Vincenzo Bellini
Vincenzo Bellini
Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini (Catania, 3
novembre 1801 – Puteaux, 23 settembre 1835) è stato un compositore italiano, tra i più
celebri operisti dell'Ottocento.
La maggior parte delle informazioni a noi pervenute sulla vita di Bellini e sulla sua
attività di musicista è tratta dalle lettere inviate all'amico Francesco Florimo, suo
compagno di studi a Napoli.
Considerato, al pari di Gioachino Rossini e Gaetano Donizetti, il compositore per
antonomasia del bel canto italiano dell'inizio del XIX secolo, nella sua breve vita Bellini
fu autore di dieci opere liriche, delle quali le più famose e rappresentate sono La
sonnambula, Norma e I puritani.
Biografia
Ritratto di Vincenzo Bellini, di Robergo Focosi, prima
del 1862
I primi anni a Catania
Bellini nacque a Catania (nel Regno di Sicilia), presso un appartamento in
affitto di Palazzo Gravina Cruyllas, in piazza San Francesco d'Assisi, il 3 novembre
del 1801, figlio di Rosario Bellini e di Agata Ferlito. Era figlio e nipote d'arte: suo padre
era un compositore minore, mentre il nonno paterno, Vincenzo Tobia Nicola Bellini, era
un rinomato compositore di musiche sacre, originario di Torricella Peligna (nell'Abruzzo
Citeriore, una regione del Regno di Napoli), già attivo a Petralia Sottana e trapiantato, in
seguito alla sua scritturazione da parte di Ignazio Paternò Castello, a Catania, dove
visse presso via Santa Barbara.
Bellini dimostrò precocemente il suo interesse nei confronti della musica [1] e intorno
all'età di 14 anni si trasferì a studiare dal nonno, il quale ne intuì l'alta predisposizione
verso la composizione. Intorno al 1817 la sua produzione si fece particolarmente
intensa, per convincere il senato civico a concedere una borsa di studio per il
perfezionamento, da effettuarsi al Real Collegio di Musica di San Sebastiano, dopo una
supplica datata al 1818.
Nel 1819 ottenne la borsa di 36 onze annue grazie all'interesse dell'intendente
del Vallo, il duca di Sammartino. Partì da Messina, ospite dello zio padrino Francesco
Ferlito, il 14 giugno e giunse al porto di Napoli dopo cinque giorni di tempesta,
scampando fortunosamente a un naufragio.
Gli studi musicali a Napoli
A Napoli fu allievo di Giacomo Tritto, ma, conosciuto Nicola Antonio Zingarelli, preferì
seguire quest'altro, il quale lo indirizzò verso lo studio dei classici
(Palestrina, Paisiello e Pergolesi su tutti) e il gusto per la melodia piana ed espressiva,
senza artifici e abbellimenti, secondo i dettami della scuola musicale napoletana.[2] Tra i
banchi del conservatorio ebbe come condiscepoli Saverio Mercadante e il musicista
patriota Piero Maroncelli, ma soprattutto vi conobbe il calabrese Francesco Florimo, la
cui fedele amicizia lo accompagnerà per tutta la vita e anche dopo la morte: quando
Florimo diventerà bibliotecario del conservatorio di Napoli, grazie alle molte lettere
scambiate, sarà tra i primi biografi dell'amico prematuramente scomparso.
In questo periodo Bellini compose musica sacra, alcune sinfonie d'opera e alcune arie
per voce e orchestra, tra cui la celebre Dolente immagine, il cui testo è attribuito a Giulio
Genoino, dedicata alla sua fiamma di allora, Maddalena Fumaroli, opera oggi nota solo
nelle successive rielaborazioni per voce e pianoforte.
Nel 1825 presentò al teatrino del conservatorio la sua prima opera, Adelson e Salvini,
come lavoro finale del corso di composizione. L'anno dopo colse il primo grande
successo con Bianca e Fernando, andata in scena al teatro San Carlo di Napoli col
titolo ritoccato in Bianca e Gernando per non mancare di rispetto al principe Ferdinando
di Borbone.
L'anno seguente il celebre impresario Domenico Barbaja commissionò a Bellini
un'opera da rappresentare al Teatro alla Scala di Milano. Partendo da Napoli, il giovane
compositore lasciò alle spalle l'infelice passione per Maddalena Fumaroli, la ragazza
che non aveva potuto sposare per l'opposizione del padre di lei, contrario al matrimonio
con un "suonatore di cembalo".
Esperienze nel nord Italia
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Sia Il pirata (1827), sia La straniera (1829) ottennero alla Scala un clamoroso successo:
la stampa milanese riconosceva in Bellini l'unico operista italiano in grado di
contrapporre a Gioachino Rossini uno stile personale da cui prende la bellezza proprio
quest'ultimo, basato su una maggiore aderenza della musica al dramma e sul primato
del canto espressivo rispetto al canto fiorito.
Meno fortuna ebbe nel 1829 Zaira, rappresentata a Parma per inaugurare il nuovo
Teatro Ducale (oggi Teatro Regio di Parma) e la cui rappresentazione riscosse scarso
successo. Lo stile di Bellini mal si adattava ai gusti del pubblico di provincia, più
tradizionalista. Delle cinque opere successive, le più riuscite sono non a caso quelle
scritte per il pubblico di Milano (La sonnambula, e Norma, entrambe andate in scena nel
1831) e Parigi (I puritani, 1835). In questo periodo compose anche due opere per
il Teatro La Fenice di Venezia: I Capuleti e i Montecchi (1830), per i quali adattò parte
della musica scritta per Zaira, e la sfortunata Beatrice di Tenda (1833).
Parigi, gli ultimi anni e la morte
La svolta decisiva nella carriera e nell'arte del musicista catanese coincise con la sua
partenza dall'Italia alla volta di Parigi. Qui Bellini entrò in contatto con alcuni dei più
grandi compositori d'Europa, tra cui Fryderyk Chopin, e il suo linguaggio musicale si
arricchì di colori e soluzioni nuove, pur conservando intatta l'ispirazione melodica di
sempre. Gioachino Rossini, che viveva a Parigi, lo considerava il suo pupillo. Oltre a I
puritani, scritti in italiano per il Théâtre-Italien diretto da Rossini, a Parigi Bellini
compose numerose romanze da camera di grande interesse, alcune delle quali
in francese, dimostrandosi pronto a comporre un'opera in francese per il Teatro
dell'Opéra di Parigi.
La sua carriera e la sua vita furono però stroncate a soli 33 anni da una forma
di rettocolite ulcerosa complicata da un ascesso epatico, malattia probabilmente
esacerbata dalla particolare emotività del compositore.[3]
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Bellini fu sepolto nel cimitero di Père-Lachaise, con un monumento funebre realizzato
da Carlo Marochetti,[4] dove rimase per oltre 40 anni, vicino a Chopin e a Cherubini.
Rossini fu tra coloro che portarono il feretro. Il 23 ottobre 1876 la salma, traslata dal
Père Lachaise, fu inumata nel duomo di Catania con una cerimonia descritta dall'amico
compositore Francesco Florimo.[5]
Nelle varie tappe che segnarono il ritorno in patria, il feretro del compositore fu accolto
ovunque con calore e commozione. Giunto infine nella sua città natale, vennero
celebrate le solenni esequie, a cui parteciparono migliaia di catanesi, alcuni parenti del
compositore (tra cui due fratelli ancora in vita), e una folta rappresentanza di autorità
civili, militari e religiose. In onore del ritorno in patria delle sue spoglie, la sua città
natale riprodusse l'Arco di Trionfo di Parigi in ricordo del soggiorno francese del
musicista.
La tomba fu realizzata dallo scultore Giovanni Battista Tassara, mentre il monumento
cittadino fu opera di Giulio Monteverde.
Heinrich Heine lo descrive così:[6] «Egli aveva una figura alta e slanciata e moveva
graziosamente e in modo, starei per dire, civettuolo. Viso regolare, piuttosto lungo, d'un
rosa pallido; capelli biondi, quasi dorati, pettinati a riccioli radi; fronte alta, molto alta e
nobile; naso diritto; occhi azzurri, pallidi; bocca ben proporzionata; mento rotondo. I suoi
lineamenti avevano un che di vago, di privo di carattere, di latteo, e in codesto viso di
latte affiorava a tratti, agrodolce, un'espressione di dolore». Secondo Heine, Bellini
parlava francese molto male, anzi: «orribilmente, da cane dannato, rischiando di
provocare la fine del mondo».[7]
Stile
La musica di Bellini è un singolare connubio tra classicismo e romanticismo. Classicista
era la formazione ricevuta a Napoli, basata sui modelli di Palestrina, della scuola
operistica napoletana (Pergolesi e Paisiello), di Haydn e di Mozart, e anche una
personale tendenza a valori poetici come armonia e compostezza. Romantico era
invece il pathos delle sue opere, l'importanza che le passioni e i sentimenti assumono
nelle vicende rappresentate. Il punto di raccordo fra le due tendenze è la melodia, che
senza venir meno a una classica sobrietà crea atmosfere sognanti, sensuali e
malinconiche, vicine al romanticismo del tempo. Tale talento nel cesellare melodie della
più limpida bellezza conserva ancora oggi un'aura di magia, mentre la sua personalità
artistica si lascia difficilmente inquadrare entro le categorie storiografiche.
Legato a una concezione musicale antica, fondata sul primato del canto, sia esso
vocale o strumentale, il siciliano Bellini portò prima a Milano e poi a Parigi un'eco di
quella cultura mediterranea che l'Europa romantica aveva idealizzato nel mito
della classicità. Il giovane Wagner ne fu tanto abbagliato da ambientare proprio in Sicilia
la sua seconda opera, Il divieto d'amare, additando la chiarezza del canto belliniano a
modello per gli operisti tedeschi e tentando di seguirlo a sua volta.[8]
All'interno di una sorta di Bellini renaissance, la musica del compositore catanese ha
attirato nel XX secolo l'attenzione di diversi compositori d'avanguardia come Bruno
Maderna e, soprattutto, Luigi Nono, che l'hanno riletta al di fuori delle categorie
operistiche, concentrando l'attenzione su una particolare concezione del suono, della
voce e dei silenzi le cui radici - secondo musicologia contemporanea -
affonderebbero nella musica della Grecia antica e dell'area del Mar
Mediterraneo piuttosto che nella moderna tradizione musicale europea.[9]
Fortuna
Già nel 1827, Bellini ottenne riscontri positivi con Il Pirata. Successivamente, sia I
Capuleti e i Montecchi, rappresentata a La Fenice nel 1830, che La sonnambula, a
Milano nel 1831, raggiunsero nuove vette trionfali. Norma, data a La Scala nel 1831,
non andò altrettanto bene fino alle successive rappresentazioni. La carriera di Bellini si
concluse con il trionfo de I puritani a Parigi.
In una lettera di Giuseppe Verdi, datata 1869 e indirizzata a Florimo, il grande
compositore esprime la sua ammirazione nei confronti del musicista catanese:
"Sono poi completamente d'accordo con voi, caro Florimo, nelle lodi che tributate a
Bellini. S'egli non aveva alcune delle brillanti qualità di qualche suo contemporaneo,
aveva ben maggiore originalità, e quella tal corda che lo rende tanto caro a tutti, e che
nel tempio dell'arte lo colloca in una nicchi