, pubblicato nel 1967, dell’autrice (giornalista, intellettuale e, per un
certo periodo, anche radiofonica) Alba de Cespedes: apparentemente simile a “La Noia” e “Un
amore”, è uno spaccato piacevole del dopo guerra, tra gli amori grotteschi fra benestanti e
contadini, tra la ripresa economica vissuta di sfarzi e volontà di rivalsa, tra operette morali di chi si
fa strada cercando di essere chi non è attraverso denaro e posizione; è una narrazione appannata
e sconsolata di un’epoca volta al termine, una nostalgica rappresentazione dell’Italia degli anni ‘60,
un’opera da riscoprire con profonda piacevolezza perché in grado di trascinare il lettore su più
riflessioni sociologiche.
I protagonisti principali sono Giulio, un avvocato quarantenne ben avviato negli affari, scapolo e
proveniente da una ricca famiglia, un antifascista che vive le relazioni sentimentali come assaggi
dedicati ai periodi dell’anno, mentre in estate preferisce frequentare donne dal sapore
mediterraneo poco interessate alla moda e più ai vizi della carne, in inverno si accompagna con
donne raffinate, colte e snelle che siano capaci di discorrere e partecipare a sfarzose cene o
appuntamenti di una certa classe, e Ivana una ragazzetta di diciassette anni, per nulla ingenua, ma
prodiga di una furbizia assai spiccata, incontrata per strada, vista da un tabaccaio, notata a una
cabina telefonica, una donna che non rientra nel suo ambiente, né tipica della sua famiglia, una
giovane del profondo Sud, calabrese, dai fianchi prominenti e ingannevoli. Una figura che amici e
famiglia disapproverebbero e che poco facilmente si farà da lui manipolare.
Un avvocato quarantenne, Giulio, ben avviato negli affari, ancora scapolo (per vocazione
naturalmente), di famiglia ricca e antifascista, si infatua di Ivana, incontrata per strada, anzi vista da
dietro più che in faccia... e seguendo quei fianchi incantatori, ha cominciato una relazione in un
certo senso clandestina, cioè all'insaputa del proprio ambiente e della propria famiglia (se ne
vergognerebbe). Lui è uno che sa come manipolare la legge e le persone, soprattutto i dipendenti
e le donne. Queste ultime le cambia almeno due volte l'anno, una per l'inverno, una per l'estate,
mai le stesse. Tutte sono benestanti, sole, separate dai mariti ma impedite dalla legge a creare un
nuovo matrimonio, hanno il personale di servizio, l'auto, gusto e tatto, e lo riempiono di regalini
costosi ed eleganti; e quando vengono lasciate, morbidamente, con una tecnica e una strategia il
più indolore possibile, gli restano amiche, piene di gratitudine quasi materna. L'unica diversa è
Daria, avvocato anche lei, la quale l'ha lasciato un paio di giorni prima che lui lasciasse lei... (cosa
che ancora lui non riesce a capire del tutto), e gli legge nell'anima come in un libro aperto... cosa
che lo infastidisce molto.
Giulio si muove in una Roma tanto provinciale quanto anonima: basta dire le bugie giuste, evitare
determinate strade, cambiare quartiere, trattorie, gioielliere, insomma scendere o salire da una
classe sociale all'altra (nel 1967 ancora molto evidenti), per ritrovarsi in una Roma diversa, ed
essere, volendo, un'altra persona. E di queste bugie, di questi itinerari romani e sociali, Giulio si
serve ampiamente per ottenere lei, una bambolona di carne, un essere femminile che non è
ancora una donna, sformata dai chili dell'adolescenza, pacchiana, educata con una mentalità
indietro di almeno trent'anni; è una che viene dal sud, quello povero e prigioniero delle tradizioni
patriarcali che giustificano, e anzi le impongono, di coltivare la sua personalità passiva,
arrendevole, doverosamente mansueta.
Ivana è appetitosa, un bocconcino miracolosamente ancora vergine, un'ossessione costante per
Giulio, che per averla costruisce una serie di menzogne credibili e assurde allo stesso tempo, e
intanto sospetta altrettante menzogne e ambiguità da parte dei genitori di Ivana e da Ivana stessa.
Sospetta e furbamente crede di prevenire ogni possibile danno con ulteriori inganni ma, un po' alla
volta, credendo di portare le cose a proprio vantaggio, è arrivato a stabilire persino la data delle
nozze. Giulio ha il permesso di frequentare la casa di Ivana, quotidianamente, ma può vedere "la
fidanzata" solo in presenza della futura suocera; ogni occasione, dunque, anche di trenta secondi,
è buona per palparla, tastarla, insinuarsi tra i vestiti di lei, come un adolescente alle prime
esperienze.
La remissività di lei nel lasciarglielo fare e nello stesso tempo la durezza con cui respinge ogni altra
carezza "definitiva" lo convince dell'autenticità di tutta la famiglia, dei suoi valori meridionali e di
classe, quella impiegatizia.
Ad un certo punto regala alla ragazza una pietra preziosa, costata troppo rispetto al valore della
ragazza - pensa Giulio, ma senza riuscire a fermarsi nell'acquisto - e risolve alcuni problemi
economici della famiglia, spendendo altre somme cospicue, sentendosi così facendo, autorizzato
ad usare la ragazza per le proprie voglie attuali e soprattutto quelle future. Furbescamente sta già
pensando, una volta che avrà consumate le nozze, a come poter far annullare il matrimonio e
riprendersi almeno la pietra preziosa, dopo "la macelleria" (come lui stesso chiama lo
sverginamento della sua futura sposa, parlando con sé stesso). Macelleria che non ha mai
apprezzato, ma è tutto quel prima che lo eccita, in tutti i sensi: quel prima che sta coltivando
giorno dopo giorno, manipolando e imbrogliando.
Il colpo di scena arriverà (anzi i colpi di scena, perché le veritá sembrano accavallarsi e contraddirsi
fino alla fine), e la bambolona non è l'imbecille rosea e innocente che credeva e sperava fosse, ma
una furbona che ha usato lui fin dal primo momento, con la complicità di un coetaneo, Gigino, suo
amante, e anche insieme ai genitori che si sono prestati al gioco per sfruttare la situazione,
economicamente. Nessun matrimonio, dunque, e neanche un coito liberatorio, solo il pericolo di
una denuncia e la coscienza di esserci finito, dentro il pericolo, di propria testarda iniziativa.
Dice Ivana in un ultimo incontro: "Papà e mamma sono così; né carne né pesce. Io li odio perché,
quando ero piccola, mi dicevano sempre: copriti, copri la vergogna, tutto era vergogna e porcheria,
e poi mi sono accorta che non contavano altro che su quella vergogna, su quella porcheria, per
risolvere la vita... Noi sappiamo quello che vogliamo, almeno: vogliamo i soldi. Gigino mi diceva:
Un'altra occasione così, non ci capita davvero."
Tra i personaggi di contorno c'è anche il domestico di Giulio, Diodato, il quale è un omosessuale,
un gay diremmo oggi, ma l'autrice lo lascia chiamare dagli altri personaggi e da sé stesso
"invertito" e altrove anche "pederasta". In quegli anni queste erano "le parole per dirlo". Il
linguaggio del libro è comunque molto moderno e libero.
Diodato soffre per un giovane che lo raggira, che sembra affamato di soldi ad ogni costo,
ottenendoli in qualunque modo; sono del resto gli anni Sessanta, del cosiddetto boom economico
italiano: tutti vogliono tutto, senza spirito critico, tutto e subito. Ma in ogni caso, la relazione
reciprocamente rispettosa e quasi affettuosa tra l'avvocato ultra-virile e fissato con la carne
femminile e il domestico gay, vittima innamorata della persona sbagliata, è descritta senza
pregiudizi né morali né di classe.
A differenza dei due precedenti testi analizzati, in cui prevaleva l’elemento della soggettività e del
punto di vista/mente del protagonista, qui ne troviamo una vera e propria “dislocazione”: lo
sguardo è esterno e esteriore alla storia. L’autrice utilizza sempre la terza persona ma si prende,
allo stesso tempo, si prende la libertà di “infilarsi” e esporre con toni e approcci fortemente
giudicanti i pensieri interni del protagonista maschile, che vengono, all’interno del libro, individuati
con le virgolette “” tecnica chiamata “quoted monologue”, con cui l’autore/autrice vuole
dimostrare di prendere distanza dal proprio personaggio e “inserire” (magari non in modo del tutto
esplicito e personale ma comunque evidente) i propri interventi all’interno della narrazione.
Un'altra caratteristica che contraddistingue questo romanzo dagli altri due viene svelata proprio
nel finale, in cui Ivana confessa qual è il suo genuino volere da parte di Giulio:
«No» disse Ivana: «La cosa principale è proprio che non voglio sposarti. Direi sempre no, pure in
tribunale o in chiesa. No, hai capito?» ripeteva fissandolo, il collo un po’ teso in avanti e gli occhi
infoschiti dall’odio: «Non ti sposo e a letto con te non ci vengo. Non ci verrò mai»
«Se non mi vuoi sposare, che vuoi da me? Pazza»
Lei lo fissò un momento e disse: «I soldi». (p. 261)
Questa scena rappresenta il fallimento della visione del mondo del protagonista e la rivincita
(finalmente) della donna.