La scomparsa del trofeo
Era un lunedì mattina e nella scuola regnava l’agitazione: durante il fine
settimana era scomparso il trofeo d’oro della biblioteca, il premio che ogni
anno veniva consegnato alla classe che leggeva più libri.
La preside, entrando in aula magna, annunciò:
«Qualcuno ha preso il trofeo! Abbiamo tre sospetti…»
1. Giulia, la presidentessa del consiglio studentesco. Dice di aver passato il
pomeriggio di sabato a fare i compiti a casa. Eppure, un bidello l’ha vista
entrare a scuola proprio quel giorno.
2. Marco, il capitano della squadra di calcio. Sostiene di essere stato ad
allenarsi al parco, ma il suo zaino è stato trovato vicino alla porta della
biblioteca.
3. Sara, l’appassionata di lettura. Dice di essere stata in biblioteca a
prendere un libro, ma non ha nessuna ricevuta del prestito.
Gli studenti della scuola raccolsero altri indizi:
La porta della biblioteca non era stata forzata.
Sul tavolo c’era una penna rossa lasciata aperta.
Chi ha preso il trofeo sapeva dove veniva custodito, dentro l’armadio
dietro al banco della bibliotecaria.
La preside concluse:
«Abbiamo tutti gli elementi. Adesso tocca a voi: chi credete sia il colpevole? E
perché?»
Ecco la soluzione ufficiale:
Colpevole: Giulia
Perché:
Accesso alla scuola di sabato: un bidello l’ha vista entrare.
Porta non forzata: chi ha preso il trofeo doveva avere una chiave o un
accesso autorizzato. La presidentessa del consiglio studentesco spesso
gestisce chiavi/spazi per eventi.
Conoscenza del nascondiglio: chi organizza la premiazione sa dove si
custodisce il trofeo (armadio dietro il banco della bibliotecaria).
Indizio della penna rossa: in consiglio studentesco Giulia corregge e
firma avvisi con penna rossa; una penna rossa è stata trovata aperta sul
tavolo della biblioteca.
Perché gli altri due non tornano:
Marco: lo zaino vicino alla porta sembra un falso indizio. Spiegazione
plausibile: lo aveva dimenticato lì il venerdì aiutando a spostare materiale
o è stato spostato da qualcuno per depistare.
Sara: non avere una ricevuta non prova nulla: chi consulta libri in sala
lettura non fa prestito e quindi non riceve ricevuta. Il suo
comportamento è compatibile con un’utenza normale.
Il furto al Museo delle Gemme
Era una sera d’autunno. Il Museo delle Gemme stava ospitando una mostra
speciale: il famoso Diamante Azzurro, custodito in una teca di vetro blindato.
La città intera era accorsa per ammirarlo.
La mattina dopo, però, la direttrice del museo scoprì che la teca era vuota: il
diamante era sparito!
La polizia arrivò subito e individuò tre sospetti presenti la sera precedente:
1. Il signor Bianchi, collezionista d’arte. Dice di aver lasciato il museo
subito dopo l’inaugurazione. Eppure, una guardia giurata giura di averlo
visto nei corridoi mezz’ora dopo.
2. La signora Verdi, restauratrice. Aveva accesso speciale alle sale perché
si occupava di verificare lo stato delle opere. Dice di aver controllato solo
i dipinti e di non essersi avvicinata alla teca.
3. Il dottor Neri, famoso critico d’arte. Ha passato la serata a
chiacchierare con giornalisti. Però un guanto in pelle, identico a quelli che
indossa di solito, è stato trovato vicino all’uscita di sicurezza.
Gli investigatori raccolsero altri indizi:
La teca non era stata forzata: qualcuno conosceva il codice di apertura.
Un panno di velluto verde era stato trovato sul pavimento, come se
fosse servito per avvolgere il diamante.
La telecamera che sorvegliava la sala era stata spenta dall’interno, con
un comando riservato solo a chi lavora al museo.
La direttrice sospirò e disse:
«Abbiamo tutti gli elementi… Ora tocca a voi: chi ha rubato il Diamante
Azzurro?»
Colpevole: la signora Verdi (la restauratrice)
Perché:
Solo chi lavorava al museo conosceva il codice della teca e poteva
spegnere la telecamera dall’interno: la restauratrice aveva questo
accesso.
Il panno di velluto verde era tipico degli strumenti che lei usava per
maneggiare opere delicate; quindi, era un oggetto compatibile con il suo
lavoro.
Il signor Bianchi aveva un alibi traballante, ma non avrebbe avuto i codici
né accesso tecnico.
Il guanto del dottor Neri poteva essere semplicemente caduto o
dimenticato, ma non dimostra che abbia toccato la teca.
👉 L’unica persona che univa mezzo (accesso ai codici e telecamere),
opportunità (era nel museo a lavorare) e strumenti (il panno) era proprio la
restauratrice.
Il caso dell’albergo sul lago
Era una notte piovosa quando l’ispettore Conti ricevette la chiamata:
«Ispettore, è successo qualcosa all’Hotel Lago Verde… il direttore è stato
trovato morto nel suo ufficio.»
Conti arrivò subito. L’uomo giaceva riverso sulla scrivania, una tazza di caffè
accanto a lui. Non c’erano segni di lotta, ma l’orologio da tasca che portava
sempre con sé era sparito.
La polizia individuò tre persone che avevano avuto accesso all’ufficio quella
sera:
1. La cameriera, Anna. Dice di aver portato il caffè al direttore verso le 22
e di essere poi tornata in cucina. Ma uno degli ospiti l’ha vista uscire
dall’ufficio più tardi, alle 22:30.
2. Il contabile, Signor Ricci. Ammette di essere passato a parlare con il
direttore riguardo ai registri finanziari. Sostiene di essersi fermato solo
cinque minuti. Tuttavia, nei registri mancava proprio il fascicolo che stava
portando con sé.
3. Un ospite abituale, Dottor Ferri. Un uomo elegante che alloggiava
spesso nell’hotel. Dice di non essere mai uscito dalla sua stanza, ma le
telecamere lo hanno ripreso mentre scendeva al piano della direzione
intorno alle 22:15.
Gli indizi trovati sulla scena:
La tazza di caffè conteneva tracce di veleno.
Accanto alla scrivania c’era un ombrello bagnato: ma fuori non pioveva
ancora alle 22, la pioggia è iniziata solo più tardi.
Sul tappeto, vicino alla porta, è stato trovato un piccolo bottone nero.
L’orologio da tasca del direttore non è mai stato ritrovato.
L’ispettore Conti osservò i tre sospetti, poi disse:
«Ho tutti gli elementi per capire chi mente. E adesso toccherà a voi: chi ha
ucciso il direttore dell’hotel?»
Colpevole: il Dottor Ferri (l’ospite abituale)
Perché
1. Ha mentito sull’alibi.
Dice di non essere mai uscito dalla stanza, ma le telecamere lo
riprendono sul piano della direzione alle 22:15, cioè poco dopo che il
caffè è stato consegnato. È l’unico colto in una bugia netta proprio
nell’arco cruciale.
2. Modalità compatibile con un visitatore “rapido”.
Il veleno nel caffè suggerisce un intervento di pochi secondi dopo la
consegna: entrare con una scusa, distrarre il direttore, versare il veleno e
andarsene senza lasciare disordine. Questo si adatta più a un ospite che
non deve giustificare la propria presenza in ufficio, rispetto a chi porta il
caffè (che verrebbe subito sospettata) o al contabile (che avrebbe un
colloquio tracciabile).
3. L’ombrello bagnato è un alibi costruito.
L’ombrello trovato bagnato accanto alla scrivania è incongruente: alle
22 non pioveva ancora. Qualcuno lo ha bagnato apposta (al lavandino
del corridoio) per far credere di essere arrivato più tardi, “sotto la
pioggia”.
Chi aveva bisogno di spostare l’orario? Proprio Ferri, l’unico già smentito
dalle telecamere e quindi motivato a simulare un arrivo successivo.
4. Il bottone nero vicino alla porta.
Non coincide con le divise chiare del personale (come quella di Anna) e
richiama piuttosto un capospalla elegante. Tra i tre, chi veste
abitualmente in modo formale è Ferri.
5. La finta pista del furto.
L’orologio da tasca scomparso serve a far sembrare la morte una
rapina finita male. Ma nulla è stato messo a soqquadro: è un
depistaggio. Il contabile (Ricci) ha sì fatto sparire un fascicolo
(probabile motivo amministrativo), ma ciò spiega un’omissione, non un
avvelenamento.
Perché non sono gli altri
Anna (cameriera): ha portato il caffè, quindi avrebbe corso il rischio più
evidente di essere la prima sospettata se lo avesse avvelenato; inoltre,
viene vista uscire alle 22:30, quando la pioggia era iniziata: più
verosimile che sia rientrata a recuperare il vassoio o a chiedere istruzioni,
non a eseguire un delitto che l’avrebbe inchiodata.
Ricci (contabile): ha un possibile movente “documenti”, ma il metodo
(veleno nel caffè subito dopo la consegna) non si allinea a un incontro
contabile formalizzato. Il fascicolo mancante è una colpa minore e
indipendente: un suo tentativo di coprire problemi, non l’omicidio.
Quadro finale: Ferri scende alle 22:15, entra con un pretesto, avvelena il caffè
già servito, prende l’orologio per simulare una rapina, bagna l’ombrello per
falsare l’orario di presenza e lascia, contando sul fatto che Anna, avendo
servito la bevanda, sarebbe stata il bersaglio naturale dei sospetti.