FICHTE
CULTURA E FINE DELL'UOMO
La cultura per Fichte è l'acquisizione di un'abilità che domina e distrugge le inclinazioni che
l'essere umano ha prima dell'utilizzo della ragione. Bisogna modificare le cose al di fuori di
noi e cambiarli a seconda dei nostri concetti, e la cultura che ci aiuta in questo procedimento
a diversi gradi che però possono essere infiniti. La cultura è il mezzo che ci porta a
raggiungere il vero fine dell'umanità, che è il pieno accordo con se stesso, intendo hai
l'uomo come sia razionale che sensibile. Quindi accordare l'esterno sia la natura ecc tramite
i concetti pratici con i quali noi determiniamo come queste devono essere.
L'uomo ha come fine di dominare e le cose irrazionali, in modo libero e secondo la sua legge
(questo fine non è mai raggiungibile). È irraggiungibile poiché se fosse aggiungibile l'uomo
coinciderebbe con Dio e questa non è una cosa possibile. La missione dell'uomo non è il
raggiungimento di questo fine, ma l'avvicinamento il più possibile ad esso.
La perfezione e l'accordo con se stesso e è il più alto ed irraggiungibile fine dell'uomo,
questo esiste per divenire sempre migliori e per essere sempre più felici. E per questo
l'uomo deve vivere in società, in modo da conoscere essere razionali ma simili a lui.
LA SCELTA TRA IDEALISMO E DOGMATISMO:
(Fichte era idealista)
Ci troviamo davanti a due correnti filosofiche l'idealismo e il dogmatismo.
L'idealismo: identifica nelle idee il principio è il concetto stesso di conoscenza.
Il dogmatismo: ritiene che bisogna partire dai principi sui quali non si ammette dubbio, e
ricavare da questi principi un sistema di verità, dipendente dai fatti E dalle esperienze.
Nell'esperienza, la cosa e l'intelligenza sono unite, quindi il filosofo deve decidere se
prescindere l'una dall'altra. Nel primo caso si è prescinde la cosa dall'intelligenza, avrà
un'intelligenza in sé (si parla di astrazione dal rapporto dell'intelligenza con l'esperienza)
quindi abbiamo l'IDEALISMO
Nel secondo caso se prescinde dall'intelligenza avrà una cosa in sé (si parla di astrazione
dal fatto che la cosa si presenta nell'esperienza) quindi abbiamo il DOGMATISMO.
Sono gli unici due sistemi filosofici possibili. Ma come un uomo sceglie l'una piuttosto che
l'altra? Innanzitutto dobbiamo sapere il contrasto tra l'idealista e il dogmatico ossia che
l'autonomia del io deve essere sacrificata a quella della cosa o viceversa.
La differenza è che, mentre l'idealismo è una filosofia dell'infinito, la quale dal soggetto
muove verso l'oggetto, il dogmatismo è una filosofia del finito, che dall'oggetto muove verso
il soggetto.
La scelta se segui l'idealismo il dogmatismo è determinata anche dal libero arbitrio ossia
devi pure avere una ragione determinata dall'inclinazione e dall'interesse.
CRITICA A KANT
Noi dobbiamo andare alla ricerca del cosiddetto principio assolutamente vero, ossia un
principio assoluto, che noi chiamiamo L'IO assoluto, che è un principio sciolto da ogni forma
di condizione e condizionamento. Sta a significare il niente se noi siamo concentrati solo su
di esso senza renderci conto di cosa c'è intorno. Quindi apporrà a se stesso il contrario di
sé, ossia il non io, e bisogna confrontarsi con i limiti all'esterno e all'interno di noi.
Quindi noi siamo alla ricerca di questo principio assolutamente vero, che secondo Kant ci
viene già dato, invece Fichte critica fermamente questa concezione. Dice perché se
abbiamo A, ma noi in realtà non sappiamo cos'è e come ci è dato, finché non lo sappiamo
non possiamo parlare di filosofia come scienza. Quindi non c'è e non ci può essere un A che
sia stato creato per primo, se ne dovrà sempre presupporre uno più alto. Tutto ciò ci mostra
quella molteplicità del NON-IO che Kant ha presupposto e mostra perché questo grande
spirito abbia iniziato proprio da dove ha iniziato, ma dove noi non possiamo assolutamente
fermarci.
DOTTRINA DEI TRE PRINCIPI
Fichte parla della dottrina dei tre principi dove suddivide:
● la tesi che è l'io che pone se stesso
● l'antitesi che l'io che pone il non io
● la sintesi che è l'io oppone nell'io all'io divisibile un non-io divisibile
IO PONE SE STESSO
Vi è una logica che è questa generalità delle regole, dov'è il pensiero lo si deve soddisfare
per un volere scientifico, tramite della deduzione assoluta e non trascendentale. Noi
possiamo definire questo principio tramite il principio di identità. Il principio di identità ci dice
che, non può essere un principio primo, A=A, quindi A che sarebbe il nostro Io pone se
stesso, ma lascia però in sospeso sempre un qualcosa, dato che A pone A, una volta che A
è stato posto, allora è uguale a se stesso.
Quindi chi è che pone A?
A (io) è una coscienza, ossia un io che una volta posto è uguale a se stesso, perché questo
io non presuppone nient'altro oltre che sé stesso. Quindi l'azione ed il prodotto dell'azione
stessa sono uguali, elaia gione della sua esistenza la trova in se stesso. questo io assoluto è
una critica al l'io kantiano perché Kant accettava il limite.
Il sapere quindi è fondato su un principio assoluto che non hai limiti e che contiene tutto.
Dobbiamo però dire che deve essere certa solamente una proposizione, che comunica alle
altre la sua certezza, la proposizione assolutamente certa non può ricevere la sua certezza
solamente dal collegamento con le altre, quindi la proposizione vera deve essere certa
prima di ogni suo collegamento.
L'attività dell'io che pone se stesso sta al fondamento di ogni altra attività, compresa quella
del giudicare. Il punto di partenza dal quale dedurre il sistema quindi ,non un fatto, ma un
atto (o azione in atto): è la puoi attività infinita che non presuppone alcun oggetto ma lo
pone.
Io sono io, ha un significato del tutto diverso della preposizione A è A, infatti quest'ultima ha
un contenuto solo ad una certa condizione se è posto come A, con il predicato A.
La proposizione Io sono io, vale invece incondizionatamente e assolutamente.
L'IO PONE IL NON IO
L'io che noi abbiamo definito come spirito pone il non io, ossia la natura e gli oggetti esterni.
Ciò significa che l'io ponendo stesso (tesi) pone anche l'altro da sé, l'opposto, che sarebbe
questa antitesi. Ha lo scopo di comprendere se stesso, attraverso la natura, gli oggetti,il
mondo,che rappresentano il non-io. Questo secondo principio ha lo scopo di scoprire la
differenza da ciò che è diverso dall'io, dal quale comunque l'io è limitato nell'agire nella
realtà.
Ci ha presenta quindi la forza della pura opposizione del non-io, il contrario di tutto ciò che
appartiene lì io devo appartenere al non-io.
L'IO OPPONE ALL'IO DIVISIBILE UN NON IO DIVISIBILE
Questa terza parte è la sintesi, ossia la conciliazione tra i due opposti. Infatti, nella coscienza
finita, questi due principi io e non-io coesistono, in un rapporto di determinazione reciproca,
di questa coesistenza l'io non si può non rendere conto poiché è una cosa ovvia.
Ma come si possono pensare A e -A senza che essi si neghino e si eliminano? ma questo
non può avvenire perché se si annullassero nessuno dei due esisterebbe, e quindi non ci
sarebbe un principio assoluto. L'io pone un io e un non-io empirici, e questi non si annullano
tra di loro, bensì si limitano e basta, si limitano reciprocamente ossia tolgono la realtà
mediante una negazione. Tanto l'io quanto il non-io sono prodotti dell'atto originale del io.
METAFORA DELLA LINEA RETTA
Fichte ricorre a questa metafora e parla di un urto. Noi siamo esseri finiti perché abbiamo dei
limiti interni, la libertà necessita uno sforzo, e questo sforzo non avviene senza l'urto, ovvero
qualcosa che ci ostacola. Noi siamo esseri finiti, ma attendiamo all'infinito perché questi
ostacoli sono infiniti, e noi cercheremo infinitamente di cercare di superarli.
La metafora parla dell'attività libera e assoluta dell'io che è rappresentabile come una retta
che procede all'infinito. Rispetto a questo procedere, il non io è come un ostacolo, inatteso e
inspiegabile che interrompe in un certo punto il corso della retta. L'attività dell' io
imbattendosi contro un urto, in questo ostacolo, viene riflessa e ritorna a ritroso verso l'io
stesso. Questa metafora spiega come l'io possa avvertire una realtà diversa da sé e
sperimentare la resistenza del non-io.
PRIMATO DELLA RAGION PRATICA
il primato della ragion pratica sta nello sforzo. La conoscenza si ha solo grazie all'azione.
L'uomo è finito perché ha di fronte a sé il non-io, ma è anche infinito perche tende verso
l'infinito con il superamento degli ostacoli. Qui c'è un primato dell'io (sia finito che infinito)
rispetto al non-io (rende l'io libero)