ERMETISMO
ERMETISMO
L'ermetismo è una corrente poetica che si sviluppa in un periodo in cui la cultura era chiusa a causa del fascismo. Il panorama
letterario italiano si basava su mezzi espressivi come le riviste, tra cui La Ronda, che propone modelli classici come Le operette
morali e lo Zibaldone. In questo contesto nasce una cultura di opposizione, e ci si trova di fronte a una nuova stagione della poesia.
Le correnti ottocentesche come il simbolismo e il decadentismo vengono superate da una visione nuova, nata dal trauma della
guerra. La poesia non è più illusione, ma diventa mezzo di conoscenza e illuminazione, capace di cogliere il segreto delle cose.
Si afferma così una nuova poesia, centrata sulla purezza della parola. C'è l'esigenza di un linguaggio essenziale, che riporti alla
luce valori autentici. La prosa si ispira alle emozioni e alla disperazione. I letterati si chiudono in una riflessione interiore sulle
condizioni dell’uomo e tendono a proiettarsi verso le zone misteriose dell’inconscio. La parola viene prosciugata nelle poesie,
svuotata delle leggi tradizionali e arricchita da simbolismo, come accadeva già in Pascoli. Tuttavia, l’ermetismo viene inizialmente
connotato in senso negativo: il termine è coniato da Francesco Flora per indicare un linguaggio di difficile comprensione, una
poesia che può essere compresa solo conoscendo a fondo la vita dell’autore.
L’ermetismo si rifà al simbolismo, ma propone innovazioni profonde: la parola viene usata in modo diverso, con leitmotiv,
contrazioni al limite della sintassi, analogie e ripetizioni. Viene spesso abolita la punteggiatura, come facevano i futuristi, e si adotta
un essenzialità dei vocaboli che rifiuta ogni barocchismo. La poesia ha un carattere evocativo, rimanda ad altro e richiama le
rimembranze leopardiane. Riesce a creare illuminazioni critiche che generano sensazioni, come nella poetica di Pascoli. Le poesie
sono frammentarie, segnate da un atteggiamento introspettivo.
L’epicentro dell’ermetismo è Firenze, dove venivano stampate le riviste più importanti. Il periodo dell’ermetismo si colloca tra il 1932
e il 1942; dal 1943 in poi si afferma una nuova corrente, il neorealismo. Poeti come Montale e Ungaretti si sono avvicinati
all’ermetismo, ma successivamente se ne sono distaccati; lo stesso vale per Quasimodo. L’ermetismo ha come ideologia una
visione della vita come esperienza interiore. È una poesia atemporale e astorica. Il manifesto dell’ermetismo è redatto da Carlo Bo,
secondo il quale la vita si realizza solo nella poesia, che è l’unica a dare dignità all’uomo.
La cultura ermetica si diffonde attraverso riviste come Corrente e Prospettive. Ritroviamo elementi simbolisti e giochi di
corrispondenze, l’uso dell’endecasillabo e la tendenza a ridurre la grammatica. I poeti ermetici vandalizzano la poetica classica e
propongono una poesia innovativa. L’ermetismo rappresenta una forma di difesa contro la propaganda retorica del fascismo,
opponendosi alle sue imposizioni.
GIUSEPPE UNGARETTI
Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888 da genitori originari di Lucca e trascorre l’infanzia nella città natale,
un’esperienza che lascia un segno profondo nelle sue poesie. Frequenta una delle migliori scuole della città ed entra in contatto
con la cultura di Leopardi e Baudelaire. Da giovane è un ragazzo ribelle e si avvicina a un ritrovo anarchico chiamato "Le Giubbe
Rosse".
Si trasferisce a Parigi, dove frequenta i caffè letterari e conosce molti intellettuali dell’epoca. Qui pubblica i suoi primi versi su una
rivista intitolata Acerba. Nel 1915 parte per la Prima Guerra Mondiale e da questa esperienza nascono alcune poesie, tra cui la
prima poesia scritta al fronte il 22 dicembre 1915. Dopo l’esperienza militare, lavora come giornalista per Il Popolo d’Italia, la rivista
diretta da Mussolini. Si sposta poi a Milano, dove pubblica la raccolta Allegria di naufragi e Liriche del Porto Sepolto.
Terminata la guerra, Ungaretti è profondamente deluso dai suoi esiti. La guerra, che non doveva esserci, non è stata quella guerra
di movimento che si aspettava. Rifiuta il socialismo e prende la tessera del fascismo, scelta che susciterà molte polemiche in
seguito. Torna per un periodo a Parigi, ma poi si stabilisce a Milano. Nel 1933 pubblica Sentimento del tempo. Successivamente si
trasferisce in Brasile, dove insegna all’università di San Paolo, ottenendo una cattedra.
Quando l’Italia entra nella Seconda Guerra Mondiale schierandosi con la Germania, Ungaretti è costretto a tornare. Questa guerra,
profondamente diversa dalla prima per la sua brutalità, lo segna nel profondo. In risposta scrive la raccolta Non gridate più, in cui
denuncia l’inutilità della guerra e ribadisce che la Seconda Guerra Mondiale non doveva scoppiare.
Dopo la liberazione del 1946, la sua adesione al fascismo suscita polemiche: in quel periodo chi aveva sostenuto il regime veniva
duramente criticato. Si trasferisce a Roma, dove insegna e viene chiamato “il gran vecchio” della poesia italiana. Una volta il poeta
era un mestiere riconosciuto e retribuito dallo Stato; Ungaretti rappresenta una figura centrale di quel mondo. È conosciuto a livello
internazionale e muore nel 1970.
Poeta inquieto, i suoi primi versi vengono pubblicati su Acerba. Il suo stile è influenzato anche dalla cultura futurista e crepuscolare,
ma Il Porto Sepolto nasce da un’esperienza diretta e concreta della vita in trincea. In quest’opera non c’è odio: vi è invece
l’esaltazione della voglia di vivere, espressa in versi come M’illumino d’immenso. Ungaretti è il soldato della speranza.
Nel Porto Sepolto si avverte la consapevolezza che l’individuo vive nella contraddizione tra slancio vitale e morte incombente. Nei
paesaggi del Carso si concretizza l’aridità dell’impatto con la guerra. Ungaretti traduce quell’esperienza in poesia. La sua parabola
poetica si interroga sull’identità dell’uomo, che passa sulla terra e la guarda con sgomento, rimanendo ammutolito come un
nomade. Dove Leopardi colloca la felicità nel grembo materno, Ungaretti vede l’uomo come in armonia con l’universo, ma allo
stesso tempo come un profugo perenne, strappato da ogni punto fermo della vita.
La consapevolezza del dolore porta l’uomo a rispondere con la resistenza: anche se naufrago, egli ha la volontà di sopravvivere e
di riemergere, senza arrendersi. La sua è una poesia sospesa tra momenti di dolore e rari attimi di felicità, ma sempre aperta alla
speranza.
Giuseppe Ungaretti visse in prima persona l’esperienza della trincea durante la Prima Guerra Mondiale, e fu proprio lì che scrisse
molte delle sue poesie, indicando spesso il giorno e il luogo in cui venivano composte. A differenza del sentimentalismo di Pascoli,
la sua poesia si caratterizza per una parola secca, essenziale, trasparente, capace di trasmettere emozioni e sentimenti in modo
diretto.
Ungaretti rivoluziona il linguaggio poetico: la vita si mescola alla sofferenza della guerra, allo spavento suscitato dalla natura, e
l’uomo si scopre, in mezzo al conflitto, nella sua essenza più primitiva. La parola è nuda, asciutta, “secca come un osso di seppia”,
e nelle sue poesie c’è un movimento interno: il poeta si muove attraverso le parole.
Nella raccolta L’Allegria, emergono sia temi esistenziali, come la paura e l’amicizia, sia temi di ordine generale, tutti legati
all’esperienza della guerra. L’intera tematica è filtrata dall’autobiografia: la natura è sempre riportata all’“io” del poeta, e la sua
sofferenza personale si fonde con quella universale dell’umanità. Le sue poesie diventano testimonianze generali, emblemi
assoluti.
Con Ungaretti, la parola viene liberata: si afferma un vero e proprio paroliberismo. È importante lo spazio bianco tra i versi,
l’assenza di punteggiatura, l’essenzialità della forma. Le parole sono ermetiche, scelte con precisione, e i componimenti sono
spesso ridotti a pochi versi, come in M’illumino d’immenso, dove due soli versi bastano per evocare il vuoto e dare alla parola una
vibrazione profonda. Il suo linguaggio è semplice, ridotto all’essenziale, portato allo stremo.
In Soldati, la poesia dice: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, un’immagine che rappresenta in modo universale la
precarietà della condizione dei soldati.
Nel 1933, con la raccolta Sentimento del tempo, si apre una nuova fase per Ungaretti. In questo periodo si adegua al clima
culturale del fascismo e sviluppa una svolta poetica legata al ritorno all’ordine. La sua poesia si fa più meditativa e filosofica, cerca
certezze in un mondo instabile, e mostra un’ispirazione religiosa, un bisogno di avvicinarsi a Dio. Tuttavia, non cade mai nel
pietismo: c’è piuttosto una tensione drammatica e un lessico più sfumato.
L’ultima fase poetica di Ungaretti si apre con la raccolta Il dolore (1947), dove compaiono blocchi di versi che parlano della sua vita
intima. In Giorno dopo giorno, evoca il dolore per la morte del figlio. In Roma occupata, affronta il dramma politico della storia
italiana. In questa fase, la sua poesia diventa una meditazione più distaccata sulla vita, carica di ironia tragica. Come in Italo Svevo,
anche qui troviamo un’ironia, ma quella di Ungaretti è segnata dalla sofferenza e dal dolore, non dal cinismo.
L’Allegria di naufragi è una raccolta che mette in evidenza il tema tragico della guerra. Tutti gli uomini coinvolti nel conflitto
vengono rappresentati come se fossero in mare aperto, incapaci di trovare un porto, una salvezza. Il titolo stesso unisce due
concetti opposti: allegria, che richiama la vitalità e la positività, e naufragi, che rimanda alla tragedia e alla perdita. In questo
contrasto si realizza un punto di incontro tra felicità e dolore, slancio vitale e rovina.
Ungaretti inizialmente aveva intitolato la raccolta Il porto sepolto, poi Allegria di naufragi, per arrivare infine a intitolarla
semplicemente L’Allegria. Questo passaggio mostra l’intenzione di rendere più diretto e assoluto lo slancio vitale, con un’intenzione
positiva di valorizzare la vita anche laddove l’uomo è sovrastato dall’orrore della guerra. I temi fondamentali della raccolta sono:
● La guerra, che domina il libro;
● Lo sradicamento, la mancanza di radici e identità;
● La valorizzazione dell’io, che diventa espressione di una soggettività collettiva;
● La vicenda biografica, con ricordi dell’infanzia ad Alessandria d’Egitto;
● La natura, vissuta come accogliente e partecipe;
● La parola, intesa come elemento che evoca un significato remoto, legato al mistero.
Il tema della guerra è centrale, ma si arricchisce di altri significati: da un lato la guerra è concreta, fatta di trincee e sangue; dall’altro
è anonima, con i soldati visti come foglie che stanno sulla terra, consapevoli della propria fragilità. Questa guerra diventa simbolo
della perdita di identità e radici. L’io del poeta assume un significato universale: dalla sua esperienza personale nasce una
riflessione collettiva. È un passaggio dal particolare all’universale, che dà origine al concetto di unanimismo.
In molte poesie, quando il poeta è in contatto con la natura, si avverte un senso di panismo: l’individuo si sente immerso e
coccolato dalla natura, in un simbolismo che riflette l’intera poetica di Ungaretti. Il titolo originario, Il porto sepolto, richiama una
leggenda legata ad Alessandria d’Egitto, dove si parlava appunto di un porto sommerso. Questo titolo dà un senso di mistero ai
contenuti della raccolta: la parola stessa, per Ungaretti, è “sepolta”, e il poeta ha il compito di evocarla, di farla emergere dal
silenzio. È una poetica fortemente simbolista, che attribuisce alla parola una profondità nascosta.
La struttura della raccolta L’Allegria è articolata in cinque sezioni:
1. Ultime, con 12 poesie più antiche, scritte prima della guerra;
2. Il porto sepolto (1915–1916), con 33 poesie scritte durante la guerra;
3. Naufragi, 17 poesie sempre legate all’esperienza del conflitto;
4. Girovago, con 5 poesie scritte durante la guerra in Francia, dove emerge il tema dell’individuo senza radici;
5. Prime, con 7 poesie composte dopo la guerra.
Nella raccolta L’Allegria, la metrica si caratterizza per l’uso di versi brevi, talvolta ridotti a una sola parola, con una tendenza alla
verticalizzazione del testo poetico. Le poesie sono composte da pochi versi, senza punteggiatura e senza rima, con una forte
attenzione all’uso dello spazio bianco. Questo spazio diventa parte integrante del significato e contribuisce a dare ritmo e respiro
alla parola poetica.
La frammentazione del verso è un’altra caratteristica centrale: il discorso si spezza, si interrompe, e ogni parola assume così un
peso specifico, come se emergesse da un silenzio carico di significato.
A livello poetico, la raccolta unisce due tendenze: da un lato l’espressionismo, che carica la parola di tensione emotiva, quasi a
trasformarla in un urlo; dall’altro, il simbolismo, che attribuisce alla parola un significato indefinito e misterioso. Le parole diventano
isole immerse nello spazio bianco, capaci di evocare significati profondi e nascosti.
Una delle caratteristiche principali è l’uso delle analogie, che danno valore al soggetto lirico, come si vede nella poesia I fiumi, in cui
l’acqua rappresenta un contatto intimo con la propria storia. In questa raccolta, l’espressione del soggetto lirico si amplia fino a
toccare una dimensione universale: l’io individuale si fonde con l’esperienza collettiva, accostandosi al destino di tutti gli uomini.
Il panismo esprime lo slancio vitale e il dialogo intimo con la natura, una volontà di fusione e condivisione con il mondo, evidente ad
esempio nella poesia Soldati. Le poesie assumono così un valore di rivelazione, una sorta di epifania, in cui anche un frammento
minimo riesce a esprimere una verità assoluta e profonda.
L’unanimismo è una corrente che affonda le sue radici nella filosofia del Novecento, sviluppata da Jules Romains. Nasce come
risposta ai profondi cambiamenti sociali legati alla crescita della massa e all’urbanizzazione. Questa visione considera superata la
centralità dell’“io” individuale, che aveva dominato la tradizione poetica e filosofica precedente.
Al posto dell’io emerge una nuova forma di soggettività: la soggettività collettiva. Secondo l’unanimismo, l’individuo non si realizza
da solo, ma attraverso la collettività. Cambia così anche il punto di vista nella narrazione e nella poesia: non più solo la voce
individuale, ma una voce che si fa portavoce di un sentire comune.
Questo approccio è evidente, ad esempio, nella rappresentazione dei soldati in trincea: Ungaretti li descrive come foglie sugli
alberi, simbolo della fragilità umana, ma anche della loro condizione collettiva. In quel contesto estremo, il singolo si dissolve nella
massa, e la poesia non parla più solo del poeta, ma di tutti gli uomini coinvolti nella tragedia della guerra.
Nella poesia Veglia, Giuseppe Ungaretti descrive una notte passata accanto al cadavere di un soldato massacrato. Il poeta vive
un’esperienza estrema: immerso nella tragedia della guerra, resta sveglio e scrive lettere, un gesto semplice ma profondamente
umano che si carica di significato.
L’atto di scrivere diventa uno slancio vitale: in un contesto di morte e silenzio, la scrittura rappresenta una forma di resistenza, un
modo per affermare il valore della vita. Proprio in mezzo alla tragicità della guerra, Ungaretti resta attaccato alla vita, e il suo
bisogno di comunicare esprime una tensione verso l’armonia e la speranza.
Nel testo emergono parole violente, cariche espressionistiche, che sottolineano la crudezza della scena e la forza del contrasto tra
morte e vitalità. La posizione delle parole nel testo è centrale: il verso breve e spezzato dà rilievo a ogni termine e accresce
l’impatto emotivo.
Il leitmotiv dello slancio vitale attraversa tutta la poesia, dove il trauma e il dolore non conducono alla disperazione ma a una presa
di coscienza profonda. In questa condizione estrema, l’uomo si riscopre primitivo, spogliato da ogni ideologia e ridotto ai bisogni
essenziali: dormire, mangiare, sopravvivere.
La guerra viene vista per ciò che è: una realtà insensata e distruttiva, che annienta materiali e uomini. Ungaretti abbandona ogni
retorica celebrativa, come quella ancora presente in Pascoli (La grande proletaria s’è mossa), e restituisce una visione cruda ma
istintivamente coraggiosa. Anche nel dolore più profondo, resta la convinzione che la vita abbia un valore fondamentale, e in questa
tensione si manifesta la vera forza della poesia.
La poesia "Sono una creatura" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti il 5 agosto 1916 al Valloncello di Cima Quattro, durante la
Prima guerra mondiale, e fa parte della raccolta L’Allegria. L’ambientazione è quella aspra e disumana del Monte San Michele,
presso Gorizia, uno dei luoghi simbolo della tragedia del fronte. I temi centrali della poesia sono:
● l’assoluta disumanità della guerra,
● la solitudine,
● l’angoscia esistenziale,
● il dolore che diventa parte dell’identità umana.
Il leitmotiv dominante è quello della sofferenza muta e interiorizzata. Il poeta non ha più lacrime da versare: il dolore non è
scomparso, ma si è pietrificato dentro di lui, come la pietra arida del paesaggio carsico che lo circonda. La pietra diventa così
simbolo di un’anima che ha smesso di esprimersi all’esterno, ma che continua a essere attraversata da un pianto nascosto,
profondo.
In Ungaretti, come già visto nella poesia Fiumi, l’acqua è simbolo positivo, emblema di vita, di memoria e di rinascita. In questa
poesia, invece, domina l’aridità: il pianto si è trasformato in roccia, e anche gli occhi del poeta sono asciutti, prosciugati dal dolore e
dall’orrore della guerra. Ma l’aridità è solo apparente: come nel Carso l’acqua scorre in profondità, così nel cuore del poeta il dolore
continua a esistere, silenzioso ma inestinguibile.
È una poesia tragica, specchio di un paesaggio spoglio, arido, spietato, proprio come lo stato interiore del poeta. Vivere, per
Ungaretti, equivale a soffrire, e la sofferenza è così intensa da sembrare indistinguibile dalla morte.
Eppure, anche qui, come in Veglia, si avverte la presenza di una speranza fragile ma tenace. Ungaretti è un “soldato della
speranza”: nel dolore estremo riesce ancora a trovare un senso, una tensione verso la vita. La pietra non è solo simbolo di aridità,
ma anche di resistenza. La parola poetica allora si fa scarna, essenziale, come la realtà che racconta: pochi versi, nessuna
punteggiatura, grande rilievo allo spazio bianco, che diventa parte stessa del significato.
"San Martino del Carso" è una poesia scritta da Giuseppe Ungaretti il 27 agosto 1916, durante il suo servizio al fronte sul Carso, e
fa parte della raccolta L’Allegria. In questi versi, il poeta fissa su carta l’orrore della guerra, partendo da una visione concreta e
oggettiva della distruzione.
Al centro della poesia c’è un paesaggio devastato: le case distrutte, i muri crollati, gli oggetti scomparsi. In particolare, un muro
rimasto in piedi diventa emblema della guerra e simbolo potente di ciò che resta dopo la violenza e la morte. Questo oggetto fisico
si carica di significato e rimanda a una condizione più profonda: quella interiore del poeta, la sua memoria lacerata.
Il testo procede con una corrispondenza tra paesaggio esterno e paesaggio interiore: ciò che è accaduto al villaggio, distrutto
fisicamente, è avvenuto anche dentro di lui. Il poeta trasforma il suo cuore in un “paese più straziato” del villaggio stesso: il dolore
per la perdita degli amici e la violenza della guerra ha lasciato segni ancora più profondi.
Ungaretti passa così da una riflessione realistica sulla distruzione a una riflessione universale sulla morte e sulla condizione
umana. Questo passaggio, dal particolare all’universale, è una delle caratteristiche più forti della sua poetica: non racconta solo sé
stesso, ma si fa voce di tutti gli uomini.
Il lessico è scarno, essenziale, spezzato, senza punteggiatura, con una forte attenzione allo spazio bianco e alla disposizione dei
versi, che riflettono lo stato emotivo frammentato del poeta. Anche qui, come in altre poesie dell’Allegria, troviamo un dolore nudo,
essenziale, che non cerca consolazione, ma solo testimonianza.
“Mattina” è uno dei testi più celebri della raccolta L’Allegria, e rappresenta in pieno lo stile essenziale e l’intensità espressiva della
poesia ungarettiana. Il componimento, composto da un solo verso: M’illumino / d’immenso
è straordinariamente breve ma profondamente denso di significato. La forza di questa poesia sta proprio nella perfetta fusione tra
significato e significante: poche parole, scelte con cura, che sprigionano un senso vastissimo.
Inizialmente, la poesia aveva un altro titolo: “Cielo e mare”, che indicava la fusione di due elementi opposti, ma armonizzati nella
luce del mattino. Questa conciliazione tra il singolo e l’infinito viene poi riassunta in un titolo più semplice ma incisivo: Mattina, che
sottolinea il momento preciso in cui il poeta vive un’illuminazione.
Ungaretti scrive questo testo all’alba, in un momento di tregua nella tragedia della guerra. È come se, in quell’istante, riscoprisse la
comunione con la natura, provando un sentimento di gratitudine per il nuovo giorno. La luce del mattino diventa simbolo di rinascita
e speranza.
Il termine “immenso” richiama la grandezza dell’universo, la sua infinità che lo sovrasta e lo commuove. Ma è un’immensità
positiva, luminosa, che non spaventa ma esalta, generando uno slancio vitale e panico (in senso pascoliano), cioè una fusione tra
l’io e la natura. La poesia è anche un esempio perfetto di epifania, cioè una rivelazione improvvisa e illuminante. In un solo verso,
l’autore esprime una sospensione dalla guerra, un istante di pace assoluta in cui si ritrova l’armonia perduta. Stilisticamente, la
poesia si caratterizza per:
● Versi brevissimi (addirittura un solo verso diviso in due parole su due righe),
● Assenza di punteggiatura,
● Spazio bianco attorno alle parole, che ne amplifica il significato,
● Valore sonoro e visivo della parola, che quasi esplode nella sua semplicità.
Soldati di Giuseppe Ungaretti questa brevissima poesia, composta durante la Prima guerra mondiale (nel 1918, a Castelnuovo), fa
parte della raccolta L’Allegria e condensa in pochi versi una profonda riflessione sulla condizione umana in guerra.
Ungaretti paragona i soldati alle foglie sugli alberi in autunno, pronte a cadere da un momento all'altro. L’immagine è semplice, ma
drammaticamente potente: evoca la fragilità della vita umana, soprattutto nel contesto del conflitto. Le foglie, simbolo di un ciclo
naturale, diventano emblema della precarietà e passività dell’uomo in tempo di guerra.
Il tono è partecipato, empatico, privo di retorica o enfasi patriottica. Ungaretti non parla di se stesso, ma di tutti i soldati, accomunati
dalla stessa sorte incerta. In questo modo, la poesia assume un tono di solidarietà umana, facendo emergere una forma di
unanimismo: l’io poetico si dissolve nella collettività, dando voce a una condizione condivisa.
● Versi brevissimi, uno per ogni segmento del pensiero;
● Assenza di punteggiatura, che suggerisce sospensione, attesa;
● Nessuna rima, linguaggio essenziale e diretto;
● Importanza dello spazio bianco, che amplifica il silenzio e l’attesa;
● Paragone secco (similitudine): non viene spiegato, ma lasciato alla riflessione del lettore.
La guerra è vista come un’esperienza tragica e insensata. Non viene mai criticata in modo esplicito, ma la disumanizzazione e
l’inutilità della morte emergono con forza. Il paragone con le foglie esprime l’assenza di controllo dell’uomo sul proprio destino,
l’attesa passiva di un evento (come un bombardamento) che può mettere fine alla vita in ogni momento.
Pur nascendo da un’esperienza personale e storica, la poesia trascende il particolare per assumere un significato universale e
atemporale. L’immagine della foglia è talmente universale da colpire ogni lettore, anche lontano dal contesto bellico.
Fiume Scritta il 16 agosto 1916 durante una pausa dal combattimento, questa poesia rappresenta uno dei momenti più intensi di
riflessione di Ungaretti. Il poeta è immerso nel fiume Isonzo, al quale si aggrappa come per cercare una radice, una stabilità in
mezzo al caos della guerra. Attraverso l’acqua, simbolo positivo nella poetica ungarettiana, ripercorre la sua vita:
● il Serchio (infanzia in Toscana),
● il Nilo (nascita e infanzia in Egitto),
● la Senna (giovinezza e anni anarchici a Parigi),
● e infine l’Isonzo, il fiume della guerra.
Questi fiumi rappresentano la memoria personale e collettiva, che si intreccia al paesaggio naturale in una fusione panica: l’uomo si
sente parte del tutto, ma anche fragile e sradicato.
Il tono è meditativo e intimo, con un lessico semplice ma carico di significato simbolico: l’“urna” richiama la morte, ma anche la
conservazione della memoria. Il contatto con la natura non ha più il carattere sensuale del panismo dannunziano: è più oscuro,
profondo, quasi mistico.
Fratelli” (1916) – Compassione e solidarietà
Composta a Mariano il 15 luglio 1916, questa brevissima poesia mostra l’universalità della condizione umana nella guerra.
● Il titolo è già significativo: “Fratelli” non indica solo i compagni d’armi, ma gli uomini in generale, accomunati dalla stessa
precarietà.
● La struttura interrogativa (“Fratelli?”) crea un’apertura emotiva, un dubbio carico di compassione: siamo davvero fratelli?
Siamo uniti nel dolore?
● Ungaretti esprime empatia e tenerezza verso gli altri soldati, visti non come nemici ma come uomini.
● La poesia rappresenta la resistenza umana contro la disumanizzazione della guerra. Come in “Soldati”, emerge il senso di
fragilità e solidarietà.
● È presente il tema dell’unanimismo, che sostituisce l’“io” individuale con un “noi” collettivo.
“Non gridate più” (Seconda guerra mondiale)
Composta durante la Seconda guerra mondiale, questa poesia segna un passaggio importante nella poetica di Ungaretti. È un
grido di dolore, ma anche una preghiera laica rivolta all’umanità.
Il poeta si rivolge a coloro che ancora vogliono combattere, esortandoli al silenzio: il grido della guerra è inutile. L’erba che cresce
sulle tombe simboleggia la continuità della vita e il rispetto per i morti. C’è un netto rifiuto della guerra e della violenza che
disumanizza: l’uomo, “civilizzato”, è tornato a essere un distruttore, un “lupo per gli altri uomini” (homo homini lupus).
Ungaretti invita a riflettere sul sacrificio dei morti, a non dimenticare, senza ricadere nell’odio o nella vendetta. Il tono è commosso
ma severo, e rientra nella linea di poeti come Quasimodo, che nella poesia “Uomo del mio tempo” denuncia lo stesso ritorno alla
barbarie. Anche qui, si uniscono la dimensione personale e quella universale.