IL ROMANZO DEL SECONDO
OTTOCENTO
Naturalismo e Verismo
Il Naturalismo nasce in Francia negli anni ’70 dell’Ottocento ed è il punto di partenza anche
per il Verismo italiano, pur con alcune differenze. Per capirlo bene, bisogna partire dal contesto
francese.
Il Positivismo: la base teorica
Alla base del Naturalismo c’è il Positivismo, una filosofia che si sviluppa dopo il 1850. Secondo
questa visione:
La realtà è fatta solo di fatti materiali, spiegabili con la scienza;
Non esistono religione, anima o spiritualità;
L’uomo è un prodotto della natura come ogni altro essere vivente;
La scienza è lo strumento per capire tutto, anche il comportamento umano.
Taine e le “leggi dell’uomo”
Il critico francese Hippolyte Taine afferma che ogni persona è condizionata da:
la razza (eredità biologica),
l’ambiente sociale,
il momento storico.
Per lui, il romanzo deve diventare una specie di indagine scientifica sull’uomo, simile alla
biologia o alla chimica.
I modelli del Naturalismo
Taine vede come modello lo scrittore Balzac, autore della Commedia umana, che analizza con
precisione la società francese. Altri scrittori importanti per i naturalisti sono:
Flaubert, autore di Madame Bovary (1857), che sostiene che l’autore deve sparire dalla
storia (“essere invisibile come Dio nella creazione”);
I fratelli Goncourt, che raccontano con grande realismo i ceti più poveri, come in
Germinie Lacerteux (1865), storia di una serva isterica.
Zola e il “romanzo sperimentale”
Il vero fondatore del Naturalismo è Émile Zola. Nel saggio Il romanzo sperimentale (1880),
afferma che:
Anche la mente e i sentimenti possono essere studiati scientificamente;
Il romanzo deve scoprire le leggi che regolano il comportamento umano;
Lo scrittore è uno scienziato che osserva, sperimenta e spiega.
Le idee principali di Zola
Zola crede che:
Le persone sono il risultato di eredità biologiche e dell’ambiente sociale;
Lo scrittore ha una missione politica e sociale: aiutare la società a migliorare;
La letteratura deve denunciare le ingiustizie e difendere i più deboli.
I Rougon-Macquart: un progetto ambizioso
Zola mette in pratica le sue idee nella serie di romanzi intitolata I Rougon-Macquart. Sono 20
romanzi pubblicati tra il 1871 e il 1893, che raccontano la storia di una famiglia francese sotto il
Secondo Impero.
Attraverso i personaggi, Zola mostra come:
Malattie, vizi e debolezze si trasmettono di generazione in generazione;
L’alcolismo o la follia possono essere effetti di tare ereditarie (es. in Germinal, 1885);
Le cause della miseria o della violenza non sono colpa dell’individuo, ma della società e
delle sue ingiustizie.
Una letteratura per cambiare il mondo
Zola non vuole solo raccontare, ma cambiare la realtà. Critica l’ipocrisia dei ricchi e difende gli
operai e i contadini. Il suo è un socialismo umanitario, più morale che politico. I suoi romanzi
mostrano anche gli aspetti più duri e crudi della vita, per scuotere le coscienze.
Schematizzazione finale
CONCETTI CHIAVE DESCRIZIONE
Positivismo Fede nella scienza, rifiuto di religione e
idealismo
Razza, ambiente, momento Le tre forze che determinano l’individuo
(Taine)
Romanzo come scienza Il romanzo studia l’uomo come un medico o
uno scienziato
Balzac Precisione realistica
Flaubert Impersonalità dell’autore
Zola Romanzo sperimentale, impegno sociale,
denuncia delle ingiustizie
Rougon-Macquart Ciclo di romanzi sul peso dell’eredità e
dell’ambiente
Verismo Italiano
Il Verismo nasce in Italia dopo l’influenza del Naturalismo francese. I primi segnali arrivano nel
1877, quando il critico Luigi Capuana recensisce con entusiasmo il romanzo L’assommoir di Zola
sul Corriere della Sera.
Da quel momento, un gruppo di scrittori si riunisce a Milano tra il 1877 e il 1878 per proporre
anche in Italia un “romanzo moderno” ispirato al modello francese.
I primi autori veristi
Giovanni Verga pubblica Rosso Malpelo nel 1878 e Vita dei campi nel 1880.
Il primo romanzo verista di Capuana è Giacinta (1879).
Nel 1881 esce I Malavoglia di Verga, primo romanzo del ciclo dei “Vinti”.
Similitudini e differenze col Naturalismo
Il Verismo italiano condivide con il Naturalismo:
l’influenza del Positivismo,
l’interesse per le classi più umili,
il determinismo (l’idea che l’uomo sia condizionato da ereditarietà, ambiente e società).
Ma ci sono anche differenze importanti:
Il Verismo non ha un vero intento scientifico;
I veristi non vogliono cambiare la società come Zola;
La loro attenzione è più artistica che politica o sociale.
Il principio dell’impersonalità
Per Capuana, l’autore deve scomparire dalla narrazione, lasciando parlare solo i fatti e i
personaggi. Questa è la regola dell’impersonalità: il narratore non giudica, non commenta, non
prende posizione.
Chi erano i veristi?
Molti veristi erano proprietari terrieri del Sud, spesso conservatori. A differenza dei francesi,
non erano interessati al mondo operaio e urbano, ma piuttosto:
alla vita contadina,
ai problemi del Sud Italia (la cosiddetta “questione meridionale”).
I protagonisti del Verismo
I più importanti scrittori veristi sono:
Giovanni Verga, il più rappresentativo;
Luigi Capuana, teorico del movimento;
Federico De Roberto, autore del capolavoro I Viceré (1894).
Altri scrittori legati al Verismo (anche se meno rigorosi):
Matilde Serao, attenta alla realtà di Napoli;
Renato Fucini e Marco Pratesi, toscani;
Anche D’Annunzio e Pirandello ebbero una fase verista;
Grazia Deledda, vicina allo stile verista nelle prime opere.
Un movimento mai organizzato
Il Verismo non fu mai una vera scuola letteraria come il Romanticismo. Non ci fu un
manifesto, né una vera unità di pensiero tra gli autori.
La fine del Verismo
La parabola del Verismo inizia nel 1878 (Rosso Malpelo) e si chiude idealmente tra:
1889, con la pubblicazione di Il piacere di D’Annunzio (inizio del Decadentismo);
1891, con Myricae di Pascoli.
Schematizzazione finale
CONCETTI CHIAVE DESCRIZIONE
Influenza francese Nasce dopo la lettura di Zola e il Positivismo
Temi principali Vita contadina, Sud Italia, miseria,
determinismo
Obiettivo Raccontare la realtà in modo oggettivo e
impassibile
Metodo Impersonalità, narratore invisibile
Differenze dal Naturalismo Nessun impegno politico o scientifico
Autori principali Verga, Capuana, De Roberto
Fine del movimento Tra il 1889 e il 1891, con l’arrivo del
Decadentismo
GIOVANNI VERGA
Vita e opere
Giovanni Verga nasce a Catania nel 1840, in una famiglia della piccola nobiltà terriera. Fin da
giovane mostra interesse per la scrittura e il patriottismo. Studia privatamente e si iscrive a
legge, ma abbandona presto per dedicarsi alla letteratura.
Negli anni ’60 scrive romanzi di ispirazione storico-patriottica, come Amore e patria e I carbonari
della montagna, legati allo stile romantico e risorgimentale. Nel 1865 si trasferisce a Firenze, poi
a Milano, città in cui scopre il mondo editoriale e culturale più moderno.
Scrive romanzi mondani, come Una peccatrice, Eva, Tigre reale, Eros, ambientati tra aristocratici e
artisti, con toni melodrammatici e ancora legati al gusto romantico.
Il passaggio al Verismo
Il cambiamento comincia nel 1878 con Rosso Malpelo, storia tragica di un ragazzo emarginato. È
la prima opera in cui Verga adotta uno stile più asciutto, impassibile, vicino alla realtà.
Seguono Vita dei campi (1880), I Malavoglia (1881), Novelle rusticane (1883) e Mastro-don Gesualdo
(1889). In queste opere racconta la vita delle classi umili siciliane, dove l’unico motore è la
lotta per la sopravvivenza.
La poetica dell’impersonalità
Verga rifiuta la voce dell’autore. Il narratore si nasconde e lascia parlare solo i personaggi,
adottandone il punto di vista. Lo stile diventa semplice, popolare, con proverbi, costruzioni
dialettali e una narrazione “dal di dentro”.
Il lettore assiste ai fatti senza spiegazioni. È come se la storia si raccontasse da sola. Questo è il
principio dell’impersonalità, che serve a creare l’illusione del vero.
Una visione pessimistica
Verga ha una visione materialista e pessimista. Non crede nel progresso, né nella giustizia
sociale. L’uomo è mosso solo da interesse, istinto, egoismo. La società è governata dalla legge
del più forte.
L’autore non giudica né spera, ma rappresenta la realtà nella sua durezza, senza idealizzazioni.
La letteratura, per lui, non può cambiare il mondo, può solo mostrarlo.
Ultimi anni
Dopo il 1894, Verga si ritira dalla scena pubblica. Torna a Catania, si dedica alla gestione delle
sue terre, si schiera con gli interventisti nella Prima guerra mondiale e viene nominato
senatore nel 1920. Muore nel 1922, a 82 anni.
Opere principali
Con Vita dei campi (1880), Verga dà forma al suo Verismo maturo. Le novelle, tra cui Rosso
Malpelo, La lupa, Cavalleria rusticana, mostrano personaggi travolti da passioni, miseria e leggi
sociali rigide.
In I Malavoglia (1881) racconta la rovina di una famiglia di pescatori, schiacciata dal destino e
dall’ambiente. Il protagonista ‘Ntoni cerca di elevarsi, ma fallisce. Il narratore resta nascosto, la
lingua aderisce al mondo rappresentato. La vita appare come un meccanismo crudele e senza
via d’uscita.
Tabella riassuntiva: Zola e Verga a confronto
ZOLA (Naturalismo) VERGA (Verismo)
Romanzo come esperimento scientifico Romanzo come realtà che si racconta da
sola
L’autore analizza e giudica L’autore si nasconde (impersonalità)
Visione ottimista e progressista Visione pessimistica e determinista
Interessa la città, il proletariato Interessa il mondo rurale, contadino
Il narratore spiega e guida Il narratore sparisce tra i personaggi
Letteratura come denuncia sociale Letteratura come specchio della realtà
Rosso Malpelo
Rosso Malpelo è una delle novelle più celebri di Vita dei campi (1880). È la prima vera prova del
Verga verista: la narrazione è affidata alla voce della comunità popolare, che giudica il
protagonista con malizia e pregiudizio solo perché ha i capelli rossi.
Il soprannome “Malpelo” nasce infatti da un detto popolare secondo cui chi ha i capelli rossi è
cattivo per natura. Ogni suo gesto viene visto in modo negativo, anche quando è innocente.
Tuttavia, attraverso l’impersonalità, il lettore intuisce che Malpelo è solo un ragazzo solo e
sfortunato, non cattivo come tutti pensano.
È qui che Verga sperimenta per la prima volta il suo tipico straniamento: le cose più normali
vengono giudicate strane, e ciò che è ingiusto sembra naturale. Il punto di vista popolare
deforma la realtà. In questa novella emerge già la regola della lotta del più forte, che sarà alla
base di tutte le sue opere future.
Il ciclo dei Vinti
Con il Ciclo dei Vinti, Verga vuole descrivere tutte le classi sociali italiane, dai poveri ai nobili,
mostrandone l’illusione del progresso. Secondo l’autore, ogni individuo cerca di migliorare la
propria condizione, ma questa ricerca porta sempre a un fallimento.
Per il Verga, la brama di elevarsi – che il Positivismo considerava positiva – è in realtà una
condanna. Chi prova a uscire dal proprio ruolo sociale finisce travolto. Da qui il titolo I Vinti:
persone che la “corrente” della vita ha fatto naufragare.
I romanzi previsti nel ciclo erano cinque:
I Malavoglia: la lotta è per la sopravvivenza;
Mastro-don Gesualdo: l’ambizione diventa accumulo di ricchezza;
La Duchessa di Leyra: l’orgoglio aristocratico;
L’Onorevole Scipioni: l’ambizione politica;
L’uomo di lusso: il desiderio estetico e individualista.
Solo i primi due sono stati completati.
I Malavoglia (1881)
È il primo romanzo verista di Verga e l’opera che apre il Ciclo dei Vinti. Ambientato ad Aci Trezza,
piccolo paese siciliano, racconta la decadenza di una famiglia di pescatori.
La trama si apre con una speculazione commerciale fallita: padron ‘Ntoni compra dei lupini da
rivendere, ma il carico va perduto in mare, insieme al figlio Bastianazzo. Da lì in poi si
susseguono altre disgrazie: la morte di Luca in guerra, la perdita della casa del Nespolo, la
malattia della madre Maruzza, il traviamento di ‘Ntoni, l’arresto, il disonore di Lia, e infine la
morte di padron ‘Ntoni.
L’unico segno di speranza è dato da Alessi, che riesce a ricomprare la casa, ma la famiglia non
torna più com’era. ‘Ntoni e Lia sono lontani, Mena ha rinunciato all’amore, e il ciclo della vita
continua, ma in forma spezzata.
Modernità e tradizione
Nel romanzo si scontrano due mondi:
quello arcaico e contadino, legato all’onore, alla famiglia e alla rassegnazione (padron
‘Ntoni);
quello moderno e inquieto, rappresentato dal giovane ‘Ntoni, che sogna una vita diversa.
L’arrivo della storia (l’Unità d’Italia, la leva militare, le tasse, il treno) disgrega l’equilibrio del
villaggio. La modernità si presenta come forza distruttrice, che non porta progresso ma rovina.
La struttura del romanzo
Attorno alla famiglia Malavoglia c’è un “coro popolare”: i paesani commentano, giudicano,
spettegolano. Da un lato c’è la famiglia protagonista, simbolo di valori positivi; dall’altro il
paese, cinico e interessato. Questo doppio punto di vista serve a creare un effetto di distacco e
di straniamento.
Verga non idealizza né il passato né il presente. Mostra che anche il mondo contadino è
dominato dalla lotta per la vita, e che il progresso non salva nessuno.
Novelle rusticane (1883)
In questa raccolta, Verga estende la sua indagine sociale: racconta la Sicilia rurale con toni più
duri, rappresentando contadini, piccoli borghesi, preti e nobili. Il linguaggio si fa ancora più
asciutto, le situazioni più collettive.
In novelle come Il reverendo e La roba, compaiono figure ambiziose e spietate, interessate solo
all’accumulo di beni. Questi personaggi anticipano già Gesualdo Motta, il protagonista del suo
prossimo romanzo.
Mastro-don Gesualdo (1889)
Secondo romanzo del Ciclo dei Vinti, racconta la vita di Gesualdo Motta, un muratore che si
arricchisce e cerca di salire socialmente sposando Bianca Trao, una nobildonna decaduta.
Gesualdo, però, non sarà mai accettato né dai poveri né dai nobili. È un uomo solo,
ossessionato dalla “roba” (cioè le sue proprietà), ma incapace di ottenere amore o rispetto.
Alla fine si ammala, si trasferisce a Palermo nel palazzo della figlia Isabella (che non è davvero
sua), dove muore abbandonato, mentre tutti si spartiscono i suoi beni.
Questo romanzo mostra con forza la crisi dell’ideale borghese. Il mito del progresso viene
smontato: chi sale, come Gesualdo, finisce più solo e più sconfitto di prima. Lo stile è meno
dialettale dei Malavoglia, ma la visione resta spietata.
Le ultime opere e il teatro
Negli ultimi anni Verga si allontana dal Verismo puro. Le raccolte come Vagabondaggio, I ricordi
del capitano d’Arce’, Don Candeloro e C. anticipano temi più psicologici e moderni, vicini a
Pirandello.
Verga si dedica anche al teatro. La versione teatrale di Cavalleria rusticana (1884) ha enorme
successo, soprattutto nella versione musicata da Mascagni. Seguono La lupa e Dal tuo al mio, un
dramma sociale ambientato nelle zolfatare siciliane.
Tabella riassuntiva – I Malavoglia vs Mastro-don Gesualdo
I MALAVOGLIA MASTRO-DON GESUALDO
Famiglia contadina, tradizionale Individuo borghese, autodidatta
Lotte per la sopravvivenza quotidiana Ambizione sociale e accumulo di beni
Stile popolare, dialettale Lingua più sobria e riflessiva
Struttura corale, narratore popolare Focus sul protagonista, discorso indiretto
libero
Il villaggio è il centro Il personaggio si isola sempre di più
Il fallimento è collettivo Il fallimento è personale
Decadentismo
Origine del termine
Il termine decadentismo nasce nel 1883, quando il poeta Paul Verlaine, sulla rivista Il gatto
nero, pubblica il sonetto Languore, in cui paragona il proprio tempo alla fine dell’Impero
romano, segnato da vuoto, noia e stanchezza spirituale.
L’atmosfera era quella di una crisi profonda, vissuta da molti intellettuali come un’epoca di fine,
da cui nasce un atteggiamento bohémien e provocatorio, influenzato dai “poeti maledetti”
come Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé.
Il termine “decadente”, inizialmente usato in senso negativo dalla critica, viene rivendicato con
orgoglio dagli stessi artisti, come simbolo di superiorità spirituale e anticonformismo.
Nel 1884, Huysmans, con il romanzo Controcorrente, dà vita al primo vero manifesto del
decadentismo letterario.
Il significato del Decadentismo
In senso stretto, il Decadentismo è un movimento letterario d’avanguardia nato in Francia a
fine Ottocento. In senso più ampio, è un’intera corrente culturale europea, che attraversa gli
ultimi due decenni dell’Ottocento e si prolunga nel primo Novecento.
Nei paesi latini viene chiamato “decadentismo”, mentre nei paesi nordici si usa il termine
“simbolismo”. I due termini indicano esperienze simili, basate sul rifiuto del positivismo, sulla
centralità dell’inconscio, sull’esaltazione dell’arte.
Le radici filosofiche
Il Decadentismo nasce in opposizione al razionalismo e al positivismo. Alcuni pensatori ne
rappresentano i punti di riferimento:
Henri Bergson esalta l’intuizione come forma superiore di conoscenza, capace di cogliere il
“tempo vissuto” e la vera essenza della vita.
Friedrich Nietzsche proclama la “morte di Dio”, cioè della morale tradizionale, e annuncia
il Superuomo, che vive secondo valori propri e afferma se stesso contro il mondo.
Sigmund Freud scopre l’inconscio, una zona oscura che guida il comportamento umano al
di là della coscienza e delle regole sociali.
Il mistero e le corrispondenze
Il decadente rifiuta la realtà come apparenza. Dietro il visibile, esiste un mondo misterioso,
irrazionale, profondo, che solo pochi possono percepire. La vera conoscenza non è scientifica,
ma intuitiva, simbolica, mistica.
L’anima decadente è attratta dall’invisibile, dal mistero, dall’assoluto. Le cose non hanno
un’identità oggettiva, ma sono collegate da segrete corrispondenze, come scrive Baudelaire
nella poesia Corrispondenze.
Il mondo è una rete di simboli. L’individuo può fondersi con il Tutto, in una dimensione oscura
dove io e realtà coincidono.
Gli strumenti dell’irrazionale
Per accedere al mistero, il decadente rifiuta la logica e si affida a forme alterate di coscienza:
sogno, incubo, allucinazione
follia, nevrosi, delirio
uso di alcol, assenzio, droghe
contatto con la natura (panismo)
esperienza estetica (epifania)
Il panismo è l’identificazione dell’io con la natura: l’uomo si dissolve nel “tutto”, si annulla per
sentirsi parte dell’universo.
L’epifania è il momento in cui un oggetto qualsiasi si carica di significato profondo e
misterioso, diventando rivelazione dell’assoluto.
L’estetismo
Nel Decadentismo, l’arte è tutto. È mezzo di conoscenza, valore supremo, senso stesso
dell’esistenza. L’artista è un veggente, capace di vedere ciò che gli altri non vedono.
L’esteta vive per il bello, si pone al di sopra della morale comune, rifiuta il mondo borghese e
si dedica a sensazioni rare, oggetti preziosi, esperienze raffinate. La vita stessa diventa
opera d’arte (Huysmans, Wilde, D’Annunzio).
La poesia decadente non deve spiegare né rappresentare la realtà. È poesia pura, suggestiva,
evocativa, fatta per iniziati, con un linguaggio oscuro e simbolico. Si esalta la musicalità, la
sinestesia, la metafora ambigua.
Temi principali
Decadenza, lusso e perversione: culto del raffinato, del raro, del sensuale
Malattia e morte: sintomi di una civiltà in crisi, ma anche segni di privilegio
Vitalismo e Superomismo: esaltazione della forza e dell’energia che distruggono la norma
Rifiuto della normalità: l’artista si oppone alla mediocrità borghese e cerca l’eccezione
Frattura con la società: l’intellettuale si isola, si sente escluso, vive in polemica
Le figure decadenti
L’artista maledetto: ribelle, autodistruttivo, ai margini della società
L’esteta: vive solo per l’arte e il piacere
L’inetto a vivere: escluso, sognatore, incapace di agire
La donna fatale: sensuale, dominante, portatrice di perdizione
Il fanciullino: (Pascoli) simbolo di purezza e regressione
Il superuomo: (D’Annunzio) dominatore, aristocratico, destinato a guidare la nazione
Decadentismo e Romanticismo
Il Decadentismo può essere considerato una seconda fase del Romanticismo.
Condivide:
l’irrazionalismo,
la fuga dalla realtà,
la centralità dell’io,
la tensione verso l’assoluto,
il rifiuto del mondo borghese.
Contesto storico
Il Decadentismo nasce in un’epoca segnata dalla Seconda Rivoluzione industriale:
nascita della grande industria,
formazione del proletariato urbano,
lotta di classe,
crescita del nazionalismo e dell’imperialismo,
diffusione della società di massa.
In questo mondo, l’intellettuale perde prestigio. Si sente escluso, senza ruolo, e reagisce con
atteggiamenti provocatori, individualisti, antiborghesi.
Decadentismo e Naturalismo a confronto
NATURALISMO DECADENTISMO
Razionalismo, scienza, osservazione Irrazionalismo, mistero, intuizione
Fiducia nel progresso e nella società Crisi della modernità e disprezzo del
presente
Scrittore come osservatore Artista come veggente e sacerdote
Analisi della realtà esterna Viaggio nell’inconscio e nell’interiorità
Linguaggio chiaro e realistico Linguaggio simbolico, oscuro, musicale
I maestri francesi
Baudelaire: Corrispondenze, base della poetica simbolista
Verlaine: Arte poetica, esalta la musicalità
Rimbaud: Il battello ebbro, visionario e ribelle
Mallarmé: Meriggio di un fauno, simbolismo ermetico
Il romanzo decadente
Nel Naturalismo il romanzo è documento realistico, con narratore neutro.
Nel Decadentismo il romanzo diventa esplorazione dell’invisibile, senza intreccio tradizionale.
Huysmans – Controcorrente: rifiuto della realtà naturale, culto del gusto e dell’artificiale
Oscar Wilde – Il ritratto di Dorian Gray: doppio, immagine riflessa, tensione tra bellezza e
moralità
Il romanzo decadente è spesso senza trama, senza personaggi definiti, con struttura
saggistica e simbolica.
Gabriele D’Annunzio
Giovanni Pascoli
Le Avanguardie
Italo Svevo
Luigi Pirandello