VIRGILIO; ENEIDE
Nella cultura augustea era forte l’aspettativa di un nuovo epos e
probabilmente ciò che i contemporanei si attendevano da Virgilio era una
nuova Cesareide, dedicata alle imprese di Augusto. Del resto, il poeta stesso,
nel «proemio al mezzo» delle Georgiche (il proemio, cioè, collocato alla metà
esatta dell’opera, in questo caso all’inizio del III libro), si dice intenzionato
«a cantare le battaglie infiammate di Cesare e a trasmetterne il nome, con l’aiuto
della fama, per tanti anni quanti ne dista da Titonoo, sua più lontana origine, Cesare»
(mox tamen ardentis accingar dicere pugnas / Caesaris et nomen fama tot ferre per
annos, / Tithoni prima quot abest ab origine Caesar, Georg. III 46-48).
Comporre un poema epico di argomento storico significava porsi nel solco
degli Annales di Ennio, richiamarsi a una tradizione che, per quanto avversata
dai poetae novi, non si era mai estinta del tutto. Invece, il nuovo poema epico
di Virgilio, l’Eneide, offrì al pubblico romano qualcosa di completamente
inatteso.
In realtà, la nuova epica virgiliana non si proponeva di continuare Ennio, ma di
“sostituirlo”, ed era perciò inevitabile un confronto diretto con Omero.
Secondo i grammatici antichi, l’intenzione dell’Eneide sarebbe stata duplice:
imitare Omero e lodare il principe ab origine. Un primo sguardo all’opera
mostra che si tratta di una semplificazione ragionevole. (immagine)
I dodici libri virgiliani sono anzitutto concepiti come una risposta ai quarantotto
libri dei due poemi omerici. I primi sei dell’Eneide raccontano il travagliato
viaggio di Enea da Cartagine alle sponde del Lazio, con una retrospettiva sulle
vicende che avevano portato l’eroe da Troia all’Africa. Con l’inizio del VII libro i
Teucri sono ormai giunti alla foce del Tevere, luogo assegnato dal Fato, e
comincia la narrazione di una guerra (VII 42: dicam acies) che si concluderà
solo con la morte di Turno all’ultimo verso del libro XII. Perciò, si usa parlare di
una metà “odissiaca” dell’Eneide (libri I-VI) e di una metà “iliadica” (libri
VII-XII). Si vuole alludere con questo a una grande partizione strutturale,
senza dubbio voluta dall’autore: non per questo mancheranno singoli influssi
dell’Odissea sulla parte conclusiva del poema, o dell’Iliade in quella iniziale,
ma, se si guarda alle grandi linee del progetto virgiliano, la scelta di fondo è
chiara.
L’Iliade narra le vicende che portano alla distruzione di una città;
l’Odissea racconta, facendo seguito a questa guerra, il ritorno a
casa di uno dei distruttori.
Queste storie epiche, queste fabulae, si ripresentano in Virgilio in sequenza
rovesciata: prima i viaggi, poi la guerra; ma questo comporta anche
un’inversione dei contenuti. Il viaggio di Enea non è un ritorno a casa come
quello di Odisseo, bensì un viaggio verso l’ignoto. La guerra che Enea
conduce non serve a distruggere una città, ma a costruirne una nuova. Questa
complessa trasformazione dei modelli omerici non ha precedenti nella poesia
antica. Già Apollonio Rodio, in certa misura, aveva “contaminato” sequenze
narrative tratte da ambedue i poemi omerici, e sembra di capire che il Bellum
Poenicum di Nevio si ispirasse all’Odissea per il viaggio di Enea e all’Iliade per
le narrazioni belliche: ma si tratta solo di spunti lontani.
Si potrebbe distinguere, per comodità, diversi livelli nel rapporto di
trasformazione. L’Eneide è anzitutto, come si è visto, una particolare
contaminazione dei due poemi omerici. In secondo luogo, vi è anche una
continuazione di Omero. Infatti, le imprese di Enea fanno seguito all’Iliade (il
II libro virgiliano racconta l’ultima notte di Troia, che nell’Iliade era soltanto
profeticamente intravista) e si riallacciano all’Odissea (nel III libro Enea segue
in parte la traccia delle avventure di Odisseo, affrontando pericoli che l’eroe
greco ha già attraversato). In questo senso, Virgilio riprende l’esperienza
dell’epos ciclico: la catena di narrazioni epiche che “integravano” la poesia di
Omero in una sorta di continuum.
In terzo luogo, l’Eneide racchiude in sé una sorta di ripetizione dell’epica
arcaica. Per esempio, la guerra nel Lazio è spesso vista come una ripetizione
della guerra troiana, ma non si tratta certamente di un rispecchiamento
passivo: all’inizio, infatti, i Troiani si trovano assediati, e vicini alla sconfitta,
come se fossero condannati al loro destino. Alla fine, però, sono vincitori ed
Enea uccide il capo avversario, Turno, come Achille elimina Ettore:
nella nuova Iliade i Troiani sono i vincitori. Ma si vede bene che la ripetizione è
anche un superamento del modello: la guerra, pur attraverso lutti e sofferenze,
porterà non alla distruzione, bensì alla fondazione di una nuova unità. Alla fine,
Enea riassume in sé l’immagine di Achille vincitore e, soprattutto, quella di
Odisseo, che dopo tante prove conquista la patria restaurando la pace.
Questo, dunque, riporta all’altra intenzione di Virgilio: lodare Augusto ab
origine. Il poema si distacca dal presente augusteo per una distanza quasi
siderale: gli antichi ponevano un intervallo di circa quattro secoli fra la
distruzione di Troia e la fondazione dell’Urbe. Gli eventi dell’Eneide sono intesi
come “storici”, ma non si tratta, tecnicamente parlando, neppure di storia
romana: i lettori contemporanei di Virgilio si trovano immersi in un mondo
“omerico”, a una distanza leggendaria di più di un millennio dal presente tanto
familiare.
Questo spostamento consentiva a Virgilio di guardare il tempo di Augusto da
lontano: un po’ come nelle Georgiche lo spostamento verso il mondo senza
storia della campagna permetteva al poeta una prospettiva più ampia e
distaccata; inoltre, l’Eneide è attraversata da scorci profetici che conferiscono
alla storia un orientamento “augusteo”, ma non per questo cessa di essere
omerica. Sono tali le tecniche narrative che permettono all’autore di guardare
da lontano la Roma contemporanea. Nell’Iliade Zeus profetizzava il destino
degli eroi e la distruzione di Troia; nell’Eneide (I 257-296) Giove traguarda non
solo il destino del protagonista ma anche la futura grandezza di Augusto che
riporterà finalmente l’età dell’oro; nell’Odissea l’eroe scendeva nell’Ade e
otteneva così un’anticipazione del proprio destino; nell’Eneide il protagonista
apprende dal regno infernale non solo il suo personale futuro, ma anche i
grandi momenti della storia di Roma (VI 756-886). Nell’Iliade, poema della forza
guerriera, la descrizione dello scudo di Achille introduce una sorta di visione
cosmica (scene naturali, immagini di città); nell’Eneide la descrizione dello
scudo di Enea (VIII 626-728) è finalizzata all’immagine della città di Roma, colta
nei momenti critici del suo sviluppo storico.
Si sperimenta così un difficile equilibrio fra la tradizione dell’epos eroico e il bisogno di
un’epica storico-celebrativa.
Il momento di sintesi fra dimensione omerica e dimensione augustea, dunque,
fu offerto a Virgilio da una vecchia leggenda: l’Italia antica conosceva una
serie di «leggende di fondazione» collegate alla guerra di Troia, in cui eroi di
parte greca e di parte troiana, sbandati o esuli, sarebbero stati i fondatori (o i
colonizzatori) di località italiche. Fra queste storie, in un lungo processo esteso
fra il IV e il II secolo a.C., acquistò particolare prestigio la leggenda di Enea.
Questi era in Omero un importante, ma non centrale, eroe teucro: la sua casata
sembra destinata a regnare su Ilio (Troia) dopo l’estinzione dei Priamidi (Il. XX
307 ss.). In seguito, invece, divenne popolare, anche nell’arte figurativa, la
fuga di Enea da Troia in fiamme, con il padre Anchise sulle spalle. Si stabilì ben
presto un collegamento con il Lazio antico: da un lato, lavorava in questo senso
una tradizione letteraria greca, dall’altro (come hanno rivelato recenti scoperte
archeologiche) il culto di Enea come eroe ecista è attestato a Lavinium sin dal
IV secolo.
Non sembra che Enea sia mai stato considerato il fondatore di Roma, né che
avesse un particolare culto in età arcaica. Tra il II e il I secolo a.C., però, la sua
figura acquistò crescente fortuna fra i Romani. Le motivazioni sono politiche e
non facili da districare: anzitutto, il mito dell’origine troiana dei Romani ne
traeva sostegno, dato che il più nobile eroe scampato alla catastrofe sarebbe
stato connesso, per via genealogica, a Romolo, il fondatore dell’Urbe. Questo
permetteva alla cultura quiritaria di rivendicare una sorta di autonoma parità
con quella ellenica, proprio nel periodo in cui la città acquistava l’egemonia
sul Mediterraneo. I Troiani erano consacrati dal mito omerico come grandi
antagonisti dei Greci; da Roma sarebbe nata la loro rivincita (anche la terza
grande potenza mediterranea, Cartagine, venne opportunamente ricollegata
alla leggenda eneadica tramite la regina Didone): così Roma legittimava il
proprio potere attraverso uno sfondo storico-leggendario profondissimo.
Un secondo fattore di popolarità di Enea dipende da una circostanza politica
interna. Attraverso la figura del figlio Iulo Ascanio, una nobile casata romana,
la gens Iulia, rivendicava per sé nobilissime origini: un esponente di questo
clan, Gaio Giulio Cesare, e più tardi il suo figlio adottivo, Gaio Ottaviano, si
trovarono successivamente a governare l’Impero mondiale di Roma. Ed è qui
che venne a saldarsi il cerchio tra Virgilio, Augusto e l’epica eroica.
Da ciò che è noto sulle fonti storico-antiquarie usate da Virgilio, risulta chiaro
che il poeta avesse profondamente ristrutturato i dati tradizionali sull’arrivo di
Enea nel Lazio; le variabili notizie su un conflitto con gli abitanti autoctoni o con
parte di essi, seguita poi da un foedus (un trattato contratto da Roma con uno o
più popoli, per regolare i reciproci rapporti), sono state rifuse in un’unica sequenza
di guerra, chiusa da una storica riconciliazione. Il conflitto è stato rappresentato
dal poeta come scontro fra Troiani e Latini: questi ultimi coalizzati con diverse
tribù limitrofe (che vantavano significativamente ascendenze grecaniche); i
primi, invece, con gli Etruschi e con una piccola popolazione greca stanziata sul
suolo della futura Roma.
Nello sforzo di creare una vera epica nazionale romana, Virgilio muove nello
spazio delle origini tutte le grandi forze da cui sarebbe nata l’Italia del suo
tempo. Nessun popolo è radicalmente escluso da un contributo positivo alla
genesi dell’Urbe: gli stessi Latini, dopo molti sacrifici, si sarebbero riconciliati,
formando il nerbo di un nuovo popolo; la grande potenza etrusca, estesa dalla
Mantova di Virgilio sino al Tevere, si vede riconoscere un ruolo costruttivo;
persino i Greci, tradizionali avversari dei Teucri, forniscono un decisivo alleato,
l’arcade Pallante, e soprattutto si presentano come la più nobile “preistoria”
di Roma.
L’Eneide è perciò un’opera di denso significato storico e politico, ma NON
è un poema storico: il taglio dei contenuti è dettato da una selezione
“drammaturgica” del materiale, che ricorda più Omero che Ennio. Nonostante
le aspettative create dal titolo, l’opera non traccia nemmeno un quadro
completo della biografia del suo protagonista: lo si lascia ancor prima che
possa aver assaporato il suo trionfo e non è neppure dato sapere se fosse
vissuto ancora a lungo; ciononostante il suo destino di eroe divinizzato si
intravede solo di scorcio.
L’Eneide è la storia di una missione voluta dal Fato, che renderà possibile la
fondazione di Roma e la sua salvazione per mano di Augusto. Il poeta si fa
garante e portavoce di questo progetto e focalizza il suo racconto su Enea, il
portatore di questa missione fatale. In questo senso, Virgilio si assume in
pieno l’eredità dell’epos storico romano: il suo poema è un’epica
“nazionale”, in cui una collettività deve rispecchiarsi e sentirsi unita.
Eppure, l’Eneide non si esaurisce in questi intenti.
Sotto la linea “oggettiva” voluta dal Fato si muovono personaggi in contrasto
fra loro; la narrazione si adatta a contemplarne le ragioni in conflitto. I loro
sentimenti (non solo di quelli “positivi”, come Enea) sono costantemente in
primo piano. Si consideri, per esempio, il caso di Didone. La cultura romana
nell’età delle conquiste rappresentava le guerre puniche come uno scontro
fra diversi: l’identità romana si fondava sulla grande opposizione a
Cartagine, un nemico infido, crudele, amante del lusso, dedito a riti perversi.
Per Virgilio, invece, la guerra con Cartagine NON sarebbe nata da una
differenza: riportata al tempo delle origini, la guerra sarebbe sorta da un
eccessivo e tragico amore fra simili. Didone è vinta dal desiderio (come lo
sarà Cartagine), ma il testo accoglie in sé le sue ragioni e le tramanda .
Simile è anche il caso di Turno: la guerra che Enea conduce nel Lazio non è
vista come un sacrificio necessario; i popoli divisi dai contrasti sono fin
dall’inizio sostanzialmente simili e vicini fra loro (per sottolineare questo punto,
l’autore arriva a sostenere che i Troiani, attraverso il progenitore Dardano,
avrebbero lontane origini italiche!). Il conflitto è un tragico errore voluto da
potenze demoniache, in sostanza (ed è questo un tema martellante
nell’Eneide) una guerra fratricida. L’uccisione di Turno, preparata dalla caduta
di Pallante, appare NECESSARIA, ma il poeta non fa nulla per rendere facile
questa scelta. Turno è disarmato, ferito e chiede pietà. Enea ha imparato da
suo padre (libro VI) a battere i superbi e a risparmiare chi si assoggetta:
Turno è un guerriero superbo, ma ora è anche subiectus. La scelta è difficile:
Enea uccide solo perché, in quell’istante cruciale, la vista del balteo di Pallante
lo travolge in uno slancio d’ira funesta.
Così, nell’ultima scena del racconto, il pio Enea assomiglia
al terribile Achille che compie vendetta su Ettore, laddove
l’Iliade terminava invece, come tutti sanno, con un Pelide
pietoso, che si ritrova uguale al nemico Priamo.
È chiaro che Virgilio chiede molto ai suoi lettori: essi devono insieme
apprezzare la necessità fatale della vittoria e ricordare le ragioni degli sconfitti;
guardare il mondo da una prospettiva superiore (Giove, il Fato, il narratore
onnisciente) e partecipare alle sofferenze degli individui; accettare insieme
l’oggettività epica, che contempla dall’alto il grande ciclo provvidenziale della
storia, e la soggettività tragica, che è conflitto di ragioni individuali e di
verità relative (in questo Virgilio mostra di avere intimamente assimilato la
lezione dei grandi tragici greci: il suo poema trae da questo influsso un grado di
“apertura” problematica molto forte, che lo rende diverso da un tipico epos
nazionale).
Lo sviluppo della soggettività (che si può contrapporre, schematizzando molto,
all’oggettività omerica) che interessa la struttura profonda, ideologica del
poema virgiliano, caratterizza anche la superficie del testo, lo stile epico e la
tecnica del narrare.
La più nuova e grande qualità dello stile epico di Virgilio sta nel conciliare
(com’era uso dire lo studioso tedesco Friedrich Klingner) il massimo di
libertà con il massimo di ordine. Il poeta ha lavorato sul verso epico,
l’esametro, portandolo insieme al massimo grado di regolarità e di flessibilità.
La ricerca neoterica aveva imposto dure restrizioni nell’uso delle cesure,
nell’alternanza di dattili e di spondei, nel rapporto fra sintassi e metro. Il carme
64 di Catullo rappresenta, in questo senso, un caso eclatante: reazione
estrema all’“anarchia” ritmico-verbale della poesia arcaica, reazione
naturalmente innescata dalla disciplina formale degli alessandrini. Tale
disciplina comportava anche degli effetti di monotonia, che diventano tanto più
sensibili quanto più lungo è il testo narrativo: la collocazione delle parole è non
solo artificiale ma soprattutto irrigidita (tipici gli esametri formati da due coppie
attributo + sostantivo in posizione simmetrica); l’unità ritmica del verso rifiuta
al suo interno nette pause di senso, con un effetto complessivo di rigidità.
V IRGILIO PLASMA IL SUO ESAMETRO COME STRUMENTO DI UNA
NARRAZIONE LUNGA E CONTINUA , ARTICOLATA E VARIATA .
La struttura ritmica del verso si basa su un ristretto numero di cesure principali,
in configurazioni privilegiate. Si ha così quella regolarità di fondo che è
indispensabile allo stile epico. Nello stesso tempo, la combinazione di cesure
principali e di cesure accessorie permette una notevole varietà di sequenze.
E la frase si libera da qualsiasi schiavitù nei confronti del metro.
Il periodare PUÒ essere ampio o breve, scavalcare o rispettare la coincidenza
con le unità metriche. L’esametro si adatta così a una varietà di situazioni
espressive: ampie e pacate descrizioni, battute concitate e patetiche. Il ritmo
della narrazione è scandito dalla diversa proporzione di dattili e spondei.
Dell’allitterazione, procedimento formale tipico della poesia latina arcaica,
Virgilio fa uso regolato e motivato: essa sottolinea momenti patetici, collega fra
loro parole-chiave, produce effetti di fonosimbolismo, richiama fra loro diversi
momenti della narrazione.
Le tradizioni del genere epico richiedevano un linguaggio elevato, staccato
dalla lingua d’uso. È naturale quindi che l’Eneide sia l’opera virgiliana più ricca
di arcaismi e di poetismi (due categorie spesso, ma non sempre, coincidenti fra
loro: poetismi non arcaici sono, per esempio, i calchi dal greco e i neologismi).
Alcuni degli arcaismi sono omaggi alla maniera di Ennio, o alla forte
espressività della tragedia arcaica, altri fanno parte del linguaggio letterario
istituzionalizzato. Nel complesso, però, non è questo il più significativo tratto
dello stile virgiliano.
Un contemporaneo (citato dalla vita donatiana di Virgilio, par. 44) disse che il
poeta aveva inventato una nuova κακοζηλία, un nuovo «manierismo»:
«un manierismo sfuggente, né gonfio, né sottile, ma fatto di parole normali».
Parole normali: una forte percentuale del lessico virgiliano consta di termini
non marcatamente poetici, ma impiegati nella prosa e nella lingua d’uso
quotidiana (cioè il latino parlato a Roma dalle classi colte). La novità sta nei
collegamenti inediti fra le parole.
R ECENTEM CAEDE LOCUM ,
« UN LUOGO FRESCO DI STRAGE »;
TELA EXIT , « ESCE DAI (= SCHIVA ) I DARDI »;
FRONTEM RUGIS ARAT , « ARA LA FRONTE DI RUGHE »;
CAESO SANGUINE , « SANGUE DI UN UCCISO »;
FLUMEN , « FIUME ( DI LACRIME , CHE SCORRONO )»;
UENTIS DARE UELA , « DARE LE VELE AL VENTO »;
LUX AENA , « LUCE DI BRONZO ».
Alcuni di questi nessi sono familiari, anche per il forte influsso di Virgilio
sulla tradizione letteraria occidentale, ma dovevano colpire il lettore
romano del tempo, come la rivelazione di nuove possibilità del linguaggio. Altri
nessi sono più difficile da tradurre, perché forzano il senso e la sintassi:
RUMPIT UOCEM ( NON « SPEZZA LA VOCE », MA « IL SILENZIO »);
ERIPE FUGAM (« STRAPPA LA FUGA » SUL NORMALE SE ERIPERE , « SOTTRARSI »)
Questo tipo di elaborazione del linguaggio quotidiano non ha precedenti nella
poesia latina: il pensiero corre piuttosto a Sofocle o a Euripide. La
sperimentazione sintattica lavora su un lessico che sa mantenersi semplice
e diretto; esso risulta, però, quasi rinnovato nei suoi effetti; le parole subiscono
un processo di “straniamento” che dà rilievo e nuova percettività al loro senso
contestuale.
Il nuovo stile epico sa anche piegarsi a una serie di requisiti tradizionali. La
narrazione – sin da Omero – dev’essere graduale, senza vuoti intermedi, per
così dire “piena”. Azioni ricorrenti e ripetute si prestano a ripetizioni verbali:
epiteti stabili, “naturali”, accompagnano oggetti e personaggi quasi a fissarne il
posto nel mondo. Il numero dei guerrieri e delle navi, il nome degli eroi,
l’origine delle cose sono tutti elementi da catalogare con precisione.
Virgilio accetta questa tradizione: l’Eneide – a differenza degli altri suoi testi –
dà largo spazio a procedimenti «formulari».
La tendenza di Virgilio è conservare questi moduli e insieme caricarli di nuova
sensibilità. Gli epiteti, per esempio, tendono a coinvolgere il lettore nella
situazione e spesso anche nella psicologia dei personaggi che sono sulla scena.
La narrazione suggerisce più di quello che dice esplicitamente. Così in Aen. I
469-471 Enea sta guardando le pitture che gli ricordano la tragica guerra di
Troia e fra le scene ecco comparire il greco Diomede che compie un massacro
notturno:
…niueis tentoria uelis
agnoscit lacrimans, primo quae prodita somno
Tydides multa uastabat caede cruentus.
Enea riconosce, piangendo, i nivei veli delle tende,
tradite dal primo sonno, e il Tidide che molte ne devastava, insanguinato di
strage.
Il lettore percepisce il bianco intenso delle tende solo per vederle macchiate di
sangue: ma il rosso della carneficina non è detto apertamente dal testo, sta
tutto nell’epiteto cruentus. E la percezione di questi dettagli accentua la
partecipazione allo stato d’animo dell’eroe: tanto più intensamente quanto più
il lettore deve collaborare, esplicitare gli accenni, integrare gli spazi vuoti.
Caratteristica fondamentale dello stile epico virgiliano è, dunque, l’aumento
di soggettività: maggiore iniziativa viene data al lettore (che deve rispondere
agli stimoli), ai personaggi (il cui punto di vista colora a tratti l’azione narrata),
al narratore (che è presente a più livelli nel racconto). Questo aumento di
soggettività rischierebbe di disgregare la struttura epica della narrazione se
non venisse in più modi controllato. La funzione oggettivante è garantita
dall’intervento dell’autore, che lascia emergere nel testo i singoli punti di vista
soggettivi, ma si incarica sempre di ricomporli in un progetto unitario.
Riconoscere e studiare la complessità dello stile significa, quindi, toccare la
complessità stessa del discorso ideologico che prende forma nell’Eneide.
LEGGERE VIRGILIO – OGGI?
Non pochi si sono chiesti se, dopo gli orrori e le disumane atrocità del XX
secolo, fosse ancora possibile scrivere poesie. Anche all’epoca di Virgilio – un
secolo di guerre civili e proscrizioni – l’uomo aveva commesso le più feroci
crudeltà contro l’uomo. Si anelava alla pace e al recupero della perduta
solidarietà tra concittadini. Oggi si parla di “globalizzazione”; allora i popoli del
Mediterraneo avevano raggiunto un’unità anche politica in un impero
universale. Con una serie fulminea di vittorie i Romani avevano unificato il
mondo d’allora, ma gli avevano offerto un cattivo esempio con le loro discordie
intestine. Seguendo il modello alessandrino, la poesia si era spesso ripiegata
verso il privato, il soggettivo, l’erudito. Anche il cammino di Virgilio iniziò sotto
questi auspici. Da un’opera all’altra, tuttavia, il poeta si confrontò con temi e
predecessori di rilievo sempre maggiore. L’Eneide fu accolta come un
contributo essenziale alla formazione di una nuova identità romana. Fin da
allora il pubblico dei suoi lettori abbraccia ogni fascia di età.
Il primo motivo per leggere Virgilio è il fatto che egli seppe cogliere con fine
sensibilità il sentimento del suo tempo, un’epoca non meno lacerata della
nostra. La poesia è l’espressione, esatta come un sismografo, delle ansie e
delle speranze della sua epoca. Nella sua qualità di eminente testimone di
un’epoca centrale nella storia dell’umanità, Virgilio è capace di riunire intorno a
sé non solo rappresentanti di diverse discipline – storici, filologi, studiosi di
religione e d’economia – ma in generale esseri umani di tutte le nazioni. Dopo
decenni di guerre civili la quarta egloga (età dell’oro) di Virgilio conferisce
forma compiuta alla nostalgia di pace di tutto il mondo. Le Georgiche additano
al pubblico colto romano la via per la ricostruzione dell’Italia devastata, per la
riconquista di un consapevole rapporto con l’ambiente e per una vita in
cosciente armonia col ritmo naturale delle stagioni. ATTUALITÀ
La riscoperta, a livello più elevato, dei fondamenti agricoli dell’esistenza
romana presuppone nel circolo responsabile uno sforzo scientifico rivolto alle
conoscenze astronomiche e ad accurate osservazioni meteorologiche. Dopo
che l’espansione militare è giunta per il momento alla conclusione,
le Georgiche mostrano ai Romani una pacifica e avveduta alternativa alla
realizzazione personale fondata sulla guerra. Non a caso, alla nostra epoca,
Claude Simon cerca, nel suo romanzo Les Géorgiques, proprio sulla traccia
delle Georgiche, una risposta spirituale ai problemi posti dalla più recente
storia europea.
Un ulteriore motivo per il quale Virgilio è stato e continua a essere letto è la
sua capacità di narrare una storia avvincente. Chi legge a dei bambini un
episodio dell’Eneide sperimenta di persona che Virgilio è tra quei poeti che
conquistano specialisti e profani, lettori dotti e inesperti.
Ma ciò che rende particolarmente gratificante la lettura è il modo con cui
Virgilio maneggia la lingua. Mentre altri autori nascondono la loro povertà
interiore sotto fronzoli stilistici, Virgilio è capace di esprimere con parole
apparentemente consuete idee certamente non consuete .
Sulle sue labbra ogni parola guadagna la più piena sonorità e una freschezza
primordiale. Anche oggi tradurre dal linguaggio realmente vivente di Virgilio
rappresenta un antidoto contro i linguaggi morti dei nostri giorni: i vuoti gusci
di parole della politica e della pubblicità. Non manca perciò chi ricava vero e
proprio benessere fisico dalla musicalità di qualche verso delle Bucoliche,
anche se non è capace di comprendere ogni parola.
Un motivo importante per instaurare un nuovo dialogo con Virgilio è la
concezione priva d’illusioni che il poeta ha dell’uomo. Già
le Bucoliche non comunicano la fuga in un’Arcadia poetica, ma si confrontano
con le dure realtà della politica. Il tentativo di Orfeo di richiamare Euridice dalla
morte alla vita fallisce nelle Georgiche non per mancanza di vigore poetico, ma
piuttosto per l’incontrollata passionalità di Orfeo. Lo stesso Enea, uomo
fallibile, NON eroe modello, NON è capace di percorrere il suo cammino senza
macchiarsi di colpe verso chi gli sta vicino: la sposa Creusa e l’amata Didone.
Lungo è l’elenco dei giovani che si sacrificano per la propria terra: Niso, Eurialo,
Lauso, Camilla, Pallante… Con Palinuro entra in gioco la problematica della
morte al posto di altri. Il re Tarconte invoca un felice approdo per i suoi – al
prezzo di sfracellarsi con la propria nave. S ERVITORE DEL SUO POPOLO ,
NON DI SE STESSO , Enea acquista con la propria rinuncia personale la
sopravvivenza della tradizione troiana nei propri discendenti romani. Non eroe
tipico in senso tradizionale né “anti-eroe”, NON FALLISCE IL SUO SCOPO , MA
NON GLI È DATO REALIZZARE LE SUE ASPIRAZIONI PERSONALI .
- È Sempre In Cammino E Si Ha Il Sospetto Che La Maledizione Scagliatagli Contro Da
Didone Si Realizzi -
IL SUO CAMMINO NON È VANO , MA RARAMENTE PER LUI IL SUCCESSO DIVIENE
VISIBILE O COMPRENSIBILE . Tra incertezze e pericoli egli rappresenta un tipo
umano nuovo, che ha forse più cose da dire a noi uomini d’oggi che alle
precedenti generazioni.
Il motivo seguente per confrontarsi con Virgilio è la sua ricerca dei fattori che
rendono possibile una convivenza degna dell’uomo. Come il rapporto con la
natura, anche le relazioni umane erano in quel tempo contrassegnate
dall’allentarsi dei vincoli tradizionali. La società e la famiglia cominciavano a
perdere significato per gli individui. L’Eneide cerca di riannodare in una
maniera nuova i fili disciolti, mostrando in che modo i Romani avrebbero potuto
mostrarsi degni del compito che la storia del mondo aveva loro affidato. Dietro
il legato certo più durevole lasciato dai Romani al mondo, il diritto, si celano
principi che Virgilio ha saputo enucleare.
La lingua latina è ricca di parole che designano rapporti di correlazione e perciò
possono essere rese attraverso due concetti complementari: il patto
generazionale è indicato da pietas, “amore paterno” e “amore filiale”. Tra i
contraenti di un accordo regna la fides – allo stesso tempo “fiducia” e
“affidabilità”. Enea tiene fede tenacemente ai patti – fino alla solidarietà con il
nemico. Si interpone disarmato tra i combattenti – un comportamento che va
ben oltre il codice d’onore degli eroi o anche di ciò che ci si attendeva da un
romano dell’epoca dei gladiatori. Certo, Enea è un romano, non un santo,
nell’ira e nella vendetta giustificata, ma l’esaltazione romantica della
guerra è lontana da Virgilio.
Infine il mito virgiliano della fusione di Troiani, Etruschi e Latini, come pure
la piega positiva conferita dal poeta ai rapporti tra Greci e Romani,
corrisponde alla reale apertura di Roma agli influssi stranieri.
Un motivo ulteriore per prendere in mano le opere di Virgilio è la forza
d’animo con cui, contro ogni apparenza, si mantiene fedele all’idea che la
storia si muove verso uno scopo positivo. Lontana com’è da ogni superficiale
ottimismo, la fede di Virgilio nel futuro di Roma è comprensibile solo nel senso
di un “nonostante tutto”: contrariamente all’Iliade di Omero, il cui fine ultimo è
la distruzione di una polis, l’Eneide tende alla nascita di una città – una visione
che (a differenza della concezione platonica della ciclicità della storia mondiale)
prepara la successiva filosofia della storia, quale si svilupperà a partire da
Agostino. Virgilio prende realmente sul serio il compito del POETA di essere
MAESTRO DEL SUO POPOLO: un maestro che non monta mai in cattedra ed è
responsabile solo verso la propria coscienza. Egli, certo NON è un profeta, ma
(come dice Dante)
somiglia a un uomo che porta una fiaccola dietro di sé;
resta al buio, ma illumina la strada per chi lo segue
“Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte”
Purg. 22, 67 ss.).
Un motivo che più di ogni altro ci rende Virgilio vicino è il suo pensiero lontano
da ogni dottrinarismo e la sua dote speciale di saper trasformare il linguaggio
in origine prettamente visivo dell’epica in una lingua dell’anima. Sa
riconoscere archetipi primordiali, possibilità nascoste di sviluppo futuro. Riesce
perciò a dar forma non a un’“epica in alambicco” ma a un mito capace di agire
nel tempo, che – fatto sorprendente in un’età posteriore alla nascita della
filosofia – fu accolto dalla comunità come espressione della propria vera
identità – di una Roma come avrebbe dovuto essere.
Vale inoltre la pena di leggere Virgilio perché lui stesso è un maestro della
lettura: legge in profondità nel libro della natura e della storia, ma anche in
maniera creativa nei testi letterari. Il suo modo di rapportarsi a Omero e ad
altri predecessori è un esempio di come un vero poeta riesce a far
compiutamente proprio quello che legge: tante scene “omeriche” sono in ancor
più intimo collegamento con l’Eneide nel suo complesso che con il loro
contesto originale.
Enea mostra bensì somiglianze con Ulisse, ma aggiunge al tipo odissiaco un
nuovo legame con la comunità e una dimensione storica universale. D’altro
canto Virgilio accoglie dagli autori ellenistici l’affinata consapevolezza artistica
e l’eleganza del gusto, ma non la loro inclinazione al frivolo.
Chi cerca una risposta alla domanda posta all’inizio, se la poesia sia ancora
possibile in un’epoca impoetica, scoprirà dunque in Virgilio un interlocutore di
sorprendente modernità: un poeta che ragiona, ma che, nonostante il
carattere riflessivo della sua poesia, conserva una visione totalizzante e una
forza linguistica primigenia. Oggi – dopo il superamento dell’“estetica del
genio” e dell’ideale dell’“arte per l’arte” – Virgilio costituisce un modello attuale
di una nuova concezione del poeta rivolta verso il futuro.
Non ultimo incentivo a rivolgersi con rinnovato interesse all’opera di Virgilio
può essere se non altro costituito dal desiderio di smentire la sciocca opinione
secondo cui Virgilio, il poeta dell’Europa, sarebbe oggi largamente sconosciuto
in Europa.