IMMANUEL KANT
Kant e l’illuminismo
Il pensiero di Immanuel Kant, pur essendo estremamente originale, si colloca nel clima
culturale dell’illuminismo, di cui egli stesso ci fornisce una delle più significative definizioni:
“uscita da uno stato di minorità grazie alla ragione". Con l’illuminismo infatti l’uomo
acquista finalmente l’uso libero della ragione, non è più un bambino a cui i genitori
(Chiesa, cultura tradizionale) dicono cosa fare (principio di autorità): grazie alla ragione
diventa adulto, mettendo in discussione i dogmi religiosi e culturali e riappropriandosi di se
stesso e del suo futuro mediante la costruzione di nuovi valori in tutti gli ambiti della sua
vita.
La vita
Kant nasce a Konigsberg, una città della Prussia orientale, nel 1724 → è un filosofo
tedesco.
La famiglia, pur non essendo nobile, era benestante (il padre era sellaio, una professione
all’epoca molto redditizia) ma fu afflitta da gravi problemi economici. La madre, che morì
quando Kant era ancora giovane, gli trasmise l’interesse per la natura (non a caso egli
anticipò alcune tematiche del romanticismo riguardanti la natura).
Si iscrisse all’ateneo locale dove seguì i corsi di matematica e filosofia. In seguito, prima di
diventare professore universitario, per mantenersi svolse la professione di precettore per
diverse famiglie nobili dei dintorni di Konigsberg.
Condusse una vita semplice, tranquilla e molto abitudinaria; restò celibe e non si mosse mai
dalla sua città natale, neanche quando divenne un filosofo molto famoso e richiesto.
Dedicò la sua vita all’insegnamento e tra i 40 e 50 anni ebbe un grande picco creativo grazie
al quale scrisse alcuni tra i più grandi capolavori della filosofia moderna.
I periodi della filosofia kantiana
La sua produzione può essere divisa in 3 periodi:
● 1745-1770: pre-critico (di questa fase occorre ricordare la Dissertazione, che
compose quando divenne docente ordinario all’università di Konigsberg e in cui
troviamo alcuni concetti innovativi che verranno sviluppati dieci anni più tardi nella
Critica della ragion pura);
● 1781-1790: critico (è il periodo in cui scrisse i suoi tre massimi capolavori, ossia La
critica della ragion pura, La critica della ragion pratica, La critica del giudizio);
● 1798-1802: post-critico (opere della vecchiaia).
Caratteristiche generali della filosofia kantiana
Kant è il filosofo del limite perché elabora un nuovo approccio filosofico, il criticismo (in
questo caso la parola “criticare” significa distinguere, discernere).
Per spiegare il criticismo bisogna partire dall’approccio ad esso diametralmente opposto, il
dogmatismo:
● dogmatismo→ atteggiamento volto a imporre principi e teorie senza interrogarsi sul
loro fondamento;
● criticismo→ atteggiamento filosofico che non accetta nulla a meno che non sia
fondato e che intende perciò stabilire i parametri di validità e le condizioni che
rendono possibile una determinata attività umana, in altre parole il limite; viene in
tal modo delimitato un campo d’indagine al di fuori del quale non è possibile
svolgere quella data attività.
Individuando i limiti costituisco la base della conoscenza filosofica. Attenzione però: per
Kant il limite non viene mai inteso come un confine rigido e prestabilito, ossia come un
muro contro cui la ragione sbatte e si arresta, bensì come un elemento dinamico, una sorta
di orizzonte a cui tendere.
Di seguito alcuni esempi.
In ambito conoscitivo il limite è dato dall’esperienza dei sensi.
In ambito etico il limite della morale è la santità, ossia la perfetta e costante adesione alla
legge morale.
DIFFERENZA CON L’ ILLUMINISMO: nel criticismo indago, mediante la ragione, i
fondamenti dell’attività conoscitiva, morale ed estetica ovvero le più importanti attività
compiute dalla ragione → essa dunque è al contempo giudice e imputata di sé stessa (la
ragione mette sotto indagine la ragione stessa!).
Questo doppio ruolo della ragione emerge fin dal titolo del suo primo capolavoro Critica
della ragion pura*, che significa “indagine compiuta dalla ragione su se stessa”; la
proposizione “della” ha un doppio significato, perché la ragione è al contempo giudice e
imputato.
OPERE
● La Dissertazione del 1770 (Forme e principi del mondo sensibile e intelligibile).
● “Critica della ragion pura” (1781)--> affronta il problema della conoscenza e viene
accolta in modo tiepido a causa della sua estrema complessità (anche lessicale) → nel
1783 Kant pubblica i Prolegomeni, versione semplificata e abbreviata della 1^
edizione. Nel 1787 pubblica la seconda edizione: è concettualmente più ricca della
prima e ottiene un successo travolgente.
● “Critica della ragion pratica”(1788): affronta il problema della morale;
● “Critica del giudizio” (1790): affronta il problema della bellezza e della finalità.
CRITICA DELLA RAGION PURA
(1787)
Premessa
La Critica della ragion pura si interroga sul problema della conoscenza, al centro del
dibattito filosofico fin dai primi decenni del Seicento: in cosa consistono la conoscenza
autentica e il vero?
Abbiamo visto che il titolo rimanda al doppio ruolo della ragione, imputato e al contempo
giudice di se stessa.
Ma cosa significa “pura”?
Pura= a priori. Per Kant non si può avere conoscenza senza esperienza e l’esperienza è data
dalla materia (ammasso delle intuizioni sensibili) + forme a priori (strutture mentali che
abbiamo prima dell’esperienza, cioè fin dalla nascita e indipendentemente dall’esperienza);
quindi in ultima analisi ciò che conosco è dato dal materiale sensibile classificato,
organizzato e combinato mediante le forme a priori.
Pertanto con l’espressione ragion pura Kant intende le strutture mentali innate della
ragione che tutti gli esseri umani possiedono.
Kant combina, conciliandoli, alcuni elementi chiave del razionalismo (la conoscenza deriva
da strutture mentali innate) e dell’empirismo (la conoscenza deriva dall’esperienza, che ne
costituisce il limite).
La conoscenza autentica: scienza e metafisica
Per Kant la conoscenza autentica era stata fino a quel momento perseguita mediante due
attività:
- scienza: attività conoscitiva che stava piano piano conducendo l’umanità sulla
strada del progresso spiegando la natura attraverso leggi causali ma che negli ultimi
decenni aveva ricevuto delle critiche a cui nessun filosofo era stato in grado di
ribattere (vedi la critica di Hume al nesso causa-effetto);
- metafisica: disciplina che mirava alla conoscenza delle strutture profonde della
realtà e che, pur affondando le sue radici nella notte dei tempi, fino a quel momento
non era stata in grado di produrre risultati definitivi e soddisfacenti; inoltre negli
ultimi decenni aveva ricevuto critiche molto pesanti a cui nessun filosofo era stato in
grado di ribattere (vedi la critica di Locke e Hume alla nozione di sostanza). Non a
caso Kant si dichiarava “innamorato deluso” della metafisica.
Nella Critica della ragion pura Kant si propone di rispondere a 4 domande:
● Com’è possibile la matematica pura? Ossia come è possibile la matematica astratta
utilizzata dalla scienza come strumento indispensabile per l’indagine della natura?
● Come è possibile la fisica pura? Ossia come è possibile che la scienza sia in grado di
formulare delle leggi universali per spiegare i fenomeni della natura?
● Com’è possibile la metafisica come disposizione naturale? Kant si interroga sul
desiderio insopprimibile, da parte dell’uomo, di rispondere ai grandi interrogativi
relativi al cosmo e alla realtà autentica.
● È possibile la metafisica come scienza? Detto in altre parole: la metafisica ha la
capacità di dare risposte certe come la scienza?
Da notare che Kant non si chiede se sia legittimo fare scienza, perché essa dimostra nei fatti
di essere efficace; egli vuole solo dotarla di solidi fondamenti (matematica, nesso di causalità)
perché Hume ne aveva messo in dubbio la capacità di produrre leggi universali e necessarie.
Nel caso della metafisica invece egli si chiede se essa possa ancora essere considerata una
scienza, ossia se la sua esistenza abbia ancora senso.
I giudizi conoscitivi
Ogni conoscenza si espleta tramite giudizi (non esiste conoscenza senza giudizi), quindi
l’indagine sulla conoscenza deve necessariamente partire dai giudizi. Un giudizio è una
proposizione affermativa composta da due concetti in cui un concetto (predicato) dice
qualcosa su un altro concetto (soggetto). Kant individua tre tipi di giudizi.
1. I giudizi analitici a priori, in cui il predicato si limita ad esplicitare quanto è già
espresso dal soggetto e non gli aggiunge niente di nuovo. Essi pertanto non si basano
sull’esperienza e quindi:
● sono universali e necessari (valgono sempre e comunque);
● sono infecondi, ossia non producono conoscenza;
● sono detti “a priori” perché vengono prima dell’esperienza;
● fondandosi sul principio di identità e non contraddizione il loro contrario non è
possibile perché genererebbe una contraddizione (il contrario del giudizio “Tutti i
corpi sono estesi” non è possibile).
Nei giudizi analitici a priori Kant include le tautologie (ossia le proposizioni in cui il
predicato si limita a formulare in altro modo il soggetto anziché arricchirlo) come “Tutti i
corpi sono estesi” e “L’acqua è bagnata” ma, a differenza di Hume, non i giudizi
matematici.
2. I giudizi sintetici a posteriori, in cui il predicato aggiunge qualcosa di nuovo al
soggetto. Essi pertanto si basano sull’esperienza e quindi:
● non sono universali e necessari (non valgono sempre e comunque, perché
l’esperienza, come aveva osservato Hume e come ci conferma anche Kant, può
sempre essere smentita);
● sono fecondi, ossia producono conoscenza;
● sono detti “a posteriori” perché vengono dopo l’esperienza, ossia derivano
dall’esperienza;
● non si fondano sul principio di identità e non contraddizione perché il loro
contrario è possibile in quanto non genera una contraddizione (il contrario del
giudizio “Il fuoco brucia” è teoricamente possibile).
Nei giudizi sintetici a posteriori Kant include tutti i giudizi conoscitivi della scienza, come
ad esempio “L’acqua raggiunge il punto di ebollizione a 100 C”, ecc.
3. I giudizi sintetici a priori, in cui il predicato aggiunge qualcosa di nuovo al
soggetto ma che non si basano sull’esperienza e che quindi:
● sono universali e necessari (valgono sempre e comunque);
● sono fecondi, ossia producono conoscenza;
● sono detti “a priori” perché vengono prima dell’esperienza;
● fondandosi sul principio di identità e non contraddizione il loro contrario non è
possibile perché genererebbe una contraddizione (il contrario del giudizio “7+5 fa
12” non è possibile).
Nei giudizi sintetici a priori Kant include i giudizi matematici (“7+5 fa 12”, “L’area del
triangolo è data da base per altezza diviso 2”) e i principi generali sui sembra fondarsi la
scienza (come ad esempio “Ogni fenomeno cade necessariamente nel tempo” e “Ogni
mutamento ha una causa”).
Kant dice che tali giudizi derivano da un’operazione astratta della mente senza chiamare in
causa l’esperienza e che quindi producono conoscenza universale e necessaria. I giudizi
sintetici a posteriori della scienza si fondano su quelli sintetici a priori (matematica e
causalità): ciò risolve il problema di dare validità alla scienza, ossia di dimostrare il carattere
universale e necessario delle leggi scientifiche contestato da Hume. Infatti i giudizi sintetici a
priori sono al contempo fecondi (il predicato aggiunge qualcosa al soggetto) e a priori (ossia
compiuti prima dell’esperienza perché frutto di un’elaborazione astratta della mente).
Poiché non dipendenti dall’esperienza, sono dunque necessari e universali (frutto di
un'elaborazione astratta della mente).
Dunque le prime due domande a cui Kant si propone di rispondere nella “Critica della
ragion pura” sono sintetizzabili in questa :
COME SONO POSSIBILI I GIUDIZI SINTETICI A PRIORI?
Tali giudizi pur non ricorrendo all’esperienza mi dicono qualcosa di nuovo e al contempo
sono universali e necessari perché derivano dalle forme a PRIORI, ossia dalle strutture
mentali che tutti gli esseri umani posseggono e da cui non possono prescindere per
conoscere la realtà esterna.
Kant produce una filosofia tutta nuova: tutti gli altri filosofi avevano fatto dell’oggetto il
centro del processo conoscitivo, chiedendosi: cosa conosco dell’oggetto? Si tratta di una
conoscenza autentica o illusoria? Egli invece pone al centro il soggetto risolvendo problemi
rimasti sempre senza risposta: ciò che il soggetto conosce non è la realtà come essa è
veramente ma come gli appare attraverso il filtro delle forme a priori, che, essendo comuni a
tutti gli esseri umani, ne garantiscono la validità all’interno del campo dell’esperienza. La sua
filosofia è innovativa perché riesce a fondere l’empirismo (non esiste conoscenza senza
esperienza —>è il limite della conoscenza) e il razionalismo (da cui prende l’innatismo,
anche se formale e non contenutistico perché egli sostiene l’esistenza di strutture mentali
innate anziché di idee innate).
Struttura dell’opera
La Critica della ragion pura analizza le forme a priori della conoscenza→ si divide in:
Dottrina degli elementi : è l’analisi dettagliata delle forme a priori della conoscenza. A sua
volta si divide in:
1. estetica trascendentale (estetica: senso, sensi, relativo alla sensibilità;
trascendentale: ciò che trascende la realtà concreta e che quindi va oltre l’esperienza,
ovvero, nella filosofia kantiana, ciò che è relativo alle forme a priori): studio delle
forme a priori della sensibilità.
2. logica trascendentale (logos: pensiero): studio del pensiero relativamente alle sue
forme a priori. La logica trascendentale si divide a sua volta in analitica
trascendentale, che studia l’intelletto (ossia la facoltà mentale del pensiero che si
applica alle percezioni sensibili e le pensa) e le sue forme a priori (categorie o concetti
puri); e dialettica trascendentale, che studia la ragione (ossia la facoltà mentale del
pensiero che applica le forme a priori senza utilizzare le percezioni sensibili) e le sue
forme a priori (idee).
Dottrina del metodo : ci parla delle regole con cui noi usiamo le forme a priori.
1 Estetica trascendentale
Nell’Estetica trascendentale Kant analizza le forme a priori della sensibilità con cui il
soggetto organizza le informazioni percettive provenienti dai canali sensoriali (materia).
Informazioni percettive provenienti dai canali sensoriali = materia.
Sensibilità = intuizione, così chiamata da Kant per via del carattere immediato e intuitivo
con cui le informazioni sensoriali vengono a noi.
Forme a priori della sensibilità: intuizioni pure.
Intuizioni pure applicate alla materia = intuizioni empiriche.
Kant distingue la sensibilità in senso esterno e senso interno. Il primo è la facoltà
mediante la quale accogliamo i dati derivanti dagli oggetti esterni attraverso il canale dei 5
sensi tradizionali. Il secondo è invece la facoltà mediante la quale accogliamo i dati che
provengono dall’interno di noi stessi (stati della coscienza come sentimenti, emozioni,
pensieri, ecc).
Le forme a priori dell’intuizione (sensibilità) sono spazio e tempo: il primo è la forma a
priori del senso esterno, in virtù della quale percepiamo i dati sensibili esterni disposti gli
uni accanto agli altri; il secondo è la forma a priori di quello interno, in virtù della quale
percepiamo i nostri stati interiori in successione, ossia uno dopo l’altro.
ATTENZIONE: i dati del senso esterno si interfacciano sempre con la nostra coscienza
sollecitandone l’attività e quindi passano anche attraverso il senso interno. Ad esempio vedo
un film (senso esterno) che mi commuove (senso interno): le informazioni sensoriali relative
al film sono logicamente inquadrate sia nello spazio sia nel tempo perché hanno prodotto
uno stato di coscienza collocato in un determinato tempo.
Invece i dati del senso interno sono inquadrati solo nel tempo, perché non è possibile
collocare uno stato di coscienza nello spazio. Kant sostiene quindi la superiorità del tempo
rispetto allo spazio definendo il tempo “la forma a priori dell’intuizione per eccellenza”.
Spazio, tempo e oggettività
Per Kant la sensibilità non ci presenta gli oggetti come sono in sé stessi, bensì "filtrati" dalle
nostre forme a priori: da questo punto di vista lo spazio e il tempo possono essere
paragonati a un paio di occhiali con le lenti colorate, che ci danno una visione del mondo
modificata da quella colorazione —> occhiali inamovibili, nel senso che secondo Kant
non abbiamo alcuna possibilità di vedere il mondo come è "'in sé", al di là di come ce lo
mostrano quelle lenti. Ogni nostra conoscenza deriva per Kant dall'esperienza sensibile, e
ogni nostra esperienza sensibile è necessariamente organizzata spazialmente e
temporalmente. Gli oggetti che necessariamente percepiamo come collocati nello spazio e
nel tempo non sono dunque le cose in sé stesse (il noumeno), bensì le cose come ci
appaiono (i fenomeni).
Fenomeno: la realtà come ci appare attraverso il filtro delle forme a priori (realtà-per-noi).
Noumeno: la realtà come essa è veramente, inaccessibile alla conoscenza perché gli esseri
umani conoscono le cose esclusivamente attraverso le forme a priori.
Newton affermava che lo spazio e il tempo erano degli assoluti oggettivi, ossia che erano
universali e necessari e che esistevano nella realtà, indipendentemente dal soggetto. Li
paragonava a degli enormi recipienti vuoti in grado di contenere tutti i singoli contesti
temporali e spaziali esistenti.
Questa concezione presenta delle analogie e delle differenze con la concezione di Kant: in
entrambe le visioni il tempo e lo spazio sono universali e necessari, ossia sono degli
ASSOLUTI.
La differenza risiede nel fatto che Newton li colloca nella realtà esterna (assoluti oggettivi),
mentre per Kant sono degli assoluti connaturati al soggetto (soggettivi).
Com’è possibile una matematica pura?
Per Kant la matematica è una scienza sintetica a priori: è composta da giudizi sintetici a
priori perché si basa su operazioni astratte della mente collegate alle forme a priori
dell’intuizione; di conseguenza è in grado di produrre conoscenze universali e necessarie a
prescindere dall’esperienza.
La matematica di divide in aritmetica e geometria:
- geometria → scienza sintetica a priori che si basa sullo spazio → compie operazioni
sintetiche su figure ed enti spaziali astratti non basati sull’esperienza. Le operazioni
partono dalla forma pura di spazio.
- aritmetica→ scienza sintetica a priori che si basa sul tempo → compie operazioni
sintetiche sui numeri, ossia su enti astratti non basati sull’esperienza. Le operazioni
aritmetiche - anche le più complesse - partono dalla forma pura di tempo perché in
ultima analisi sono tutte riconducibili all’addizione, che a sua volta consiste
nell’aggiunta di unità ad altre unità date (si tratta quindi di un’operazione basata
sulla successione nel tempo). Ad esempio l’operazione 7+12=19 si basa su tre
momenti successivi l’uno rispetto all’altro: prima pongo il 7, poi aggiungo il 12 e
infine ottengo il 19. Anche le serie numeriche (ad esempio l’insieme dei numeri
naturali N o l’insieme dei numeri razionali Q) si fondano sulla successione di enti
numerici secondo determinate regole.
Perché ritrovo l'aritmetica e la geometria nel mondo esterno?
Perché noi percepiamo i fenomeni della realtà con le forme a priori dello spazio e del tempo
e la geometria e la matematica si basano sulle forme a priori del tempo e dello spazio →
un’operazione matematica astratta compiuta nella nostra mente trova corrispondenza nella
realtà (ad esempio il giudizio sintetico a priori “L’area del rettangolo è data dal prodotto di
base e altezza” trova conferma nella realtà perché per calcolare l’area della copertina del mio
quaderno mi basterà misurarne la base e l’altezza e moltiplicarle tra loro).
Visto che la matematica è lo strumento di cui si serve la scienza, posso ritenere quest’ultima
finalmente dotata di validità?
Non ancora: per fondare la scienza non basta fondare la matematica. Bisogna fondare anche
il giudizio sintetico a priori di causa-effetto (“Ogni mutamento ha una causa”). Kant lo farà
indagando le forme a priori dell’intelletto da lui dette “categorie” (in particolare quella di
causalità) nell’Analitica trascendentale.
2 Logica trascendentale
Indaga le forme a priori del pensiero.
Si distingue in Analitica trascendentale e Dialettica trascendentale.
Analitica trascendentale
Spiega in che modo pensiamo le intuizioni empiriche. La facoltà coinvolta è l’intelletto.
Esso utilizza le sue forme a priori: le categorie o concetti puri dell’intelletto. L’indagine
riguarda anche la categoria di causa/effetto che fonda la scienza.
Si tratta di un passaggio fondamentale del processo conoscitivo, in cui ognuna delle 2 fasi da
cui esso è composto risulta indispensabile: “Le intuizioni senza concetti sono cieche, i
concetti senza intuizioni sono vuoti”. L’intelletto ha dunque bisogno della sensibilità: se
vogliamo conoscere dobbiamo sia percepire sia pensare le cose.
L’attività dell’intelletto e i concetti
Concetto: rappresentazione generale che unifica un gruppo di rappresentazioni singolari
(le intuizioni empiriche).
Concetti puri: le forme a priori dell’intelletto.
Concetti empirici: i concetti che scaturiscono dall’applicazione da parte dell’intelletto dei
concetti puri e che pertanto hanno un contenuto empirico. Ad esempio l’applicazione del
concetto puro di sostanza alle numerose intuizioni empiriche spazio-temporalizzate che mi
pervengono dall’esterno quando percepisco una mela (colore rosso, gusto dolce, forma
rotonda, ecc.) produce il concetto empirico “mela”.
Per Kant il pensiero è, in ultima analisi, unificazione, mediante i concetti puri, del
molteplice (intuizioni empiriche): pensare significa unificare, ordinare, classificare i dati
empirici mediante i concetti puri o categorie.
Le categorie o concetti puri
Noi però non pensiamo mai i concetti empirici singolarmente (ossia slegati gli uni dagli
altri), ma sempre uniti in giudizi, ossia in proposizioni enunciative in cui un concetto è
posto in funzione di soggetto mentre l’altro è posto in funzione di predicato.
Prendendo in parte spunto dalle categorie aristoteliche e dalle tavole dei giudizi elaborate
dai logici medioevali, Kant individua 12 categorie, ad ognuna delle quali fa corrispondere
un determinato tipo di giudizio. Egli inoltre suddivide le 12 categorie in 4 gruppi, a seconda
della funzione che esse svolgono all’interno di un giudizio: di conseguenza nei giudizi che
formuliamo intervengono contemporaneamente 4 categorie (una per gruppo). Ad esempio
nel giudizio “Alcune mele di questo cesto potrebbero essere marce o bacate” operano le
seguenti categorie: pluralità, realtà, reciprocità e comunanza, possibilità.
GIUDIZIO CATEGORIA
Categorie della universale (“Tutti gli A totalità
QUANTITÀ sono B”) pluralità
(quantificano il soggetto) particolare (“Alcuni A sono unità
B”)
singolare (“Questo A è B”)
Categorie della QUALITÀ affermativo (“A è B”) realtà
(qualificano il predicato negativo (“A non è B”) negazione
affermandolo, negandolo o infinito (“A è non B”) limitazione
attribuendo al soggetto
tutte le determinazioni
tranne quella espressa dal
predicato stesso)
Categorie della categorico (“A è B”) inerenza (sostanza) e
RELAZIONE sussistenza (accidente)
(stabiliscono un ipotetico (“Se A, allora B”) causalità e dipendenza
determinato tipo di disgiuntivo (“A è B oppure reciprocità e comunanza
relazione tra soggetto e C”)
predicato)
Categorie della problematico (“A può essere possibilità/ impossibilità
MODALITÀ B”) esistenza/inesistenza
(intervengono sulla copula, assertorio (“È reale che A è necessità/ contingenza
ossia sul verbo che collega il B”)
soggetto al predicato) apodittico (“È necessario
che A sia B”)
La deduzione trascendentale delle categorie: la dottrina dell’appercezione
trascendentale o “Io penso”
L’applicazione delle categorie è un’operazione legittima? Kant risponde a questa domanda
attraverso la deduzione delle categorie. In ambito giuridico la deduzione è la
dimostrazione della legittimità di un fatto.
Questo problema viene risolto introducendo l’Io penso o appercezione trascendentale:
l'Io penso è la suprema funzione unificatrice dell’intelletto:
- presiede ogni fase dell’attività conoscitiva;
- è unificatrice.
Esso unifica le intuizioni empiriche in un orizzonte di senso facendo sì che io le avverta
come mie; questa operazione è indispensabile perché io non potrei applicare le categorie alle
intuizioni empiriche (ossia non potrei pensarle) se non potessi riferirle a me. L’azione
unificatrice dell’Io penso interviene anche nell’applicazione delle categorie. Infatti le
categorie non sono altro che operazioni attive della mente (ossia modi di agire a priori
dell’intelletto) che unificano la molteplicità delle intuizioni empiriche producendo concetti
empirici e articolandoli in giudizi.
Di conseguenza pensare significa unificare al contempo le intuizioni empiriche:
1. in un orizzonte di senso (consapevolezza che le percezioni sensibili spazio-temporali
provenienti dall’esterno sono mie);
2. attraverso le categorie per l’elaborazione di concetti empirici e giudizi.
Poiché l’Io penso interviene sia sulle intuizioni empiriche sia sulle categorie l’applicazione
delle seconde alle prime è legittima.
Poiché l’Io penso pensa le intuizioni empiriche innanzitutto facendomele sentire
“mie” e poiché l’Io penso può pensare solo servendosi delle categorie, io ho la
certezza che la realtà esterna “obbedirà” alle categorie della mia mente.
Applicando le categorie alle intuizioni empiriche posso ottenere una conoscenza autentica,
ossia universale e necessaria.
Kant concorda con Hume nell’affermare che l’esperienza di per se stessa non dà garanzie per
il futuro, ma non condivide lo scetticismo del filosofo scozzese: per lui l'universalità e la
necessità risiedono nel fatto che l’esperienza viene da noi letta e interpretata attraverso le
categorie, ossia attraverso forme a priori universali e necessarie. Ad esempio il nesso
causa-effetto con cui colleghiamo due fenomeni è universale e necessario perché tutti noi
possediamo e non possiamo fare a meno di utilizzare la categoria di causalità per pensare le
cose. Di conseguenza le leggi che la scienza individua nella natura, fondate sul nesso
causa-effetto, sono necessarie e universali. In quest’ottica l’Io penso è legislatore della
natura: non è la natura a possedere delle leggi che la regolano, siamo noi, attraverso l’Io
penso e le categorie, che gliele attribuiamo. Ricordiamoci che, secondo Kant, noi non
percepiamo e non pensiamo la realtà come essa è veramente (noumeno) ma come essa ci
appare attraverso il filtro delle forme a priori (fenomeno).
In tal modo Kant riesce a rispondere anche alla seconda domanda iniziale (“Com’è possibile
una fisica pura?”).
Il problema del soggetto
Kant concepisce il soggetto in tre modi.
1) Soggetto fenomenico: è il modo in cui io appaio a me stesso, ossia il modo in cui il
soggetto si concepisce mediante l’applicazione della categoria di sostanza agli stati
interni (emozioni, sentimenti, ecc) che si succedono in ordine temporale nella
coscienza. Tale operazione è legittima perché consiste nell’applicazione di una
categoria al materiale empirico del senso interno, ma offre una visione parziale e
filtrata del soggetto, perché si riferisce solo ad alcune attività della coscienza e viene
effettuata utilizzando il prisma delle forme a priori.
2) Soggetto noumenico: è il modo in cui io sono veramente, ossia il soggetto
propriamente detto, la cui conoscenza risulta inaccessibile al soggetto stesso.
3) L’io penso. Il tentativo del soggetto di ampliare la conoscenza di se stesso estendendo
l’applicazione della categoria di sostanza all’Io penso è illegittimo e destinato al
fallimento perché l’io penso è solo una funzione logica, un’unità formale, e in
quanto tale non può essere sottoposto alla categoria di sostanza. L’Io penso applica
le categorie ma non può essere oggetto delle categorie, allo stesso modo in cui
l’occhio vede la realtà ma non può vedere se stesso.
Lo schematismo trascendentale
Come fanno concretamente le categorie (che appartengono all’ambito immateriale della
mente) a intervenire sulle intuizioni empiriche (che invece, avendo un contenuto sensoriale,
sono legate al mondo fisico)?
L’applicazione delle categorie è garantita dagli schemi trascendentali.
Gli schemi sono strutture mentali che fanno da mediatori e permettono l’applicazione di
una categoria ad un gruppo di intuizioni empiriche (ogni categoria ha il suo schema). Il
mezzo di comunicazione (ossia
il medium) è il tempo: tutte le sensazioni (sia interne che esterne) sono infatti nel tempo,
che, essendo immateriale, risulta compatibile con le categorie. Lo schema “cala la categoria
nel tempo”, ossia la traduce in linguaggio temporale, e getta così un ponte che la collega alle
intuizioni empiriche perché queste ultime sono tutte inquadrate nel tempo (che fa quindi
da mediatore).
Ad esempio lo schema della categoria di comunanza e reciprocità è la simultaneità nel
tempo, mentre quello della categoria di possibilità/impossibilità è l’esistenza/inesistenza in
un tempo qualsiasi.
Particolarmente illuminante risulta lo schema della categoria di causa effetto, ossia la
successione irreversibile nel tempo: percepisco due fenomeni che si presentano sempre
insieme nello stesso ordine e li penso rispettivamente come causa (il primo) ed effetto (il
secondo), perché per pensare non posso fare a meno di utilizzare le categorie, tra cui quella
di causa-effetto. Il nesso causa-effetto non deriva pertanto dall’abitudine come sosteneva
Hume (io osservo due fenomeni che si presentano sempre in stretta successione e mi
“abituo” a considerarli rispettivamente causa ed effetto l’uno dell’altro), ma da una struttura
innata della mente (la categoria di causalità) con cui “interpretiamo” i fenomeni che
percepiamo nello spazio e nel tempo.
Gli schemi sono costruiti da una facoltà mentale chiamata da Kant immaginazione
produttiva, da non confondere con l’immaginazione riproduttiva, che è invece la facoltà
mentale preposta alla riproduzione di una rappresentazione anche in assenza delle relative
intuizioni empiriche.
La Dialettica trascendentale
È la sezione della logica trascendentale in cui Kant parla della ragione. Essa per Kant deriva
da un uso distorto dell’intelletto: è la facoltà che utilizza le categorie senza servirsi di
materiale empirico, e quindi non produce conoscenza autentica ma solo ragionamenti
fallaci. Kant trae il significato del termine “dialettica” (a cui sono state date molteplici e
differenti definizioni nel corso della storia della filosofia) dalla logica aristotelica e si riferisce
quindi all’arte di produrre sia ragionamenti che partendo da premesse probabili danno
conclusioni probabili, sia soprattutto ragionamenti che partendo da premesse solo
apparentemente probabili danno conclusioni solo apparentemente probabili. Con il
termine “dialettica” egli intende pertanto la scienza dei ragionamenti fallaci e illusori.
Com’è possibile la metafisica come naturale disposizione d’animo? (Terza domanda a
cui Kant si propone di rispondere!)
La ragione agisce in questo modo perché spinta da una nostra naturale disposizione
d’animo: fin dalla notte dei tempi gli uomini non possono fare a meno di interrogarsi su
problemi tanto profondi quanto complessi per i quali l’esperienza non risulta di nessun
aiuto, anzi sembra quasi un ostacolo; purtroppo senza esperienza non si può avere autentica
conoscenza (in questo senso Kant paragona la ragione a una colomba, cfr. p.551). È da
questa irresistibile sete di conoscenza che nasce e si sviluppa la metafisica.
In particolare, la ragione si interroga sui seguenti problemi:
- la totalità dei fenomeni interni (che non può essere conosciuta perché le forme a
priori mi permettono di conoscere solo il soggetto fenomenico, non l’Io penso né
tantomeno il soggetto noumenico, cfr. “Il problema del soggetto”); da tale pretesa la
ragione partorisce l’idea di anima, che vorrebbe esprimere la totalità dei fenomeni
interni e che è oggetto di quella branca della metafisica chiamata psicologia
razionale;
- la totalità dei fenomeni esterni (che non può essere conosciuta perché le forme a
priori mi permettono di compiere solo esperienze circoscritte e particolari); da tale
pretesa la ragione partorisce l’idea di mondo, che vorrebbe esprimere la totalità dei
fenomeni esterni e che è oggetto di quella branca della metafisica chiamata
cosmologia razionale;
- la totalità delle totalità, in cui si riuniscono la totalità dei fenomeni interni e la
totalità dei fenomeni esterni; da tale pretesa la ragione partorisce l’idea di Dio, che è
oggetto di quella branca della metafisica chiamata teologia razionale.
La psicologia razionale
La ragione si serve sempre dei sillogismi, ossia di ragionamenti formati da tre proposizioni
enunciative (giudizi prodotti dall’intelletto): 2 fungono da premesse, e 1 da conseguenza
(conclusione).
Ad esempio:
P1 Tutti gli animale sono mortali
P2 Tutti gli uomini sono animali
C Tutti gli uomini sono mortali
Se sono composti da giudizi formati da concetti empirici (ossia costruiti con materiale tratto
dall’esperienza) i sillogismi svolgono un ruolo positivo perché ci aiutano a chiarire e
collegare meglio le nostre conoscenze.
Purtroppo nella metafisica la ragione compone spesso sillogismi che, non essendo formati
con giudizi contenenti concetti empirici, si rivelano fallaci (paralogismi).
È il caso del sillogismo su cui si basa l'idea di anima:
P1 Tutto ciò che può essere soltanto soggetto è sostanza
P2 L’Io penso può essere soltanto soggetto
C L’Io penso è sostanza”
Tale sillogismo è errato: infatti il termine medio (soggetto), che rende possibile la
conclusione collegando gli altri due termini (Io penso e sostanza), non è un vero termine
medio, perché nelle premesse ha due significati diversi (nella prima è inteso come soggetto
logico di giudizio, mentre nella seconda è inteso come soggetto conoscitivo) e quindi il
meccanismo del ragionamento salta.
Ogni ragionamento o speculazione sull’idea di anima (composizione, immortalità, ecc) sarà
dunque fallace perché l’idea stessa di anima si basa su un paralogismo.
La cosmologia razionale
Volendo indagare l’idea di mondo la ragione rimane imbrigliata in quattro antinomie :
quattro coppie di affermazioni opposte (una dice una cosa, mentre l’altra dice il contrario) e
inconciliabili tra loro ma entrambe convincenti, ponendo la ragione in un’empasse
(paralisi).
Le prime due antinomie sono definite da Kant matematiche:
1. tesi: il mondo è finito nello spazio (questa è ad esempio la posizione di Aristotele) e
ha avuto un inizio nel tempo; antitesi: il mondo è infinito ed eterno (questa è ad
esempio la posizione di Bruno);
2. tesi: il mondo è costituito da particelle non scomponibili (questa è ad esempio la
posizione di Democrito); antitesi: il mondo è infinitamente divisibile.
Secondo Kant nelle antinomie matematiche sia la tesi sia l'antitesi sono false. Entrambe
poggiano infatti sulla pretesa di conoscere il mondo come totalità; ma tale pretesa è
inconsistente, poiché si potrà sempre allargare la conoscenza nella direzione
dell'enormemente grande o dell'estremamente piccolo, ma non sarà mai possibile cogliere la
realtà fisica nella sua interezza, o esaurirne il processo di divisione. Possiamo insomma
indagare gli oggetti fenomenici e aumentare indefinitamente le nostre conoscenze, ma il
mondo come totalità dei fenomeni rimarrà sempre inaccessibile: esso è in questo senso un
noumeno, pensabile ma non conoscibile. Pertanto non si può dire né che il mondo è finito,
né che è infinito; né che è costituito di particelle indivisibili, né che è infinitamente
divisibile.
La terza e la quarta coppia di antinomie sono definite da Kant dinamiche:
3. tesi: nel mondo agiscono non soltanto le cause necessarie che regolano i fenomeni
naturali, ma anche cause libere (questa è ad esempio la posizione di Cartesio);
antitesi: ogni evento è rigorosamente determinato (ossia nel mondo non esiste
libertà, come affermava ad esempio Hobbes);
4. tesi: esiste nel mondo un ente assolutamente necessario per causa di se stesso (Dio
esiste); antitesi: esistono soltanto realtà contingenti, che non hanno in se stesse la
ragione della propria esistenza (questa è la posizione dell’ateismo filosofico, che nega
l’esistenza di Dio oppure la accetta ma nega la causalità di Dio rispetto al mondo).
Nelle antinomie dinamiche tesi e antitesi potrebbero essere entrambe vere, ma su due
diversi piani della realtà. Kant osserva infatti che le antitesi della terza e della quarta
antinomia (che affermano, rispettivamente, il determinismo e la contingenza del mondo)
valgono certamente per il mondo fenomenico, in cui gli eventi si susseguono in una
concatenazione causale rigorosamente deterministica. Nulla tuttavia impedisce di pensare
che nell'ordine noumenico, cioè in quel mondo delle cose in sé la cui conoscenza ci è
preclusa, possano trovare posto una causalità libera e un ente assolutamente necessario.
La teologia razionale
Secondo Kant anche quest’ultima branca della metafisica è fallace e inconsistente perché
non è possibile conseguire una conoscenza autentica su Dio, che, in quanto totalità delle
totalità, sfugge alle possibilità delle nostre forme a priori. Queste ultime infatti ci
consentono di conseguire solo conoscenze circoscritte.
Per dimostrare la sua tesi Kant confuta le più importanti dimostrazioni dell’esistenza di Dio
elaborate dai filosofi metafisici nel corso dei secoli.
1. dimostrazione ontologica (prova ontologica di Anselmo d’Aosta, poi ripresa da
Cartesio): essendo Dio perfetto, non può non esistere, perché se non esistesse
verrebbe compromessa la sua perfezione. Kant afferma che l’esistenza è un fatto della
realtà concreta e pertanto non può mai essere un predicato (ossia una
determinazione che io attribuisco al soggetto logico di un giudizio); la sua
confutazione è dunque basata sulla distinzione tra il piano concettuale e ed il
piano reale. Ad esempio io posso costruire logicamente la nozione di una
banconota da 100 € attribuendole, attraverso molteplici giudizi, tutte le
determinazioni possibili (colore verde, forma rettangolare, consistenza liscia, ecc),
ma tra queste non potrò includere l’esistenza: pensare una banconota da 100€ con
tutti i dettagli non la fa magicamente apparire nel mio portafoglio!
2. prova cosmologica: Kant confuta la dimostrazione detta “delle cinque vie” di
Tommaso, concentrandosi sulla prova a cui possono essere ricondotte tutte le altre,
ossia quella causale: ogni ente è causato da un altro ente, il quale a sua volta è causato
da un altro ente e così via, ma, poiché non è possibile risalire all’infinito nella catena
causale, deve per forza esistere un ente incausato causa di se stesso e di tutti gli altri
enti. Kant controbatte affermando che tale dimostrazione compie un salto
illegittimo, perché partendo dalla constatazione dei nessi causali della natura (piano
fenomenico-empirico) giunge ad affermare l’esistenza di un ente superiore, causa
incausata di tutti gli altri (piano noumenico-metafisico). La prova cosmologica
ricade pertanto in quella ontologica, in quanto anche quest’ultima è fondata su un
salto illegittimo (dal piano ideale a quello reale);
3. prova fisico-teologica: poiché la natura è bella, armonica e ordinata, deve
necessariamente esserci un principio ordinatore (Dio). Kant controbatte affermando
che: 1) un principio ordinatore non è necessariamente un principio causale e può
essere anche interno alla natura stessa; 2) di conseguenza per dimostrare l’esistenza di
Dio come principio causale occorre fare riferimento alla prova cosmologica (la prova
fisico-teologica ricade dunque in quella cosmologica che a sua volta ricade in quella
ontologica).
L’uso regolativo delle idee
Non bisogna fare delle idee un uso costitutivo. Non dobbiamo cioè considerare gli oggetti
che ne costituiscono il contenuto (anima, mondo, Dio) come realmente esistenti e quindi
non dobbiamo indagare su di essi perché non potremo mai averne una conoscenza
autentica.
Delle idee bisogna fare solo un uso regolativo, ossia usarle come punti di riferimento per
articolare il nostro sapere collegando le conoscenze singole e inserendole in un quadro
complessivo. Ad esempio non posso conoscere l’idea di mondo come un oggetto che può
essere indagato, ma posso anzi devo utilizzare tale idea come punto di riferimento grazie al
quale collego le mie conoscenze singole sul mondo collocandole in un quadro unitario;
senza l’idea di mondo le conoscenze singole sarebbero tutte scollegate, ammucchiate nella
mia mente senza un filo conduttore. Stessa cosa per i fenomeni interni, che io riesco a unire
in un quadro unitario grazie all’idea di anima.
La conoscenza acquisisce unità e sistematizzazione grazie all’uso regolativo delle idee
2. CRITICA DELLA RAGION
PRATICA (1788)
Nel linguaggio filosofico il termine pratico si riferisce a ciò che è concreto.
La filosofia si divide perciò in:
● filosofia teoretica: include le partizioni che si occupano della conoscenza
disinteressata della realtà in quanto tale, ossia la metafisica (cosmologia, ontologia) e
la gnoseologia
● filosofia pratica: comprende le partizioni della filosofia che indagano i problemi
dell’uomo quando interagisce con la realtà concreta, ossia la morale e la politica.
Di conseguenza l’espressione “critica della ragion pratica” significa “indagine sulla morale”.
Ma cosa cerca esattamente Kant? Egli vuole trovare i fondamenti universali e necessari
della morale. La morale è infatti rimasta orfana: è sempre stata derivata dalla metafisica
ma, ora che quest’ultima non può più essere considerata un sapere valido, la morale ha
bisogno di nuovi fondamenti. Tali fondamenti non possono essere trovati, come in passato,
nelle religioni rivelate, che Kant, in quanto illuminista, rifiuta.
Termini che ricorrono nella filosofia morale di Kant:
● azioni: comportamenti concretamente messi in campo da un individuo e che
scaturiscono dalla volontà;
● massime: norme di comportamento soggettive, che, proprio perché soggettive,
NON possono fondare la morale, le cui leggi devono essere uguali per tutti
(universali) e non cambiare mai indipendentemente dai singoli contesti a cui
vengono applicate (necessarie). Ad esempio: la mia massima nell’ambito dei rapporti
interpersonali è non rifuggire le discussioni perché spesso queste ultime sono
necessarie, ma questa norma va bene per le persone troppo pacifiche come me, non
per gli individui che perdono subito il controllo; inoltre tale norma potrebbe
rivelarsi corretta in alcuni contesti (reagire anziché subire una grave prepotenza) e
dannosa in altri (reagire a una provocazione stupida e imbarcarsi così in una
discussione inutile).
● leggi: sono norme di comportamento oggettive, cioè sono valide sempre (necessarie)
e per chiunque (universali). Kant cerca quindi una legge morale!
Caratteristiche della legge morale
Per Kant la legge morale è:
● universale e necessaria, ossia deve valere per tutti e sempre, in ogni tempo e in ogni
luogo; Kant critica dunque le dottrine basate sul relativismo morale (ad esempio
quelle dei sofisti greci, secondo i quali i valori morali variavano da individuo a
individuo oppure da popolo a popolo). La legge morale kantiana non ha un
contenuto empirico, che ne renderebbe praticamente impossibile l’applicazione in
tutti i casi individuali, in ogni tempo e luogo. Ad esempio la messa in pratica della
legge morale dotata di contenuto empirico “Di’ sempre la verità” non sempre mi
condurrebbe a comportamenti virtuosi perché a volte è meglio mentire (è
opportuno rivelare a un malato terminale le sue reali condizioni di salute?) e se è
bene dire la verità dipende dalle singole situazioni che mi trovo ad affrontare;
● autonoma: trova i suoi fondamenti nel soggetto e più in particolare nella ragione
intesa come forma a priori e poiché tutti abbiamo le forme a priori e non possiamo
prescindere da esse, la legge morale è universale e necessaria. Kant critica quindi le
morali eteronome, ossia quelle che cercano le proprie basi al di fuori del soggetto,
distinguendo 2 tipologiee. a) Le morali edonistiche: essendo basate sul principio
secondo il quale ciò che è buono procura piacere, identificano la virtù nel piacere (ad
esempio l’epicureismo); sono irrimediabilmente soggettive e relative perché ciò che è
piacevole per me non è necessariamente piacevole per tutti. b) Le morali teologiche:
traggono i principi e le norme da un testo sacro (che contiene la verità rivelata da
Dio), ma legano da un lato il comportamento virtuoso all'ottenimento della
beatitudine eterna (paradiso), dall‘altro il comportamento non virtuoso a una
punizione eterna (inferno); Kant le critica perché la legge morale deve avere valore di
per se stessa e perciò non deve essere messa in pratica per conseguire un fine esterno;
● incondizionata: non deve essere legata a situazioni specifiche esterne o al
conseguimento di fini esterni;
● categorica: poiché l’uomo, in quanto legato al mondo empirico cioè ai sensi, tende
naturalmente a soddisfare i suoi bisogni egoistici, la legge morale deve essere espressa
attraverso un imperativo. Kant esclude subito l’imperativo ipotetico, ossia quello
espresso mediante la formula “se/ allora” (ad esempio “se vuoi prendere voti più alti
devi studiare”), perché in esso la ragione ci suggerisce come agire per ottenere un
determinato fine, non in quanto l’azione è virtuosa in se stessa in modo
incondizionato. Secondo Kant invece la legge morale deve essere espressa mediante la
formula di un imperativo categorico: tu devi perché devi, perché è giusto così; un
comportamento è virtuoso di per se stesso e trae dunque la propria moralità da se
stesso, non perché permette di conseguire uno scopo esterno (ad esempio devi fare
beneficenza non per fare bella figura con gli altri ma semplicemente perché è giusto
farla);
● adesione libera: presuppone la libertà dell’individuo, che può scegliere se aderire o
meno. Poiché la legge morale deriva da dentro di noi (forma a priori) e non è
qualcosa di esterno e, quindi, imposto da altri, decidere se aderirvi o meno è una
scelta cruciale, che l’uomo deve compiere autonomamente prendendosi le proprie
responsabilità (Kant, sulla scia dell’Illuminismo, attribuisce un enorme valore
all’uomo e alla ragione come strumento da utilizzare in piena autonomia);
● formale: come abbiamo già spiegato, se la legge morale avesse un contenuto
empirico specifico, sarebbe legata a un determinato contesto o situazione e
perderebbe quindi la sua universalità e necessità. Di conseguenza essa deve essere una
formula generale, una specie di “algoritmo morale” applicabile a qualsiasi situazione
concreta e specifica.
Kant elabora tre formulazioni della legge morale.
Prima formula: agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello
stesso tempo come principio di una legislazione universale.
Bisogna quindi comportarsi sempre in modo che la nostra azione possa essere estesa al resto
dell’umanità. In pratica ciò equivale a chiedersi: se tutti facessero così la società (o il mondo)
sarebbe migliore?
Seconda formula: agisci in modo da trattare l’umanità sia nella tua persona sia in quella di
ogni altro sempre anche come fine è mai semplicemente come mezzo.
Secondo Kant gli oggetti concreti vanno trattati come mezzi e mai come fini; ad esempio la
mia auto è un mezzo tramite il quale posso ottenere numerosi fini (andare al lavoro, in
vacanza, ecc) e ciò implica che, quando sarà troppo vecchia per consentirmi di raggiungere i
miei scopi, io la rottamerò senza rimorsi. Per le persone invece vale invece il discorso
opposto: devono sempre essere trattate come fini e mai come mezzi, ossia per il valore che
hanno in se stesse e non in quanto mezzi che mi permettono di conseguire determinati fini.
In pratica ciò equivale a chiedersi: comportandomi in questo modo con questa persona la
sto trattando come fine (le sto cioè dando valore in se stessa) o come mezzo, ossia la sto
usando per conseguire un mio scopo (le sto dando valore in rapporto a ciò che mi permette
di ottenere)?
Terza formula: agisci in modo che la tua volontà, in base alla massima, possa considerare
contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice
La terza formula riprende in parte la prima ma pone l’accento sul fatto che dobbiamo
considerare noi stessi non solo come sudditi di quella legge ma anche come legislatori:
poiché la legge viene da dentro di noi (forma a priori), noi siamo coloro che la emanano e
che, al contempo, devono rispettarla.
Intenzione e dovere
Per Kant la moralità di un’azione (ossia la sua adesione alla legge morale) è legata più
all’intenzione che ci anima nel compierla, piuttosto che all’azione in se stessa. Prendiamo il
caso di 2 persone, A e B, che compiono la medesima azione (entrambe fanno beneficenza)
ma con intenti diversi: A lo fa per ottenere più popolarità mentre B lo fa per amore verso il
prossimo. Kant giudicherebbe morale, ossia virtuosa, solo l’azione di B.
Perché Kant separa la morale dal sentimento?
Perché i sentimenti scaturiscono sempre da situazioni concrete esterne mentre per Kant,
come abbiamo visto, la morale è interna, in quanto si fonda sul soggetto (ossia sulla ragione
come forma a priori).
In ambito morale l’unico sentimento ammesso è il rispetto verso il dovere —> è il
sentimento che scaturisce dall’adesione alla legge morale ed è contemporaneamente
piacevole (per la soddisfazione di aver seguito la legge morale dettata dalla ragione) e
doloroso (reprimere gli istinti egoistici procura dolore, perché l’uomo è caratterizzato sia
dalla ragione sia dalla sensibilità).
I postulati della ragion pratica
Postulato: è un principio indimostrato la cui validità viene ammessa per convenzione allo
scopo di costruire una teoria —> non lo posso dimostrare ma lo pongo per convenienza e
mi fornisce la base di partenza per un ragionamento/teoria.
Da non confondere con l’assioma, che è anch’esso un principio indimostrato la cui validità
viene però ammessa non per convenzione ma perché autoevidente.
Per ammettere l’esistenza e il senso stesso della morale (ossia la possibilità stessa per l’uomo
di adottare o meno comportamenti conformi alla legge morale) devo porre tre postulati.
1. La libertà va posta perché altrimenti la morale stessa non avrebbe ragione d’essere
(vedi terza antinomia della ragione: nel mondo oltre alle cause efficienti vi sono
anche cause libere o tutto è rigorosamente determinato da cause efficienti?) —> non
si può parlare di morale se non si è liberi di scegliere —> Kant deduce la libertà
mediante la formula “devo dunque posso”: dal momento che vi è una legge morale
(DEVO) a cui posso scegliere se aderire o meno, devo postulare la libertà (POSSO).
Postulandola colgo un barlume di noumeno, perché nelle ultime due antinomie
(quelle dinamiche) sia la tesi che l’antitesi possono essere considerate vere: le antitesi
infatti risultano in linea con il mondo fenomenico, mentre le tesi potrebbero essere
vere nel mondo noumenico. Postulando la libertà però si cade in un’aporia, ossia un
problema insolubile perché basato su una contraddizione: in effetti ogni nostra
scelta risulta al contempo sia determinata da cause efficienti sia prodotta dalla
volontà che agisce liberamente (ad esempio una persona ruba spinta dalla condizione
di povertà in cui vive ma al contempo quella di rubare è una sua libera scelta). A
questa aporia Kant offre la seguente soluzione: l’uomo, in quanto appartenente al
mondo fenomenico, è soggetto alle leggi naturali, ma, in quanto appartenente anche
al mondo noumenico, è soggetto alle leggi morali.
2. Il secondo postulato è l’immortalità dell’anima, non indagabile dal punto di vista
conoscitivo (vedi l’idea di anima nella Dialettica trascendentale). Per essere
veramente virtuosi bisognerebbe seguire la legge morale sempre, in ogni occasione.
Kant definisce con il termine santità questa adesione perfetta alla legge morale,
impossibile da raggiungere per chiunque. Questo innegabile dato di fatto ci
porterebbe a una situazione di frustrazione e scoraggiamento tali da mettere in
discussione il senso stesso della morale. Se postulo l’immortalità dell’anima la mia
singola esistenza (con tutti gli sbagli che inevitabilmente, nonostante tutto,
commetterò) sarà solo parte di un percorso spirituale più ampio, il cammino verso la
santità. In quest’ottica la santità non è più un traguardo irraggiungibile ma il limite a
cui tendere.
3. Infine devo postulare l’esistenza di Dio, non indagabile dal punto di vista
conoscitivo (vedi l’idea di Dio nella Dialettica trascendentale). Una vita virtuosa non
è il passaporto per una vita felice: in primo luogo perché aderire alla legge morale
implica necessariamente rinunciare ai nostri appetiti egoistici (e ciò procura dolore);
in secondo luogo perché essere buoni non mi mette automaticamente al riparo dalle
sventure. Il bene supremo (dato dalla volontà buona, ossia dalla volontà orientata
alla legge morale) non coincide quindi con il bene sommo, che è il bene perfetto
dato dall’unione di virtù e felicità. La discordanza tra bene supremo e bene sommo è
tale da mettere in discussione il senso stesso della morale. Invece ammettendo
l’esistenza di Dio si ammette anche una dimensione ultraterrena in cui virtù e felicità
sono finalmente unite, in cui cioè l’uomo potrà raggiungere il bene sommo.
Il primato della ragion pratica sulla ragion pura
Per Kant la ragion pratica (l’ambito morale, ossia essere moralmente buoni) è superiore alla
ragion pura (l’ambito conoscitivo, ossia sapere tante cose) per due motivi:
1. una persona buona ma ignorante è senz’altro migliore di una sapiente ma
moralmente deplorevole; infatti la conoscenza può essere usata per promuovere
tanto il bene quanto il male perché è solo uno strumento e in quanto tale non ha di
per sé una connotazione morale (ad esempio la conoscenza ha prodotto sia gli
antibiotici sia la bomba atomica!).
2. per ammettere la possibilità stessa della morale devo porre come postulati alcuni
elementi noumenici (libertà, anima, Dio), quindi grazie alla ragion pratica entriamo
in contatto, seppur in modo indiretto e limitato, con il noumeno, mentre la ragion
pura ci tiene saldamente ancorati al mondo fenomenico.
Benché il noumeno sia e resti IN TUTTI I CASI inconoscibile, esso, in qualche
modo è sempre presente in tutti gli ambiti della vita umana.
Per quel che riguarda l’ambito conoscitivo (ragion pura), è presente, benché nascosto,
“dietro” al fenomeno, tanto che se non ci fosse (realtà autentica), non ci sarebbe nemmeno
il fenomeno (realtà come appare a noi attraverso le forme a priori); inoltre, pur essendo
inconoscibile (critica kantiana alla metafisica), è indispensabile come limite (uso regolativo
delle idee) in rapporto al quale ampliare e articolare le singole conoscenze empiriche.
Per quel che riguarda l’ambito morale, i tre postulati della ragion pratica (libertà,
immortalità dell’anima, Dio), necessari per giustificare la possibilità e il senso stesso della
scelta etica, ci permettono di entrare in contatto, seppure in modo indiretto e limitato, con
il noumeno.
Sarà la Critica del Giudizio a gettare un ponte tra fenomeno e noumeno; tuttavia anche in
questo caso non ci sarà possibile conoscere il noumeno, ma solo intravederlo nella bellezza e
nella finalità che attribuiamo alla natura.
3. CRITICA DEL GIUDIZIO (1790)
In quest’opera Kant parla della bellezza e della finalità che vengono da noi attribuite a
determinati oggetti mediante i cosiddetti “giudizi riflettenti”.
Secondo Kant esistono due tipi di giudizi:
● i giudizi determinanti, mediante i quali l’intelletto determina o costruisce un
concetto (oggetto mentale) attraverso un’attività di unificazione e che riguardano
perciò l’ambito conoscitivo della ragion pura (infatti li abbiamo già studiati
nell’Analitica trascendentale);
● i giudizi riflettenti, mediante i quali il soggetto si approccia ad un oggetto già bell’e
fatto (cioè già “costituito” dai giudizi determinanti) riflettendo sul suo rapporto con
esso, ossia interpretando quell’oggetto secondo le proprie esigenze di armonia o
finalità. Sono di due tipi: giudizio teleologico (attribuisco un fine ad un elemento
della natura) e giudizio estetico (attribuisco la caratteristica della bellezza ad un
oggetto della natura).
IL GIUDIZIO ESTETICO
Nella Critica del Giudizio il termine “estetica” viene usato in riferimento a quella partizione
della filosofia che si occupa di indagare i problemi e le tematiche riguardanti la bellezza.
L’estetica, relegata a un ruolo di secondo piano dai filosofi dell’antichità e abbandonata del
tutto dai filosofi cristiani e medioevali che identificavano ogni aspetto della sfera materiale
con il peccato, viene gradualmente rivalutata, insieme ai valori del corpo (bellezza, salute,
vigoria fisica), a partire dal Rinascimento e diventa uno dei principali campi d’indagine
filosofici a partire dal Settecento. Gli studiosi di estetica di quel secolo identificavano il bello
in un sentimento. Kant, pur condividendo questa convinzione, credette per molto tempo
che il sentimento non fosse un’attività indagabile filosoficamente, ma, mentre scriveva le
altre due Critiche, cambiò idea. La Critica del Giudizio rappresenta il frutto delle sue
riflessioni.
In che modo si formula un giudizio estetico?
Il mio intelletto si rapporta ad un oggetto già costituito, le cui singole parti (le intuizioni
empiriche) sembrano possedere un’armonia e un ordine innati, tali per cui esse risultano
naturalmente adatte ad essere sottoposte all’attività unificatrice dell’intelletto. Quest’ultimo,
sollecitato, inizia un gioco libero e spontaneo con l’immaginazione riproduttiva (ovvero la
facoltà in grado di rappresentare un oggetto indipendentemente dal fatto che lo si stia
percependo o meno); questo gioco suscita il sentimento del bello (sentimento sereno,
piacevole) da cui scaturisce il giudizio estetico di bellezza.
La bellezza è universale e necessaria
Poiché nel sentimento del bello è coinvolto l’intelletto, ossia una forma a priori, la bellezza è
universale e necessaria e, al contempo, scaturisce dal soggetto.
Anche in campo estetico Kant opera dunque una rivoluzione copernicana: la bellezza non è
una caratteristica propria degli oggetti ma è attribuita dal soggetto; tuttavia essa non è
relativa, bensì universale e necessaria (in quanto collegata a una forma a priori).
La bellezza è ravvisabile tanto nella natura quanto nell’arte, anche se Kant ritiene superiore
la prima rispetto alla seconda. I due ambiti risultano, dal punto di vista estetico, collegati:
quando giudichiamo bello un elemento della natura siamo portati ad associarlo a un’opera
d’arte (ad esempio di un meraviglioso paesaggio siamo portati a pensare che “è così bello che
sembra finto” o che “è così bello che sembra un quadro”); invece quando giudichiamo bella
un’opera d’arte siamo portati ad associarla alla natura (ad esempio di una meravigliosa
scultura siamo portati a pensare che “è così bella che sembra vera”).
Il bello e le sue definizioni
Kant ci fornisce quattro definizioni di bellezza (poiché nel giudizio estetico è coinvolto
l’intelletto, ognuna di esse si ricollega ad uno dei 4 gruppi in cui egli ha diviso le 12
categorie).
● Definizione di bellezza secondo la quantità: “Bello è ciò che piace universalmente
senza concetto”. In parole povere per Kant un oggetto, per essere bello, deve piacere
a tutti. A questo punto sarà utile distinguere il sentimento del bello dal sentimento
del piacevole. Il sentimento del bello è il prodotto del libero e spontaneo gioco tra
immaginazione ed intelletto da cui scaturiscono i giudizi estetici puri universali e
necessari. Invece il sentimento del piacevole sorge in noi quando la visione di un
oggetto solletica i sensi e da esso scaturiscono solo giudizi estetici empirici, i quali,
coinvolgendo i sensi e non l’intelletto, variano da persona a persona e dipendono dai
gusti personali. Ciò spiega il motivo per il quale le persone spesso danno giudizi
estetici discordanti: quando ciò accade significa che l’oggetto valutato non può
essere considerato bello ma piacevole (per essere giudicato bello un oggetto deve
piacere a tutti). L’espressione “senza concetto” significa che, riprendendo la
terminologia kantiana, la vera bellezza è libera, non è aderente: non richiede cioè
parametri o criteri precostituiti, ossia elaborazioni concettuali di sorta (ad
esempio per “sentire” e, di conseguenza, affermare che la scultura “Amore e Psiche”
di Canova è bella non mi serve conoscere le regole e i modelli estetici della corrente
artistica neoclassica).
● Definizione di bellezza secondo la qualità: "Il gusto è la facoltà di giudicare un
oggetto o un modo rappresentativo mediante un compiacimento, o un dispiacimento,
senza alcun interesse. L'oggetto di tale compiacimento si chiama bello”. Insomma il
bello è ciò che piace in modo disinteressato. Secondo Kant una oggetto è bello in
quanto tale, non perché mi porta un utile o un vantaggio (ad esempio io non posso
definire bella una tavola imbandita solo perché ho molta fame e non vedo l’ora di
mangiare le squisitezze che vi fanno bella mostra, al contrario la posso definire bella
se mi riferisco al fatto che è apparecchiata splendidamente dal punto di vista
estetico). Da questa definizione possiamo trarre un importante spunto di riflessione:
la bellezza conferisce significato alla vita e se noi facessimo solo ciò che è utile
condurremmo una vita triste e mediocre.
● Definizione di bellezza secondo la relazione: “Bellezza è forma della conformità a
scopi di un oggetto, in quanto essa viene percepita senza rappresentazione di uno scopo”.
Insomma il bello è ciò che manifesta una finalità senza scopo. Infatti un oggetto
che giudichiamo bello ci sembra progettato con un fine che intravediamo in modo
immediato e intuitivo ma che non sappiamo definire: ad esempio quando
ammiriamo un bel paesaggio (in cui tutto - forme, colori, luci, suoni, ecc. - sembra
predisposto con un’armonia e un ordine perfetti) abbiamo l’impressione che esso sia
opera di una mente ordinatrice e intuiamo un fine che però non riusciamo né a
chiarire né ad esprimere.
● Definizione di bellezza secondo la modalità: “Bello è ciò che viene riconosciuto senza
concetto come oggetto di un compiacimento necessario”. Insomma il bello è ciò che,
senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario. La
bellezza produce dunque un sentimento di piacere sereno di cui non possiamo fare a
meno. Anche da questa definizione possiamo trarre un importante spunto di
riflessione: tutti noi, nessuno escluso, abbiamo bisogno della bellezza, privarci della
bellezza significa privarci di qualcosa di vitale al pari dell’aria che respiriamo, una vita
senza bellezza sarebbe triste e mediocre perché non avrebbe significato.
Il sublime
Al sentimento del bello (che genera il giudizio estetico puro) e a quello del piacevole (che
genera il giudizio estetico empirico) Kant aggiunge il sublime (che genera un ulteriore
giudizio estetico), anticipando una tematica fondamentale del Romanticismo.
Analogamente al bello, il sublime è un sentimento universale e necessario e produce di
conseguenza un giudizio estetico universale e necessario, in quanto coinvolge le forme a
priori dell’intelletto e della ragione; ma, a differenza del bello (sentimento di piacere sereno),
il sublime è un miscuglio di piacere e dolore: sgomenta, smarrisce, travolge ma al contempo
intriga, esalta e rapisce irresistibilmente.
Il sublime deriva dalla contemplazione di determinati fenomeni della natura in grado di
suscitare una tempesta di emozioni.
Kant individua due tipologie di sublime:
● sublime matematico: scaturisce dalla contemplazione di fenomeni della natura che
ci colpiscono per la smisurata grandezza (come un'imponente catena montuosa o un
ghiacciaio: ci sembrano meravigliosi ma allo stesso tempo ci sentiamo piccolissimi).
È prodotto dalla combinazione tra immaginazione ed intelletto, ma, a differenza di
quanto accade nel sentimento del bello, queste due facoltà non interagiscono
armonicamente. L’immaginazione non riesce a rappresentare ai sensi questi
fenomeni naturali che, a causa delle loro dimensioni smisurate, le risultano
incommensurabili (da qui le emozioni “negative” di sgomento e spaesamento).
L’intelletto invece utilizza questa smisurata grandezza per elevarsi all’idea di infinito
dinanzi al quale qualsiasi fenomeno naturale, per quanto enormemente grande,
appare risibile; l’idea di infinito, facendoci acquisire consapevolezza della nostra
grandezza, è responsabile delle emozioni “positive” di rapimento ed esaltazione.
● sublime dinamico: scaturisce dalla contemplazione (ovviamente da un posto
sicuro!) di fenomeni della natura che ci colpiscono per la smisurata potenza che
potrebbe risultarci fatale (come ad esempio un violento temporale, uno tsunami o
l’eruzione di un vulcano). In questi casi il sentimento del sublime è prodotto dalla
ragione che al contempo ci mortifica (facendoci sentire piccoli, fragili e insignificanti
dinanzi alla potenza della natura) e ci esalta (facendoci sentire superiori alla natura
perché, mentre i suoi meccanismi sono impersonali e quindi inconsapevoli, noi
siamo consapevoli della nostra fragilità e pertanto ci distinguiamo anche dagli altri
esseri viventi). Quest’ultimo concetto riprende in parte la visione pascaliana
dell’uomo come “giunco pensante” sospeso tra miseria e nobiltà esistenziali.
IL GIUDIZIO TELEOLOGICO
Il termine “teleologico” deriva dal greco telos (fine, scopo). Tramite il giudizio teleologico
l’uomo, assecondando una propria insopprimibile tendenza, attribuisce un fine agli oggetti
della natura.
La differenza rispetto alla finalità insita nel giudizio estetico (vedi definizione di bellezza
secondo la relazione) risiede nel fatto che in un oggetto che giudichiamo bello cogliamo, in
modo immediato e intuitivo, una finalità che tuttavia ci appare “senza scopo”, ossia che non
siamo in grado nè di individuare con esattezza nè di spiegare; invece nel giudizio teleologico
l’attribuzione del fine è frutto di un'elaborazione ponderata.
Naturalmente Kant esclude dal giudizio teleologico gli oggetti artificiali, ossia i manufatti
fabbricati dall’uomo con l’intento esplicito di conseguire un determinato fine (ad esempio il
falegname costruisce una sedia il cui fine è, ovviamente, far sedere le persone) e le opere
d’arte, a cui ci rapportiamo mediante il giudizio estetico. D’altronde la finalità non potrebbe
essere inclusa nelle 12 categorie perché, come già avevano scoperto Galilei e gli altri pionieri
della rivoluzione scientifica, la scienza, potendo spiegare solo come funzionano i fenomeni
naturali (ossia le cause efficienti che li regolano), deve rinunciare ad indagare sia le essenze
(ossia la natura profonda degli enti), sia le cosiddette “cause finali”, ossia i loro scopi ultimi.
L’attribuzione di una finalità alla natura, rispondendo a una nostra profonda esigenza
interiore, si configura dunque come la quarta idea della ragione e, al pari delle altre
(anima, mondo, Dio), può portarci beneficio solo a patto di farne un uso regolativo e non
costitutivo: dobbiamo pertanto abbandonare l’ambizione di indagare e scoprire le finalità
della natura e limitarci a utilizzare l’idea di fine come concetto-limite utile per articolare e
collegare al meglio le singole conoscenze che ricaviamo dalla natura, consapevoli del fatto
che esse si configureranno sempre come leggi fenomeniche di causa-effetto.
LA PACE PERPETUA
Ne Per la pace perpetua, un’opera di filosofia politica scritta nel 1795, Kant, pur evocando
ironicamente la serenità dei defunti, vuole compiere un serissimo tentativo di proporre
all'Europa e al mondo una prospettiva di pace duratura fra tutti i popoli: questo è infatti
l’obiettivo morale a cui l'umanità deve tendere nel proprio sviluppo storico.
Kant costruisce la propria teoria politica sui principi del giusnaturalismo, i cui concetti
fondamentali sono quelli di «stato di natura» e di «contratto sociale». Per i giusnaturalisti,
lo stato di natura è una condizione originaria da cui l’umanità esce mediante il contratto
sociale (Rousseau), in cui gli individui in comune accordo decidono di vivere insieme
organizzati in una comunità, dando vita alla società civile che è la sola capace di garantire la
pace.
Gli Stati si trovano nella stessa condizione in cui si trovano i singoli uomini nello stato di
natura e di conseguenza , in mancanza di una comunità giuridica universale, le loro
reciproche relazioni non possono superare una condizione di potenziale conflitto: ecco
perché la pace è sempre precaria. L’unica soluzione è l’unione degli Stati in una
federazione: in primo luogo tra quelli europei per dare esempio agli altri. Tale federazione
avrà una funzione analoga a quella svolta da ogni istituzione statale nei confronti dei singoli
cittadini, ovvero quella di regolare la convivenza, favorendone lo sviluppo armonico e
pacifico.
Kant pensa a un patto di società senza alcun patto di soggezione, in cui gli Stati, pur
accordandosi al fine di porre termine non a una sola guerra ma a tutte le guerre, non danno
vita a un nuovo “Super Stato”: Kant prevede quindi una federazione tra Stati e non uno
Stato federale. Uno Stato universale potrebbe rivelarsi pericoloso per la libertà, portando
anche al dispotismo.
Se gli Stati membri della nuova federazione fossero repubblicani, potrebbero intraprendere
una guerra solo con l’assenso dei cittadini, i quali, essendo i soggetti su cui ricadrebbero le
conseguenze di un eventuale conflitto, sarebbero, nella maggior parte dei casi, più propensi
alla pace piuttosto che alla guerra. Insomma una repubblica, con la separazione dei poteri,
eviterebbe il rischio, per i cittadini, di finire ostaggio della volontà privata di un sovrano
→PRESUPPOSTO PER UNA PACE PERPETUA.
Partendo dai concetti esposti in quest’opera produci una riflessione personale in
merito alla guerra attualmente in corso tra Ucraina e Russia.