Intervento - PG 25 01 2025
Intervento - PG 25 01 2025
25 gennaio 2025
Procura Generale della Repubblica
Torino
Il Procuratore Generale Lucia Mzisti
SALUTI e RINGRAZIAMENTI
Innanzitutto, voglio ringraziare il Presidente Mattarella per essere il nostro
Presidente della Repubblica, nonché il Presidente del Consiglio Superiore
della Magistratura: Faro per tutto l’Ordine Giudiziario.
Un saluto particolare al Presidente Barelli con il quale condivido la
complessa direzione del distretto.
Saluto i rappresentanti del Parlamento del Territorio: è importante che il
nostro parlare trovi in Essi un ascolto, una sponda, una condivisione.
Saluto le fondamentali Presenze dei rappresentanti del Consiglio Superiore
della Magistratura e del Ministero della Giustizia.
Saluto l’Associazione Nazionale Magistrati ed il suo Presidente.
Ringrazio tutte le Autorità intervenute, religiose, civili e militari, nonché
tutti i Colleghi del Distretto, ivi compresa la Magistratura onoraria.
Ringrazio l’Avvocatura tutta che è nostro importante interlocutore
nell’affrontare le sempre presenti problematiche del “mondo giustizia”:
Professione forense come “architrave di un nuovo ecosisterna democratico”.
Queste le parole del Professor Giovanni Maria Flick che condivido.
Ringrazio i rappresentanti delle Forze dell’Ordine, i quali prestano la loro
opera indispensabile di prevenzione e repressione, con i quali noi Pubblici
Ministeri condividiamo il lavoro.
Saluto i rappresentanti della stampa che ringrazio per il lavoro che svolgono.
i
Saluto e ringrazio i miei compagni di vita professionale: l’Avvocato Generale
ed i Sostituti Procuratori Generali con i quali condivido questa importante
esperienza di direzione.
Ultimi, ma non ultimi, saluto e ringrazio gli eccellenti Procuratori della
Repubblica con i quali è permanente il colloquio e lo scambio, nella
consapevolezza di operare in un distretto complesso e fecondo, anche sotto
il profilo della criminalità.
Una menzione particolare al Dirigente, al Personale Amministrativo ed alla
Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura Generale che, al nostro fianco,
accompagnano il quotidiano lavoro.
TORINO E PERSONALE AMMINISTRATIVO
Non posso non evidenziare che permangono nelle undici Procure della
Repubblica del distretto, ma anche in questa Procura Generale gravi se non
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gravissime carenze.
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Neppure è ragionevole ritenere che, quali supplenti dei dirigenti, noi
possiamo esprimere atti di amministrazione di pari professionalità rispetto
a quelli a cui è deputata la dirigenza amministrativa.
I nostri Uffici intanto riescono ad essere produttivi in quanto possono
contare sull’abnegazione ed il sacrificio del Personale amministrativo e sullo
spirito di servizio dei magistrati, ogni oltre ragionevole immaginazione.
D’altra parte, assistiamo impotenti al passaggio dal Ministero della Giustizia
ad altri pubblici uffici di ottime professionalità che spesso, a malincuore,
decidono di abbandonare gli uffici perché assunti senza sicurezza di
stabilizzazione, scegliendo amministrazioni dove i ritmi di lavoro sono
meno pressanti ed i guadagni maggiori.
È ora che il Ministero e, più in generale, coloro che ci governano, abbiano
contezza che gli uffici del Nord Italia sono assolutamente penalizzati
rispetto agli uffici del Centro-Sud per un duplice ordine di ragioni, peraltro
di elementare comprensione, ovverosia il costo della vita assolutamente più
elevato al Nord (uno per tutti penso al canone di locazione degli
appartamenti), nonché la circostanza oggettiva che la maggior parte dei
dipendenti pubblici provengono dal Centro-Sud Italia laddove hanno il
fulcro dei rispettivi interessi personali e familiari.
Il combinato disposto di quanto sopra determina la desertificazione degli
uffici giudiziari del Nord Italia e, se è vero com’è vero, che non appare
possibile obbligare alcuno a permanere in un luogo di lavoro, è altrettanto
ragionevole ipotizzare che sarebbe opportuno prevedere incentivi ovvero
delocalizzazioni del Personale, in modo da rendere più appetibili gli uffici
giudiziari del Settentrione.
Ma siamo Sabaudi ed allora ho, fin dal mese di novembre del trascorso anno,
promosso un primo incontro (cui ne hanno seguiti altri) con la Regione
Piemonte volto alla cessione di graduatorie valide di concorsi banditi dalla
Regione Piemonte, dalla Città di Torino e dalla Città metropolitana di Torino
per il reclutamento di Personale amministrativo a tempo indeterminato di
Area seconda e terza da destinare agli uffici giudiziari requirenti del
distretto di Torino.
Abbiamo promosso una best practice, mai prima adottata, che ha visto
realizzare nel concreto la più ampia collaborazione istituzionale e colgo
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l’occasione per ringraziare pubblicamente il Presidente della Regione
Alberto Cirio ed il Sindaco della Città Metropolitana di Torino Stefano Lo
Russo ed i rispettivi efficienti staff.
Confidiamo nell’imminente ingresso di nuove forze lavorative cui seguirà
un’analoga proposta di collaborazione con la Regione della Valle d’Aosta.
Ma non solo Personale Amministrativo ma anche organici di magistrati.
TORINO E ORGANICO MAGISTRATURA
Ho parlato, alla prima occasione ufficiale, ovverosia all’atto del mio
insediamento il 13 settembre 2024, di un distretto sottovalutato e
sottostimato.
Ed allora consentitemi di fornire dati in punto di geografia giudiziaria.
In Italia ci sono 26 Corti dAppello e dunque 26 Procure Generali.
Il distretto del Piemonte e della VaI d’Aosta è l’unico in tutta Italia ad
esercitare la giurisdizione su due Regioni.
La Regione Piemonte presenta (dato delle Camere di commercio all’ottobre
2024) 421.020 imprese registrate, pari al 7,1% del totale nazionale.
Gli enti del terzo settore sono 29.772, secondo un dato Istat pubblicato nel
2024, pari all’8% sul dato nazionale.
Ed ora procedo ad un paragone, a campione, tra il distretto di Torino ed il
distretto di Palermo, che prendo ad exeinplum in quanto le due Procure
Generali hanno un organico simile con preminenza di Palermo.
Il Piemonte vanta 4.256.000 abitanti ai quali si sommano i 123.130 abitanti
della Valle d’Aosta per un totale di 4.379.130.
La Regione Sicilia conta 4.783.000 abitanti e presenta quattro distretti
ovverosia quattro Corti d’appello e quattro Procure Generali: Palermo,
Catania, Messina e Caltanissetta.
Ma anche 4 Tribunali per i minorenni e, di conseguenza, 4 Procure della
Repubblica presso i Tribunali per i minorenni e quattro Direzioni
Distrettuali Antimafia.
Una sola è la Direzione Distrettuale Antimafia e Procura Distrettuale
Antiterrorismo in Piemonte e Valle d’Aosta.
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Anche la Procura per i minorenni di Torino —unica in Italia ha
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2024.
Dunque, non solo a Caivano, ma anche a Torino i nostri minorenni girano
con arma bianca.
Ed ancora: il distretto di Torino è il quarto distretto d’Italia, come numero di
magistrati ma tuttavia in relazione al numero degli abitanti ed alla
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dei magistrati è stato correttamente aumentato (11 Sostituti Procuratori della
Repubblica) senza tuttavia adeguare la pianta organica del Personale
amministrativo e della Polizia giudiziaria.
Ma tornando ad Ivrea, se anziché essere collocata nella Regione Piemonte,
Fosse collocata nella Regione Campania, ora sarebbe nominata “Torino 2”
(analogamente a quanto avvenuto in Campania per Aversa, denominata
Napoli 2), nornen omeri, cambiamento formale di denominazione da cui
sarebbero conseguiti effetti concreti quali ad esempio l’istituzione doverosa
- stante il numero dei Sostituti superiore a 10 unità del Procuratore
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Torino Bruno Caccia (26 giugno 1983) che abbiamo recentemente ricordato
in un convegno.
È, in ogni caso, questa la sede per una corretta valutazione delle sentenze
passate in giudicato che hanno visto emettere condanne per reati aggravati
dal metodo mafioso e dall’agevolazione di associazioni mafiose, nonché
sancito il principio della competenza ed operatività nel nostro Territorio di
locali di ‘ndrangheta. Parimenti è la sede per la corretta interpretazione delle
indagini svolte dalla Direzione Distrettuale Antimafia che sono ormai
patrimonio comune (da Minotauro a San Michele), fino alle più recenti, di
cui alle cronache cittadine.
La conclusione è che, per riassumerne il contenuto, pericolosa, menzognera
e fuorviante è l’affermazione “qui da noi le mafie non esistono; le mafie non
sono affar nostro; noi abbiamo gli anticorpi” e tanto vale per il Piemonte e la
Valle d’Aosta, ma anche per l’Emilia Romagna, per la Lombardia e per il
Veneto, che di fatto vedono le rispettive Direzioni Distrettuali Antimafia
interagire tra di loro e constatare gruppi criminali in contatto ed interazione,
ovvero agire separatamente, in applicazione dell’utile principio della
cosiddetta pax mafiosa, ed ancora le indagini collegate e di coordinamento
operate dalla Direzione Nazionale Antimafia tra le Direzioni Distrettuali
Antimafia del Nord con quelle del Sud, di cui è alto testimone il nostro
Procuratore Distrettuale Giovanni Bombardieri il quale - già a Reggio
Calabria conosceva perfettamente il funzionamento e l’operatività della
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non si sono pienamente integrati in un contesto culturale e socioeconomico
completamente differente da quello di provenienza, ovvero nel caso di
seconde o terze generazioni le quali si sono fatte attrarre da un modello
complessivo di vita in cui facilmente riconoscersi.
In secondo luogo il Piemonte, come altre regioni del Nord, negli anni 50 è
stata terra di confino, ovverosia i mafiosi sono stati allontanati dal loro
humus naturale nell’irragionevole presunzione che avrebbero dismesso
anche il loro abito, cosa non avvenuta nella misura in cui, a parte la sana
popolazione emigrata dai territori del Sud che ha iniziato ad inserirsi nel
mondo lavorativo, (penso al tessuto operaio di questa Regione), un’altra
parte ha continuato a subire il fascino delle proprie origini o meglio delle
peggiori origini.
Ma la carta vincente delle mafie nel nostro distretto è data dalla capacità di
coinvolgimento e di complicità nei confronti di quei cittadini autoctoni che,
per fare affari con le mafie, in relazione alla connotazione altamente
imprenditoriale dalle stesse, hanno aderito ad una mentalità assolutamente
diversa dalla propria ricavando indubbi vantaggi sulla base del principio
pecunia non olei.
sostenuto l’accusa chiedendo condanne per gli imputati che vanno dai
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7 ai 10 anni. Il processo si è chiuso il 30 settembre 2024 con tre
condanne e un’assoluzione;
> processo penale n. 2725/23 RG APP relativo all’inchiesta cd.
“Platinum”, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Nord Ovest. I reati
a carico di 18 imputati riguardano soprattutto attività di riciclaggio e
narcotraffico della ‘ndrangheta nella zona di Volpiano (TO). Il
processo d’appello si è chiuso con sentenza n. 903/24 del 20 febbraio
2024 con condanne che vanno per la maggior parte dai 4 ai 20 anni e
con una sola assoluzione. Avverso quest’ultima la Procura Generale
ha proposto ricorso per Cassazione.
Ma l’elemento maggiormente connotante il distretto del Piemonte e della
Valle d’Aosta e che rende Torino, ancora una volta capitale, è insito nella cd.
galassia dei centri sociali (Askatasuna) e degli anarco-insurrezionalisti.
TORINO E L’EVERSIONE DI PIAZZA
Ho così volutamente intitolato questo punto del mio intervento perché
ritengo che i movimenti anarco antagonisti che operano nel distretto del
Piemonte e della Valle d’Aosta per la realizzazione di condotte
antigiuridiche, per l’assoluta singolarità e gravità delle modalità delle stesse
che rendono Torino sempre triste protagonista laddove si verifichino cortei
per la pericolosa forza di attrarre nella ideologia soggetti di minore età
(reclutati ed istruiti) i quali concretamente partecipano alle manifestazioni
-
uno per tutti), ecco, tutto quanto sopra, nella lettura del Procuratore
Generale del Piemonte e della Val d’Aosta determina, produce, genera
eversione di piazza, concetto da intendersi come “sconvolgimento e
rovesciamento dello stato delle cose”.
Pertanto, piena è la condivisione del lavoro che svolge la Procura di Torino
e la Procura Distrettuale Antiterrorismo di Torino con riferimento alla
trattazione degli specifici reati, ma anche delle regie retrostanti, da quelli cd.
di piazza (la cui repressione è immediata) a quelli di superiore competenza
distrettuale.
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Il Piemonte, come la Lombardia, il Veneto, la Liguria, ha pagato un tributo
altissimo negli armi in cui il terrorismo rosso ha provato a prendersi lo Stato:
rapine, omicidi, ferimenti, sequestri di persona.
Il 25 febbraio prossimo avrà inizio ad Alessandria dopo quasi 50 armi il
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processo relativo ai fatti noti come della “cascina Spiotta”, laddove persero
la vita Margherita Cagol ed il carabiniere Giovanni D’Alfonso, un processo
non dettato dall’odio, ma dal bisogno di giustizia mai sopito in capo ai
parenti delle vittime.
Se questa è la nostra storia, se questo è il nostro passato, è inammissibile ogni
manifestazione di diffusione di odio e di violenza e di devastazione dei beni
della collettività (penso ai danni ingenti causati al cantiere di Chiomonte,
oggetto di recente richiesta di risarcimento danni da parte dell’Avvocatura
dello Stato) che non possono trovare alcuna giustificazione e che nulla hanno
a che vedere con la manifestazione del dissenso e con il diritto
costituzionalmente senso sancito a esternare il proprio pensiero.
Assistiamo a cortei nei quaLi, a prescindere dalla motivazione per cui sono
indetti ed autorizzati, se preavvisati, si travalicano pesantemente i confini
del lecito agire e manifestare, si assaltano edifici in cui cittadini hanno la sede
del proprio lavoro; penso alle caserme, agli uffici di polizia, alla Prefettura,
alla sede regionale della R.A.I., alle sedi universitarie.
Assistiamo a cronache ripetute nelle quali, negli ultimi tempi, sono le Forze
dell’ordine che annoverano i propri operatori di polizia, che mi piace in
questa sede nominare come lavoratori, ritornare a casa con in tasca un referto
per lesioni.
Assistiamo a manifestazioni in cui si bruciano bandiere di Stati nelle quali si
tende a demonizzare lo Stato di Israele, manifestando ad esempio nelle
Università contro le scelte degli atenei a realizzare utili scambi e convenzioni
con lo Stato di Israele.
Mi chiedo quanti di questi ragazzi sappiano che ogni 27 gennaio si
commemorano i giorni della Memoria e cosa i medesimi significhino.
Ma penso al minore che, in una manifestazione, ha fatto il segno delle 3 dita
a simboleggiare la P38: sono gli anni di piombo, 1977, anni di cui egli non è
a conoscenza essere stati “la notte della Repubblica”.
‘o
Ed allora cosa voglio dire?
Nel nostro distretto assistiamo, ormai da trent’anni, al monopolio da parte
del movimento antagonista torinese denominato Askatasuna relativamente
al quale richiamo velocemente la cosiddetta “Operazione Sovrano” che ha
portato all’esecuzione di 24 misure cautelari, operazione che ha consentito
di dimostrare che i militanti hanno conquistato l’egemonia a livello
nazionale del circuito autonomia e contropotere, hanno strutturato una
progettualità volta ad innalzare il livello di conflittualità contro le Istituzioni
intercettando le tensioni sociali al fine di permearle dentro un’apparente
solidarietà, hanno assunto la regia della mobilitazione violenta in Val di
Susa, hanno realizzato una struttura organizzativa complessa che
consentisse loro di confidare anche sul consenso di una parte dell’opinione
pubblica, possono contare su diverse basi; hanno capacità di mobilitazione
a livello nazionale, con l’uso dei social, di forze provenienti da tutta Italia.
Dobbiamo pertanto guardare con attenzione anche a manifestazioni di
piazza che si caratterizzano con condotte analoghe a quelle recentissime da
tutti noi constatate.
:ii
volontà dell’imputato, al consenso del Pubblico Ministero e al contenuto
difforme della pronuncia rispetto all’accordo raggiunto tra le parti.
L’impugnazione di legittimità è invece preclusa se si basa su censure
rinunciate con la richiesta di concordato, sulla mancata valutazione di cause
di proscioglimento e su vizi attinenti alla determinazione della pena che non
abbiano causato una sanzione illegale.
Giustizia riparativa. Saluto con estremo favore, in questa sede solenne,
l’avvenuta firma delle Linee guida per la sua applicazione recentemente
sottoscritte, che hanno visto cooperare magistratura ed avvocatura in una
virtuosa sintesi di un importante istituto qualificante il nostro assetto penale.
Avocazione. L’Articolo 127 bis disposizioni di attuazione al codice di
procedura penale prevede che, nel disporre l’avocazione delle notizie di
reato nei casi previsti dagli articoli 412 e 421 bis comrna 2 c.p.p., il
Procuratore Generale tiene conto dei criteri di priorità contenuti nel progetto
organizzativo dell’ufficio di Procura della Repubblica che ha iscritto la
notizia di reato.
Seguiamo il dibattito parlamentare ed è evidente che i criteri di priorità,
ovverosia le linee guida sui criteri relativi all’esercizio dell’azione penale,
verranno stabiliti sulla base di valutazioni politiche in ordine alle quali è
forte l’auspicio che non costituiscano insidia all’esercizio dell’azione penale.
Abuso d’ufficio e traffico di influenze. L’abolizione del primo e la modifica
del secondo cancellano ipotesi di reato che permettevano indagini utili
all’individuazione dei reati di ben maggior consistenza da parte della classe
politica o dei cosiddetti colletti bianchi, anche con effetti negativi con
riferimento all’attività delle mafie,
L’abuso d’ufficio è stato il reato di confine della penalizzazione dell’attività
della Pubblica Amministrazione e, quindi, anche un reato residuale rispetto
al complesso dei reati contro la P.A., che poteva avere la funzione di
prevenire altri reati con la sua applicazione e la sua portata strategica.
Brevemente il mio pensiero: la sua abrogazione è stata presentata come
espressione di garantismo e promozione di efficiente amministrazione;
invece è mortificante per il cittadino e priva la magistratura inquirente di
una fattispecie criminosa di applicabilità, anche nell’azione di contrasto alle
mafie imprenditrici, come comprovano sentenze passate in giudicato
laddove è stata contestata l’aggravante di avere agevolato associazioni
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mafiose. Attendiamo la pronuncia della Corte costituzionale sulle eccezioni
di incostituzionalità del Tribunale di Firenze ed altri Uffici.
Separazione delle carriere. Parliamo di quella che viene spesa come riforma
della giustizia quando il nome corretto è riforma della magistratura.
Una riforma che, e questo dato non è mai stato affrontato, neppure è a costo
zero perché comporterà l’istituzione di un ufficio elefantiaco ovverosia di un
secondo Consiglio Superiore della Magistratura per i pubblici ministeri,
l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, e l’indizione di due concorsi: uno
per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri ed i concorsi hanno un costo
elevato per la Pubblica Amministrazione.
Oggi si celebrano in tutte le Corti d’Appello le cerimonie dell’Inaugurazione
dell’Anno giudiziario ma, in coincidenza, l’Associazione Nazionale
Magistrati, all’assemblea del 15 dicembre del decorso anno, ha proclamato
la prima giornata in difesa della Costituzione.
Quindi oggi è la giornata in cui noi magistrati, prima ancora dell’ultima
presente forma di protesta, dedichiamo la nostra presenza a questo ulteriore
impegno, un impegno collettivo come gruppo e come singoli.
Una giornata in cui attualizziamo il giuramento sulla Costituzione che per
ciascuno di noi ha segnato l’ingresso in magistratura.
Non possiamo non rifiutare una riforma che ci conduce a diventare un corpo
di burocrati, una magistratura requirente che ben si colloca temporalmente
nell’Ancien Régime al servizio del potere politico.
Una riforma che indebolisce le prospettive di tutela giudiziaria dei cittadini,
soprattutto degli ultimi, ovverosia di coloro per i quali le maglie della
giustizia possono costituire una forma di pena anticipata, non avendo la
disponibilità di strumenti culturali ed economici per attuare un’adeguata
difesa.
Senza entrare in ulteriori dettagli, oggi noi magistrati vogliamo dedicare
questa giornata alla difesa della Costituzione, non come nostra prerogativa,
ma come momento di affermazione del diritto di ogni cittadino ad avere un
giudice ed un pubblico ministero entrambi indipendenti ed impegnati a
garantire in maniera autonoma, al di là di ogni vincolo se non quello
dell’applicazione della legge, l’affermazione dei diritti.
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Pacchetto Nordio. Per ragioni di tempo vado a semplificare e a concentrare
la mia attenzione critica alla decisione di affidare le misure di custodia
cautelare in carcere ad un collegio di tre magistrati (mi chiedo come potrà
attuarsi negli uffici di piccole/medie dimensioni) e l’obbligo di interrogare
l’imputato prima di valutarne la custodia cautelare, adempimento che
rallenta l’attuazione della misura, facilita eventuali fughe ed aggrava
ulteriormente il carico ed i tempi dei giudizi penali. Neppure può accogliersi
favorevolmente il limite (paventato dal Ministro) al ricorso alle
intercettazioni e, in particolare, allo strumento del trojan, peraltro rivelatesi
essenziale in numerosi casi. Favorevole sarebbe il giudizio sull’impossibilità
per la magistratura requirente del ricorso in appello in caso di assoluzione
in primo grado, se non fosse per la dubbia costituzionalità per la evidente
disparità di trattamento tra Accusa e Difesa.
Concludo: signor Ministro, non siamo, non vogliamo essere superpoliziotti
e sono certa che neppure Lei lo sia stato.
IL CARCERE LE CARCERI IL CARCERE DURO
L’argomento è di particolare delicatezza, oltre a rivestire costante attualità.
Quale Procuratore Generale del Distretto, nonché Pubblica accusa innanzi al
Tribunale di Sorveglianza del Piemonte e della Valle d’Aosta, presto
particolare cura alla situazione delle nostre carceri cui ho dedicato una
menzione in seno al discorso di insediamento non più tardi dal 13 settembre
2024.
Nei tredici Istituti della Regione Piemonte, al 3 dicembre 2024, sono presenti
4503 detenuti.
Di questi, 123 fruiscono della semilibertà.
Le donne ristrette negli istituti di Torino e di Vercelli sono 161; nell’I.C.A.M.
di Torino sono presenti 2 detenute madre con prole.
Tra i presenti 921 detenuti hanno dichiarato di essere senza fissa dimora.
I detenuti italiani sono 2.570 pari al 57,07% del totale, gli extracomunitari
sono 1.653 pari al 36,71%, mentre gli stranieri comunitari ammontano a 280,
pari al 6%.
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Tra i detenuti presenti, 3.469 stanno scontando una condarma definitiva e
quelli in attesa di primo giudizio risultano essere 419.
I detenuti afferenti al circuito media sicurezza sono pari a 3.116.
I detenuti alta sicurezza sono 670; i detenuti nel circuito 41 bis sono 115.
I detenuti ristretti nelle sezioni per sex offenders e protetti promiscui
ammontano a 541.
Molti istituti della Regione, ancorché in misura differente, sono interessati
dal sovraffollamento.
L’istituto che ospita il maggior numero di detenuti rispetto alla capacità
ricettiva è Vercelli con un indice di sovraffollamento pari a 161,70%, seguito
da Verbania il cui indice di sovraffollamento è 145,28%, mentre quello della
Casa Circondariale di Ivrea è 141,28%.
Dopo i numeri, le riflessioni.
È sembrata una dichiarazione forte quando ho parlato di scelta lungimirante,
apparentemente di abdicazione del potere punitivo dello Stato, di apparente
debolezza, tradotta in indulto e amnistia, da applicarsi con opportune
cautele e quali eccezionali forme di intervento.
Cosa è cambiato dal 13 settembre 2024, cioè da quando ho pronunciato
quell ‘affermazione?
Sono aumentati i suicidi: 89.
18 sono le morti di cui è in corso l’accertamento delle cause, ovverosia se
naturale, accidentale, suicidio, violenza.
Ed allora, a fronte di questi numeri, non può non pensarsi - se non ad una
soluzione quantomeno alla limitazione del danno.
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Il secondo è dato dalla presa di posizione del Vicepresidente del C.S.M.
Fabio Pinelli, il quale ha parlato di drammatico numero di suicidi dei
detenuti e degli agenti penitenziari, di carcere quale luogo di speranza e non
di morte ed ha invitato i partiti a ragionare sulla possibilità di un indulto
parziale.
Ultimo, ma non ultimo, un richiamo al discorso di fine anno, pronunciato
dal Presidente della Repubblica, il quale ha detto che i detenuti devono
potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti all’illegalità e al
crimine.
Ed allora chi sono io per aggiungere ulteriori considerazioni?
Posso limitarmi a concludere il mio pensiero, quale rappresentante di tutti i
Pubblici Ministeri del più grande distretto d’Italia, ed allora aggiungo che le
Procure della Repubblica svolgono egregiamente il loro lavoro compiendo
indagini in cui attenzionano o i detenuti ovvero gli appartenenti alla Polizia
Penitenziaria che possano con i loro comportamenti allertare ilfocus della
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vengono predisposti letti fissati al pavimento, ogni altra soluzione si presta
alla distribuzione, previo utilizzo come corpo contundente.
E sempre a proposito di dignità, occorre dare attuazione al diritto
riconosciuto recentemente dalla Corte costituzionale (sentenza n.10 del
2024) all’affettività dei detenuti.
Ma registriamo purtroppo come enormemente siano dilatati i tempi affinché
il Parlamento dia concreta attuazione al riconoscimento o affermazione di
diritti che altrimenti rimangono una mera enunciazione.
Sul punto segnalo la recentissima sentenza della Suprema Corte di
Cassazione (n. 8/2025) che, in accoglimento di un ricorso di un detenuto di
Asti, ha annullato l’ordinanza emessa dal Tribunale di Sorveglianza di
Torino e rinviato per nuovo giudizio. L’ordinanza aveva dichiarato
inammissibile l’impugnazione proposta dal ricorrente contro il
provvedimento con cui la Casa di reclusione di Asti gli aveva negato un
colloquio in intimità con la propria moglie con la motivazione che la
struttura non lo consente.
La Cassazione, richiamando il contenuto della suddetta sentenza della Corte
costituzionale, ha in buona sostanza ritenuto che la richiesta di intimità con
la moglie non è una mera aspettativa, ma un vero e proprio diritto, tranne
nel caso che sussistano ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento
dell’ordine.
Ma le suddette riflessioni nulla hanno a che vedere con la mia convinzione
sulla bontà del circuito penitenziario di cui all’articolo 41 bis, il cosiddetto
carcere duro e che a sua volta nulla a che vedere con i meccanismi di cui
— —
al riformato carcere ostativo (4 bis O.P.) Questa modifica non si applica a chi
è stato sottoposto al regime di 41 bis.
Il regime del carcere duro a mio avviso non può subire alcun tipo di modifica
e tanto affermo nella consapevolezza che, stante le potenzialità degli
appartenenti alle organizzazioni mafiose ma anche eversive/terroristiche
(penso a Cospito’), questi ultimi mantengono intatta la loro pericolosità, il
loro carisma e possono ugualmente riuscire nonostante il regime cui sono
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In ogni caso, pur restando uno strumento imprescindibile per un efficace
contrasto al crimine organizzato mafioso ed eversivo, il provvedimento di
proroga, in ossequio all’insegnamento della S.C., della CEDU e
l’orientamento del Garante Nazionale dei detenuti, dovrà essere oggetto di
effettiva attualizzazione.
CODICE ROSSO
L’esame delle statistiche fatte per venire dai Procuratori della Repubblica del
distretto conferma 11 dato nazionale del crescente aumento di episodi
criminosi ascrivibili al cosiddetto codice rosso.
Massima è l’attenzione in tutti gli Uffici requirenti del Piemonte e della Valle
d’Aosta su questo fenomeno criminale grazie all’alta professionalità dei
magistrati, delle Forze dell’ordine e dei protocolli in atto in collaborazione
con le Istituzioni preposte.
Effetti positivi sul sistema si registrano in virtù dell’entrata in vigore, il 9
dicembre 2023 della legge n. 168, c.d. codice rosso 2, che ha rafforzato le
procedure e gli strumenti per la tutela delle vittime di violenza così da
consentire una preventiva ed efficace valutazione e gestione del rischio di
letalità, di reiterazione e di recidiva.
Penso alla misura del cosiddetto arresto differito, nonché all’istituto
dell’ammonimento del Questore che è stato opportunamente esteso ai
cosiddetti reati spia, nella nuova consapevolezza che quei reati -
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vittime del reato l’eventuale liberazione dei loro compagni, sia attraverso la
attenta comunicazione da parte delle Forze dell’ordine, sia attraverso l’opera
dei loro legali.
I dati sono:
Fascicoli eseguiti dal 01 .06.2023 al 31.12.2024: 1.707
Fascicoli con Codice rosso (artt. 572, 612 bis, 609 bis, 609 ter, 609 quater):
185 (percentuale sul totale 10,8%), di cui:
— 54 art. 572 c.p.
— 125 arti. 609 bis. ter, quater c.p.
— 6 art. 612 bis c.p.
CONCLUSIONI
Voglio concludere facendo mie le parole pronunciate da una cittadina
torinese, donna, impegnata in un progetto di recupero dei detenuti, nel corso
di un’intervista risalente allo scorso 24 novembre, il cui marito e padre di
quattro figlie, noto avvocato anch’esso torinese, le è stato portato via per
mano violenta il 21 marzo 2012 e morto dopo 19 mesi di agonia: Angelica
Musy.
“Per i familiari delle vittime avere giustizia significa che lo Stato si faccia carico di
recuperare i detenuti in quel tempo sospeso che è la pena, convincerli a cambiare
strada. Uno dei sentimenti più condivisi dai detenuti è il senso di abbandono, dentro
non sai se la famiglia e gli amici ti hanno dimenticato. Quando qualcuno ti dedica
delle attenzioni, anche minime, provi un senso di grande gratitudine”.
È con queste parole che, a nome dei magistrati del Pubblico Ministero del
Piemonte e della Valle d’Aosta, auguro a tutti noi un buon Anno Giudiziario.
Grazie.
Il Procuratore Generale
Lucia Iviusti
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