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CECCHINI

Il XIV sec., tranne in italia, vede un ulteriore attenuarsi del latino, tranne in alcuni campi
specifici. Questo perchè l’europa fu attraversate da varie crisi (la peste, la carestie), tra cui
spicca quella della nobiltà feudale a favore della borghesia e quelle militari, come la guerra
dei cent’anni, che protano progressivamente alla nascita di stati nazionali coscienti di sè e
alla crisi delle istituzioni universalistiche: le summae e gli speculae diventano trattati a
carattere più specialistico, e sia l’istituzione della chiesa con Bonifacio VIII, sia l’impero di
Enrico VII e Ludovico il Bavaro, vengono sconfitti in una lotta politico-militare largamente
rappresentata dalla libellistica del tempo.

Questo scontro tra poteri universali provocò un acceso dibattito. Nel 1302 l’allievo di
Tommaso D’Aquino, Egidio Romano, precettore di Filippo il Bello a cui aveva dedicato il de
regimine principium, scrive, a favore di Bonifacio VIII, il de ecclesiastica sive summi pontificis
potestate: sostenendo che l’anima è superiore al corpo, si deduce che lo spirituale è
superiore al temporale e dunque l’autorità spirituale, quella pontificia, è superiore a quella
dell’imperatore. Queste idee furono continuate dai suoi allievi:
●​ Giacomo da Viterbo
●​ Agostino Trinfio
In molti scrissero contro un tale potere:
●​ Giovanni di Quidort nel de potestate regia et papali difende l'autonomia del potere del
re in quanto derivato da Dio attraverso la volontà del popolo, concedendo così la
possibilità al concilio ecumenico di deporre un papa giudicato indegno.
●​ Pietro di Bubois che nel de recuperationae Terre Sactae sostiene la sovranità
nazionale e il diritto dello stato di intervenire nella vita della chiesa, soprattutto per
usarne le richezze per altri scopi, come la crociata.
●​ Egelberto abate di Admont che nel De ortu et progressu, statu et fine romani imperii,
riafferma la necessità di una monarchia universale che controlli stati minori e
lamenta l’irreversibile decadenza dell’impero la cui morte avrebbe coinciso con
l’apocalisse
●​ Dante Alighieri
●​ Marsilio de Mainardini da Padova. Formatosi in scienze, medicina e teologia, nel
1312 fu per breve tempo professore di parigi, dove fece numerosi soggiorni durante i
quali entrò in contatto con i circoli avverroisti di Giovanni Jadun. Nel defensor pacis,
nutrita dalla lettura aristotelica e dalla conoscenza diretta di un sistema comunale
quale quello di Padova, concepisce lo Stato come associazione naturale volta a
garantire le migliori condizioni di vita al singolo e la cui funzione e attività è la legge
espressa dalla universitas civium o dalla pars volentior: i governanti eletti dal popolo
agiscono in base alla legge e sono controllati da questo. Il potere è unitario e non
prevede forme parallele, inclusa la chiesa, il cui ruolo è l’imitato all’insegnamento
delle sacre scritture e all’amministrazione dei sacramenti. Le decisioni relative alla
verità di fede sono appannaggio del concilio generale, che però non ha la forza di
imporle perchè la verità la sa solo Cristo. Questo lo portò, nel 1327, a rifiugiarsi sotto
Ludovico il Bavaro, a prendere posizione contro Giovanni XXII. Scrisse in questo
periodo il defensor minor dove riassume la sua dottrina, rivalutando la figura
dell’imperatore in quanto erede del popolo romano (gli interessi contigenti sono
evidenti).
●​ Ludovico il IV diede protezione anche a uno dei più radicali pensatori di OXford,
fuggito, dopo essere stato trattenuto per 4 anni ad Avignone dall’inquisizione, nel
1329 alla sua corte. Diede sostegno all’imperatore in numerosi scritti come opus
nonaginta dierum, dialogus inter magistrum et discipulum de potestate papa et
imperatoris, Tractatus contra Iohannem XII, de imperatoris et pontificum potestate, in
cui critica il potere temporale del papa e l’assoluto potere dell’autorità laica.
Continuando infatti la dottrina di Dun Scoto nega la possibilità razionale di diostrare
l’esistenza di dio, la cui esistenza deriva da un’adesione fideistica, e nega la
possibilità di riconoscere una forma logica dell’universo, in quanto risultato di un atto
libero e contigente del volere divino, insodabile per gli uomini, cosiccome il concetto
di bene dipende dalla scelta di dio, non per una sua qualità preesistenti. Da ciò
deriva la centralità dell’esperienza religiosa individuale, e dunque il potere della
comunità dei credenti, guidata dall’imperatore.
Alla corte di Ludovico il bavaro si contrappone con i suoi scritti Corrado di MEngeberd che
scrive in versi il plactus ecclesie in germaniam e poi una serie di trattati politici (tractatum de
translatione imnperii, tractatus contra Wilhelmum Occam de coronatione Caroli IV
imperatoris, Lacrima ecclesiae): egli riconobbe il governo del mondo all’imperatore,
subordinato al papa dal quale veniva consagrato. In particolare l’Yconomica fu dedicato
all’amico Lupoldo di Bebenbug, vescovo di bamberga, che invece sosteneva che
l’apporvazione papale non era necessaria, essendo l’imperatore nominato dagli Elettori.
In questo dibattito nasce la posizione di Wylclif: nel 1375 la curia papale chiede una tassa
istituita al tempo di Giovanni Senzza terra ma caduta in disuso, al quale questo professore
di Oxford rispose col de Dominio Divinom, dove sosteneva che l’autorità civile avevvaa iol
diritto di spogliare i domini della chiesa. Durante lo scisma d’occidente scrisse una serie di
libelli di critica alla chiesa e propone lo svuotamento di significato dell’intermediario tra
credenti e dio.

La lingua latina è largamente usata nella produzione storiografica, che adotta per lo più
forme tradizionali, soprattutto quello di cronaca locale e limitata da un punto di vista
cronologico. Le universali infatti sono meno significative anche per la presenza della
contemporainentà e degli exempla. Tra gli autori maggiori in prosa ci sono:
●​ il domenican francese Bernardo Gui, noto per la sua attività inquistiroia. La sua opera
è poco curata da un punto di vista formale, è però attento alla documentazione e
all’accertamento dei particoli. Tra i suoi scritti spicca la legenda Sancti Thome de
Aquino, lo speculum sanctorale e i flores chronicum.
●​ iil breviarium historiarum di Landolfo colonna, uno scritto a carattere compilatorio
elaborato tra il 1329 e il 1331. L’autore, essendone stato canonico, ebbe accesso alla
biblioteca di Chartres.
●​ Giovanni colonna, nipote di Landolfo, che scrive, basandosi sullo scritto di Vincezo di
Beauvais, il de viribus illustribus, più complilativo, e il mare historiarum, un riassunto
della storia universale dalla genesi al 1250.
●​ Gualtieri di Burleigh, col suo de vita et moribus philosoforum
●​ il domenicano tedesco hernico di Herford, autore di varie opere
teologico-enciclopedicje e del liber de rebus et temporibus memorabilibus, in cui da
attenzione alle personalita della storia spirituale e letteraria.
●​ Giovanni di Winterethur che scriva una storia da Innocenzo III ai tempi dell’autore,
slegato dalla tradizione storiografica precedente e dunque fonte della mentalità
dell’epoca.
●​ Il cistercense Giovanni di Viktring, di origine forse francese fu al servizio di molti
potenti dell’epoca. Dal liber certarum historiarium emergono la sua obbiettività e la
cultura letteraria, che ne fanno una buona storia dell’Austria dal 1220 a Ludovico il
Bavaro.
Spiccano la storiografia in versi veneta. Al di fuori quest’area Spicca solo Giovanni Gower,
amico di Chaucer, con la cronica tripertita su Riccardo II e Vox clamanti sulla rivolta
contadina del 1381.

L’uso del verso non rispondeva a intenti artistici: veniva usato infati, spesso, con fini
didascalici, sia perchè più facile, grazie alla sua struttura ritmica facile da memorizzare, sia
perchè più sintetico. Una buona vitalità ebbe la poesia liturgica, pervenutoci per lo più
adespoti, anche se non mancano casi contrariari:
●​ il monaco cistercense austiraco cristiano di Lielefild che scrisse varia poesia con
struttura ricercata ma dettato fluido. Accando a questo scrive un poema, molto più
artificioso, dedicato a San Giacomo Maggiore, figlio di Zebedeo, intitolato la
Zebedides.
●​ Guglielmo di Degulleville che scrive un poema allegorico in francese, inni acrostici,
glosse (componimenti in qui ogni strova presenta in regolata successione,
solitamente all’inizio, parole di un testo sacro o liturgico) e un salterio dove, secondo
un canone del genere (anche se per lo più sono di argomento mariano) ciascuno
delle 150 strofe fa riferimento al salmo biblico corrispondente.
●​ Il monaco certosino Corrato di Gaming in lode della Vergine e di numerosi santi.

Una delle personalità più illustre, che sintetizza le tendenze medievali con quelle classiche,
è l’Alighieri, che oltre alle opere volgari, scrisse anche in latino con grande competenza sia
nella retorica medievale, sia nell’uso dei registri classici. Questi testi (due trattati, il de vulgari
eloquentia e il de monarchia, le epistole e le 2 egloghe) attestano l’evolversi della sua
formazione: da intellettuale comunale a universale, universalizzazione scaturita
probabilmente dalle vicende dell’esilio, iniziato nel 1300 sebben fu condannato nel 1302.
Rinuncerà ai tentativi della parte bianca di rientrare a firenze con il fallimento della missione
del cardinale Niccolò Prato, ppaciere inviato da Benedetto XI. Ed è in questo frangente, nel
1304, viene composta l’epistola I, inviata al cardinale come sottomissione e proclamazione
di innocenza bianca. Ed è in questo periodo che comincia probabilmente la stesura del de
Vulgari eloquentia: un’opera in 4 libri, di cui in realtà scrisse solo il primo libro e 14 capitoli
del secondo, che voleva conoscere e giovare all’uso del volgare, contrapposto come prodtto
naturale alle lingue gramaticae, elaborate artificialmente (latino, greco ed ebraico9. Si apre
con una premessa che parte dalla divisione delle lingue dopo l’episodio della torre di babele,
e passa all’esame del vulgare latium: questo viene diviso in 14 aree, dove l’appenino fa da
versante. Ciascuno di questi in maniera rifratta rappresntano elementi del volgare illustra,
cardinale, aulico e curiale. Se ne può trovare un esempio nella scuola poetica siciliana o
negli scritti di Cino da Pistoia e di un suo amico (probabilmente Dante stesso). Questo
liguaggio è manifestabile in prosa e in poesia, ma è la poesia che esercita la sua influenza.
Passa quindi all’uso poetico del volgare illustre, trattato, in maniera incompleta, nel II libro.
Questo va riferito solo agli argomenti più aalti:
●​ la prodezza nelle armi, che corrisponde all’obbiettivo della salus, a sua volta
rispondente alla dimensione dell’anima vegetative.
●​ l’ardore amoroso, che corrisponde all’obbiettivo della venus, a sua volta rispondente
alla parte animale dell’anima
●​ la retta volontà, che corrisponde all’obiettivo della virtus, a sua volte rispondente alla
dimensione razionale dell’anima
La forma metrica che di più risponde a tali temi è la canzone, fermo restando che ogni poeta
deve scegliere da sè la forma che meglio lo caratterizza (fermo restando che quello più
adatto ad argomenti elevati è lo stile tragico in endecasillabi. Questo testo, con il conviovio,
si esprme circa la possibilità di espressione artistica del volgare e fa una prima stroia della
letteratura italiana in un disegno coerente.
NEl 1310p Scende dalle alpi l’imperatore Enrico VII riaccendendo le speranze dantesche.
Scrive quindi una serie di epistole:
●​ l’epistola V ai re signori e popoli d’Italia, che li invita ad accogliere l’imperatore e la
sua missione salvifica, rappresentandolo come nuovo Mosè in un linguaggio pregno
di immagini bibliche e a tensione
●​ L’epistola VI del 1311 in cui si rivolge ai Fiorentini, minacciandoli e tentando di fargli
accettare la vittoria di Ernico VII, il cui potere era sotto l’egida divina.
●​ L’epistola VII è indirizzata a Enrico, preoccupato per l’immobilità dell’imperato in
Lombardia. Lo invita a conquistare il resto di italia e, riprendendo la profezia di Anubi
a Enea, lo mette in parallelo a Enea nei confronti del figlio Ascanio, a cui doveva
garantire il regno, come l’imperatore al figlio giovanni. Doveva quindi colpire lla
volpecula (firenze) e, novello David, abbattere Golia
●​ Alla morte di Enrico VII e l’elezione di un nuovo imperatore nel 1314 dante scrive
l’epstola XI, in cui, aprendo con la citazione sulla caduta di Roma di San Girolamo,
gli invita a raddrizzare il percorso della chiesa, ormai corrotta. Si ammoniscono in
particolare i cardinali romani e soprattutto Napoleone Orsini, Iacopo e Pietro
Colonna, che volevano solo restaurare la dignità cardinalizia dei nipoti.
MA, venendo meno la fiducia in un’azione diretta, dante scrive un trattatato teoretico, il de
monarchia. Lo si ritiene steso dopo il 1307/08, dopo il convivio ma prima del paradiso, dato
che c’è un riferimento a un passo della cantica (ma alcuni la ritengono un’aggiunta
posteriore. I 3 libri si aprono con una premessa: essendo la politica attinente all’azione,
occorre individuare il fine dellqa società umana, individuato sulla realizzazione dell’intelletto
possibile dell’essere umano, sia sul piano della speculazione che dell’azione. Ciò è
ottenibile solo in una condizione di pace universale. Quindi affronta tre questioni e a
ciascuna di queste dedica un libro:
1.​ è necessario un impero temporale? sì e lo afferma grazie una serie di
argomentazioni concluse da una commossa rievocazione dell’impero di Augusteo
2.​ l’impero romano aveva fondamento giuridico? Sì: Roma aveva una missione
universale voluta da Dio, e il diritto viene da Dio
3.​ L’imperatore riceve la sovranità da Dio o dal pontefice? Ovviamente da dio, e lo
afferma grazie all’interpretazione allegorica di testi sacri e poi storici, per poi
confutare due argomenti tratti da fatti storici e un terzo razionale:
a.​ La donazione di costantino è considerato un illecito, perchè Costantino non
poteva alienare una parte dell’impero, e a chiesa non potrebbe accettare.
b.​ L’incoronazione di Carlo Magno dal papa Leone III (da lui chiamato adriano)
fu un’usurpazione del diritto.
c.​ La reductio a unum di tutte le entità di uno stesso genere. Dovrebbero essere
ricondotti al papa: ma in realtà, dato l’alto compito, esso adrebbe ricondotto a
Dio o a qualche ente divino, diverso dall’umano.
Passa quindi agli argomenti positivi:
a.​ L’impero è precedente alla chiesa
b.​ La chiesa non ha ricevuto nè da dio, nè da sè stessa, nè dall’imperatore, nè
dal popolo tale potere, contrario alla natura della chiesa, che si dovrebbe
ispirare alla natura del cristo.
c.​ L’uomo è composto da due porti: il corpo, corruttibile, e l’anima, incorrutibile.
Data la duplice natura, avrà duplice fine: beatitudine terrena e celeste. Alla
prima si perviene tramite le virtù morali e intelletuali, la seconda, che
trascende la ragione, grazie alle teologali. E a ciascuna sarà preposta una
guida, dato che gli uomini hanno bisogno di essere guidati: alla beatitudine
terrena l’imperatore, alla celeste il papa, che devono contribuire alla pace.
L’imperatore, per adempiere al suo dovere, è necessario che sia scelto da
dio, e ciò viene fatto tramite i principi Elettori. Pero bisogna tenere conti che in
questo sistema:
a.​ le autorità locali vengono, sebbene limitate, riconosciuti
b.​ Essendo la beatitudine celeste più importante della terrena,
l’imperatore deve rispettare il pontefice.
La monarchia è caratterizzata da un disegno ampio e organico con lo stile che si adegua al
dettato delle esigenze del discorso. Dopo la morte dell’imperatore, Dante si dedica
definitivamente alla Letteratura: ospite di Cangrande e ottenuta un’amnistia a Firenze, con
l’epistola XII rifiuta di rientrare in patria, coscente della propria grandezza e inflessibile
davanti al compromesso.
Nel 1320 fu inviata l’ultima delle lettere ha noi note, la XIII, a Can grande della scala. Nella
prima sezione dedica come omaggio al signore il Paradiso, di cui fa l’introduzione e il
commento letterale nella seconda sezione. Alcuni la ritenevano anteriore al 1316 e alla
redazione del canto XVII, ma il testo in quel punto è di lezione difficile. A questa datazione
contribuiva anche un accenno alle ristretteze economiche, che a corte di Guido Novello non
doveva avere una certa economia. L’accessus prende in esame i 6 elementi di analisi
letteraria la cui traduzione risale a MArio Vittorino e a Boezio:
●​ sogetto: letterale le anime dopo la morte, in senso anagogico le conseguenze delle
proprie azioni
●​ autore, non indicato come auctor o causa efficens: è l’agens. Secondo Francesco
MAzzoni in riferimento al Dante personaggio.
●​ forma
●​ fine dell’opera
●​ titolo: la comedia, perchè, seguendo la retorica del tempo, si tratta di una narrazione
umile (di cui riconosceva l’alternanza di stile riprendendo orazio) a lieto fine, al
contrario della tragedia.
●​ genere filosofico. che è l’etica.
Quindi segue l’analisi della cantica e del canto, interrotta per la rei familiaris angustia.
L’autenticità di questa epistola è discussa, soprattutto per la seconda sezione, il cui indirizzo
esegetico è attestato nel XVI senza però che venisse attribuito a dante. A ciò si aggiunge
che la tradizione manoscritta è composta da:
●​ 3 manoscritti del XV sec. in cui compare solo la prima sezione con due frasi di
raccordo alla II.
●​ testimoni di XVI e XVII sec.
Però glli elementi dubbi si spiegano meglio come guasti della tradizione e interpolazioni.
Nel 1320 si trovava quindi da Guido Movello da Polenta: sembra che quell’anno abbia
partecipato al dibattitto a Mantova se la superficie della svera dell’acqua potesse essere
superiore a quella terrestre. Questo sarebbe stato registrato nella Questio de aqaua e terra,
ma dato il commento di Pietro Alighieri e i punti contraddittori con il testo, per lo più lo si
ritiene un falso.
Anche alla sua corrispondenza poetica con Giovanni del Virgilio si tende a riconoscerla
come originale nonostante i dubbi. Questa è composta da:
●​ un epistola in esametri di Giovan del Virgilio arrivata a Dante nel 1320 e dove lo
esorta ad abbandonare la poesia volgare per l’epica latina sugli eventi bellici coevi,
così da conseguire l’alloro poetico.
●​ Dante risponde con un’egloga, a cui le citazioni di Giovan del Virgilio non basta a
spiegare. Probabilmente perchè è una risposta ai circoli preumanisti. Al giunger del
messaggio di Mopso, che rappresenta Giovan del Virgilio, Melibeo, che rappresenta
se dino pierini, vuol saperne il contenuto da Titiro, che rappresenta Dante. Titero se
ne ride perchè Melibeo non conosce i pascoli di Menalo, dove Mopso risiede e
ineggia: alla fine gli svela linvito a Bologna, che viene descritta in maniera non
positiva. PReferisce attendere il ritorno in patria e l’attribuzione li dell’alloro poetico
per i suoi canti (Si riconosce un riferimento a inferno e ppurgatorio), nonostante
mpso non approvi la comica verba. In tanto gli invierà decem vascula, secondo
alcuni poesie latine di cui l’egloga fa parte, secondo altri il paradiso.
●​ Giovanni del virigilio risponde con un egloga che è un inno a Virgilio: Mopso gli
augura la realizzazione del desiderio di Tititro, ma nel frattempo lo invita da sp e
teme che Iolla non consenta. Mopso si vuole rivolgere al frigio Musone in caso di
rifiuto. Nel frattempo munge la giovenca e invia 10 vasi a Tititro.
●​ Damte risponde: Titiro e alfesibeo si sono rifugiati nel bosco dove li raggiunge
Melibeo che riferisce un messaggio suonando un flauto da cui esce il canto di
Mopso, e fa temere ad Alfesibeo, la partenza di Mopso, che lo rassicura: non andrà
all’antro del ciclopa.
Il dibattito non è affrontato in maniera esplicita, sebbene emergano le differenti posizioni
dell’autore: la scelta dello stile umile forse risponde a un rifiuto della struttura gerarchica dei
generi codificato dalla scolastica, e rappresenta il forte sperimentalismo e conoscenza
versoria dantesca.

Giovanni d’Atonio fu un maestro di grammatica, retorica e versificazione che operò tra


bologna e Cesena nella metà del XIV sec. Per la sua attività fu detto Virgilianus e de Virgilio.
Scrisse numerose opere didattico-esegetiche. Accanto a questo spiccano:
●​ il diaffonus, una tenzone con Ser Nuccio marchigiano in esametri e distici elegiaci
dove sostiene la parte del fedele suddito di amore che ammonisce l’amico. Spiccano
le rappresentazioni delle avventure galanti, che risentono dei classici, in particolare
Ovidio e Virgilio, ma anche testi medievali, sia in latino che in volgare, come il
pamhilus e il roman della Roise.
●​ L’epitafio di Dante un’eglogha indirizzata ad Albertino mussato dove risalta il mito
della laurea poetica.
●​ Un frammento di poesia epica dove una regina prigioniera rivolge un allocuzione ai
nemici.
●​ Ars dictaminis pervenutaci incompleta o mutila.
LA sua scrittura va da uno stile mescidato a uno più attienente al classico in linea con gli
sviluppi dell’italia di primo XIV sec.:
●​ nelle aree dove il volgare era più forte, come la toscana, traduce molto dal latino e
cerca di ricostruire lo spazio del passato
●​ NElle altre, tra cui spicca il Veneto, c’è una nuova ricerca del classico.
Fra le città in questa tendenza si è esplicitata è Padova: qui venne studiata l’epigrafia e
l’antiquaria, con il connesso ritrovamento della tomba di antenore, si studio Livio e
soprattutto le tragedie di Seneca, mentre i suoi protagonisti cercavano nuovi classici nelle
bibliote vicino, che portò a una prima riscoperta. Presentandosi questo come l’adozione di
un modello di vita, questo circolo venne definito pre-umanista, e al uo interno spiccò Lovato
Lovati. Di lui ci rimane molto poco:
●​ un poema in cui deplorava le lotte tra guelfi e ghibellini
●​ un frammento di un poema su Tristano e isotta
●​ 4 epistole metriche, tre delle quali esprime in maniera elegiaca vari stati d’animo
dipesi dalla malattia e dalla rassegnazione nei confronti nel destino. Nella IV
polemizza con l’amico Bellino (Ibissolo), per lo stile sciatto che si stava diffondendo
●​ epistole e tenzoni vari.
Il suo allievo prediletto fu Mussato, che dovette andare in esilio, essendo stato un politico
abbastanza importante da andare in ambasciata presso il papa Bonifacio VIII ed Enrico VII.
Al ritorno in patria nel 1315 ricevette la laurea poetica a cui si riferiscono epistole metriche
tra cui ne spiccano quattro perchè trattano, riunendo temi che saranno poi oggetto del
dibattito successivo, di poesia:
●​ L’epistola I ad collegium Aristarum in distici elegiaci. un ringraziamento alla citta e ai
dottori di Studio che si accingono ad incoronarlo, nonostante non sia a pari dei poeti
del passato, dato che la fortuna delle sue opere è dovuta prettamente alla nobiltà
dell’argomento. La poesia tragica risponde a una concezione moralistica influenzata
da Seneca.
●​ Epistola 4, ad Iohannem professorem gramatice docentem Venetiis in distici elegiasi.
Come richiesto, Mussato rievoca la ricezione della laurea poetica e si prfonde in lode
della poesia: questi hanno origine divina e il carattere di vera scienza derivato
dall’ispirazione celeste, dato che è riscontrabile nei testi sacri e profani. Può quindi
assurgere a forma di teologia e filosofia.
●​ Episola 18 ad Fratrem Iohanninum de Mantua contra poeticam arguentem, in
esametri che prende le mosse dal sermone natalizio di Giovannino da Mantova
contro le scienze a favore della teologia. Mancando la poesia, Mussato lo difende
sotenendo che questi vedeva tra teologia e poesie un’identificazione. Giovannino si
risponde che se ne era solo dimenticato, al che mussato gli manda un epistola in 9
argomenti in cui dimostra la superiorità della poesia. Giovannino risponde
contrariato, e quindi Mussato replica con questa epistola: insiste sull’affermazione
che le favole poetiche hanno lo stesso messaggio delle scritture (giove come divinità
superiore, e le altre come dellle sorte di Santi): è la pria forma di filosofia, e venne già
usato dai cristiani per il messaggio, e la chiesa utilizza inni metrici.
●​ Epistola 7 ad dominum Ihoannem di Viguntia Simulantem se abhoruisse seria
Priapeie in distici elegiasi, dove risponde a Giovanni di Vigonza che si lamentava deli
priapeia per il loro contenuto osceno. Egli reclama la bellezza dell’arte in sè che
rivela l’esstenza di Dio: queste attragono gli uomini, tanto che la usarono Salomone e
altri profeti, e anche Gesù nelle parabole. è dunque la prima forma di poesia, e
meritano di essere condannati solo quelli che, come quelli condannati da Agostino,
usano queste per suscitare il peccato con la rappresentazione mimica.
Non è un esposizione organica: lo impedisce l’occasionalità dei componimenti e la forma
metrica, ma ribadisce temi che saranno propri del dibattito successivo. Altre opere sono:
●​ La questio de prole, un dibattito tra Lupo (Lovato Lovati) e l’asinello (Mussato)
seguito dall’intervento dei Bue come arbitro (Zambono d0Andrea) sul tema se
convenga o meno avere figli
●​ epistole varie
●​ il somnium in egritudine, una visione dell’oltre tomba
●​ 5 soliloquia
●​ 2 componimenti di intonazione sacra e poenimentenziale
●​ poema storico in 3 libri sull’assedio di Cangrande nel 1320
●​ la tragedia Ecerinis, che rappresenta le vicende di Ezzelino III da romano e del
fratello Alberico, come appello ai padovani per non abbandonare la difesa della
libertà, soprattutto, Cangrande della Scala. Una delle prime tragedie in versi, è
influenzata da Seneca, anche se i momenti meditativi sono improntati su Boezio.
●​ L’historia augusta in 16 libri dove narra la vicenda di Ernico VII dal 1311 alla morte
modellato su livio
●​ l’incompiuto De gestis Italicorum pos Henricum VII cesarem in 14 libri, influenzato da
vivio
●​ il contra casu fortuitos influenzaato da Boezio
●​ il de lite inter naturam e t fortunam in forma di visione influenzata da Boezio.
L’reditio princeps uscì quasi subito senza le opere minori e con opere non sue.

Influenzati da Padova furono alcune città circostanti. Prima tra tutte Vicenza, dove
emergono:
●​ Benvenuto Campesani, autore di poemetti storici oggi perduti tra cui una lode di
Enrico VII e Cangrande al quale rispose in maniera polemica Mussato e di un
componimento sul ritrovamento di Catullo a Verona
●​ Ferreto Fereti sua alunno, scrittore elegante e buon conoscitori di Classici.
Ciò si ebbe anche a Verona:
●​ Giovanni de matociis, mansionario della cattedrale e autore di historiae imperialis
che vanno da Augusto e Carlo il grosso (secondo il progetto doveva arrivare all’età
dell’autore, ma rimase interrota per la morte dell’autore.
●​ Benzone d’Alessandria, cancelliere di Can grande che si rifugiò qui nella parte finali
della vita. Scrisse una chronica in 3 parti, di cui ci resta òa prima- Un’opera
enciclopedica che passa dalla storia sacra alla descrizione di rewgioni e citta e
mitologia antica
●​ Guglielmo Pastrengo, del circolo di Petrarca (che da giovane ad Avignone entro in
contatto con questi circoli). Scrive un'opera enciclopedica in due parti:
○​ de viribus illustribus, un repertorio di autori dall’antichità al perioto coevo
dell’autore in ordine alfabetico
○​ de originibus.

La vita di Petrarca è strettamente legata alle sue vicende letterarie: non solo perchè
espressioni della propria vicenda intellettuale, ma anche perchè tramite queste la
ricostruisce e la plasma, ragionando continuamente su sè stesso e, tramite ciò, sulle vicende
e la vanità umana. Nasce ad Arezzo nel 1304 sotto il segno d’esilio: il padre era un notaio
fiorentino scacciato, che però otterrà un incarico nel 1312 a Carpentras., Qui col fratello
riceve i primi rudimenti da Convenevole Prato per poi dedicarsi agli studi giuridici. Alla morte
del padre nel 1326 rientrarono ad avignone dove si diedero alla vita libertina e nel 1327
Petrarca incontra Laura. Nel 1330 però PEtrarca dovette legarsi al Cardinale colonna e si
spostò definitivamente ad Avignone, dove la presenza della corte papale creò un grande
centro culturale e internazionale d’Europa, dove Petrarca potè conoscere altri esponenti
della letteratura e potè elaborare il proprio interesse e la propria ricerca delle antichità
classica. Tra il 1330 e il 1337, legato a tale situazione, compiette numerosi viaggi: trovò la
proarchia, ottenne una copia da Dionigi da Borgo de San Sepolcro le confessiones e invierà
delle epistole a Benedetto XII perchè tornasse a roma, da lui visitata nel 1336 e ne fu
seriamente colpito. Al ritorno si trasferì all’amata casa di Valchiusa, dove cominciò a
elaborare il suo poema storico e il de viribus illustribus, che gli valse la laurea poetica sia da
Parigi che da Roma, e accettò quest’ultima. Esaminato dall’amato re Roberto D’angio, nel
1341 fu incoronato, e si sposta a PArma dove conosce Cola di rienzio. Continua i suoi viaggi
e nel 1345 è costretto a fuggire da Parma, e si rifugia a Verona dove ne scopre la biblioteca
con le raccolte delle epistole Ciceroniane. Quindi torna a Valchiusa dove si dedica all’attività
letteraria. NEl 1347 appoggia Cola diRienzio, raffrendando i rapporti con i Colonna. Alla fine
del suo regno lo criticherà. Nel 1348 muore Laura, facendogli cominciare numerosi viaggi
che lo porteranno nel 1351 a Firenze dove conosce Boccaccio. Nel 1353 si stabilisce alla
corte dei Visconti a Milano, consapevole dell’istabilità nelle altre zone, e per questi compie
una serie di ambasciate, in particolare quella con gran speranze per Carlo IV. NEl 1358 si
sposta a PAdova dove spera di conoscere il greco da Leonzio Pilato. fallendo. Comincia una
serie di spostamenti cche tra il 1368 e il 1370 si concertreranno tra Arquà e PAdova. Muore
nel 1374. L’elaborazione letterariaa di Petrarca è una risposta alla crisi delle idee
universalistiche del tempo e alla corruzione papaple, che rinuncia all’enclopedismo a favore
dei grandi temi dell’etica, che coniugava i pensieri antichi con quelli patristici. Questo
cammino è illustrato dalle raccolte epistolari:
●​ Rerum familiarum liber XXIV con 350 pezzi in cui rielabora anche lettere inviate in
precedenza (ma non solo). L’idea probabilmente gli deriva dalla scoperta delle
epistole cicerone. Del 1350 è la lettera dedicatoria a Ludwing van Kempen, detto
Socratre, assegnato all’opera il titolo originario di Epystolarum mearum ad diversos
liber. Il lavoro fu tralasciato e ripreso fino alla 1366, quando ne preparò un’edizione
Giovanni Malpaghi e accolse nell’ultimo linro le Antiquis illustrioribus, ovvero quelle
inviate a grandi personaggi del passato. Di alcune lettere si conoscono più redazioni,
tra cui quellle effettivamente inviate. Nell’elaborazione di queste vediamo l’evoluzione
letteraria di Petrarca che mirava a tracciare un autoritratto esemplare basato sulla
tradizione classica e che passava da:
○​ vos commutato in tu
○​ elementi minuti e particolari di cronaca, come l’anno, elininati
○​ stile che si adegua a una medietas priva di asperità.
I temi sono vari: da quelle letteraria a quelle politiche, a quelle derivate dai viaggi a
quelle dei dibattiti intelletuali. Spicca la IV I a Dionigi da Borgo da San Sepolcro dove,
in una lettera composta tra il 1352 e il 1353 rievoca un evento del 1336: la salita del
monte ventoso, dove il fratello Gherardo usò la via difficile al contrario di Petrarca,
che arrivato in cima si mise a leggere Agostino. Questo simboleggia le contraddizioni
dell’anima umana incentrata sulla sua fragilita.
●​ Le seniles dedicata a francesco nelli, analoga a familiares, ma che non riuscì a
ordinare. Ai 17 libri andava aggiunto un XVIII intitolato ad posteris, col suo
autoritratto impostato secondo l’aurea mediocritas e incentrato sull’Africa e la linea
poetica.
●​ Le sine nomine scritte tra il 1342 e il 1352, in cui ci sono 19 lettere di attacco alla
corte di Avignone precedute da una prefazione.
●​ Varie, dove sono raccolte le lettere escluse dalle sillogi.
●​ 3 libri epistole metriche a MArco barbato da Sulmone. Inizialmente doveva
raccogliere le poesie latine giovanili, ma in seguito si riempi di testi e fu continuato
dagli amici Padovani alla sua marte. Accanto ai temi delle familiares ci sono testi
elegiaci, caratteristici del Canzoniere.
Tra il 1346 e il 1348 elabora il bucolicum carmen, che continuò a revisionare fino al 1364. La
struttura virgilia viene piegata a un forte allegorismo, dove si espleta il conflitto tra virgilio e i
salmi, il cordoglio per la morte di Roberto d’Angiò
, e la decisione di abbandonare i Colonna, chje impone al dettato un caratteristica meno
impacciata e sorda.
Tra il 1338 e il 1339 elabora per la prima volta l’Africa che continuerà a revisionare fino alla
morte. In 9 libri, il II e il IV sono lacunosi:
●​ I-II improntato al somnium Scipionis, il defunto Publio Scipione, apparo in sogno al
figlio illustra gli illustri uomini e le grandi azioni di roma, concludendo con una
maliconica riflessione sulla caducità della gloria terrena.
●​ III nella regia di Siface dove un aedo canta le splendide azioni romane
accompagnato da Lelio
●​ IV ci sono gli elogi di Scipione. Nella lacuna si doveva parlare dello sbarcodi
scipionne e della vittoria contro Siface.
●​ IL V narra le vicende di Sofronisaba
●​ il VI è deidcato a magona che si imbarca ferito per annibale e canta della caducita
umana.
●​ il VII-VIII narra della conclusione della II guerra punica.
●​ il IX è dedicato al ritorno del vincitore e al colloquio con Ennio al quale era apparso
omero con una galleria di grandi poeti latini in cui figura Petrarca. Si conclude con
una dedica a Roberto d’Angiò.
Di struttura precaria, numerose sono le pagine meditative. PArallela all’elaborazione di
questo testo, viene l’attività di storico e studioso di Livio:
●​ de viris illustribus iniziata nel 1338 per le indagini storiche necessarie all’africa, che
doveva arrivare a tito, ma che più tardo omcluse 12 vite di personagi biblici. Le
biografie più importanti furono quelle di Scipione e di cesare, intitolato de gestis
Cesaris. Inconcluso, mostra il giudizio morale e l’indagine psicologica petrarchesca.
●​ Ispirato a Valerio MAssimo e impostata sul de inventioone, nell 1343 Petrarca inizia
la stesura del Rerum MEmorandum libri, abbandonata nel 1345. In questo testo
voleva esporre le 4 virtù cardinali con una ricca galleria di esempi.
A rappresentare la sua crisi è il de secreto conflictu curarum mearum, del 1346 e il 1347 ma
retroceduto a una situazione datata tra il 1342 e il 1343. L’opera in tre libri, vede dialogare
Agostino (non quello storico, ma quello che rappresenta il Petrarca più maturo) ccon
petrarca alla presenza di verità muta. L’opera è divisa in 3 libri, ognuno dei quali affronta una
questione diversa:
1.​ Agostino rimprovera Petrarca per l’attacamento ai beni terreni, e costringe petrarca
che ciò non è dovuto alla fragilità umana, ma alla fiacchezza del volere, che deve
essere corroborato sulla meditazioni sulla morte e la consapevolezza di una forte
coscienza morale.
2.​ Analizza 7 peccati capitali, e Francesco si riconosce colpevole di superbia, avariazia
ussura, ma soprattutto l’accidia, una sorta di nausa esistenziale.
3.​ Agostino lo continua a rimproverare per l’amore verso laura e per il desiderio di
gloria, ma PEtrarca si arrende con riserva: confida nel soccorso di Diko che gli
permettera di concludere l’esperienza prima di purificarsi.
Il secretum risulta influenzato principalmente da Agostino, la consolazione philosophie di
Boezio e il De amicitia di Cicerone, anche se è tutto intessuto di richiami alla sua cultura
classica e rappresenta la scissione interna di petrarca. Accanto a questo scrive due trattati
morali che rielaborerà più volte:
●​ de vita solitaria dove critica la città, a cui solo pochi possono resistere, a favore della
vita agreste particolarmente utile ai letterati, poeti e filosofi, nutrito ciò da molti
esempi.
●​ te otio religioso fu divulgato nel 1357. Deidcato al fratello, è un inno all’ascetismo
cristiano
Ma il più complesso dei trattati, stotto forma di dialogo, è il de remediis utriusque fortunae,
pubblicato nella stesura definitiva nel 1366, e che ebbe vasto successo L’opera è divisa in 2
parti:
1.​ 122 dialoghi tra Ragione Gaudio e Speranza, che ha per tema la vanità delle
sperenze e delle gioie della fortuna favorevole
2.​ 131 dialoghi tra ragione timore e dolore dove si suggeriscono rimedi contro la fortuna
avversa.
Una serie di scritti occasionali di risposta ad attacchi riassumono il suo pensiero:
●​ 2 invective contra medicum queda del 1352-1353 riordinate e diffuse come un’unica
opera divisa in 4 libri nel 1355. L’attacco non è rivolto alla medicina in sè, di cui pure
riconosce i limiti, ma a coloro che la sfruttano a fini di lucro e si difendono con sofismi
e il titolo di filosofo. Solo la supremazia spirituale ha valore, ciooè la poesia, una
forma primordiale di teologia, da cui deriva anche un elogio della solitudine, come
distacco dalla vita cittadina.
●​ L’invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtuttis
del 1355, una replica a Jean de Caram che accusava il poeta di servilismo presso i
visconti.
●​ Il de sui et ipsius et multoorum ignorantia elaborata tra il 1367 e il 1371, contro 4
aristotelici che avevano criticato la sua cultura. Lui risponde contrapponendo la
pseudo-scienza che altro non è se encilopedismo arido e culto di Aristotele che ne
stravolge il pensiero contro la forma di pensiero di Petrarca, e si vanta di questa sua
ignoranza, concentrata su riflessioni esistenziali e nutrita di classici. Questa è la vera
via di conoscenza.
●​ L’invectiva contra eum qui maledixit italie del 1373 che si colloca nella battaglia
petrarchesca per il ritorno dellla curia papale a Roma.

Giovanni boccaccio nacque a firenze o Certaldo nel 1313 da un notaio fiorentino e fu avviato
da subito all’attività mercantile: per questo fu condotto dal padre con sè a Napoli nel 1327, e
in quel soggiorno inizio lo studio del diritto canonico, ma entrò così in contantto con un
centro culturale di vasti interessi e con una serie di personaggi di alta levatura:
●​ Paolino da Perugia, autore di commenti all’ars poetica di ORazio e a persio, e di un
trattato di mitologia, perduto
●​ l’astrolo Andalò del NEgro
●​ il teologo agostiniano amico di petrarca Dionigi da Borgo San Sepolcro
●​ il monaco Barlaam, conoscitore del greco e maestro di LEonzio pilato
Da questi, anche grazie alla presenza di Cino da Pistoia, amico di Dante, comincia i suoi
studi, che non seguirono quelli ufficiali di retorica, data che il percorso non era attivo
nell’università napoletana. Qui inizia la sua attività di letterato. Ma nel 1340 viene richiamato
a Firenze dal padre, luogo dove fa fatica ad adattarsi: sembra che abbia tentato di procurarsi
l’appoggio, per tornare a Napoli, dell’amico Niccolò acciaiuoli, che vedrà nel 1362 e dal
quale si allontanerà sdegnato per la fredda accoglienza. Nel frattempo tenta un dialogo col
nuovo publico con varie opere che culmineranno, dopo lo studio di Livio nel decameron.
Questo gli ottenne una fama tale da dargli incarichi presso il comune e di entrare nella
cerchia di ammiratori di petrarca che incontro a Firenze nel 1351 e con cui intrecciò una
lunga e duratura amicizia che lo avvicinaro all’impegno intellettuale preumanistico: nel 1360
fece fondare una cattedra di greco nell’università di Firenze. Dal 1360 è documentata la sua
carica di Chierico. Nel 1361 risiede a Certaldo, dopo il fallito colpo di stato dei alcuni suoi
amici, sebbene nel 1365 potrà riiniziare a coprire incarichi per la città. Nel 1368 visitò per
l’ultima volta a Padova l’amico Petrarca. Tra il 1373 e il 1374 fece lezioni e letture publiche
della commedia, per poi morire nel 1375 a Certaldo.
Affianco alla letteratura mondana in volgare, aveva anche l’intenzione di esprimersi in una
poesia sacra, manifestazione di verità filosofiche e teologiche: questo lo portò a scrivere in
latino trattati di carattere storico moralistico o erudito, per facilitare la lettura di poeti e storici.
Uno degli scritti più rappresentativi, forse progettato dal 1350, è la genealogia deorum in 15
libri: attingendo da fonti latini, volgari, antiche e medievali, anche greche, grazie alle
traduzioni di Leonzio Pilato, e dagli appunti delle sue frequentazioni con eruditi, Boccaccio
propone una serie di miti di cui da interpretazioni ora evemeristiche, ora naturalistiche ora
morali. Il XV libro difende il proprio lavoro, mentre il XIV rappresenta la prima organica difesa
della poesia. Comincia annunciando gli avversari:
●​ i rozzi schiavi dei sensi
●​ gli ciarlatani
●​ gli uomini di legge, avidi e ipocriti
●​ gli ipocriti, pseudo-filosofi che per distinguersi parlano di cose che non conoscono.
LA confutazione riprende istanze petrarchesche, ma riguarda anche istanze moraliste: la
poesia è una scienza speculativa ed è dunque superiore all’arte meccanica; in quanto tale è
di origine celeste e trova la sua forza nella solitudine e nella povertà, dove il divino fervore
porta a effetti irresistibili per i poeti; la sua carratteristica è l’exquisitia locutio, ma è diversa
dalla retorica, in quanto espresione indiretta e coperta del vero e dunque è alla sessa
streugua delle figurazioni della sacra scrittura e delle parabole cristiane. Espresso tutto in
una vivace tensione, ciò che spicca è un’idea della invetio che trascende l’idea retorica di
questa.
Al servizio dei cultori di letteratura classica scrive un repertorio geografico intitolato De
montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus et de diversis
nominibus maris.
Steso tra il 1356 e il 1360, ma rielaborato nel 1373, è il de casibus virorum illustrium, una
vasta galleria ordinata su base crologica di esempi che devono mostrare la vanità delle
ambizioni umane e l’esecrazio del tiranno. Come in una visione, i personaggi si accalcano
presso l’autore, che ne sceglie alcuni (tra l’altro anche esempi di virtù, di cui si decreta la
gloria perchè superiori ai capricci di fortuna.
Parallelo è il de mulieribus claris, stesa nel 1361 ma messa appunto nell’anno successivo e
a lungo rimaneggiato. I suoi intenti sono esposti nella dedica ad Andrea Acciaiuli e nel
proemio: qui boccaccio vuole celebrare le lodi del genere femminile, in quanto, nonostante
sia più debole e più degno di mensione quando diventa famoso, pure non viene citato. Il filo
conduttore dell’opera è la fama. Scrive 106 biografie distribuite in sezioni compatte:
●​ figure mitiche
●​ personaggi poetici
●​ donne del mondo antico
●​ donne moderne
Ci sono pervenute anche epistole in prosa:
●​ l’epistola sotto forma di egloga virgiliana inviata nel 1353 a Petrarca per
rimproveralro per essersi legato alla famiglia disconti. Lo fa come si trattasse di terza
persona, per accusare in maniera più velata Petrarca di sete di ricchezza.
●​ Quella francesco NElli perduta, se non per un frammento in latino e un pezzo
tradotto in volgare (la XIII epistola), è uno sfogo nei confronti dell’amico per la
pessima accoglienza che lo portarono nelle parti più sordide della città.
●​ la lettera dle 1353 al segretario regio Zanobi da Strada dove si mostra infastidito
contro il destinatario e l’amico Niccolò Acciaiuli
●​ epistola XIX inviata nel 1371 a IAcopo Pizzinga, protonotaro di Federico III
d’Aragone, re di Sicilia, in cui documenta l’adesione all’innovazione petrarchesca e fa
le lodi del lavoro dell’amico che continua una strada battuta da Dante. L’italia,
umiliata, forse può mantere il primato nelle lettere.
●​ XV, indirizzata a petrarca nel 1367 dopo che si era recato a Venezia per fargli visita.
Qui non trova il poeta, ma trova la figlia Francesca, il genero Francescuolo e la figlia
di loro, Elettra che rievo in maniera commossa.
●​ Lepistola inviata nel 1373 a MArtino da Signa dove traccia una sintetica storia del
genere pastorale eaffianca il proprio stile a quella di Virgilio per la significazione
allegorica, che dichiara però di persegiore solo occasionalmente.
Scrive inoltre alcune opere in versi latini:
●​ epistole metriche, due scritte aa petrarca: la prima in lode di Dante con una copia
della commedia, la seconda scritta dopo la morte di petrarca come invocazione
all’Africa di uscire allo scoperto per essere conosciuta nelle sue bellezze.
●​ un autoepitafio
●​ 16 egloghe bucoliche. Sono ordinate in maniera cronologica, e riguardano molti
aspetti della sua vita:
○​ iii-VI e VIII gli eventi che seguono la morte di Roberto D’Angiò a Napoli.
○​ VII e IX i contrasti tra l’imperatore Carlo IV e Firenze.
○​ XIV la morte della figlioletta dell’autore
○​ il Faunus, rifacimento dell’egloga appartenente dello scambio con Checco di
Meletto Rossi, che rieccheggia lo scambio di Dante con Giovanni del Virgilio

La straordinaria fama di Petrarca portò alla creazione di un circolo e alla sua emulazione da
parte dei posteri da due punti di vista:
●​ come modello culturale
●​ come modello di intellettuale: concio della realtà, attento nella vita attiva, ma
preoccupato di conservare la propria autonomia intellettuale.
Pochi furono gli alleati del Petrarce nel mondo della scuola: il più importante fu Pietro da
Moglio, allievo di Giovan de Virgilio, e maestro di Salutati e Coversini, a sua volta maestro di
importanti umanisti come:
●​ Vittorino da Feltre
●​ Guarino Veronese
●​ Pier Paolo Vergerio.
Pietro da Moglio fu uno scrittore di temperamento (Si pensi al rationarum vite, la sua
autobiografia), ma soprattutto elaborò importanti concezioni pedagoiche. Ma sicuramente il
più importante fu Colluccio Salutati, nato a stignano in Valdinievole nel 1331, fu costretto
al’esilio in quanto appartenente a una famiglia guelfa, motivo per il quale studiò a Bologna
ed intraprese la carriera notarile, che lo porterà tra diverse cancellerie. tra il 1368 e il 1370
entrò in contatto con un seguace di petrarca, il cancelliere pontificio Francesco Bruni. Nel
1375 otenne la carica di cancelliere del comune fiorentino, che conserverà fino alla morte e
nella quale si comporterà con orgoglio patriottico. Nel campo culturale fu molto importante,
data la sua corrispondenza con Petrarca e boccaccio e l’istituzione della cattedra di greco
sotto crisolora nel 1397, maestro presso il quale si formarono i principali umanisti del tempo:
Poggio Bracciolini, Niccolò Niccoli, Bruni, Antonio Loschi, UBerto Decembrio, Per Paolo
vergerio. Scrisse molti trattati:
●​ De seculo et religione del 1381
●​ de verecundia del 1390
●​ de fato, fortuna et casu del 1398
●​ de nobilitate legum et medicine del 1399 nel quuale sostiene la superirortà del diritto
fondata sulla lege morale, contro le conoscenze empiriche basate sul metodo
naturalista e sostiene il primato della volontà sull’intelletto.
●​ de tyranno del 1400
●​ de laboribus herculis, incompito. NAta come interpretazione dell’Hercules Furens,
diventa una dimostrazione della potenza conoscitiva e persuasiva della poesia
tramite l’illustrazione ddel significato del mito antico di Ercole.
MA ciò che ci rimane di pi+ importante del personaggio è l’epistolario dove, sebbene
secondo concezioni ancora cristiane, ci sono lodi della vita attiva e dell’impegno contro la
tirannide e la difesa della libertas fiorentina contro le mire di Gian Galeazzo Visconti, che si
presentava come novello princeps. Questi fu alieno all’esclusivismo classicista di altri
umanisti, e influenzò in tale direzione altri, con il culto delle tre corone.

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